1972

venerdì, febbraio 27, 2004
Sembrava finita lì. Il 27 febbraio di undici anni fa il New York Times usciva con questa prima pagina.
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C’è una guerra là fuori. Guardando alle elezioni di novembre per Mark Steyn c’è solo una cosa che conta: la lotta contro il terrorismo. Tutte le altre sono questioni secondarie.
Il titolare di questo blog è totalmente d’accordo.
L’affondo di Steyn nei confronti di chi sembra non capirlo (richiede venti secondi per la registrazione):

But in 2004 America is divided between those who want to fight the war and those who want to fight the guy who invented the war as a means of distracting us from the tax cuts for his cronies and his plan to destroy the environment.

If Gore or Kerry had been in the White House on September 11, I’m certain the Taleban would still be in power, and Afghanistan would still be a playground of terror camps. Oh, to be sure, there’d have been sanctions and Security Council resolutions and some arrests of associates in the US, but the broad context of 9/11 would have been different: it would have been a ‘tragedy’, not an act of war; mounds of teddy bears, not regime change. For that critical, liberating distinction we have to thank Don Rumsfeld and George W. Bush. According to Rowan Scarborough’s new book Rumsfeld’s War, at one o’clock that afternoon, as the Pentagon still burned and after he’d helped with the injured, the Defence Secretary told the President, ‘This is not a criminal action. This is war.’
November’s election is a referendum on Rumsfeld’s judgment that day. After Pearl Harbor, Admiral Yamamoto said that he feared all he’d done was wake a sleeping giant. But it’s been two years now. If you figure it’s time the sleeping giant resumed his slumbers, Kerry’s your man.







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Omofobo, populista reazionario, bigotto. George Bush? No, John Kerry. Il prossimo candidato democratico alle presidenziali appoggia un emendamento alla Costituzione del Massachusetts per proibire il matrimonio gay.
Lo ha detto al Boston Globe.
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Il vizietto. Kerry lunedì scorso ha definito la barriera antiterrorista israeliana «un legittimo atto di autodifesa».
Ben detto. Il Jerusalem Post però ricorda che solo quattro mesi fa lo stesso senatore aveva espresso una posizione contrastante: «Non abbiamo bisogno di un’altra barriera alla pace», dichiarava davanti ad una platea di arabi americani.
Se l’ultima è quella buona è comunque un passo avanti.

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Brivibas bulvaris. Chi ha avuto la fortuna di visitarla di sicuro si riconoscerà in questo affettuoso ritratto che William Safire dedica a Riga, alla sua gente, alla sua libertà.

Democracy is heady wine and causes initial hangovers. But given a chance to become a habit, the exhilarating experience of freedom enriches and ennobles people. That's hard to believe until you've seen it with your own eyes. 

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Saddam spera. Un significativo esempio di quel che può succedere quando si mettono i processi ai dittatori in mano alle Nazioni Unite. Glenn Reynolds la vede così.
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In tempo reale. Ad Haiti la situazione è sempre più difficile.
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The Passion. Andrew Sullivan l’ha visto e l’ha trovato pornografico. Nemmeno al Washington Post è piaciuto per quel suo retrogusto antisemita. Secondo The New Republic il film è «intossicato dal sangue» ed è «senza dubbio antisemita»: la recensione è una delle più dure mai lette. Un primo giro di reazioni da Christian Rocca. Un secondo giro da Judith Weiss. Alla fine abbiamo trovato anche un parere favorevole: Roger Ebert e Richard Roeper sul Chicago Sun-Times.
Di sicuro poche altre volte un film ha ricevuto tanta attenzione.
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giovedì, febbraio 26, 2004
Caspita. Tre giorni fa era un anno di blog.
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Calm down. Come ci si poteva attendere l’isteria è stata uno dei fattori (anche se non il solo) che hanno caratterizzato le reazioni alle dichiarazioni di Bush sui matrimoni omosessuali. Questa volta sono stati i blog a farsi portavoce delle posizioni più intransigenti mentre l’informazione tradizionale ha preferito in genere la cautela.
Tralasciamo per amor di dignità le intemerate rozze dei Bush-haters nostrani che amano così tanto la «loro» America da paragonarla un giorno all’Iran degli ayatollah e l’altro alla Germania nazista. Ormai prenderli sul serio è diventato esercizio che va al di là delle nostre possibilità.
Veniamo invece a quanto si è detto e scritto negli Stati Uniti che, fino a prova contraria, è quel che conta. La complessità della questione si riflette nella varietà delle prese di posizione che dimostra che è piuttosto strumentale ricondurre l’intera vicenda esclusivamente ad un problema di civil rights : i diritti dei gay non sono in discussione negli Stati Uniti e la decisione di Bush nulla toglie e nulla aggiunge al loro riconoscimento (ecco: queste, per esempio, sono idiozie). Nè, pur considerando quella a favore del matrimonio gay una rivendicazione più che legittima (e a nostro parere fondamentalmente condivisibile), si possono disconoscere tout court le ragioni di chi vi si oppone (che sono molte e consistenti). Per farla breve: se chi si schiera dalla parte del matrimonio omosessuale può considerarsi portatore di un’istanza di progresso, non per questo chi ha un’opinione contraria deve essere etichettato come pericoloso reazionario e a sua volta ghettizzato. Questo è un argomento in cui le ragioni e i torti non si tagliano con l’accetta ed è stupefacente notare come gli stessi che proclamano orgogliosamente di coltivare il dubbio su qualunque cosa (perfino su Osama Bin Laden e la sua ideologia di morte) in genere non abbiano esitazioni quando si tratta di giudicare l’opportunità di cambiamenti così rilevanti per la società, il costume, la morale, il diritto. Nessun dubbio per fortuna sulla natura di Osama e del terrorismo ha Andrew Sullivan per il quale è nota la nostra ammirazione: ma i suoi commenti sulla decisione di Bush sono stati decisamente sopra le righe.
Basta leggerli a mente fredda per rendersene conto. Con tutto il rispetto per la sua personale situazione e per la serietà delle sue argomentazioni il paragone tra la difesa dei valori della Costituzione americana dalla minaccia dal terrorismo e la difesa della stessa da quelle che definisce «discriminazioni anti-gay» messe in atto dall’amministrazione Bush è semplicemente senza senso. Nessuno impedisce ad Andrew Sullivan di vivere la sua condizione di omosessuale in piena libertà. Qui si sta discutendo di un’altra cosa: se estendere o meno l’istituto del matrimonio alle coppie omosessuali. Quelle stesse coppie omosessuali che, per esempio, in molti dei paesi sponsor del terrore sono bandite dalla società, perseguitate, incarcerate, a volte lapidate.
Il senso delle proporzioni non andrebbe perduto così facilmente. A partire da qui si può dibattere finchè si vuole se il diritto al matrimonio vada riconosciuto o meno, se Bush abbia fatto bene a politicizzare la discussione in questo momento, se l’emendamento costituzionale sia una misura appropriata o no. Ma annegare tutto nel mare dell’indistinzione e vedere violazioni della Costituzione e delle libertà civili ad ogni angolo di strada non rende un buon servizio alla causa che giustamente Sullivan e molti con lui ritengono così importante.
I commenti nella stampa americana si concentrano principalmente su un punto: che la questione non è tale da richiedere una modifica costituzionale. Che siano d’accordo o meno con il merito del Federal Marriage Amendment gli opinionisti generalmente si ritrovano sul fatto che la Costituzione federale non dovrebbe essere coinvolta in una disputa che i singoli stati sono in grado di dirimere a livello legislativo. Su questa linea l’editoriale del NYT (durissimo con Bush) e quello del Washington Post (più equilibrato come al solito). Va ricordato comunque che l’improvvisa accelerazione di questi giorni è stata determinata anche, se non soprattutto, dalle recenti celebrazioni di matrimoni omosessuali a San Francisco (in violazione della legge) e dalla battaglia giudiziaria del Massachusetts. In questi casi (cui si aggiunge quello del New Mexico sostanzialmente analogo al primo) la legislazione statale è stata bypassata dall’iniziativa di pubblici ufficiali.
Il Washington Times appoggia incondizionatamente la mossa di Bush e nota come sia destinata, tra l’altro, a mettere in difficoltà il candidato democratico che lo sfiderà a Novembre.
Il WSJ ne fa sostanzialmente un problema di privilegi alle coppie sposate e di attivismo giudiziario. Quell’attivismo giudiziario che, secondo Peter Edelman, non deve essere un alibi cui i contrapposti schieramenti ricorrono per evitare di affrontare il merito delle questioni. Il Boston Globe ricorda che la nazione è profondamente divisa e vede il rischio che entrambe le posizioni si radicalizzino. Il Los Angeles Times nota come nella stessa California vi sia un sostanziale equilibrio tra cittadini che appoggiano l’emendamento costituzionale e quelli che vi si oppongono mentre la maggioranza dei californiani ritiene che il sindaco di San Francisco abbia sbagliato a celebrare i matrimoni. Ancora sul NYT, infine, David Kirkpatrick spiega che la formula utilizzata da Bush lascia aperti consistenti margini di manovra all’azione statale e lascia intendere che, in ogni caso, l’interpretazione dell’emendamento dà luogo a diversi possibili esiti.
I principali bloggers d'oltreoceano seguono l’onda e attaccano Bush senza mezzi termini. Poco spazio per la riflessione, stavolta, e minacce di ripensamenti a Novembre. Fa eccezione il solito grande Glenn Reynolds che ricorda la vigenza del Defense of Marriage Act approvato sotto l’amministrazione Clinton e pensa che si stia facendo tanto rumore per nulla:

Since Bush hasn't endorsed any specific language, all we have to go on now is the two statements I've linked above. But there seems to be much less to them than the media attention suggests: States are still free to adopt gay marriage if they want, perhaps subject to the rule that they call it something else, officially. And they're still free to decide whether or not to recognize other states' gay marriages. I hope that they'll do both, but it's not clear to me that this amendment will make any difference.

Assolutamente da leggere.

Controcorrente anche queste riflessioni dal blog di Dean Esmay:

You may not agree with his position, that's your right, and your privilege. But take a moment to consider, what HAS he done?
George W. Bush has put the activist courts on notice. This matter will be decided by the people of the United States of America, in a manner fully prescribed by the Constitution.
Bush has stated that he will SUPPORT a Constitutional Amendment. What does that mean, exactly?
It means nothing.
That Amendment had already been proposed. IF it can achieve a two thirds majority in both the House and the Senate, the Amendment will go to the States. Let me say that again. Before the Amendment can be voted on by the States, it must achieve a supermajority of votes in Congress. YOUR elected Senators and Representatives, will have to vote, yes or no, on this Amendment. These people want to be re-elected, they are going to vote whatever way they think the people want.
Let's assume that the Amendment gets a 2/3 majority yes vote. Now it goes to the States, and this time, in order for the Amendment to become law, it must be approved by 3/4 of the State Legislatures.
This is NOT "tampering with the Constitution" as has been alleged. This is the full and complete democratic process, as outlined by the Founders. This is democracy in action, and the will of the people will be done. Not the will of the politicians, not the will of the ""religious Right," not the will of the godless left, the will of the PEOPLE.

Un bellissimo perchè sì. Un ragionevole perchè no.

Tre rapide osservazioni finali: Kerry ed Edwards si sono espressi contro il matrimonio omosessuale anche se non voterebbero a favore di un emendamento costituzionale e perfino la base dei democratici è tutt’altro che compatta nel rifiuto del provvedimento: chi parla di omofobia, di populismo e di destra religiosa dovrebbe tenerlo presente; questo emendamento non vedrà probabilmente mai la luce e rimarrà una political issue lanciata nell’arena elettorale in un momento particolare: inoltre il presidente non giocherà alcun ruolo nel procedimento costituzionale che dovrebbe portare alla sua approvazione; a pontificare e dare giudizi prima di conoscere tutti i fatti in una materia così controversa si rischiano brutte figure. Quindi, calm down.

























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mercoledì, febbraio 25, 2004
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Un processo post-mortem. Quello che di fatto hanno intentato a Benayahu Zuckerman - 18 anni, bruciato vivo sull’autobus n. 14 alle 8,20 del mattino – Noam Chomsky e quelli come lui.
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La verità, vi prego, sull’Iran. Michael Ledeen si chiede che cosa abbiano di nuovo visto (meglio: non visto) i media occidentali in occasione del voto iraniano. Il tasto è dolente: come è possibile che praticamente tutti abbiano trattato quanto è successo come se si stesse svolgendo una normale consultazione elettorale? Come è possibile che per avere notizie sulla situazione si dovessero visitare i blog o i siti iraniani non legati al regime? Come è possibile che tutto quello spirito critico che ogni giorno l’informazione riserva alle politiche delle democrazie occidentali svanisca improvvisamente di fronte ai metodi delle dittature e dei regimi illiberali?
Ma qualche risposta la dovrebbero dare anche quei governi la cui unica preoccupazione sembra essere l’appeasement con i despoti di Teheran:

For those interested in exposing hypocrisy, it is hard to find a better example than all those noble souls who denounced Operation Iraqi Freedom as a callous operation to gain control over Iraqi oil, but who remain silent as country after country, from Europe to Japan, appeases the Iranian tyrants precisely in order to win oil concessions.

Pedram intanto ricorda che in un’elezione finta anche i numeri sono finti.
Mentre i mullah rinnovano la fatwa contro Salman Rushdie.
Non sapevamo che le fatwe avessero una data di scadenza.
Infine le ultime sul programma nucleare clandestino iraniano: ogni giorno se ne scopre un pezzo e se si considera che ad emergere nel corso di queste ispezioni è solo quello che il regime vuole che emerga è chiaro come questo paese sia attualmente una bomba ad orologeria che andrebbe disinnescata al più presto.







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Sindrome da successo? Perchè i risultati raggiunti nella guerra al terrorismo potrebbero danneggiare Bush nella rielezione. E’ un paradosso, ma non tanto.

Più gli americani pensano che egli abbia avuto successo nell’attenuare la minaccia terrorista, più voteranno per Kerry. Più sentono che il terrorismo è ancora alle porte di casa – come in effetti è – più appoggeranno Bush come il leader migliore in tempo di guerra.

Come dovrebbe comportarsi allora Bush?

Deve puntare soprattutto sugli obiettivi ancora da raggiungere, piuttosto che cercare di vendere i suoi successi.

Opinabile ma interessante.

Intanto il primo discorso elettorale del presidente è piaciuto parecchio all’uomo che scriveva quelli di Clinton.

Bush's approach has always been to magnify problems and offer super-sized solution--proposing huge tax cuts every year, responding to terrorism by promoting regime change in Iraq as well as in Afghanistan, and promoting the partial privatization of Social Security and Medicare. Whatever the merits of the policies themselves, the strategic advantage of this approach has always been clear: Tackling (or appearing to tackle) big problems and proposing big ideas dispels doubts about Bush's stature, especially in comparison to Clinton, whose command of the issues was never in doubt but who concluded his presidency by offering micro-initiatives on the domestic scene.

This was the best speech Bush has given since Kerry emerged as the Democratic front-runner. His arguments can be answered, but Kerry or Edwards will need to do more than counter with policy ideas; they will need to explain the philosophical antecedents of their proposals in order to give their candidacies an overarching message. That was exactly what George W. Bush--once again talking like a happy warrior--did last night.













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Il Caro Dietista e il Caro Stilista. Ecco cosa va in onda alla tv nordcoreana.
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Lettera di La Malfa al Riformista. Le domande sull’Iraq cui il centrosinistra non risponderà (grazie a Windrosehotel).
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Il fondo del barile. A volte su certi blog si leggono cose che sembra incredibile che uno possa perdere un quarto d’ora della propria vita a scrivere.
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martedì, febbraio 24, 2004
Letteratura post-11 settembre.

«La vera storia degli Stati Uniti si sostiene sulla cospirazione e la menzogna. Questa nazione si è presentata al mondo come un modello di democrazia e libertà, di virtù, innocenza e rettitudine, ciò che, nella pratica, è molto lontano dalla verità. Nel corso del XX secolo, il popolo statunitense è stato guidato da governi crudeli e inumani, che hanno mentito e ingannato impunemente i propri cittadini, governi che hanno esercitato la violenza indiscriminatamente dentro e fuori i loro confini quando lo hanno considerato necessario.
Santiago Camacho, autore del volume di successo Las 20 grandes conspiraciones de la historia, racconta apertamente la vera storia di questo paese, che poche volte emerge nei mezzi di comunicazione: il suo volto nascosto, il suo particolare Mr. Hyde. In Las cloacas del Imperio si sgrana una terrificante collezione di fatti tanto vergognosi come sconosciuti che hanno contribuito all’affermazione di quella che oggi è la nazione più potente del pianeta».


Questa incredibile presentazione è stampata sul retro del volume Las cloacas del Imperio, scritto dal giornalista Santiago Camacho, da pochi giorni nelle librerie qui in Spagna. L’immagine di copertina è un topo di fogna che esce da un cappello a cilindro a stelle e strisce.
Poco da aggiungere. Solo che probabilmente stiamo vivendo il clima intellettuale più pesante che l’Europa occidentale abbia conosciuto dalla sconfitta del nazismo. E che ci piacerebbe essere da un’altra parte.





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Perchè quel discorso è importante. Articolo in due parti di Carroll Andrew Morse su TCS: nella prima si sofferma sul concetto di globalismo democratico nell’accezione teorizzata da Charles Krauthammer durante il suo recente intervento all’AEI; nella seconda mette in guardia da quella subdola forma di internazionalismo contemporaneo che, lungi dal promuovere i valori della democrazia e dei diritti umani cui nominalmente pretende di fare riferimento, ha come scopo e come risultato il mantenimento dello status quo per illiberale o dispotico che sia.
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Solidarnosc. Teheran oggi come Varsavia nel 1981. Ma allora l’Occidente sostenne senza esitazione le forze democratiche, oggi tentenna di fronte ai ricatti degli ayatollah. Solo la libertà degli iraniani garantirà il loro benessere e la nostra sicurezza. Le azioni concrete che dovremmo intraprendere per dimostrare di essere con loro contro i loro carcerieri.
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L’ultimo dittatore. Ritratto del temibile Alexander Lukashenka, padre-padrone di una Bielorussia che nel 2004, con un po’ di aiuto, avrebbe l’occasione per liberarsi definitivamente dei fantasmi del passato.
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C’è un blog per seguire l’evoluzione della situazione ad Haiti.
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Il linguista ed Israele: ci risiamo. MediaBackSpin risponde all’articolo di Chomsky sul NYT ed in particolare alla vergognosa (quanto ricorrente) accusa di apartheid.
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Vuol dire «progressista». Che si trovi scritto su qualche blog passi. Ma che il direttore del Corriere della Sera parlando di politica a stelle e strisce traduca letteralmente il termine «liberal» con «liberale» e ci costruisca su un editoriale è già un po’ più sorprendente. Una cosa è dire che negli States anche la sinistra – buon per loro – è in genere liberale perchè il liberalismo è la religione civile dell’America. Ma «liberal», nel linguaggio politico d’oltreoceano, ha una sfumatura diversa che sarebbe importante mantenere quando si cerca di spiegare ai lettori che cosa succede. Ancora di più se si usa la formula «neoliberale». Anche se – va riconosciuto - sui giornali si leggono svarioni più gravi.
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lunedì, febbraio 23, 2004
Non possiamo non sapere. Da questo sito si possono scaricare duecentotredici pagine di testimonianze di sopravvissuti ai campi di concentramento nordcoreani.
E’ un materiale la cui importanza non c’è bisogno di sottolineare, raccolto nel corso degli anni da attivisti per i diritti umani attraverso interviste con prigionieri e guardie che sono riusciti a fuggire dal paradiso di Kim Jong Il.
Per ora è disponibile solo in rete. Aggiungiamo solo che se quando leggete Se questo è un uomo di Primo Levi vi trovate di fronte ad una pagina di storia, quando leggete Sun ok-Lee o Jyok Ahn siete immersi nella cronaca quotidiana.
Perchè sta succedendo anche adesso.


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Quale giustizia? L’ultimo in ordine di tempo è stato quello delle otto e venti di ieri mattina. Dall’inizio della cosiddetta seconda Intifada più di un centinaio di attacchi suicidi hanno seminato morte in Israele. Le vittime civili sono oltre novecento. Questa è una lista delle azioni più letali.
Questa invece la demenziale apertura di uno dei telegiornali spagnoli della sera (Telecinco):

«Tutto il muro costruito da Israele non è servito ad evitare un altro attacco palestinese. Questo perchè come tutti i terroristi anche quelli palestinesi colpiscono dove possono e come possono».

Che è come dire: inutile cercare di difendersi. Anzi, meglio agevolare il lavoro dei kamikaze. Così magari finiscono prima e possiamo occuparci d’altro. Stalin docet: nessun uomo, nessun problema.

Intanto oggi il palestinian case contro la barriera difensiva va in scena all’Aja. Sul banco degli imputati non i terroristi ma le loro vittime. Il pretesto legale è che Israele sta costruendo in territorio palestinese ma la questione è politica. Si cerca la condanna del «muro» e quindi del governo Sharon. La Corte ha cominciato escludendo i familiari delle vittime del terrorismo dalle udienze. Ha detto che non sono parte in causa.






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Le tessere del mosaico. Un ex membro del Mukhabarat, la polizia segreta di Saddam, parla in un’intervista con Jonathan Schanzer dei legami tra il regime e Al Qaeda: appoggio logistico e finanziamento ad Ansar al Islam, contatti diretti con la rete di Osama Bin Laden attraverso speciali emissari. Testimonianze e documenti di questo genere sono ormai molto numerosi (l’ultimo fu il messaggio intercettato di Al Zarqawi alla leadership di Al Qaeda) ma stranamente vengono tenuti in nessuna considerazione dalla maggior parte dei media che invece continuano a ripetere che non si è trovato nulla che dimostri le relazioni tra l’ex raìss di Baghdad e i carnefici dell’11 settembre. E’ evidente che se tutto quel che si trova viene sistematicamente ignorato alla fine è come se non si fosse trovato nulla. Non che sia necessaria una smoking gun per rendersi conto di come la caduta di Saddam sia un passaggio fondamentale nella lotta contro il terrorismo; ma l’emergere di fatti di questo genere non fa che confermare la natura della minaccia proveniente dal binomio stati canaglia-terrorismo ed aggiunge elementi di conoscenza importanti.
Ecco perchè sarebbe il caso di interrompere il silenzio informativo al riguardo.

Zarqawi, as the prisoner explained, was al Qaeda's link to Iraq in the same way that Abu Wael was the Iraqi link to al Qaeda. Indeed, Zarqawi (who received medical attention in Baghdad in 2002 for wounds that he suffered from U.S. forces in Afghanistan) and Abu Wael helped Ansar al Islam prepare for the U.S. assault on its small enclave last year. According to al-Shamari, Ansar was given the plan from the top Iraqi leadership: "If the U.S. was to hit [the Ansar base], the fighters were directed to go to Ramadi, Tikrit, Mosul . . . Faluja and other places." This statement agreed with a prior prisoner interview I had with the attempted murderer of Barham Salih, prime minister of the Patriotic Union of Kurdistan. This second prisoner told me that "Ansar had plans to go south if the U.S. would attack."


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Dopo le non-elezioni. Incidenti nel sud dell’Iran.
Altre proteste di cui non sentiremo parlare. A Teheran ha votato solo il 28 per cento. Per Khamenei tutto è stato «corretto, giusto e legittimo». Hooman ha alcune interessanti osservazioni su chi e perchè si è recato alle urne nonostante tutto. Mentre la distanza fra le parole d’ordine del regime e le idee della popolazione è sempre più netta.
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domenica, febbraio 22, 2004
Scommettiamo che non arriveranno a fine legislatura? E' finita come era cominciata: i supporters degli ayatollah hanno fatto piazza pulita di ogni voce dissonante e si sono assicurati il controllo del parlamento. In pratica le elezioni non ci sono state. Si è trattato soltanto di ratificare lo scenario che il potere aveva già predisposto. Si calcola che quasi il cinquanta per cento degli iraniani sia andato a votare: il massiccio boicottaggio non c'è stato. E' l'ultimo fallimento dei cosiddetti riformisti la cui esperienza finisce polverizzata non solo dalla mano dura dei Guardiani della Rivoluzione ma dalla loro stessa incapacità di mantenere fede alle promesse di modernizzazione e liberalizzazione. La società civile iraniana attende tra l'apatia e la rassegnazione gli sviluppi della nuova (cioè vecchia) situazione. E' un'attesa carica di tensione, come sempre.
La rivoluzione liberale si fa per gli iraniani sempre più necessaria e urgente.
P.S. Intanto Shirin Ebadi ne sta inanellando una dietro l'altra. Un altro Nobel sprecato.

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sabato, febbraio 21, 2004
Le elezioni farsa. In attesa di sapere come sono andate davvero non perdetevi queste perle di propaganda dal Teheran Times: articolo («Una grande giornata elettorale per la nazione iraniana») ed editoriale («Epiche elezioni e democrazia in Iran»).
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Facile, no? Quando la realtà non piace se ne elabora un’altra
a proprio uso e consumo per poterci credere.
Si chiama ideologia e l’hanno già inventata.

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venerdì, febbraio 20, 2004
Non-Election Day. Un’astensione in massa dal voto è quanto di meglio ci si possa attendere dalle elezioni iraniane di oggi.
Gli ultimi avvenimenti dalla Repubblica Islamica commentati da Michael Ledeen. L’invito di Hossein Derakhshan a non votare e a bloggare.
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La nebbia di Barcellona. La complicità politica con i terroristi sarà premiata. Questo in sostanza il messaggio che arriva dal governo della Generalitat: il posto di Conseller en Cap – lasciato vacante dalle dimissioni di Carod-Rovira – sarà assegnato ad un altro esponente di Esquerra Republicana indicato dallo stesso Carod. Avete letto bene. Pasqual Maragall si è detto soddisfatto e ha dato per «conclusa» la crisi.
Riassunto: invece di chiedere scusa ed andarsene, il tripartito celebra la sua continuità.
Pensano di essersela cavata così, gettando un po’ di fumo negli occhi. Questi signori dimostrano di non aver capito quel che hanno fatto alla Catalogna che indegnamente rappresentano. L’importante comunque è che lo abbiano capito i catalani.

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Ci sono espressioni... che andrebbero usate proprio solo quando tutte le altre sono finite.
«Universo concentrazionario» è una di queste.
Ne va della credibilità di chi scrive, del rispetto per chi certe esperienze ha vissuto o ne è morto, per la verità storica e infine anche per chi legge. Anche se ormai sono pane quotidiano, ancora non riusciamo ad abituarci a certi spropositi venduti come legittime opinioni o addirittura dati di fatto.
P.S. Scrivere questo post in tono pacato non è stato semplicissimo.


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giovedì, febbraio 19, 2004
Di rabbia e di vergogna. Ieri qui in Catalogna molti hanno pianto. L’epilogo più ignobile per una vicenda cominciata così.
ETA per i catalani – come per tutti - è stata solo questo: orrore e morte. Grazie agli estremisti della sinistra repubblicana che da novembre fanno parte del governo autonomico la storia di un intero popolo è stata consegnata a due terroristi incappucciati che in pochi minuti ne hanno fatto scempio in un delirante proclama televisivo. La peggior violenza che si potesse commettere contro l’orgoglio di questa gente. Il peggior servizio che una classe politica di pericolosi demagoghi potesse rendere a chi – sbagliando – aveva confidato in loro.
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mercoledì, febbraio 18, 2004
Già che ci siete. A Cuba c’è un’immensa prigione.
Non è Guantanamo, no. E’ tutto quel che la circonda.
Visto che il vostro aereo carico di indignazione atterra a Guantanamo praticamente ogni giorno, se non vi cambia troppo i piani proseguite la rotta per qualche chilometro.
Potreste avere delle sorprese. Dovrete però accontentarvi: lì più che talebani ci troverete scrittori, poeti, omosessuali, attivisti per i diritti civili. Feccia controrivoluzionaria insomma. Materiale umano molto meno interessante, occorre riconoscerlo. Del quale però ogni tanto si accorgono perfino le Nazioni Unite che – anche se non riescono a denunciare una dittatura senza metterci in mezzo l’imperialismo yankee - almeno una volta l’anno si svegliano dal letargo.
Castro ha reagito come da copione: dicendo che dovrebbero occuparsi piuttosto delle condizioni dei talebani di Guantanamo. Castro è una vecchia volpe. Sa come parlare al suo pubblico.



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Dedicato agli antiamericani. L’America di Norman Geras.
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Facciamo cambio. E’ sorprendente osservare come alcuni iracheni siano - nonostante tutto – decisamente più avanti di molti nostri connazionali in fatto di coscienza democratica. Prendete i blog, per esempio: loro hanno Ali, noi...
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Intervista a John Lewis Gaddis. Sul sito del Council on Foreign Relations.

Colpisce il fatto che Bush sia diventato un Wilsoniano, non è vero?

Assolutamente. Ma le nostre vecchie categorie di destra e sinistra in realtà significano sempre meno quando si tratta di politica estera. Ripensate alle presidenze repubblicane del recente passato. Chi era il presidente che Richard Nixon più ammirava? Lui diceva che era Wilson. Forse era solo cinismo. Ma è interessante che facesse quella scelta.
Se domandate quale fosse una delle caratteristiche distintive della presidenza di Ronald Reagan in politica estera, uno degli aspetti più importanti era che egli realmente concordava con Jimmi Carter sulla promozione dei diritti umani, che era serio su questo punto tanto quanto lo era Carter. Questo fece dei diritti umani una priorità nell’agenda dei conservatori, dei repubblicani, riflettendo sicuramente l’iniziale influenza dei neoconservatori sulla politica estera. Quella tendenza è continuata sotto questa amministrazione, che si è mossa in maniera perfino più radicale e decisa in questa direzione.
Così, ironicamente, questa amministrazione conservatrice repubblicana è in realtà la più radicale amministrazione americana da molti anni a questa a parte in termini di promozione della democrazia all’estero in zone prima considerate inospitali per la stessa.






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«Immorale» come la lotta contro l’apartheid?
Desmond Tutu riserva parole di fuoco a Bush e Blair per la guerra che ha liberato l’Iraq dalla dittatura genocida di Saddam. Si fa presto a dire uguaglianza: al dunque i sudafricani sono un po’ più uguali degli iracheni.
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«No war» for oil. Altri particolari sui soldi che Saddam sottraeva agli iracheni per comprarsi il supporto di alcuni pacifisti europei (in questo caso britannici).
Dal Guardian, quotidiano della sinistra anti-war.
P.S. Uno dei supporters di Saddam è il noto George Galloway del quale ora, grazie ad Andrew Sullivan, conosciamo anche questa brillante performance su Castro.

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martedì, febbraio 17, 2004
La guerra giusta per le ragioni giuste. Fondamentale articolo di Kristol e Kagan che ripercorrono in dettaglio le tappe del lungo cammino che ha portato alla liberazione dell’Iraq.

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Tour europeo. Blix rilascia interviste ai media tedeschi e spagnoli: scagiona Saddam, loda il lavoro degli ispettori, attacca Stati Uniti e Gran Bretagna. Insomma: quel che ti aspetti da uno che definisce «bastardi» i membri dell’amministrazione americana. E infatti qui è l’idolo delle folle e viene ripreso da tutti i telegiornali.
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Più o meno trent’anni fa in una popolosa area del nostro pianeta. Quando era un membro delle Guardie Rosse di Mao Li Zhensheng aveva l’incarico di fotografare la nuova realtà della Rivoluzione Culturale a fini propagandistici. Caduto in disgrazia cominciò a nascondere sotto il pavimento di casa sua migliaia di negativi la cui pubblicazione era proibita. Alcune di quelle immagini sono ora state raccolte in un libro splendido a testimonianza delle atrocità compiute nel corso di una delle più grandi tragedie del XX secolo. Gli eventi della Rivoluzione Culturale ed il livello di fanatismo che durante dieci anni sconvolsero un paese già devastato sono difficili anche solo da concepire. Libri come questo aiutano a non cadere nella tentazione di non ricordare.
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Una lenta e graduale assuefazione all’idea. L’Olocausto come punto d’arrivo del processo di esclusione degli ebrei dall’orizzonte sociale e psicologico nella Germania nazista.
Le origini della soluzione finale secondo Christopher Browning intervistato dall’Atlantic Monthly.
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We the People. Sul blog di Jeff Jarvis si discute dell’eccezionalità dell’America.
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La pace sia con voi. Ahmad Nasser, alto dirigente dell’ANP, ha dichiarato che Israele non ha diritto di esistere perchè «discende da Satana».
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Sfuggita a Klamm. In Grecia un uomo che stava navigando su siti pornografici ha trovato un video di sua moglie a letto con l’amante.
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lunedì, febbraio 16, 2004
Da oggi chi volesse scrivere al titolare di questo blog lo potrà fare al seguente indirizzo riportato anche nella colonna di destra:
enzreale@freemail.it


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Sessantadue candeline. Oggi è il compleanno del «Sole del XXI secolo», cioè Kim Jong Il. Celebrazioni sobrie come al solito. Yoel Sano su Asia Times si sofferma sui problemi della sua successione.  Perchè il Caro Leader è sinceramente convinto che il regime sopravviverà.
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domenica, febbraio 15, 2004
Incensato e incenerito. E' morto Marco Pantani.
Un campione. Corri, spingi su quei pedali, staccali tutti.
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sabato, febbraio 14, 2004
Qualcosa di cui sparlare. Questa storia se Bush abbia o meno compiuto il suo servizio militare è interessante quasi quanto quella se Kerry abbia o meno un'amante. Quando poi le critiche al presidente arrivano dagli antimilitaristi di tutta la vita la cosa diventa ancora più divertente.
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venerdì, febbraio 13, 2004
Il libro di Martin Amis su Stalin è un gioiellino.
Ha uno degli incipit più fulminanti che si ricordino; riesce a raccontare l’orrore di quegli anni con quella apparente leggerezza che lo rivela invece in tutta la sua grottesca ottusità; è appassionato, ironico, incredulo, rassegnato, emozionante. Leggerlo è come stare nella stessa stanza del tiranno, nella stessa prigione di un condannato, nella stessa baracca di chi sta morendo di fame.
Quando verso la fine poi ti imbatti nel capitolo «Quando noi morti ci svegliamo» e nella lettera che Martin Amis scrisse a Christopher Hitchens nel febbraio 2001, ti rendi conto che la colossale menzogna dell’Ottobre e di quel che ne seguì si può spiegare in trenta righe:

Visto in termini di libertà, e solo di libertà, l’Ottobre non costituisce una rivoluzione politica sull’onda di una rivoluzione popolare (il Febbraio), bensì una controrivoluzione. I «disordini» del 1921 – nelle forze armate (l’ammutinamento a Kronstadt e in altri luoghi), nel proletariato sopravvissuto dopo la guerra civile (scioperi, manifestazioni, rivolte) e nelle campagne (la ribellione contadina che coinvolse milioni di persone) – rappresentarono una rivoluzione popolare molto più autentica di quelle del 1905 e del 1917. I bolscevichi li definirono una controrivoluzione, e li soppressero nel sangue. Laddove, di fatto, era la loro rivoluzione a essere controrivoluzionaria. Era questo l’elefante – il mammut che barriva, sbuffava e scoreggiava – nel salotto del Cremlino. Fondato su un’abissale mancanza di verità, il bolscevismo era destinato a una carriera di grottesca mendacia, che raggiunse l’apice di universale e ideale menzogna sotto Stalin. La fragile libertà del periodo inter-rivoluzionario venne rimpiazzata dalla mancanza di libertà, dalla morte della libertà, come dice Vasilij Grossman. Ed è questo che conta:

La storia dell’umanità è la storia della sua libertà. (...) La libertà non è necessità diventata coscienza, come pensava Engels. La libertà è diametralmente opposta alla necessità, la libertà è la necessità superata. Il progresso è essenzialmente progresso della libertà umana. Giacchè la vita stessa è libertà, l’evoluzione della vita è evoluzione della libertà.

Posso darti un consiglio? Dovresti rileggere i ventiquattro volumi delle opere di Lenin nel modo seguente: ogni volta che trovi le parole «controrivoluzione» o «controrivoluzionario» dovresti togliere il «contro»; e ogni volta che trovi le parole «rivoluzione» o «rivoluzionario» dovresti aggiungere lì quel «contro».

Il libro è anche su tutti quelli che in occidente non videro, non sentirono, non parlarono.

Ma forse c’è una buona ragione per aver creduto alle versioni staliniste. La storia vera – la realtà – era del tutto incredibile.

Sulla tomba del comunismo dovrebbe essere incisa questa epigrafe.













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Un’altra folgorazione. S’è svegliato anche El Baradei (ma finora dov’era?) il quale però, in perfetto stile onusiano, ha prontamente collocato tutti sullo stesso piano come se la bomba in mano a Kim Jong Il fosse lo stesso che in mano a Tony Blair.
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Folgorati sulla via di Islamabad. Quelli che «le armi di distruzione di massa non esistono» e «la minaccia è esagerata ad arte» hanno scoperto che esistono e che la minaccia è reale. Si sono accorti improvvisamente che il Pakistan ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione di tecnologia nucleare. Storia non nuovissima, direte voi. E infatti non lo è. Ed in ogni caso non è che la conferma dell’assoluta inutilità dei trattati di non-proliferazione e del ruolo delle agenzie ONU teoricamente deputate al controllo e alla prevenzione.
Ma perchè dal NYT in giù proprio adesso tutti ne parlano? Perchè è in pieno svolgimento la asfittica battaglia politica sul mancato ritrovamento dell’arsenale iracheno e perchè si dà il caso che il Pakistan, ambiguo e contraddittorio quanto volete, stia dando una mano nella lotta contro il terrorismo. Ed anche questo recente outing - seppur reso ineludibile dalle informazioni ottenute dalla tanto vituperata intelligence alleata - si dimostra un passo in questa direzione. In base alla logica elementare che anima i detrattori di qualunque cosa sia relazionata con gli Stati Uniti, oggi fa comodo dire che il pericolo gli americani se lo sono coltivati ancora una volta nel giardino di casa. Chi conosca un po’ di politica internazionale sa che le cose sono leggermente più complicate. Ma intanto il messaggio passa ed è un tassello in più sulla strada del caos concettuale nel quale siamo immersi da un po’ di tempo a questa parte.
Un caos in cui quelli che sono soliti sbagliarle sempre tutte si trovano ovviamente a proprio agio.

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Dedicato a chi non ha perso la speranza. In questo blog normalmente si va con i piedi di piombo quando si tratta di questioni di bioetica. Ma in questo caso non ci sono dubbi che siamo di fronte ad un grande passo in avanti.
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La svolta. Quando si dice «essere sulla notizia».
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giovedì, febbraio 12, 2004
Grand Strategy. Qui c’è il saggio completo di John Lewis Gaddis (Foreign Policy – novembre/dicembre 2002) sulla NSS di Bush. Qui un commento di Tony Blankley sul suo libro in uscita che – come accennavamo ieri – ne sviluppa i concetti.
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Fine di un equivoco. Christopher Hitchens scrive l’articolo conclusivo su Howard Dean spiegando perchè la sua candidatura fosse assolutamente improponibile. E’ quello che abbiamo sempre pensato qui nonostante gli espertoni di cose americane la dessero praticamente per certa.
Solo in un momento di confusione come questo un personaggio come Dean poteva essere scambiato per un serio aspirante alla Casa Bianca. L’America, che confusa non è, ha messo le cose a posto.
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Un capitolo ancora da scrivere. La disinformazione ai tempi dell’Iraq. Storie da una delle pagine meno nobili (o più ignobili) del giornalismo occidentale: questa è quella di Bob Arnot e della NBC.
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Il mondo è cieco e sordo. Ma in cambio è in ansia per i seicento talebani di Guantanamo.
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La mentalità genocida. Per decenni gli iracheni hanno dovuto subirne gli effetti. Questi sono gli ultimi terribili colpi di coda. Ieri l’editoriale di William Safire era dedicato proprio al tentativo di Al-Qaeda di continuare l’opera di Saddam.

Of the liberation's three casus belli, one was to stop mass murder, bloodier than in Kosovo; we are finding horrific mass graves in Iraq. Another was informed suspicion that a clear link existed between world terror and Saddam; this terrorist plea for Qaeda reinforcements to kill Iraqi democracy is the smoking gun proving that.
The third was a reasoned judgment that Saddam had a bioweapon that could wipe out a city; in time, we are likely to find a buried suitcase containing that, too.

I famosi nodi che vengono al pettine.




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mercoledì, febbraio 11, 2004
Grand strategists. John Quincy Adams, Franklin Delano Roosevelt e George W. Bush a confronto: l’elaborazione di una strategia globale per la politica estera statunitense e le radici della dottrina della prevenzione nella storia americana viste dallo storico John Lewis Gaddis (recensito dal Boston Globe).

The Bush doctrine is more serious and sophisticated than its critics acknowledge -- but it is also less novel, Gaddis maintains. Three of its core principles -- preemptive war, unilateralism, and American hegemony -- actually hark back to the early 19th century, to the time of John Quincy Adams.

Gaddis begins "Surprise, Security, and the American Experience" (Harvard, March) with the observation that thanks to its geographical isolation, the United States has experienced only three surprise attacks on its soil: the British burning of Washington in 1814, Pearl Harbor in 1941, and the terrorist attacks in 2001. Each time, American leaders responded by rethinking grand strategy.




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La politica europea in medioriente vista da una venticinquenne tedesca. Invitata alla Ben-Gurion University Ilka Schroeder, giovane parlamentare europea ed ex membro del gruppo Verde, pronuncia questo straordinario discorso sulle connivenze tra Unione Europea e ANP in funzione antiisraeliana e antiamericana. Venendo da sinistra è un caso più unico che raro di schiettezza e realismo su un tema che da quelle parti sembra impossibile affrontare senza pregiudizi ideologici.

The greatest danger today is that the globalisation critique, anti-Americanism and anti-Zionism which exist in the heads of millions of people is amalgamated into a common sense that is supported and used by European policy. There is no difference in the consciousness of an average Member of the European Parliament and an average German peace demonstrator and I consider this to be a mixture of naivete, moralism, anti-Americanism, anti-Semitism and anti-Zionism and an altogether serious danger. It is against these trends that my efforts are directed. Thank you very much.

Grazie a te.