1972

mercoledì, marzo 31, 2004
Pompei /Unione Sovietica - 1986. L’incidente al reattore nucleare di Chernobil fermò il tempo. Una serie di fotografie straordinarie scattate da una motociclista russa ci porta fisicamente dentro una tragedia in un paese che non c’è più.
In vaste aree di territorio (è il caso della «città fantasma») è rimasto tutto com'era nel momento in cui la zona fu evacuata (in criminale ritardo). Un album dei ricordi da togliere il fiato che comincia qui. (Grazie a Winds of Change).


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L'uomo ai minimi termini. Le immagini del ragazzino palestinese mandato ad uccidere e a morire ad un posto di blocco non hanno ricevuto in fondo tutta l’attenzione che avrebbero meritato. La perversione morale di una decisione del genere dovrebbe da sola dare la misura del livello di fanatismo e di cinismo che alimenta il terrore. Quel che è successo – e non è la prima volta – supera ogni normale criterio di valutazione della realtà: destinare deliberatamente al macello i propri bambini dopo averne distrutto l’infanzia a colpi di indottrinamento ideologico è il segnale di un livello di abiezione difficile non solo da spiegare ma perfino da concepire.
Di tutto questo dobbiamo ringraziare l’ANP di Yasser Arafat ed il sistema criminale e criminogeno che ha costruito attorno a sè. Quel ragazzino non andava restituito a chi ne aveva fatto una bomba umana: andava portato via da lì per sempre.
Stupefacente ancora una volta il silenzio degli irriducibili della causa palestinese e dei tanti sempre pronti a dare lezioni di legalità e di morale. Hussam era un palestinese di sedici anni e stava per essere ammazzato non da israeliani ma dai suoi connazionali per un brutale calcolo politico: piuttosto imbarazzante per la causa. Meglio conservare l’indignazione per altre occasioni e fare come se non fosse successo niente.
Di più. Per qualcuno era tutta una messinscena israeliana con tanto di cameraman al seguito: si è letto anche questo.
Ecco: se ce la fate, almeno stavolta, vergognatevi un po’.

Di seguito le riflessioni di Richard Cohen sull’ennesimo scempio di verità e di giustizia compiuto alle Nazioni Unite:

The use of dopey kids as suicide bombers is clearly abhorrent. It is child abuse combined with murder. Yet the United Nations says nothing. It would not even mention terrorism in its proposed condemnation of Israel for the murder of Yassin. The one-sidedness of that resolution was the stated reason the United States vetoed it. You would think from reading the resolution that Israel had taken out some sweet Muslim cleric, a veritable Islamic Gandhi, and not a leader of a terrorist organization that has killed almost 400 Israelis and wounded countless others in the past 31/2 years.

So, I offer my own U.N. resolution. I want the United Nations to condemn Palestinian terrorism, specifically suicide bombers and, most specifically, the use of confused and sad kids for that purpose. It's pretty simple: If you cannot condemn the murder of innocents, especially by children, then you have no business condemning anything else. In the undiplomatic language of my old neighborhood, put up or shut up.










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La primavera irachena. Ghaith Abdul Ahad descrive il risveglio delle università nell’Iraq liberato (Via Normblog)

Dopo anni di oppressione, il risveglio sciita sta scuotendo le università; giovani uomini e donne stanno sperimentando, per la prima volta nella loro vita, cose come la libertà religiosa, la libertà di espressione, i sit-in, le elezioni e le proteste.

…e Paul Wiseman quello di un’economia disordinata ma finalmente vitale

Sotto Saddam, i negozi erano silenziosi, i beni disponibili obsoleti o assurdamente costosi, e le macchine erano macinini di 15 o 20 anni prima. Adesso che Saddam non c’è più, segnali di benessere sono visibili ovunque a Baghdad e in minor misura in città più piccole come Mosul e Bassora.

Camion carichi di beni di consumo percorrono le strade. Le famiglie fanno la coda fuori dai negozi per telefoni satellitari o cellulari, che erano proibiti dal governo di Saddam. Gli imprenditori offrono carichi di mercanzie – televisori, apparecchiature da ufficio – ottenuti chissà dove.

Le compagnie straniere stanno valutando se scommettere a lungo termine sull’Iraq. Pepsi sta rinnovando un impianto di imbottigliamento; Nestlè sta pensando a una fabbrica di acqua minerale; MCI sta offrendo servizi telefonici alle autorità U.S.A. Altre compagnie da Merck a Motorola stanno studiando il mercato, secondo Tom Foley, lo zar del settore privato della CPA.

La polizia dice che il numero di auto nella capitale, una città di più di 5 milioni di abitanti, è raddoppiato a 600.000 dalla caduta di Saddam.


Dedicato a quelli che vincono solo se perdono tutti.













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L’imperativo morale. Ann Clwyd sul Guardian: cosa stavamo aspettando?

La maggior parte degli iracheni adesso riconosce che l’imperativo morale e politico per la guerra era schiacciante. Come i Curdi ci ricordano, le armi di distruzione di massa erano strumenti convenzionali di repressione per Saddam. Le armi chimiche fuorno usate più di 200 volte, e i Curdi si aspettavano che sarebbero state usate di nuovo.
Il regime è costato la vita ad almeno 2 milioni di persone tra guerre e repressione interna, e 4 milioni di iracheni sono stati costretti alla condizione di profughi. Secondo le stime USAID, più di 270 fosse comuni sono state trovate in Iraq. Questi fatti da soli dovrebbero giustificare la guerra. Non ho dubbi che il mondo avrebbe dovuto agire prima.



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I fronti nascosti di questa guerra. Qualche giorno bisognerà parlare anche di tutti gli attentati sventati in tempo.

- Detectives have seized half-a-tonne of the bomb-making chemical ammonium nitrate and arrested eight men in a major anti-terrorist operation.

- Philippine security forces have arrested several militants and seized a large amount of explosives, foiling a plan to bomb civilian targets in the capital Manila, President Gloria Macapagal Arroyo said on Tuesday.




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La risposta agli attentati impedì nuovi attacchi. Cosa sta emergendo dagli interrogatori di Khalid Shaikh Mohammed.
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martedì, marzo 30, 2004
Welcome. Sette nazioni dell’ex-blocco comunista da ieri sono membri di pieno diritto della NATO: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia.
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Hamas e dintorni. Se questo lungo articolo del Time non fosse infarcito di retorica anti-israeliana e non descrivesse la più mortifera macchina da guerra contro civili ebrei come una setta di romantici combattenti per l’indipendenza, potrebbe essere perfino utile dargli un’occhiata per alcune informazioni sull'influenza dell’organizzazione terrorista all’interno della società palestinese.
Sull’uccisione di Yassin Alan Dershowitz la pensa così:

While reasonable government officials can differ as to the wisdom or utility of this particular targeted killing, it is simply wrong to call it unlawful or immoral. Nor is it proper to designate it an "extra-judicial killing", as some have done. All killings committed in combat are extra-judicial killing, but if the target is a combatant such as Yassin, the killing is perfectly lawful, especially if the alternative of arrest is not possible.
This international condemnation of Israel for defending its civilian population against a self-proclaimed terrorist leader sends a dangerous message to terrorists around the world: namely, that a democracy that targets a mass murderer who has sworn to continue his killing rampage is to be condemned as morally indistinguishable from a tyrannical terrorist group that targets innocent civilians.

E questo è il parere di Ariel Cohen:

While not perfect, robust anti-terror operations like targeted killings will remain among the most effective tools in a policymaker's arsenal when diplomacy and deterrence fail. These operations need supporting measures: interrupting terror financing, police coordination, and most importantly, the "war of ideas" -- the battle for hearts and minds of Muslims.
In the absence of effective nation-states able to control global radical Islamist terrorist networks, from Madrid to Gaza to the North Western Province in Pakistan, targeted killings are legitimate acts of national self-defense.

Nel frattempo sembra che un altro «leader spirituale» per poco non abbia fatto la stessa fine.

Per Caroline Glick - al contrario degli Stati Uniti che dopo gli attentati hanno capito di non avere scelta - Israele è ancora intrappolata in una logica pre-11 settembre.

Yet here in Israel it seems that our tolerance will never run out. We continue to distinguish Hamas from the PA even as PA security forces participate in Hamas attacks and carry them out themselves. We willingly finance the PA even though we know that they use their money to finance terrorists, run schools where children are taught to murder, and indeed build an entire society around the cause of our destruction.
We talk about engaging the PA in negotiations when its leaders embrace Yassin and condemn us for killing him. We speak of easing restrictions on Palestinian travel at roadblocks when Fatah entices prepubescent children to commit suicide while committing murder at roadblocks with promises of virgins in heaven. We speak of "containing" terrorism, when the Palestinians openly declare that their aim is the genocide of Jews and call on the entire Arab and Muslim world to join their fight against us.

It has been said that in Israel, everyday is Sept. 11. The question is, when will our leaders finally take it upon themselves to marshal our resources and move us into a Sept. 12 reality?

La compenetrazione tra ANP e Hamas analizzata da David Bedein.
L'uso del linguaggio gioca un ruolo fondamentale nel conflitto fra democrazie e terrore: anche a David Kaspar l’espressione «spirale di violenza» - tanto cara ai media europei - sembra decisamente inappropriata.
Infine Victor Davis Hanson spiega qualcosa a chi pretenderebbe che gli Stati Uniti prendessero le distanze da Israele.





















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Al Qaeda sarà terrorizzata. La risposta europea agli attentati di Madrid: nominato lo «zar anti-terrorismo» nella persona dell’olandese Gijs de Vries. Dipenderà da Solana. Ormai siamo al sicuro.
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Dopo Gheddafi. Sembra che anche la Siria ci stia pensando. Ovviamente è una pura coincidenza.
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La BBC perde i giornalisti ma non il vizio. Sulle sfumature linguistiche dei suoi  articoli online e sulla disinvoltura nelle correzioni. Da The American Thinker.
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Rien ne change. Non sarà forse l’analisi più approfondita che leggerete ma ci sembra che questo commento riassuma abbastanza bene il senso del risultato elettorale francese.
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I panni sporchissimi/2. Ancora a proposito di Oil-for-food.

Some of us here in America are still a bit skeptical about the real motivations behind a couple of our so-called allies' staunch refusal to honor several U.N. resolutions calling for Saddam's removal.
Certainly the truth would provide a much clearer picture about exactly what kind of "stability and peace" Europe really desires. Wouldn't it?

Arnold Ahlert – NYP.

Dove «a bit skeptical» è un eufemismo.






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lunedì, marzo 29, 2004
I panni sporchissimi. Uno degli aspetti più insultanti dello scandalo Oil-for-food è il silenzio degli onusiani e di quelli che tirano fuori il diritto internazionale anche quando ti spiegano cosa hanno fatto nel fine settimana. William Safire invita a tenere alta la vigilanza sulla storia meno raccontata dell'anno.
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Ruanda. L’inferno che il mondo scelse di ignorare.
Sono passati dieci anni dal genocidio. Un reportage del WP descrive la realtà dei bambini del cattivo ricordo, quelli nati dagli stupri etnici. L’Economist si chiede che cosa abbia imparato la comunità internazionale da quella tragedia.
Non abbastanza a quanto pare. Gli assassini incitavano la popolazione al massacro gridando alla radio: «Le fosse non sono ancora abbastanza piene». Le scuse di Annan, per decenza, non le pubblichiamo.

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Addio a tutto questo. Ron Rosenbaum saluta la sinistra e se ne va: ne ha viste e sentite troppe dopo l’11 settembre.
Il NYO ripubblica il suo splendido articolo dell’ottobre 2002 in cui esponeva i motivi del suo sconcerto e svolgeva una lucida analisi delle tare ideologiche che da quelle parti non riescono a scrollarsi di dosso.

Il capovolgimento delle responsabilità

That one paragraph is a useful compression of the entire post-9/11 idiocy of one wing of the Left. That’s what Sept. 11 has come to mean to much of the Left: a wake-up call for American self-hatred. Mr. Hitchens was one of the few who challenged that consensus.

La fuga dalla realtà e dalla storia

Not history to concern oneself with ….
Here’s the analogy: Heidegger’s peculiar neutrality-slash-denial about Nazism and the Holocaust after the facts had come out, and the contemporary Left’s curious neutrality-slash-denial after the facts had come out about Marxist genocides—in Russia, in China, in Cambodia, after 20 million, 50 million, who knows how many millions had been slaughtered. Not all of the Left; many were honorable opponents. But for many others, it just hasn’t registered, it just hasn’t been incorporated into their "analysis" of history and human nature; it just hasn’t been factored in. America is still the one and only evil empire. The silence of the Left, or the exclusive focus of the Left, on America’s alleged crimes over the past half-century, the disdainful sneering at America’s deplorable "Cold War mentality"—none of this has to be reassessed in light of the evidence of genocides that surpassed Hitler’s, all in the name of a Marxist ideology. An ideology that doesn’t need to be reassessed. As if it was maybe just an accident that Marxist-Leninist regimes turned totalitarian and genocidal. No connection there. The judgment that McCarthyism was the chief crime of the Cold War era doesn’t need a bit of a rethink, even when put up against the mass murder of dissidents by Marxist states.

Because America isn’t perfect, it must be evil. Because Marxist regimes make claims of perfection, they must be good.

La cecità, il complesso di superiorità, le scandalose equivalenze morali, l’ipocrisia, l’incapacità di riconoscere i propri errori

So, for my part, goodbye to all that. Goodbye to a culture of blindness that tolerates, as part of "peace marches," women wearing suicide-bomber belts as bikinis. (See the accompanying photo of the "peace" march in Madrid. "Peace" somehow doesn’t exclude blowing up Jewish children.)
Goodbye to the brilliant thinkers of the Left who believe it’s the very height of wit to make fun of George W. Bush’s intelligence—thereby establishing, of course, how very, very smart they are. Mr. Bush may not be the sharpest knife in the drawer (I think he’s more ill-informed and lazy than dumb). But they are guilty of a historical stupidity on a far greater scale, in their blind spot about Marxist genocides. It’s a failure of self-knowledge and intellectual responsibility that far outweighs Bush’s, because they’re supposed to be so very smart.
Goodbye to paralysis by moral equivalence: Remind me again, was it John Ashcroft or Fidel Castro who put H.I.V. sufferers in concentration camps?
Goodbye to the deluded and pathetic sophistry of postmodernists of the Left, who believe their unreadable, jargon-clotted theory-sophistry somehow helps liberate the wretched of the earth. If they really believe in serving the cause of liberation, why don’t they quit their evil-capitalist-subsidized jobs and go teach literacy in a Third World starved for the insights of Foucault?
Goodbye to people who have demonstrated that what terror means to them is the terror of ever having to admit they were wrong, the terror of allowing the hideous facts of history to impinge upon their insulated ideology.
Goodbye to all those who have evidently adopted as their own, a version of the simpering motto of the movie Love Story. Remember "Love means never having to say you’re sorry"?
I guess today, Left means never having to say you’re sorry.

Addio.























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Dieci righe di puro pregiudizio. Dalla pagina delle lettere del «progre» El Periodico de Catalunya, sabato 27 marzo 2004:

Dal momento che ho amici ebrei e conosco molti americani di questa religione, penso che sia molto importante imparare a distinguere fra ebrei e Israele. Sono molti gli ebrei che disapprovano la politica che pratica il governo israeliano e, ciononostante, pagano il rifiuto che questo Stato genera e patiscono l’antisemitismo. Nemmeno favorisce il conflitto il fatto che diversi leaders di opinione ebrei pro-Israele promuovano la falsa idea che essere contro Israele e la sua politica sia essere antisemita. Il vero problema del Medio Oriente si chiama Israele, non giudaismo. Parliamo di uno Stato superbo e minaccioso che rifiuta sistematicamente di adempiere a qualsiasi risoluzione ONU, sostenendo di essere vittima di un terrorismo che esso stesso esercita contro altri popoli. Il pericolo si chiama Israele, non giudaismo. O forse qualcuno si sente più sicuro dopo l’assassinio del leader di Hamas?

Il corsivo è nostro per meglio evidenziare i punti salienti del testo. Questa lettera sembra scritta apposta per dimostrare che cosa sia l’antisemitismo moderno. Nell’ordine: premessa d’obbligo sull’amicizia con ebrei o con persone di religione ebraica (scopo: allontanare da sè ogni sospetto); distinzione fra ebrei e Israele (scopo: preparare il terreno per la condanna dello Stato ebraico senza apparire antisemita); critica iniziale nei confronti del governo israeliano subito estesa allo Stato nel suo insieme colpevole di generare un sentimento di rifiuto (cominciano a trapelare le reali convinzioni dell’autore); l’antisemitismo considerato non come espressione di razzismo ma come reazione alla politica israeliana (convinzioni rivelate definitivamente alla terza riga); accenno ai «leaders di opinione ebrei pro-Israele» (oltraggio: esistono ebrei pro-Israele) responsabili di promuovere false idee (torna l’ombra della teoria cospiratoria); distinzione fra Israele e giudaismo (mica siamo antisemiti, no?) ed indicazione del primo quale «vero problema del Medio Oriente»; l'immancabile superbia di Israele; Israele «sostiene» di essere vittima del terrorismo ma in realtà è esso stesso uno Stato terrorista («contro altri popoli», al plurale tra l’altro); Israele è il pericolo (si ripete perchè risulti ben chiaro); richiamo di circostanza all’assassinio di un capo terrorista quale fonte di instabilità globale.
Manca solo il paragone esplicito Israele-nazismo. Ci vengono allora in soccorso le pagine umoristiche de La Vanguardia (altro quotidiano di Barcellona), come ci segnala Iberian Notes.
E’ normale ascoltare considerazioni di questo genere in Spagna. E’ normale leggere lettere come queste su tutti i principali quotidiani nazionali. Lo stesso sta avvenendo da tempo in molti altri paesi europei. Il vecchio continente è malato. Molto malato.





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L’Islam radicale in Europa. Un luogo sicuro in cui sistemarsi, organizzarsi e da cui lanciare le loro guerre sante.
Questo sembra essere diventato il nostro continente per gli integralisti. Fouad Ajami fotografa una situazione che, come dimostrano le bombe di Madrid, non siamo in grado di controllare. Anche perchè continuiamo ad illuderci di poter scendere a compromessi con chi non ne ha nessuna intenzione.
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domenica, marzo 28, 2004

Era feliz en su matrimonio
Aunque su marido era el mismo demonio
Tenia el hombre un poco de mal genio
Ella se quejaba de que nunca fue tierno
Desde hace ya mas de tres años
Recibe cartas de un extraño
Cartas llenas de poesía
Que le han devuelto la alegría
Quien te escribía a ti versos dime niña quien era
Quien te mandaba flores por primavera
Quien cada nueve de noviembre
Como siempre sin tarjeta
Te mandaba un ramito de violetas
A veces sueña ella y se imagina
Como será aquel que a ella tanto la estima
Será mas bien hombre de pelo cano
Sonrisa abierta y ternura en sus manos
Quien será quien sufre en silencio
Quien puede ser su amor secreto
Ella que no sabe nada
Mira a su marido y luego se calla
Quien te escribía a ti versos dime niña quien era
Quien te mandaba flores por primavera
Quien cada nueve de noviembre
Como siempre sin tarjeta
Te mandaba un ramito de violetas
Y cada tarde al volver su esposo
Cansado del trabajo va y la mira de reojo
No dice nada porque lo sabe todo
Ella es así feliz de cualquier modo
Porque el es quien le escribe versos
El es su amante, su amor secreto
Ella que no sabe nada
Mira a su marido y luego se calla
Quien te escribía a ti versos dime niña quien era
Quien te mandaba flores por primavera
Quien cada nueve de noviembre
Como siempre sin tarjeta
Te mandaba un ramito de violeta.


(Manzanita)









































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sabato, marzo 27, 2004
Più forte di prima. Perchè le udienze alla Commissione sull'11 settembre hanno confermato la validità della dottrina Bush.

Any President's most difficult decision is how and when to defend the American people. As the 9/11 hearings reveal, there are always a thousand reasons for a President not to act. The intelligence might be uncertain, civilians might be killed, U.S. soldiers could die, and the "international community" might object. There are risks in any decision. But when Presidents fail to act at all, or act with too little conviction, we get a September 11.

And a President who takes the oath to protect America has to make difficult, often life-or-death, decisions based on imperfect information. In a world of terrorism and (still unsolved) anthrax attacks on the U.S. Capitol, a President doesn't have the luxury of waiting for French approval or proof beyond a reasonable doubt. In Iraq, the burden was on Saddam--a proven supporter of terrorists, user of WMD and enemy of America--to show he had destroyed the weapons we know he once had. He didn't, and so Mr. Bush acted to protect America and prevent another September 11.




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... non da tutti. Sul fronte orientale invece la memoria è viva. (Grazie a Liberopensiero).
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giovedì, marzo 25, 2004
Gli eroi dimenticati... Dalle prigioni cubane i dissidenti continuano a lottare perchè finisca il lungo inverno dell'oppressione. A nessuno importa nulla: fra pochi mesi i turisti europei affolleranno Varadero, ceneranno nei ristoranti con le quindicenni che Castro vende agli occidentali, scatteranno foto davanti a qualche slogan rivoluzionario, dopodichè torneranno a casa a dire che a Cuba si balla, si canta e si fa sesso quasi gratis. Il paradiso. Contemporaneamente il tiranno continuerà a ricevere le visite dei Lula o dei Kirchner e gli omaggi degli antiimperialisti di tutto il mondo. Qualche blog farà dello spirito sui rifugiati cubani, esprimerà tutta la sua indignazione per «lo scandalo di Guantanamo» e darà del fascista a chi vuole democrazia dove c'è il terrore di stato.
Niente di nuovo sul fronte occidentale.
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Ancora sul cavallo perdente. L'analisi della deposizione di Clarke da Belgravia Dispatch. Un po' di contraddizioni rilevate dal NYP. Al NYT Clarke invece è piaciuto. Ora: anche con tutta la buona volontà è un po' difficile credere che quello che aveva preso sul serio Al Qaeda fosse Bill Clinton.
La questione è politica ovviamente anche se sembra prevalere il fair-play. La cosa più saggia la scrive Peggy Noonan:

The hearings should not have been held, for one reason: Our country at this moment in history should not be focusing time and attention on who made mistakes and why and when. Not that these things don't matter; they do, desperately, and history will be full of the story. But we have a war to fight, a country to protect, and that is what should have precedence. As government officials last week rehearsed their testimony the enemy was planning new horrors for Americans to endure. Right now we should be preparing--taking protective action in our ports and around our nuclear facilities, at our borders, etc. American officials should not be busy testifying; they should be busy making sure every citizen has a CBN suit, a regulation gas mask and data on how to recognize and respond to a chemical, biological or nuclear incident.
The most pressing thing at the moment is making America safer. Instead, our officials are otherwise engaged. As they were before 9/11.




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In Siria ultimamente succedono cose strane. I curdi cominciano a chiedersi «perchè noi no?», un cittadino gira un documentario intitolato «Quindici ragioni per cui odio il Baath», una serie di manifestazioni contro il regime si svolgono in alcune delle più importanti città del paese.
Ovviamente il fatto che tutto questo abbia qualcosa a che vedere con quanto sta accadendo non troppo lontano da lì può venire in mente giusto a quella parte di umanità antropologicamente e moralmente inferiore nella quale orgogliosamente ci riconosciamo.
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Si sono dimenticati un dettaglio: le sue vittime.
Con questo necrologio di Yassin il Guardian scrive un’altra triste pagina del giornalismo occidentale.
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Ricapitolando. La versione aggiornata è la seguente: Bush è criticato per non aver invaso preventivamente l’Afghanistan; allo stesso tempo è criticato per aver invaso preventivamente l’Iraq; l’amministrazione Bush è sotto accusa per non aver fatto fuori Bin Laden prima dell’11 settembre; allo stesso tempo il governo Sharon è sotto accusa per aver fatto fuori Yassin prima di un suo probabile 11 settembre.
Se qualcuno ci spiega ci fa un favore.
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Come puntare sempre sul cavallo perdente. Che le accuse di Clarke a Bush - per di più formulate in quel modo - avessero più o meno la stessa consistenza di quelle di O’Neill (cioè praticamente nessuna) si poteva capire fin dall’inizio (anche se Clarke si era certamente guadagnato sul campo una credibilità superiore a quella di O’Neill): infatti stanno affondando in un mare di contraddizioni con buona pace di quelli che non perdono mai un treno se questo è diretto contro la Casa Bianca. In ogni caso il commento di Glenn Reynolds riassume perfettamente tutta l’ipocrisia dei Bush-haters che oltretutto sono pure convinti di fargli perdere le elezioni con giochetti di questo genere:

And the big question is, what would today's critics have had Bush do back then? What if Bush had invaded Afghanistan in February of 2001, going after Bin Laden in a serious way? He would have gotten the same kind of criticism he's getting now -- from many of the same people who are accusing him of not being preemptive enough against Bin Laden -- for going after Saddam. And such an attack probably wouldn't have stopped the 9/11 attacks, which were outside-Afghanistan efforts. And if the 9/11 attacks had happened anyway, those people would be blaming Bush's targeting of Bin Laden for "triggering" the 9/11 attacks.
You want a revolution in antiterrorism? Fine. We'd all love to see the plan.
Where is it?


Ieri il WP – che è un giornale serio – a modo suo già smontava Clarke.
Qui, se si vuole, ci si può appassionare alla vicenda.






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Per gli amanti delle carte bollate. Un documento del servizio segreto iracheno datato 1993 è soltanto l’ultimo dei tanti riscontri che confermano il legame anche operativo tra il regime di Saddam ed Al Qaeda. Non ci sembra di aver letto la notizia da nessun’altra parte. Forse non è importante.
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Aznar sul WSJ. Parla dell’attentato, dell’opera di manipolazione e disinformazione attuata dall’opposizione politica e mediatica nelle ore successive, della lotta contro il terrorismo. In questo articolo c’è esattamente tutto quel che avrebbe dovuto dire in quei giorni in cui invece si fece sorprendere dagli eventi e si consegnò senza reagire alla strumentalizzazione di avversari privi di scrupoli che - non provando vergogna alcuna - si ersero a paladini di democrazia e di moralità.
Aznar è l’uomo che in otto anni di governo ha portato la Spagna ad una prosperità interna e ad un ruolo internazionale senza precedenti. E’ l’uomo che ha affrontato con coraggio scelte difficili ed impopolari assumendosene sempre la responsabilità. E’ l’uomo che ha collocato il suo paese al fianco delle grandi democrazie contro il terrorismo. E’ l’uomo la cui politica gli elettori - sotto l’effetto delle bombe e della propaganda - hanno deciso di rimpiazzare con quella della sinistra irenista.
E ‘l modo ancor m’offende, direbbe uno più importante di noi.
Non abbiamo mai creduto molto alla tesi piuttosto comune in democrazia secondo la quale il popolo sarebbe migliore dei suoi governanti. Può suonare amaro, ma dopo aver vissuto qui negli ultimi due anni ci crediamo ancora meno.
Aznar esce di scena. Lo rimpiangeranno.



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mercoledì, marzo 24, 2004
...

No me conformo, no: me desespero
como si fuera un huracán de lava
en el presidio de una almendra esclava
o en el penal colgante de un jilguero.
Besarte fue besar un avispero
que me clama al tormento y me desclava
y cava un hoyo fúnebre y lo cava
dentro del corazón donde me muero.


(Miguel Hernández)










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In morte di un terrorista/2. Hamas ha un nuovo leader, un po’ meno spirituale del precedente ma ugualmente criminale. Certo eguagliare le gesta dello sceicco non sarà semplice: quattrocentoventicinque attacchi in tre anni sono roba da professionisti. A pensarci a mente fredda la reazione sdegnata dell’Europa (Gran Bretagna compresa) disturba ancora di più. Anche gli Stati Uniti si sono dimostrati piuttosto tiepidi nell’appoggio ad Israele. Non una grande prova questa volta. Qui si ricorda tra l’altro come Hamas reagì agli accordi di Oslo (sveglia: è la pace che scatena i terroristi) e qui c’è una raccolta di alcune frasi celebri del fu Yassin.
Il Jerusalem Post spiega perchè la sua morte è un duro colpo inferto ai terroristi anche se questo non porterà ad una cessazione immediata delle violenze e si chiede se le stesse critiche e le stesse riserve espresse dalla comunità internazionale si produrrebbero dopo l’uccisione di Osama Bin Laden. Non con la stessa intensità di sicuro, ma saremmo pronti a scommettere che anche in quel caso qualcuno protesterebbe.

Pay no attention to those who say that because a battle did not win the war, it was not worth fighting. It was not a counterproductive act, even though Hamas will attempt to "retaliate." What is counterproductive is to allow leaders who organize and fuel terror and call for Israel's destruction to enjoy personal immunity.
Israel has no option of losing this war, which is not about territory, but our existence. Our options are only to win more quickly, or to prolong it through our own ambivalence over whether to fight.


Nemmeno Haaretz mette in dubbio che l’uccisione di Yassin sia giustificata e, anche se mantiene le riserve sulla sua reale efficacia almeno nel breve periodo, riconosce che solo nel lungo se ne potranno comprendere fino in fondo le implicazioni.





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L’anello debole. In un’intervista radiofonica Miguel Angel Moratinos - futuro ministro degli esteri nel governo Zapatero - ha offerto ieri un’anteprima della Spagna che verrà. Dopo aver confermato che entro il trenta giugno le truppe se ne andranno dall’Iraq, condannato l’uccisione di Yassin come un attentato al dialogo e alla pace, ribadito il suo appoggio per l’ANP e il suo leader, ha concluso la sua performance con un'affermazione rivelatrice: l’intervento in Iraq non avrebbe nulla a che vedere con la lotta al terrorismo perchè il suo obiettivo erano le armi di distruzione di massa e non Al Qaeda. A parte ogni altra considerazione, è piuttosto deprimente notare come ad un uomo cui saranno affidate importanti responsabilità di politica internazionale non venga nemmeno in mente che la connessione tra WMD e terrorismo sia precisamente la principale minaccia che incombe sulle nostre società.
Moratinos è in fondo la rappresentazione dell’incapacità di un continente di comprendere la natura del proprio nemico mortale. L’Europa della pace celeste non concepisce la lotta al terrorismo nella sua globalità, non riesce a collocarla in una prospettiva di lungo termine, la decontestualizza continuamente. Così l’affermazione ricorrente secondo cui la guerra in Iraq avrebbe sottratto risorse a quella contro Al Qaeda - oltre ad essere priva di fondamento – diventa il segnale di una miopia piuttosto preoccupante soprattutto quando proviene dalla nostra classe dirigente.
Il Pacifico, l’Africa, l’Europa erano tre fronti diversi di una stessa guerra sessant’anni fa: quella contro il nazifascismo. Oggi non è diverso. Anche allora le democrazie non poterono permettersi il lusso di non combatterla. Su tutti i fronti. Anche allora si trovarono davanti un’ideologia di morte volta alla conquista, alla sottomissione e all’eliminazione dell’avversario, che non esitò a stringere alleanze con chiunque ne potesse condividere gli obiettivi e che rese necessaria una risposta a tutto campo (ideale e militare) in difesa dei fondamentali principi di civiltà. Purtroppo anche allora in Europa sentimmo per tempo le campane a morto ma pensammo che suonassero per qualcun altro.

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martedì, marzo 23, 2004
L'Italia liberale in America. Daniele Capezzone e Matteo Mecacci sul Washington Times.
Ovviamente per i nostri progressisti sono due fascisti.
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In morte di un terrorista. Dire che Yassin era il «leader spirituale» di Hamas è un po’ come dire che Hitler lo era delle SS. Eppure è questa la definizione più gettonata per descrivere un uomo che ha sulla coscienza le vite di qualche centinaio di israeliani mandati all’altro mondo dai suoi uomini-bomba.
Yassin non è più tra noi e se volete lacrime dovete andare su qualche altro blog. Siccome ovviamente è subito scattato il riflesso condizionato secondo il quale il suo assassinio scatenerà i terroristi suicidi sarebbe utile che qualcuno una volta o l’altra ci spiegasse che cosa esattamente non scatena i terroristi suicidi. Se fosse solo per Yassin e la sua organizzazione di mutuo soccorso (Hamas) oggi parleremmo di Israele e degli ebrei come di una parentesi chiusa. Proprio come faremmo se avessimo lasciato agire fino in fondo quell’altro leader spirituale ed i suoi ragazzotti un po’ vivaci.
La condanna per la sua uccisione (peraltro un tipico caso di uso mirato della forza) – non c’è nemmeno bisogno di dirlo - è quasi unanime, come mai avviene per gli attentati contro civili sugli autobus o nei ristoranti di Gerusalemme o Tel Aviv.
La doppiezza è dilagante anche perchè tutti fanno precedere le loro esternazioni da un «Riconosciamo le ragioni di Israele all’autodifesa ma...». Ma cosa? «Spirale di violenza», denunciano preoccupati. Invece se a colpire sono solo i terroristi non c’è spirale e stanno tutti più tranquilli.
Ritiro da Gaza e resa dei conti con le organizzazioni terroristiche: sembra questa la strategia che gli israeliani sono intenzionati a perseguire. Questa analisi colloca l’azione di Israele nella prospettiva più generale di una guerra al terrore in cui nessun compromesso è possibile. Intrappolata in un gioco perverso di morte in cui solo i terroristi potevano dettare le regole e le condizioni, Israele è passata al contrattacco rovesciando l’equazione della sicurezza:

Israel's main problem was to escape the cycle of murder and negotiation that was slowly bleeding it to death. No matter how horribly Israel was attacked it was always expected to return, in an attitude of abjection, to the negotiating table. The Jihadis learned that any Israeli counteroffensive could be aborted by throwing the prospect of further talks into its path. Israel's superiority on the battlefield would be nullified because it would always be restrained by the "Peace Process", a misnomer if ever there was one. But the operation against Yassin reverses the dynamic. By striking at so senior a terrorist target, the Jihadis will be in no mood for negotiations. They themselves will cast away the Peace Process and sheer fury will make them forswear their favorite tactic, the faux hudna -- thereby granting Israel a meeting on the battlefield. For this is Israel's mortal challenge to Hamas which has often said it would kill the last Jew. The message, now ringing in their ears, is that the Jew will kill the last terrorist, beginning at the top.

Tutti quelli che adesso si accorgono improvvisamente di essere seduti su una polveriera con il rischio di saltare in aria sono in clamoroso ritardo. E’ da tempo che il terrorismo sta cercando di far esplodere le fondamenta sulle quali si reggono le nostre società. Aspettare l’occasione propizia per scaricare le responsabilità di tutto questo oggi su Sharon, come ieri su Bush, Blair o Aznar non è soltanto terribilmente stupido ma moralmente vergognoso, ipocrita, vigliacco.







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Altri scritti contro la resa ai fascisti. Andrew Sullivan: grandioso. Michael Costello dall’Australia. Di nuovo André Glucksmann (in francese) intervistato da Le Figaro.

Face à une si féroce volonté d'annihilation, par quelle perversion de l'intelligence peut-on en arriver à montrer du doigt non ses suppôts ou ses agents, mais ceux qui, d'une manière churchillienne, ont dénoncé, identifié et combattu, dès le premier jour, la rage de destruction qui agite l'Internationale hyperterroriste ? Quel défaut de clairvoyance faut-il pour substituer au mot d'ordre «ETA y Al Qaida, Basta ya !» le slogan «Aznar, Basta Ya !» et exorciser une menace planétaire en brandissant de charmantes pancartes ornées du mot «Paz !» ?



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Se la sinistra fosse questa. Sfortunatamente è un’altra.
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Todo bien. Come se niente fosse i media spagnoli (gli stessi che avevano promosso la gloriosa «campagna di mobilitazione democratica contro gli inganni del PP») riferiscono che sul fronte investigativo le indagini stanno portando ogni giorno a nuovi risultati: dal momento che a condurle sono gli stessi organi di polizia e di intelligence che se ne stavano occupando prima delle elezioni e che i suddetti dipendono ancora dallo stesso esecutivo che era in carica prima delle elezioni vorremmo capire esattamente come sia possibile che i manipolatori, incompetenti e bugiardi di prima delle elezioni stiano improvvisamente facendo un buon lavoro dopo le elezioni.
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Voleva essere sicuro. Si parla del principale sospettato per gli attentati di Madrid:

Quando Mr. Zougam è arrivato in tribunale dopo cinque giorni di isolamento, si dice che abbia chiesto agli impiegati: «Chi ha vinto le elezioni?».

Tranquillo Jamal, missione compiuta.



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lunedì, marzo 22, 2004
Altri scritti contro la resa ai fascisti. André Glucksmann è da sempre in prima linea contro l’asse degli appeasers nei confronti del totalitarismo islamico. Oggi la copertina è sua.

Mad is the European who thinks himself immune for having opposed Saddam Hussein's overthrow. No accommodation provides insurance against attack. No public building, no train platform, no sidewalk is spared by the Islamist butchers. "Death train," "death's black smoke," "the wind of death," the bleak metaphors fly over the borders in the name of al Qaeda. The bombs in Madrid, they say, are the "answers to the crimes you have committed worldwide . . . in Iraq and in Afghanistan."
In manipulating the Spanish election, terrorism proclaims its gospel and applies it in practice.

Right at the moment, fearing to confront the true culprit, a virtual culprit was caught in Spain. Mr. Aznar replaced Osama bin Laden. A magic trick--an exercise in exorcism. With no grip on the true mastermind, some voters find imaginary guilt and decide to symbolically kill through the ballots their own head of government. Illusionists arise to face the blackmailers, a consoling witchcraft dreams of itself as a worldwide antiterrorist operation. In front of the candles lighted for the victims, banners cursed the demons: In small case the Basque terrorists "ETA," then "bin Laden," in bigger letters "Bush," while the huge letters spelled "Aznar." The world is upside down.

Upside down. Capovolto.






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Leggeri come una piuma. «Che sollievo». El Periodico de Catalunya titolava così uno dei numerosi articoli dedicati alle manifestazioni pacifiste di sabato con riferimento all’allegria dei manifestanti per essersi liberati del governo Aznar e dimostrando come questa fosse per molti l’unica cosa che realmente contava.
Come si sente la Spagna dieci giorni dopo gli attentati di Madrid? Sollevata. Vedete com'è facile?
P.S. Quella del Periodico di ieri è stata probabilmente una delle edizioni più vergognose della sua storia. Interamente dedicato alla sconfitta di Aznar riproponeva ad ogni articolo la tesi della manipolazione informativa da parte del governo con un’insistenza da pamphlet ideologico di quart’ordine.
Il linciaggio politico e mediatico post-attentato organizzato nei confronti di una classe dirigente che ha fatto della Spagna una nazione politicamente ed economicamente di primo piano veniva ovviamente venduto come «ribellione democratica» di un popolo «stanco di essere ingannato». La lotta al terrorismo semplicemente ridicolizzata. La ricostruzione dell’Iraq come sempre ridotta a caricatura. Propaganda come questa uccide le vittime dell’11 marzo una seconda volta. Ma qui sembrano non accorgersene. Pace e bene.
Walid Phares – osservando correttamente che il principale errore del governo è stato quello di non impegnarsi in una campagna di informazione di massa sulla guerra al terrore esponendosi così alla campagna di disinformazione di massa dei suoi oppositori – conclude:

The Spanish people were left alone without intellectual defenses, not only as it pertains to the Jihadists, but under the influence of the Wahabi-funded constellation of much of the media as well.

In a sum, this was a sort of a psychological coup d'etat conducted from the outside with support on the inside. It was most probably carried out by al Qaeda on the ground, but most likely provoked by a greater consensus of powers. To stop the greater Middle East initiative undertaken by the US and its Allies, you need to dismantle its tools. In order to do so, you must destroy the Coalition-of-the-Willing. You would concentrate on its weakest component, in this case, Spain. All you would need to do is to bring down its government -- staging an electoral coup initiated by a terror act a few days before the elections is certainly possible, as we have just witnessed.


Dopo aver reso omaggio sul NYT ai critici dell’appoggio di Aznar a Bush, Antonio Muñoz Molina tuttavia non può fare a meno di riconoscere quanto segue a proposito del clima di disimpegno che si respira in Spagna:

I have nevertheless had the unsettling feeling these past days, since the election, that many Spaniards, jubilant over the Socialist victory, have forgotten the larger, external threat of Al Qaeda. It is as if the slaughter of March 11 were merely one more episode in Spain's internal politics. The day before the elections there was an urgent desire to know who was to blame for the carnage. Mr. Aznar's government was accused of covering up information. No one accepted the argument that caution and secrecy were needed in the pursuit of the most vicious criminals in the recent history of Europe.
Then, once the results of the elections became known, the identity of the terrorists seemed secondary, even forgotten: it was no longer useful as a tool against the ruling party. These days in Madrid, one has the disturbing impression that for many prominent leftists, the enemy was the Popular Party, not terrorism. Their belief seems to be that with the Aznar government gone, terrorism will vanish without our having to do anything other than showing a unconditional wish for peace. Even the signs of mourning — the black crepe flags and candles — are disappearing much too quickly, as if a hurried will of forgetfulness is overtaking us.
We are facing a new terrorism, not the old enemy that has tormented us from within for so long. I wonder if we realize the seriousness of the threat. A war continues to be waged, even though we do not want to see it, even if Mr. Aznar is no longer at the helm of government and our soldiers return tomorrow from Iraq.














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Iraq un anno dopo. Mark Steyn confronta le previsioni catastrofiche dei naysayers con la realtà. Ancora una volta – e nonostante tutte le difficoltà del caso – un brutto risveglio per le interessate cassandre dei nostri tempi.
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Dedicato a quelli della realtà parallela.

«Il mio avversario ammette che Saddam Hussein era una minaccia, solo che non approva la mia decisione di rimuoverlo dal potere. Forse sperava che Saddam avrebbe perso le prossime elezioni irachene».

George Bush al meeting elettorale di Orlando.



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I treni arrivavano in orario. Attenzione. Professionisti dei diritti umani in azione:

Yes Iraqis suffered under this man, but people in Iraq are not suffering any less in their daily life now, what order there was - even under a dictator - is gone. Whatever we see now is no fundamental improvement.

Hans von Sponeck, ex coordinatore ONU per gli aiuti umanitari in Iraq rimpiange in un’intervista al Guardian l’epoca di Saddam.



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I nostri statisti. De Villepin ha dichiarato in un’intervista a Le Monde che il mondo è meno sicuro oggi a causa dell’intervento americano in Iraq. «Il terrorismo non esisteva prima in Iraq. Oggi l'Iraq è uno dei principali focolai del terrorismo mondiale». Qui in cinque righe si spiega perchè i politici europei alla De Villepin stanno vivendo in una realtà parallela.
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Ma non doveva favorire gli estremisti? In Malaysia il partito del premier Abdullah Ahmad Badawi sconfigge di larga misura alle elezioni l’opposizione radicale islamica.
Quando i cittadini possono dire la loro può capitare perfino che l’islamismo moderato governi (Turchia) e che quello fondamentalista esca ridimensionato.
Si chiama democrazia, do you know?

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Se fosse successo a Washington? Un giornalista tedesco che stava investigando su casi di corruzione all’interno dell’Unione Europea è stato arrestato e minacciato dalla polizia belga.
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domenica, marzo 21, 2004
Questo è tutto quel che sappiamo fare.
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venerdì, marzo 19, 2004
Por qué? Questo di Ana Millàn Gasca (l’ultimo della pagina) è un ottimo articolo per capire qualcosa di più di questo paese che ognuno di noi pensa di conoscere finchè non ci viene a vivere.

Solo la mancanza di cultura storico-politica può spiegare la totale unanimità dell’opinione pubblica spagnola di fronte agli sviluppi successivi all’11 settembre e alla guerra in Iraq. La mancanza totale di confronto e di discussione. La Spagna odia gli americani perchè non conosce nè ha assimilato il ruolo degli Stati Uniti nel novecento, in particolar modo durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda. La Spagna ha una profonda ostilità anti israeliana perchè non ha un quadro di riferimento storico del problema sottostante.

Un titolo come quello di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera all’indomani delle elezioni, “Monaco 1938, Madrid 2004”, più che criticato, in Spagna non verrebbe capito. La Spagna è pacifista perchè ha “rimosso”, perchè è timorosa di guardare lucidamente al passato.




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1972 su The American Thinker. Seconda puntata.
Thank you again.

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Altri scritti contro la resa ai fascisti. Mark Steyn

At the end of last week, American friends kept saying to me: "3/11 is Europe's 9/11. They get it now." I expressed scepticism. And I very much doubt whether March 11 will be a day that will live in infamy. Rather, March 14 seems likely to be the date bequeathed to posterity, in the way we remember those grim markers on the road to conflagration through the 1930s, the tactical surrenders that made disaster inevitable. All those umbrellas in the rain at Friday's marches proved to be pretty pictures for the cameras, nothing more. The rain in Spain falls mainly on the slain. In the three days between the slaughter and the vote, it was widely reported that the atrocity had been designed to influence the election. In allowing it to do so, the Spanish knowingly made Sunday a victory for appeasement and dishonoured their own dead.

Victor Davis Hanson

The Spanish will never go after the killers of their own citizens, much less the countries who provided them support and succor, just as the Western Europeans did nothing to stop Mr. Milosevic, just as they sent a token force to Afghanistan, and hardly any to Iraq, and just as the Greeks will do nothing if their Olympics are destroyed by waves of Islamic terrorists. We should not like all this, but we also should not deny that it is so.

Alain Finkielkraut

E’ incredibile lo scarto tra il comportamento reale degli europei e il modo con cui lo vivono. L’Europa, titolano i giornali, è sul piede di guerra: ma non è vero. L’Europa, al contrario, dice basta, si ritira. Certo si faranno riunioni, si creerà una nuova burocrazia poliziesca e si riempiranno i treni di cani poliziotto per cercare valigie piene di esplosivo. Ma questa non è la lotta contro il terrorismo. Lottare contro il terrorismo è andare a cercare i terroristi. E a questo l’Europa ha rinunciato.

In questo contesto la pace diventa l’obiettivo supremo, non in quanto obiettivo politico di mutuo riconoscimento, ma in quanto ‘sicurezza’. La pace nel senso di ‘lasciateci in pace’, ‘fateci stare tranquilli’.












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Al contrattacco (era ora). Il governo spagnolo (uscente) rende pubblici i rapporti del servizio di intelligenza nazionale che ricostruiscono minuto per minuto tutti i passaggi essenziali del periodo 11-14 marzo. Ovviamente adesso diranno che il dcumento non serve a nulla perchè viene dall’esecutivo.
Ma chi ha vissuto qui quei giorni e non è accecato dalla malafede sa benissimo che chi ha mentito e chi ha fatto politica sui morti di Madrid non è stato Aznar.
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Il sol dell’avvenire. Da quattro giorni la Cadena Ser celebra la sconfitta dei popolari. Non c’è trasmissione (compresa la cosiddetta Tertulia de los niñosConversazione dei bambini) che non ci spieghi quanto sia bello e buono Zapatero e quanto questi siano giorni gloriosi per la Spagna recuperata alla civiltà democratica. Mercoledì andava in onda un dibattito in cui uno dei protagonisti era – come ogni settimana - Santiago Carrillo: per chi non lo sapesse si tratta dell’ex segretario del Partito Comunista Spagnolo, figura storica dell’antifranchismo militante ma allo stesso tempo formata alla scuola dello stalinismo (che ha praticato convintamente nel corso della sua esperienza politica). Oggi fa parte delle nuove brigate internazionali della pace. Piccolo inciso: una delle tante perniciose conseguenze delle dittature fasciste è che consentono a chiunque vi si sia opposto di accreditarsi automaticamente come «democratico». Questo equivoco è un macigno che condiziona pesantemente la nascita e lo sviluppo di una società autenticamente liberale. Infatti nè l’Italia nè la Spagna possono considerarsi tali.
La conversazione (parlare di dibattito sarebbe eccessivo) cadeva sul ritiro dall’Iraq annunciato da Zapatero: «E’ una buona decisione a questo punto?», azzardava la conduttrice. «Eccellente» - rispondeva ovviamente Carrillo - «Fu una pessima idea andarci, è un’ottima idea ritirarsi». Logica impeccabile, da membro del Comintern. Che la gran maggioranza degli iracheni reclami la presenza delle truppe per la propria sicurezza è pensiero che può sfiorare soltanto le menti semplici che non stanno a sinistra. «E con la presenza dell’ONU?». «L’ONU non dev’essere solo una copertura per permettere alle truppe di occupazione di continuare a fare ciò che stanno facendo», rincarava un secondo interlocutore.
Che per le menti semplici sarebbe contribuire alla ricostruzione di un paese dopo trent’anni di dittatura, ma per quelle più sottili evidentemente no: stupri, assassini, violenze, abusi di ogni sorta. E via di questo passo, come di consueto. Che la guerra al terrorismo non rientri nell’orizzonte di questi signori è evidente. Quel che è ancora più grave però è che non vi rientra nemmeno il terrorismo. Un punto di vista purtroppo condiviso dalla maggioranza degli spagnoli. Ma lasciamo concludere Carrillo: «E’ vero che dobbiamo lavorare con l’intelligence per fermare i terroristi, ma dobbiamo stare attenti a non sopravvalutare la loro minaccia». Sembra Blix. Certo che sentir pronunciare parole come queste a neanche una settimana dai duecento morti di Madrid fa uno strano effetto. «Per esempio» - conclude – «non dobbiamo fare come gli Stati Uniti che hanno limitato fortemente le libertà dei cittadini». Che – detto da uno stalinista – non è niente male. Ecco: qui è tutto surreale come questo dialogo e da un bel po’ di tempo.
E infatti non è successo niente, no?


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Quinta colonna. La Cadena Ser è un’emittente radiofonica vicina al PSOE. In realtà questo è un eufemismo: è la macchina di propaganda della sinistra spagnola. «Progre» (sta per progresistas) si chiamano e si fanno chiamare qui e poco importa che il più delle volte questa definizione si traduca nel suo esatto contrario. E’ dalla Cadena Ser che è partito – poche ore dopo l’attentato – il tam tam mediatico che ha finito per dipingere come una banda di mentitori professionisti  un governo il cui errore era stato invece quello di dare troppa informazione troppo in fretta. E’ stata la Cadena Ser (subito seguita dalle stazioni radiotelevisive autonomiche) a farsi megafono delle manifestazioni «autoconvocate» nelle quali si accusavano i popolari di tutto quanto fosse umanamente possibile. E’ soprattutto grazie alla Cadena Ser che il clima di dolore si è trasformato in incitamento alla vendetta politica.
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mercoledì, marzo 17, 2004
Sovranità limitata. Qui Spagna: il terrorismo ha ormai in mano la politica di questo paese. Il gruppo integralista che ha rivendicato gli attentati dell’11 marzo ha inviato oggi un comunicato in cui dichiara la sospensione degli attacchi dopo la vittoria del PSOE. Il testo è agghiacciante: «Abbiamo dato l’opportunità al popolo spagnolo di scegliere tra la guerra e la pace, e ha scelto effettivamente la pace votando il partito che è contro l’alleanza degli Stati Uniti d’America nella sua guerra particolare contro l’Islam». Continua: «La direzione di Al Qaeda sospenderà queste azioni in Spagna finchè si conoscano le intenzioni del nuovo governo, che ha promesso il ritiro dell’esercito spagnolo dall’Iraq, e finchè si dimostri che non interviene negli affari dei musulmani». Il comunicato chiude con minacce agli altri alleati e con la promessa di un attentato in America prima delle elezioni di novembre.
Che si consideri o no attendibile un messaggio di questo genere (ma se è attendibile la rivendicazione del massacro allora lo è anche questo comunicato) è chiaro che il ricatto terrorista incomberà su questo paese tutti i giorni che Dio (o Allah) manderà in terra. E che la prima conseguenza della resa nei confronti del fanatismo assassino è la limitazione della propria sovranità e dei propri diritti.
Il fatto stesso che qualcuno abbia potuto concepire un simile messaggio è la drammatica dimostrazione di come i carnefici dell'11 marzo non solo siano stati in grado di determinare l’esito di un’elezione democratica ma si apprestino a dirigere con il terrore il corso degli eventi all’interno delle nostre società.

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Altra strage di civili. Va letta come la risposta all’intollerabile provocazione costituita dalla presenza di iracheni in Iraq.
Di fronte ad una situazione di questo genere la resistenza non può fare a meno di agire almeno fino a quando i corpi estranei non saranno stati definitvamente eliminati o costretti ad abbandonare il paese. Onore e gloria ai combattenti. 
Va bene così?

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Il nuovo corso. Oggi in Spagna si sono svolti i funerali religiosi delle vittime dell’11 marzo. Sono 201 per adesso ma restano ancora gravi le condizioni di alcuni feriti.
Il marocchino Jamal Zougam è al momento l’uomo-chiave delle indagini. Si ritiene che abbia preso parte materialmente alla strage e che abbia avuto un ruolo anche negli attentati di Casablanca. Se ETA abbia collaborato o meno con il terrorismo islamico nell’organizzazione dell’attacco resta una domanda al momento senza risposta. Anche se finora non ha trovato conferma nei fatti rimane un'ipotesi plausibile. E’ curioso che per trovare un’informazione decente si debba andare sul Corriere della Sera. Eppure il nuovo corso dovrebbe essere già iniziato e l’odiosa censura abolita.
Il mondo della cultura, puntuale come un orologio, ha espresso ancora una volta la propria superiorità morale ed intellettuale. Pedro Almodovar, nel corso della presentazione del suo ultimo film, ha dichiarato testualmente: «Questa terribile settimana è terminata con una notizia liberatrice, peccato aver dovuto pagare un prezzo così alto». Ma dai, Pedro, se ci pensi bene ne è valsa la pena. In fondo cosa sono duecento assassinati in confronto alla testa di Aznar? Il regista ha poi accusato i popolari di aver tentato un «golpe» sabato notte e ha concluso dicendo che in Spagna finalmente è tornata la democrazia dopo otto anni di oscurantismo (nei quali come è noto a lui è stato impedito di lavorare, di vincere Oscar e di arricchirsi).
Ma che bello questo nuovo corso.
In Catalogna intanto sono tutti contenti: gli «eredi di Franco» fuori dai piedi, il tripartito a guida socialista rafforzato dal voto dopo la brillante performance dei primi mesi di governo, Carod Rovira (quello degli accordi con ETA) che moltiplica per otto i suoi seggi. Ora che il suo modello di lotta al terrorismo sarà adottato a livello nazionale Madrid non è più così lontana.
Ieri un quotidiano sportivo catalano pubblicava in copertina una foto del nuovo presidente del governo e il titolo: «Un culé alla Moncloa» (dove per culé si intende tifoso del Barcellona). E’ una svolta. Come se non bastasse Aznar era anche del Real.
Chirac e Schroeder hanno invitato Zapatero a costituire un «fronte comune contro le cause del terrorismo». Per quello contro il terrorismo invece c’è tempo. L’approccio è tipicamente all’europea – le «cause» ovviamente sarebbero la povertà e la diseguaglianza, non certo l’ideologia e la dittatura - ma questo è quel che attende gli spagnoli nei prossimi quattro anni. Auguri. Ne abbiamo bisogno tutti.
Le reazioni suscitate nella stampa e nell’opinione pubblica internazionale dai risultati delle elezioni di domenica sono generalmente ignorate dai media locali o trattate con sufficienza. Stasera la radio catalana ironizzava sul fatto che Bush avesse dichiarato che le truppe spagnole dovevano mantenere il loro impegno perchè «è questo che gli iracheni vogliono». Qui non sanno che è vero. Qui la realtà non ha avuto cittadinanza nell’ultimo anno e mezzo. Tutti danno per scontato il ritiro: Zapatero ovviamente non ha nessuna intenzione di ripensarci anche perchè lo deve a un po’ di persone. Pare (noi non lo abbiamo sentito) che abbia dichiarato in conferenza stampa: «Non si può bombardare un paese tanto per farlo».
Lo statista non si riferiva ad Al Qaeda e alle Torri Gemelle; non si riferiva ai terroristi di Atocha. Parlava di Bush. Che giusto ieri l’ha chiamato per congratularsi. Questi americani, i soliti ingenui. Non hanno ancora capito che c’è un nuovo corso.







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La Spagna della pace celeste. Dicevano i media che il popolo era assetatissimo di verità nelle notti di venerdì e sabato scorso. Dicevano che non poteva più aspettare, che voleva sapere tutto e che le ore di incertezza che lo separavano dall’attentato del giorno prima erano la dimostrazione dell’ultimo intollerabile abuso che il governo autoritario di José Maria Aznar stava perpetrando ai suoi danni. Da qui le manifestazioni «spontanee», da qui la rumorosa indignazione che spingeva folle di manifestanti a circondare le sedi del Partito Popolare nelle maggiori città del paese.
La storia dei quattro giorni che hanno cambiato la Spagna (e non solo) non è poi così difficile da capire se solo si considera che da domenica notte tutta quell’ansia di verità si è improvvisamente placata. Le indagini proseguono al ritmo con cui erano iniziate ed un quadro complessivo di quanto successo è ancora lungi dall’essere delineato nonostante gli arresti degli ultimi giorni. Ma il popolo non ha più fretta. Non teme nemmeno più di essere ingannato. Non urla più la sua rabbia e il suo desiderio di giustizia. Perchè? Forse perchè quei media e quel popolo hanno ottenuto quel che stava loro a cuore. E non era esattamente «la verità tutta la verità». Domenica sera Aznar non contava più niente. Nemmeno il terrorismo contava più niente. Per qualcuno nemmeno i duecento morti contavano molto. Contava solo Zapatero e la nuova Spagna della pace celeste. Al popolo - che in quelle notti ci veniva descritto come la coscienza critica di un paese ottenebrato dalle menzogne della junta della Moncloa - non sembra interessare troppo come questo sia potuto accadere. In fondo già conosce la risposta.
P.S. Questa ricostruzione è ineccepibile. Degli errori del PP nella gestione della crisi abbiamo già parlato. Del linciaggio organizzato a cadaveri ancora caldi dall’opposizione politica e mediatica non si parlerà mai abbastanza.

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Così, per saperlo. La lista dei paesi che hanno truppe in Iraq e che andranno al voto nei prossimi due anni.
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martedì, marzo 16, 2004
Robert Kagan ed Andrew Sullivan.
L'amaro
editoriale del Foglio.


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Soltanto un incidente di percorso. Per chi ha vinto le elezioni di domenica, l’11 marzo è una pagina da archiviare velocemente. C’è sì il dolore da rispettare, il ricordo delle vittime da onorare, il lutto da mantenere. Ma presto e inesorabilmente il più grave attacco terroristico ad una democrazia occidentale dopo quello dell’11 settembre sarà derubricato alla voce «tragedia» in modo da evitare complicazioni. C’è una gran voglia di lasciarsi tutto alle spalle e di tornare ad occuparsi di quel che è familiare, che si è in grado di gestire, che è più semplice pensare: la sanità, l’educazione, la scuola. Zapatero ha un bel dichiarare che la lotta al terrorismo è una sua priorità ma oggi uno dei temi ricorrenti delle interviste ad esponenti socialisti era l’abolizione dell’ora di religione. Non ci sarebbe nulla di male nel desiderare un ritorno alla normalità dopo aver vissuto momenti drammatici: se non fosse che ancora una volta questa presunta normalità sarà fondata su una colossale rimozione. Non ci è voluto molto perchè l’11 settembre scomparisse dall’orizzonte politico e culturale di un intero continente; ci vorrà ancora meno perchè l’11 marzo venga svuotato del suo significato. Già oggi si percepiva che la consegna era passare oltre, dimenticare in fretta un incidente di percorso che potrebbe costringere a confrontarsi con la realtà chi invece pensa di aver ben altro da fare. L’idea che qualche arresto ed un giudizio davanti a un tribunale possano chiudere l’intera vicenda è già abbastanza diffusa qui in Spagna. Come se questa non fosse una guerra, ma un caso come un altro di omicidio plurimo.
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«Lasciateci in pace». In Spagna nessuno mette in discussione che la vittoria dei socialisti sia stata determinata dal massacro di giovedì scorso. Chi non vuole ammetterlo piuttosto non ne parla ma tutti ne sono consapevoli. Solo Zapatero per ovvie ragioni lo nega nelle interviste ufficiali ma intanto alla prima occasione annuncia il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq entro il 30 giugno. Zapatero a suo modo è un uomo coerente: era sempre in prima fila nelle manifestazioni pacifiste dello scorso anno, si è sempre opposto all’intervento che ha liberato l’Iraq, ha sempre riservato tutta la sua indignazione a quanto Aznar e Bush stavano facendo nella lotta contro il terrorismo.
Un classico esempio di politico fermo al 10 settembre 2001 e non per nulla leader di un grande partito della sinistra europea. Il futuro capo del governo spagnolo usava ripetere durante gli indimenticabili giorni delle mobilitazioni antiamericane lo slogan «Lasciateci in pace». Un inno al disimpegno che è diventato il lemma del suo partito nel corso della campagna elettorale.
La Spagna lo ha votato perchè lo vuole così e perchè dopo la strage dell’11 marzo ha definitivamente deciso che non vale la pena combattere la guerra che il terrorismo ha dichiarato e che è meglio nascondersi: chissà che non ci vedano, hanno pensato gli spagnoli, e ci lascino in pace. Zapatero è il capo di governo ideale di questa Spagna che tutti – oltreoceano – consideravano un alleato fedele contro il cancro terrorista ma il cui impegno in prima linea si doveva soltanto al senso di responsabilità di quella classe dirigente che tra il giovedì di sangue e la domenica della paura è stata invece severamente castigata. «Lasciateci in pace», dice la Spagna. Ma non lo dice ai terroristi che l’hanno colpita: lo dice ai politici che le ricordano che i terroristi possono colpirla, che provano anche a fare qualcosa per impedirlo e che dopo un attacco hanno perfino la malsana idea di affermare che forse bisogna fare di più.
La Spagna, come l’Europa, non ha voglia di tutto questo. Non vuol essere disturbata, ha altro a cui pensare.
Ecco perchè Zapatero è l’uomo giusto per questo paese.
Bambi – lo chiamano così i suoi avversari politici – oggi ha fatto la dichiarazione che tutti si aspettavano da lui: via dall’Iraq. Andate in pace.




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Due articoli. Molti blog lo hanno già citato, ma questo pezzo di Magdi Allam sul Corriere di ieri è davvero impressionante.
Per quanto riguarda Christopher Hitchens invece, di sicuro in Spagna lo leggono in pochi.
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Chiaramente è colpa del «muro» di Sharon. Ma sembra proprio che i palestinesi non amino ancora abbastanza i loro figli.
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lunedì, marzo 15, 2004
La strage che decise le elezioni/6. Cosa avverrà adesso? Sarebbe bello potere credere che chi governerà questo paese lo farà nella consapevolezza della minaccia che abbiamo di fronte e agirà di conseguenza. Purtroppo nulla di quanto abbiamo visto ed ascoltato nell'ultimo anno e mezzo induce all'ottimismo. Alcune ipotesi.
La Spagna fino ad oggi impegnata nella lotta contro il terrorismo al fianco delle grandi democrazie occidentali si sposterà gradualmente verso l'asse dell'appeasement nei confronti di dittatori ed integralisti di varia estrazione credendo di mettersi al riparo da rischi. Fino alla prossima mattanza.
Quel giorno i tanti per i quali è sempre il 10 settembre 2001 si chiederanno smarriti il perchè il fanatico di turno abbia colpito anche la Spagna buona, pacifista, di sinistra e perchè il benservito dato ad Aznar non abbia placato l'ira funesta dei vendicatori degli oppressi. Ma di certo - anche in quel caso - non mancheranno le giustificazioni.
L'ONU sarà al centro della politica estera della nuova maggioranza ed espressioni dense di significato come cooperazione internazionale, coesione europea, politica estera comune saranno all'ordine del giorno. Le truppe spagnole verosimilmente lasceranno l'Iraq, magari non subito ma abbastanza presto. Parigi e Berlino aspettano Madrid a braccia aperte. In fondo non è successo niente, no?


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domenica, marzo 14, 2004
La strage che decise le elezioni/5. Il Partito Popolare si è giocato la vittoria nelle ultime 72 ore commettendo alcuni errori abbastanza evidenti nella gestione del post-attentato che un'opposizione senza troppi scrupoli ha utilizzato a suo vantaggio. Il più grave è stato attribuire con troppa precipitazione il massacro all'organizzazione terrorista ETA per poi tornare sui propri passi mano a mano che emergevano dalle indagini nuovi elementi. Si badi bene: nonostante quanto sembri aver già stabilito il popolo spagnolo la matrice islamica non è ancora stata confermata ufficialmente e l'ipotesi ETA o quella di una joint-venture del terrore non sono state ancora scartate definitivamente. Ma la superficialità evidenziata dall'esecutivo nelle fasi iniziali ha permesso alla sinistra di strumentalizzare l'intera vicenda accusando i popolari di voler occultare le notizie di cui erano in possesso. L'operazione - piuttosto meschina - ha pagato in termini elettorali. Il secondo errore è stato la sostanziale latitanza di Aznar che - a parte un primo comunicato alla nazione - è sostanzialmente scomparso dalla scena nei giorni successivi: una scena che Rajoy non ha occupato. Dopo l'11 settembre Bush si presentò a Ground Zero con un megafono in mano per dire al mondo che l'America non sarebbe stata a guardare quell'infamia senza reagire. Dopo l'11 marzo nessuno ha visto Aznar nei luoghi degli attentati.
Mentre nel mondo si continuava ad elogiare lo spirito di una nazione che rispondeva con rabbia e orgoglio all'assassinio di massa, qui si percepiva una evidente mancanza di leadership proprio nel momento più importante. Aznar aveva abbandonato il posto di comando troppo presto e nessuno gli era ancora subentrato. Il fatto che la campagna elettorale fosse stata sospesa non vale come giustificazione. Aznar era il presidente del Governo in carica e la Spagna un paese attaccato dal terrorismo. Infine il Partito Popolare ha dato l'impressione di subire le vergognose (ed illegali) manifestazioni di protesta del sabato davanti alle sue sedi senza opporre una risposta politica chiara che smascherasse le intenzioni di chi stava dietro a quelle mobilitazioni «spontanee». Tre errori che in un momento di instabilità emotiva come quello che stiamo vivendo sono costati cari a chi ha governato per otto anni assumendosi anche responsabilità gravose e dimostrando spesso grande coraggio politico.
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La strage che decise le elezioni/4. Per dare un'idea di cosa sia successo serva anche quest'altro dato: Esquerra Republicana, il partito nazionalista catalano il cui segretario andò ad incontrare i terroristi di ETA per accordarsi su una tregua nella sola Catalogna ha guadagnato sette seggi (passando da uno a otto). Potrebbe essere una forza decisiva nella formazione del nuovo esecutivo.
Per la serie: sconfiggeremo il terrore.
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La strage che decise le elezioni/3. Ha appena parlato Zapatero. Naturalmente soddisfatto - non se l'aspettava nemmeno lui - ha detto che lavorerà per la pace e sconfiggerà il terrore. Ha detto anche che la sua sarà una Spagna sociale. Mercoledì sera i socialisti erano rassegnati ad altri quattro anni di opposizione e preparavano già il regolamento di conti interno col leader meno carismatico della loro storia. Oggi quel leader si trova a dover governare il paese nel momento più difficile dalla fine della dittatura. Zapatero ha concluso dicendo che il potere non lo cambierà. Il problema è proprio questo.
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La strage che decise le elezioni/2. Detto così può sembrare un po' forte ma la sostanza è questa: con un voto punitivo di queste caratteristiche nei confronti di Aznar
(più che di Rajoy) gli spagnoli hanno sostanzialmente detto che i terroristi avevano ragione ad attaccare il loro paese.
La mobilitazione del venerdì sera è ormai un'immagine sbiadita. Nonostante l'entusiasmo con cui è stata accolta un po' da tutti, in realtà lo era già venerdì sera.

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La strage che decise le elezioni. Il Partito Popolare ha perso. I socialisti di Zapatero conquistano la maggioranza semplice e dovranno trovare alleati per governare.
Ma la sconfitta di Rajoy è nettissima.
Una settimana fa i sondaggi davano i popolari intorno alla maggioranza assoluta (176 seggi): questo dato avrebbe significato una lieve perdita in termini di rappresentanti in parlamento (7 seggi) ma pur sempre una consistente affermazione elettorale che avrebbe garantito quella continuità che tutti si aspettavano. Giovedì il massacro.
A quel punto lo scenario cambia completamente.
In un’elezione con una partecipazione record sull’onda emotiva di quanto successo (+ 8 per cento rispetto a 4 anni fa), i socialisti passano da 125 a 164 seggi mentre i popolari si attestano sui 148 seggi.
Solo tre giorni fa la Spagna è stata brutalmente attaccata ma il messaggio ancora una volta è stato interpretato al rovescio ed il rapporto di causa-effetto di nuovo capovolto (come in tutti questi mesi). Gli spagnoli hanno decretato che i responsabili non sono i terroristi ma chi sta combattendo il terrorismo.
Se queste sono le premesse con le quali dovrebbe essere neutralizzata la più grande minaccia per le società democratiche ci attendono tempi bui.





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Ieri sera. Manifestazioni a Barcellona (e non solo). Contro il terrorismo? No, contro il Partito Popolare. Illegali dal punto di vista elettorale (era il cosiddetto sabato di riflessione).
Immorali da tutti gli altri punti di vista.
Lungo le strade dopo la mezzanotte la polizia era insolitamente numerosa. Era posizionata davanti ai seggi elettorali e nelle vie principali della città. Si controllavano le macchine in sosta. Chissà perchè, ma avevamo voglia di rientrare a casa in fretta.

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C'è un video. Un'altra rivendicazione attribuibile ad Al Qaeda.
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sabato, marzo 13, 2004
Ultimora. Sono state arrestate cinque persone che potrebbero avere a che fare con l'attentato (falsificazione e vendita di un cellulare ritrovato in una delle borse non esplose).
Sono tre marocchini e due indiani.
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Ancora prima del previsto. Sono passate poco più di 48 ore dal massacro terrorista di giovedì e la gazzarra è già cominciata: oggi un migliaio di persone (di cui non è difficile immaginare la provenienza politica) si sono riunite davanti alla sede del Partito Popolare a Madrid per gridare slogan come: «Aznar, colpevole, sei il responsabile», «Si nota, si sente, il governo mente», «Ne mancano 200 per colpa vostra», «La vostra guerra, i nostri morti». Per la cronaca l'adunata è stata ampiamente documentata dalla televisione catalana.
Temiamo sia solo un assaggio di quel che verrà.
Domani si vota in un clima irreale.

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Perchè l'ipotesi ETA è ancora in piedi. E' normale che tutti stiano pensando ad Al Qaeda o a qualche gruppo associato.
E' molto probabile che si tratti del primo catastrofico attacco del terrorismo islamico sul suolo europeo.
Ma allo stato dei fatti una delle migliori analisi è quella di Guido Olimpio sul Corriere di oggi in quanto fa capire perchè l'attribuzione della paternità della mattanza sia così complicata.
Innanzitutto va sgombrato il campo da un equivoco: al contrario di quanto si sta affermando da più parti non è affatto inverosimile che ETA abbia potuto compiere un attentato di queste proporzioni. Il che, ovviamente, non significa che lo abbia effettivamente commesso. Vediamo perchè.
- Per quanto un'operazione del genere abbia avuto bisogno di una lunga e meticolosa preparazione, la sua esecuzione è stata relativamente semplice: nessun pilota da addestrare, solo una gran quantità di esplosivo collocato in tredici zaini e un gruppo di persone incaricato di occuparsi della logistica (dagli orari dei treni, al trasporto del materiale); nessun particolare controllo da superare dal momento che una stazione ferroviaria è per definizione un luogo cui tutti possono accedere senza destare particolari sospetti.
- ETA non è quel romantico gruppo di indipendentisti che cerca sostegno per la propria causa con azioni spettacolari, come invece all'estero si è portati a credere: ETA è un'organizzazione di derivazione ideologica marxista-leninista composta da fanatici assassini che non si è mai fatta alcuno scrupolo ad uccidere civili innocenti: il 19 giugno 1987 un attentato all'Hypercor di Barcellona lascia sul terreno 21 morti e numerosi feriti; l'11 dicembre 1987 un autobomba provoca il decesso di 11 persone a Saragozza (tra loro cinque bambine); il 29 maggio 1991 a Vic (Catalogna) 9 morti (quattro bambine) e più di quaranta feriti. E questo solo per citare gli esempi più eclatanti e tralasciando tutte quelle azioni in cui - anche se i principali obiettivi erano membri delle forze di polizia o esponenti politici - sono state coinvolte anche altre persone.
- Inoltre è falso che ETA abbia sempre avvertito prima di colpire: se non ci credete provate a sostenere questa tesi qui e vedrete come vi risponderanno.
Sia chiaro: non si vuole privilegiare un'ipotesi a scapito dell'altra. E' tutto ancora così vago che sarebbe imprudente farlo. Si sta solo provando a riflettere sul perchè quando alle tre del pomeriggio di quel maledetto giovedì il ministro dell'interno Acebes annunciava che tutti i sospetti riconducevano a ETA nessuno qui si sia stupito. Poi sono cominciate le speculazioni politiche, ma questa è un'altra storia.
Inoltre la possibilità di un patto tra ETA e integralismo islamico è tutt'altro che da scartare: ieri non sono mancati i commenti di chi faceva rilevare che mentre il terrorismo basco ha una matrice nazionalista e laica, quello islamico ne ha una religiosa. E' lo stesso errore che commetteva chi faceva derivare da questa apparente diversità ideologica la conclusione che Saddam Hussein e Al Qaeda mai avrebbero potuto avere legami. Quel che unisce i terroristi è la mentalità totalitaria e la condivisione degli obiettivi: ETA non odia soltanto lo stato spagnolo in quanto tale. ETA, come Al Qaeda, vede nella società democratica liberale un nemico mortale. ETA porta dentro di sè l'avversione per le istituzioni «borghesi» occidentali. E' sbagliato applicare ai terroristi le categorie del dibattito politico tradizionale: quando un marxista-leninista e un fondamentalista di Allah si incontrano, sanno bene di avere un avversario in comune e la miscela è esplosiva. I terroristi non ragionano come noi: la loro cultura è quella della morte, il loro obiettivo è chiunque sia «altro da loro».







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Primi effetti collaterali (nauseanti). Anche se a cadaveri ancora caldi può sembrare pazzesco domani c'è gente che deciderà il suo voto a seconda che sia stata ETA o Al Qaeda. Qualcuno non ha ancora capito bene l'enormità di quel che è successo. 
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venerdì, marzo 12, 2004
Spagna. Il giorno dopo. In questo momento sono in corso manifestazioni in tutto il paese. Il conto delle vittime si sta stabilizzando: sono ora 199 morti (l'ultima una bambina di sette mesi) e più di 1400 feriti. Tra i racconti più agghiaccianti quello dei soccorritori che pochi minuti dopo le esplosioni ascoltavano i cellulari suonare nelle borse delle persone uccise senza che nessuno potesse più rispondere. Provate solo a pensarci per un momento. Nonostante le manifestazioni di piazza, la Spagna appare oggi una nazione ancora al tappeto: lo shock è stato enorme e nessuno sta realmente prendendo le redini della situazione. Per ora tutti uniti nel lutto ma il fatto che il governo sia prudente nell'attribuzione delle responsabilità ha già fatto scattare il riflesso condizionato dei maniaci del complotto istituzionale che accusano le autorità di non voler far trapelare notizie fino a dopo le elezioni di domenica. Ovviamente è un'idiozia, tanto più grave in un momento del genere. La verità è che le caratteristiche dell'attentato presentano elementi di ambiguità che allo stato attuale non permettono nè di confermare nè di escludere alcuna ipotesi. Nessuno lo dice ufficialmente ma la sensazione che possa essere avvenuta una saldatura criminale a più livelli è forte. Si sta assistendo ad un fenomeno abbastanza paradossale: in molti sperano che non sia stata ETA. E' facilmente intuibile il perchè: la strumentalizzazione politica che un attentato di Al Qaeda porterebbe con sè è un piatto troppo ghiotto per gli avversari di Aznar. Passata l'onda emotiva del «siamo tutti madrileni» si può immaginare cosa accadrebbe : negli ultimi due anni ne abbiamo avute ripetute dimostrazioni. In realtà il problema è esattamente inverso: se è vero che l'orrore e il dolore non variano a seconda di chi abbia commesso questa carneficina è però evidente che l'implicazione del terrorismo islamico cambierebbe completamente la prospettiva e metterebbe l'Europa di fronte ad una realtà spaventosa e colpevolmente rimossa dall'orizzonte psicologico (e politico) di questo continente. Stasera ETA ha chiamato la redazione di un giornale basco per dichiarare la sua estraneità ai fatti. Si sta vivendo in un'atmosfera di incertezza che - se possibile - aumenta l'angoscia e lo stordimento.
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giovedì, marzo 11, 2004
Risvegliarsi dentro un incubo. Solo una cosa potrebbe rendere peggiore questa giornata: sapere che gli attentati sono opera di Al-Qaeda. Significherebbe che il terrorismo islamico ha cominciato le operazioni in Europa.
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La Spagna a poche ore dal massacro. Sia l’informazione televisiva che quella su carta stampata sono in edizione speciale. Ogni quarto d’ora aumenta il numero delle vittime. Negli ospedali i famigliari sono in molti casi ancora in attesa di sapere se tra i morti o i feriti c’è qualcuno dei loro. Per domani sono state convocate manifestazioni in tutto il paese.
Aznar in un messaggio alla nazione ha definito quanto accaduto «un’infamia» e ha aggiunto che i terroristi «hanno ucciso molte persone per il solo fatto di essere spagnole». Il carattere genocida del terrorismo è una componente essenziale nella definizione dello stesso e bene ha fatto il Presidente del Governo a sottolinearlo. Il messaggio non menziona mai direttamente ETA ma le espressioni usate (tra cui quella di «banda terrorista») sono un chiaro riferimento al gruppo.
ETA non ha rivendicato fino a questo momento l’attentato e stasera il ministro dell’interno Acebes ha fatto sapere che in ogni caso «nessuna pista può essere esclusa». Forse è più di una dichiarazione di circostanza. Ma allo stesso tempo più che significare che si stia davvero pensando ad ipotesi alternative potrebbe voler dire che qualcuno avrebbe collaborato con ETA. In ogni caso le prossime ore saranno decisive.

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11 marzo. L'inferno. E’ difficile anche cominciare. Il fatto paradossalmente si può riassumere in poche parole: oggi a Madrid 190 persone sono state macellate dai terroristi di ETA.
I feriti oltre 1200. Erano le 7,39 quando è scoppiata la prima bomba su uno dei treni della rete Cercanias. Sono seguite le altre esplosioni (dieci in tutto su tredici ordigni collocati) che hanno colpito quattro convogli nelle stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia. Una serie di attacchi programmati nell’ora di punta: perchè l’orrore fosse indimenticabile. Le radio hanno diffuso la notizia verso le 8.00: feriti, cinque morti, una decina, poi il massacro. Si intuiva subito che era successo qualcosa di enorme. Madrid è piombata nel caos: le grida, la confusione, la corsa agli ospedali e tutto il resto. La campagna elettorale è stata sospesa. Sgomento, indignazione, rabbia, vergogna. Appelli alla calma e alla collaborazione da parte delle forze politiche democratiche ma nessuno sa bene cosa dire nè cosa fare. Centinaia di famiglie distrutte, un intero paese scaraventato nella paura e nel pianto da una banda di fanatici assassini. Maledetto chi ha fatto questo. Maledetto chi lo appoggia, chi lo giustifica, chi non lo condanna. Oggi tutti dichiareranno di stare dalla parte delle vittime contro il terrorismo. Sappiate che non è così. Vedremo quanto tempo ci vorrà stavolta per ascoltare i primi vergognosi distinguo.
E’ il più grave attentato terroristico mai compiuto in Spagna.
Se l’11 settembre ha cambiato la storia del mondo, l’11 marzo cambierà la storia di questo paese. Per quanto può servire, da qui un abbraccio ideale a chi sta vivendo ore di disperazione in un giorno così atroce.


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Organizzazione mondiale delle democrazie. Perchè è urgente. Per come è concepita e per i pregiudizi politico-culturali che ne influenzano la (non) azione l’attuale comunità internazionale fa il gioco dei dittatori. Brillante analisi di Carroll Andrew Morse su TCS.

Ultimately, foreign military action in Haiti was deemed acceptable not because the international community will not tolerate the existence of a dictator, but because the international community will not tolerate the existence of an ineffective dictator. In terms of opening the door to foreign intervention, Aristide's mistake was a failure to keep the people of Haiti frightened into maintaining civil order. He did not go far enough in rigging elections and using street gangs to intimidate opponents. Had he been more brutally totalitarian, had he done a better job of killing the leaders of any potential rebellion while simultaneously glad-handing the diplomatic circuit, he could -- like a Fidel Castro or a Robert Mugabe -- still be in power today.
This is a perverse message for the democracies of the world to send to the dictators of the world.



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Normale. Quasi banale.

Krstic: Are you working down there?
Obrenovic: Of course we're working.
Krstic: Good.
Obrenovic: We've managed to catch a few more, either by gunpoint or in mines ( mine fields).
Krstic: Kill them all, God damn it!
Obrenovic: Everything is going according to a plan.
Krstic: Single one must not be left alive.
Obrenovic: Everything is going according to a plan. Everything.
Krstic: Way to go, chief. The Turks are probably listening to us. Let them listen, the mother-fuckers. (Turks is derrogative name for Muslims)


Il generale Krstic era un alto ufficiale dell'esercito della Republika Srpska nel 1995. Prendeva ordini solo da Mladic.
A Srebrenica in sei giorni furono massacrate settemila persone: musulmani bosniaci. Trentamila furono deportate. I caschi blu olandesi osservavano la scena. Il generale Krstic comandava le operazioni. Mladic era soddisfatto. Missione compiuta.
Oggi Krstic è in carcere per genocidio e ci rimarrà per quarantasei anni. Slavenka Drakulic ha seguito il processo davanti al Tribunale per i crimini nella ex-Jugoslavia.
Questo il suo magistrale ritratto di chi si trovò un giorno di fronte al male e non seppe dire di no.

Yet, one must ask oneself: how does your neighbor become your enemy? How do you internalize the enemy and how long does it take for this to happen ? By the time Srebrenica fell, the Serbian propaganda machine, especially the television, had been demonizing the enemy for almost ten years; that is the Croats, Bosnian Muslims and Albanians. Srebrenica was possible only because of a long psychological preparation. By 1995, the Muslims had become non-people as happened to the Jews in WW II. When asked why he killed Jews, a member of a German Reserve Police Battalion 101 in Poland answered: "I considered them non-humans." The extermination of Jews was made possible by the preceding ten years of "small steps". It started with little things such as not being allowed to go to the hairdresser or the local shop to buy flowers and moved on to not being allowed to use public transport: "small steps" on the road that would eventually lead to the gas chamber.
















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Guardarsi dentro. Molto più che un processo. In Serbia comincia il giudizio a sei ex-membri delle milizie paramilitari per i crimini commessi nelle guerre balcaniche. Nel caso specifico l’accusa si riferisce all’assassinio di 192 persone nella città croata di Vukovar. Era il 1991 e la tragedia appena all’inizio.
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Dove andremo a finire. Niente da fare. Il medioriente non è più quello di una volta. Adesso in Arabia Saudita stanno pensando di far votare perfino le donne. Che Allah ci salvi.
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Ricordate il covo di irriducibili eternamente fedeli al loro raìss? Bene. Da quando Saddam è stato catturato anche Tikrit è un posto diverso.
P.S. Da Steven Den Beste un consiglio ai costituenti europei.
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mercoledì, marzo 10, 2004
L'appuntamento con la storia. Editoriale del Foglio sulla costituzione irachena.

Ma intanto il passo è stato compiuto, e nelle circostanze più difficili. Peccato per chi non c’era, per chi non ha capito, per chi non ha voluto capire, per chi si è astenuto.

Peccato.



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Democrazia al lavoro. In Iraq è tornata una grande assente: la politica. Amir Taheri sa leggere come pochi le dinamiche del cambiamento in atto in medioriente.
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Dieci cose da fare per aiutare il Venezuela a liberarsi di quest’uomo.
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Calm down (parte seconda). Che la parentela fra matrimonio omosessuale e civil rights issue non sia così scontata – come avevamo provato a suggerire - è confermato dallo stimolante dibattito in corso negli Stati Uniti sul tema.
Di seguito e senza pretesa di completezza alcuni contributi che possono aiutare a riflettere sull’oggetto del contendere: che connotazione politica e sociale attribuire alla battaglia a favore del riconoscimento del matrimonio gay; quale sia la miglior forma per raggiungere i propri obiettivi; come debbano essere considerati coloro che vi si oppongono. Insomma, quello di cui si parla in una democrazia matura.

Jeff Jacoby (Boston Globe):

The marriage radicals, on the other hand, seek to restore nothing. They have not been deprived of the right to marry -- only of the right to insist that a single-sex union is a "marriage." They cloak their demands in the language of civil rights because it sounds so much better than the truth: They don't want to accept or reject marriage on the same terms that it is available to everyone else. They want it on entirely new terms. They want it to be given a meaning it has never before had, and they prefer that it be done undemocratically -- by judicial fiat, for example, or by mayors flouting the law. Whatever else that may be, it isn't civil rights. But dare to speak against it, and you are no better than Bull Connor.

Steve Chapman (Chicago Tribune):

But there was no need to break the law to bring that picture before the public. It will be emerging in Massachusetts in just a couple of months. It has already been on view in Vermont, whose same-sex civil unions are marriage in all but name.
The key difference is that those weddings don't violate the law; they conform to it. So they are less likely to spur support for a constitutional ban on gay marriage among citizens appalled by the prospect of legal anarchy.
Achieving gay marriage through the cumbersome processes of our system is slow and hard. But attacking those processes is bad for gays and everyone else.

Thomas Sowell (Townhall):

The last refuge of the gay marriage advocates is that this is an issue of equal rights. But marriage is not an individual right. Otherwise, why limit marriage to unions of two people instead of three or four or five? Why limit it to adult humans, if some want to be united with others of various ages, sexes and species?
Marriage is a social contract because the issues involved go beyond the particular individuals. Unions of a man and a woman produce the future generations on whom the fate of the whole society depends. Society has something to say about that.

Shaunti Feldhahn e Diane Glass (Atlanta Journal-Constitution) in contrapposizione:

OK, now that I have that out of my system, let me make the important distinction. Gay Americans say they want the same civil rights, and what they mean is the right to marry. Which they already have. The only condition is that they must marry someone of the opposite sex, since anything else isn't marriage. So therefore, what gay people want aren't equal rights, but special rights -- they would like civil marriage to be redefined for them.

Which brings us to the meaning of civil rights. A civil right is a noun. The civil rights movement is an adjective. A civil right is the right to marry. Demanding the civil right to marry, gay people are not robbing black people of their history. Gays are entitled to the civil right to marry (each other) just like white people and black people can marry each other, (but could not before). Remember?

Breve appunto finale. Tale Paolo Colonna ha ritenuto opportuno dedicarci questa cortese risposta. La citiamo solo perchè è un classico esempio di come l’ideologia renda ciechi. Al punto da non capire che in quel post in realtà si difendeva la legittimità delle posizioni omosessuali in materia di matrimonio e ci si limitava ad osservare che strumentalizzarle a fini politici non era probabilmente il miglior modo per sostenerle. Al punto da comunicare perfino la sgradevole sensazione che se questo blog – anzichè una citazione di Thomas Friedman sull’11 settembre – sfoggiasse una bella bandierina arcobaleno e – per dirla con Occhetto – dichiarasse la propria appartenenza a quella parte di umanità a uno stadio morale superiore (nella quale Paolo Colonna certamente si riconoscerà), quel tentativo di riflessione - insieme ai documenti che lo accompagnavano -avrebbe probabilmente originato un’utile discussione anzichè l’ennesima invettiva scomposta di uno dei tanti progressisti alle vongole perduti nel web. Buon proseguimento.























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martedì, marzo 09, 2004
Una bella giornata di sole. Non mancheranno certo le discussioni, gli scontri, le divisioni. Ma da ieri l’Iraq ha la sua prima carta costituzionale democratica.
Un anno fa aveva le camere di tortura.
Gli iracheni sanno bene chi ringraziare e chi no.

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In Iran la storia non si ferma. Anche se – finite le elezioni – sui giornali non se ne parla più, continuano le proteste della società civile e la repressione del regime.
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Uno di quelli per cui non è successo niente.
Secondo l’uomo da cui ogni dittatore vorrebbe essere ispezionato – Hans Blix - la guerra al terrorismo è «una caccia alle streghe». Lo dicevano anche dell’anticomunismo.
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E’ successo. E non si cancella. Perchè Bush ha il diritto di utilizzare le immagini dell’11 settembre nella campagna per la sua rielezione. Perchè chi lo critica non può parlare a nome di tutti.

Sept. 11 was the most important event of our time, let alone of this presidential term. Sept. 11, its aftermath and the response — the War on Terror, the Bush doctrine of going after states and not just terrorists, and the implementation of that doctrine in both Afghanistan and Iraq — are central to deciding the fitness of George W. Bush to continue in office.

(Charles Krauthammer)

… this was a tragedy that was experienced and felt not just by us, but by all Americans. The American people responded to the horrors of that day with unflinching courage and an outpouring of love, support and empathy, the memory of which fills me with a gratitude that I can never repay.

(Debra Burlingame)








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Che paura/2. Altro esempio della tendenza intellettualoide a parlar male della democrazia facendo finta di preoccuparsi per il suo stato di salute.
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La storia come un macigno. Il tortuoso cammino della Turchia verso il riconoscimento del genocidio armeno.
Yves Ternon ha scritto un bel libro sull'argomento.
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lunedì, marzo 08, 2004
Non è difficile. Mentre nel mondo virtuale c’è chi – pur di dar torto a Bush – vorrebbe invadere la Libia o chi ancora si eccita di fronte alle originalissime dichiarazioni di quel galantuomo («Bastards») che risponde al nome di Hans Blix, nel mondo reale Tony Blair dimostra una volta di più cosa significhi essere uno statista: siccome – almeno per chi ascolta - repetita iuvant, il premier riformula in maniera impeccabile il caso per l’intervento in Iraq nel contesto post-11 settembre.
Ovviamente non servirà a convincere quelli che ancora non si sono ripresi dallo shock della rimozione di Saddam ad opera degli angloamericani ma aiuterà gli altri a stabilire il confine fra le cose serie e quelle che non lo sono.

It was defined not by Iraq but by September 11th. September 11th did not create the threat Saddam posed. But it altered crucially the balance of risk as to whether to deal with it or simply carry on, however imperfectly, trying to contain it.

September 11th was for me a revelation. What had seemed inchoate came together. The point about September 11th was not its detailed planning; not its devilish execution; not even, simply, that it happened in America, on the streets of New York. All of this made it an astonishing, terrible and wicked tragedy, a barbaric murder of innocent people. But what galvanized me was that it was a declaration of war by religious fanatics who were prepared to wage that war without limit. They killed 3,000. But if they could have killed 30,000 or 300,000, they would have rejoiced in it. The purpose was to cause such hatred between Muslims and the West that a religious jihad became reality; and the world engulfed by it.

From September 11th on, I could see the threat plainly. Here were terrorists prepared to bring about Armageddon. Here were states whose leadership cared for no one but themselves; were often cruel and tyrannical towards their own people; and who saw WMD as a means of defending themselves against any attempt external or internal to remove them and who, in their chaotic and corrupt state, were in any event porous and irresponsible with neither the will nor capability to prevent terrorists who also hated the West, from exploiting their chaos and corruption.

The scale of it became clear. It didn't matter that the Islamic extremists often hated some of these regimes. Their mutual enmity toward the West would in the end triumph over any scruples of that nature, as we see graphically in Iraq today.

And my judgment then and now is that the risk of this new global terrorism and its interaction with states or organizations or individuals proliferating WMD, is one I simply am not prepared to run.

It may well be that under international law as presently constituted, a regime can systematically brutalize and oppress its people and there is nothing anyone can do, when dialogue, diplomacy and even sanctions fail, unless it comes within the definition of a humanitarian catastrophe (though the 300,000 remains in mass graves already found in Iraq might be thought by some to be something of a catastrophe). This may be the law, but should it be?

The essence of a community is common rights and responsibilities. We have obligations in relation to each other. If we are threatened, we have a right to act. And we do not accept in a community that others have a right to oppress and brutalize their people. We value the freedom and dignity of the human race and each individual in it.
Containment will not work in the face of the global threat that confronts us. The terrorists have no intention of being contained. The states that proliferate or acquire WMD illegally are doing so precisely to avoid containment. Emphatically I am not saying that every situation leads to military action. But we surely have a duty and a right to prevent the threat materializing; and we surely have a responsibility to act when a nation's people are subjected to a regime such as Saddam's. Otherwise, we are powerless to fight the aggression and injustice which over time puts at risk our security and way of life.

That is the struggle which engages us. It is a new type of war. It will rest on intelligence to a greater degree than ever before. It demands a difference attitude to our own interests. It forces us to act even when so many comforts seem unaffected, and the threat so far off, if not illusory. In the end, believe your political leaders or not, as you will. But do so, at least having understood their minds.

Come si dice: read the whole thing, perchè la coerenza politica e la chiarezza morale di questo discorso non le ritroverete facilmente da qualche altra parte.



















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Mettiamola così: se Raul Rivero (che non è proprio un talebano) potesse scegliere dove essere detenuto...
Che dal punto di vista giuridico Guantanamo non sia un modello di trasparenza e di garantismo è evidente ed ampiamente commentato. Ma è un dato di fatto che le testimonianze di coloro che vengono rilasciati non assomigliano precisamente a quelle di chi è stato in una qualsiasi delle altre prigioni dell’isola. Il Guardian ha intervistato i ragazzi afghani di cui si è parlato molto nelle scorse settimane anche sui blog e non risulta che avessero un fucile puntato alla tempia mentre dichiaravano al giornalista quanto segue:

I am lucky I went there, and now I miss it. Cuba was great.

oppure

Americans are polite and friendly when you speak to them. They are not rude like Afghans. If I could be anywhere, I would be in America. I would like to be a doctor, an engineer _ or an American soldier.

Non è tutto. Uno dei russi recentemente rimpatriati (quelli contro la cui scarcerazione si è espressa anche Amnesty) in una lettera indirizzata alla madre l’estate scorsa scriveva questo:

I think that there is not even a health resort in Russia on the level of this place.

Giusto per opinare con cognizione di causa e non scrivere enormità. Dite che qualcuno se la prenderà?












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Chi ben comincia. In attesa di vincere dappertutto la sinistra esordisce con una sconfitta: in Grecia i socialisti lasciano il potere dopo 11 anni. Domenica prossima si vota in Spagna e anche qui non butta benissimo per Zapatero e compagni.
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Troppo rumore? Se uno come Mark Steyn va a vedere The Passion non lo fa per poi scrivere quel che hanno già scritto tutti gli altri. E infatti rovescia la prospettiva: il film avrà anche accenti antisemiti ma gli ebrei non dovrebbero preoccuparsene troppo. I veri pericoli per loro non arrivano da Mel Gibson. Comunque a fine marzo cominciano le proiezioni in Europa e allora verrà il bello (o il brutto). In questo sito una raccolta di pareri, fonti, documenti sul film. Noi ne riparleremo quando l’avremo visto.
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Provare col Trivial Pursuit? Sembra che gli organizzatori di Atene 2004 abbiano qualche problema con la capitale di Israele.
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venerdì, marzo 05, 2004
Cosa resta? In Cecenia non si pubblicano più libri. La lingua sta scomparendo. I giornali non controllati da Mosca si diffondono solo clandestinamente. Frequentare l’università può costare la vita. Come si annulla una nazione distruggendo la sua vita intellettuale.
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Solidarietà a Kerry. Anche se a novembre non faremo il tifo per lui, non nutriamo nessuna avversione preconcetta nei confronti del finora altalenante JFK-II (vorremmo capire che intenzioni abbia davvero, questo sì). E’ anche per questo che ci dispiace un po’ vedere le caricature che la sinistra europea continua a disegnare di lui nel goffo tentativo di trasformarlo in una candidatura universale in funzione anti-Bush.
Dovesse essere eletto, Kerry si assumerà – se non è un folle – le responsabilità che il ruolo richiederà. Fare di lui l’ennesima icona dell’Europa fascifista, antiamericana e compiacente con terroristi e dittatori ci sembra francamente troppo.
In ogni caso – come è giusto che sia - vincerà Bush.

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Una... sollevazione popolare. Nello Zimbabwe si lotta contro il regime di Mugabe anche a colpi di... preservativi.
Ovviamente americani.
Dietro a questa iniziativa apparentemente goliardica c’è la tragedia politica e sociale di un paese in cui una persona su quattro è sieropositiva.

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Ci sarebbe poi la questione del matrimonio. In Egitto si torturano gli omosessuali. Per la serie: mai perdere il senso delle proporzioni.
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Non è tempo di silenzio. Jeff Jacoby parla di Corea del Nord partendo da una storia di (stra)ordinaria stupidità burocratica. 
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giovedì, marzo 04, 2004
Perchè l’America è una grande nazione. E noi no.
Michael Totten – da sinistra - spiega che il suo candidato per i prossimi quattro anni alla Casa Bianca sarà George Bush.
Qui lo chiamerebbero traditore. Qui l’onestà intellettuale e l’indipendenza di giudizio sono tradimento.

I will not be his cheerleader. Though I will defend him from scurrilous charges, I don’t like the man, and I never have. I appreciate very much what he has accomplished in the realm of foreign policy, as anyone who reads this blog with any regularity knows. And there is simply no way I can vote for his opponent who has spent the past year whining about every good thing we are doing and have done in the Middle East. This is by far the most important task now and ahead of us.



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Dev’essere stato rapito o qualcosa del genere.
Jeff Dunetz si chiede dove sia stato Kofi Annan in questi due anni in cui quasi mille israeliani sono morti per mano dei terroristi. Anche noi siamo in pensiero.
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Scusate l’insistenza. Ancora testimonianze a proposito dell’uso di agenti chimici sui prigionieri politici nordcoreani. Questa volta è uno scienziato a raccontare l’orrore.
Essere contemporanei di un regime del genere e non dire, non fare o non sapere nulla è semplicemente imperdonabile.
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Che paura. Questi intellettuali che non perdono occasione per avvisarci di quanto sia pericolosa la democrazia sono una costante del nostro tempo. Per quanto articolati possano essere i loro ragionamenti il messaggio alla fine non cambia: meglio l’abisso dell’oppressione che la detestata pax americana.
L’onda lunga dell’ideologia, sempre quella, continua a sommergerci.
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La scienza nel mondo arabo. Attenzione a questi dati:

- No Arab country spends more than 0.2 percent of its gross national product on scientific research, and most of that money goes toward salaries. By contrast, the United States spends more than 10 times that amount.
- Fewer than one in 20 Arab university students pursue scientific disciplines.
- There are only 18 computers per 1,000 people in the Arab world. The global average is 78 per 1,000.
- Only 370 industrial patents were issued to people in Arab countries between 1980 and 2000. In South Korea during that same period, 16,000 industrial patents were issued.
- No more than 10,000 books were translated into Arabic over the entire past millennium, equivalent to the number translated into Spanish each year.

Il passato fu luminoso. Ma oggi tutto parla di decadenza e stagnazione. Anche da qui si dovrà ripartire.







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mercoledì, marzo 03, 2004
In tempo reale. La cronaca degli avvenimenti dal Venezuela. Una raccolta di firme per un referendum contro Chavez (costituzionalmente previsto) sta per essere invalidata dal Concilio Electoral Nacional.
L’ultima truffa del presidente-dittatore al suo popolo.
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Quando uno più uno fa sempre solo uno. La barriera israeliana e quella indiana (sì, indiana) corrono su binari paralleli. Ma le loro strade si biforcano quando arrivano alle stazioni della comunità internazionale e delle Nazioni Unite.
Così può succedere che qualcuno finisca sotto processo per legittima difesa e qualcun altro no.
Le altre barriere dimenticate (grazie a Bianca per quest’ultima segnalazione).

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Bene così. Anche se oggi si saluta con sollievo la fine politica di Aristide, Clinton ebbe ragione a puntare su di lui dieci anni fa. Adam Kushner spiega perchè

Haiti is better for the fact that Jean-Bertrand Aristide is now in exile. And the world is better for the fact that we put him in power ten years ago.

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Warning. Media bias in action.

Non credere a quel che leggi. Non prendere per buone le analisi che senti in televisione. L’incapacità dell’informazione politica di prendere le misure alle elezioni del 2004 e all’elettorato americano è già una delle grandi storie dell’anno, e il fallimento è soltanto destinato ad aggravarsi.

John Podhoretz impietoso sul modo in cui molti suoi colleghi stanno analizzando i temi della campagna presidenziale.



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L’amore è cieco. Ma quello dell’Europa per Arafat ha qualcosa di patologico. Questi signori non stanno parlando a nome nostro. Che consti.
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L’Iraq risponde. Ays ha sentito il rumore delle esplosioni di Baghdad mentre Ali trova ancora una volta le parole giuste per il nichilismo assassino di questi fanatici.
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martedì, marzo 02, 2004
I nazisti islamici salutano la nuova costituzione irachena. Infami.
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Avete mai visto il paradiso? La televisione giapponese ha trasmesso quelle che potrebbero essere le prime immagini da un campo di concentramento nordcoreano: il filmato – che secondo i responsabili del Japan’s Fuji Television Network è stato ottenuto da un rifugiato - si riferisce a Yodok, il campo n. 15 (quello raccontato da Kang Chol-Hwan). Il video è qui.
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Chi finanzia la repressione e chi la esalta. Il novanta per cento degli aiuti europei allo Zimbabwe finisce nelle tasche della cricca di Mugabe. Come minimo ci sarebbe da chiedersi perchè questo flusso non venga interrotto. Intanto il presidente venezuelano Chavez accoglie il dittatore africano a Caracas come «guerriero della libertà». Castro sarà geloso.
P.S. Forse non tutti sanno che la situazione in Venezuela è questa da anni.
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Nazioni Unite. Nel pregiudizio. Questo è uno di quegli articoli da citare ogni volta che un vostro interlocutore vi spiega con il classico atteggiamento di chi la sa lunga che non è mica vero che l'ONU ce l’ha con Israele e gli ebrei. No, no.
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Lieto fine? Haiti tra passato e futuro. Per il WSJ è un bene che si sia chiusa l’epoca Aristide. Oxblog ha molte altre informazioni utili.
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John il falco (pro Aristide). La posizione di Kerry sulla crisi di Haiti. Altra doccia fredda per i suoi fans europei. O magari stavolta da soli andava bene. Chissà.
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The Passion? Non. Questa notizia si presta a una doppia lettura: da una parte dimostra quanto sia serio il problema dell’antisemitismo in Francia; dall’altra fa pensare a quel che si sarebbe letto e ascoltato se la decisione di non distribuire il film fosse stata presa – invece che in un paese della vecchia Europa - negli Stati Uniti.
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Forse perchè è faticosetto. Uno studio rivela che i blog sono pochissimi. E va be’.
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lunedì, marzo 01, 2004
Se lei solo sapesse... Una televisione olandese ha ottenuto il permesso di entrare in una scuola nordcoreana: il motivo è stato l'adozione del Diario di Anna Frank come libro di testo per gli studenti. Solo che, come i giornalisti hanno potuto constatare di persona, il Diario è usato come arma di propaganda antiamericana: nel mondo di Kim Jong Il i nazisti di ieri sono gli americani di oggi ed Hitler è George Bush. I ragazzi vengono educati all'odio contro il nemico imperialista ed a loro viene insegnato a prepararsi all'inevitabile scontro con i «nazisti» yankee. I campi di concentramento esistono, ma non in Corea del Nord ovviamente: in America. E il cibo scarseggia perchè la borghesia imperialista se ne impossessa ai danni del proletariato. Il messaggio finale - recitato da uno degli allievi - è questo: «Per la pace nel mondo, l'America dovrà essere distrutta. Solo allora il meraviglioso sogno di pace di Anna si realizzerà».
Di recente abbiamo scovato in libreria un eccellente volume sul paradiso di Kim. Ne parleremo presto. Inizia con queste parole: «La Corea del Nord non si può immaginare».
Meglio non si può dire.

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Iraq in progress. Sta per vedere la luce il primo documento costituzionale del nuovo Iraq: libertà di parola, di stampa, di assemblea, di religione; sistema giudiziario indipendente, pari trattamento per tutte le etnie, controllo del potere civile su quello militare. Un quarto dei seggi al parlamento saranno per le donne. L'Islam sarà soltanto «una fonte» della legislazione.
E' passato meno di un anno dalla caduta di Saddam.

If approved, the interim constitution would be the most progressive such document in the Arab world.


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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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