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sabato, gennaio 31, 2004
La guerra antifascista e i prigionieri dell'ideologia.
Uno splendido Paul Berman su chi ha tradito a sinistra e perchè. Tradotto dal Foglio, qui in originale.
Gli attentati del sabato. I terroristi sembrano prediligere i fine settimana per fare strage di iracheni.
La vita vera e la fuga dalla realtà. Mentre se ne va anche Gilligan vi lasciamo volentieri a questo post del Griso.
venerdì, gennaio 30, 2004
Troppo avanti. E così oggi abbiamo imparato che per un organo di informazione mentire deliberatamente significa proteggere la propria indipendenza. Un «grazie» ai soliti colleghi bloggers italiani che con la puntualità e la perspicacia di sempre ci hanno illuminato ancora una volta.
A volte un dignitoso silenzio sarebbe più onorevole rispetto a simili imbarazzanti argomenti. Senza speranza.
Quasi per caso. Il punto di Mark Steyn sulle vittorie elettorali di JFK (Kerry, che avete capito...).
Aspirazione, non disperazione. Amare la morte più della vita. Uccidersi per ammazzare e ammazzare per uccidersi.
La perversa logica del terrorismo suicida e l’indottrinamento ideologico che la crea ed alimenta analizzati da Itamar Marcus e Barbara Crook. This aspiration to die, which contradicts the basic human instinct for survival, is at the core of the suicide terrorism fervor. Only when this death worship component is recognized as a basic tenet of Palestinian belief will it be possible to understand the challenges Israel and the world face from suicide terror.
Friends for oil. Questa storia che Saddam avrebbe pagato con barili di petrolio parlamentari, partiti politici, giornalisti e organizzazioni di mezzo mondo per riceverne in cambio sostegno politico non è in sé una notizia. Il caso Galloway aveva già rivelato l’esistenza di una rete di amici del regime in Occidente. Quel che non si sapeva è chi esattamente facesse parte di questo gruppo di sodali. Al-Mada (giornale iracheno) ha pubblicato la lista dei nomi e delle nazionalità e Memri l’ha tradotta: c’è pure Formigoni (la cui familiarità con Tareq Aziz in missione di pace rimane scolpita nella memoria). Vedremo se la cosa sarà confermata. In ogni caso probabilmente sarebbe solo la punta dell’iceberg.
Il commento di Zeyad e quello di Sam. Update. Glenn Reynolds non è molto convinto.
Un popolo di venditori. Grazie al blog di Mauro Zanzi uno sguardo incoraggiante sulle prospettive economiche del nuovo Iraq.
Tra tragedia e farsa. Vent’anni. E’ la durata della pena comminata dal regime castrista ai dieci bibliotecari rei di aver fatto circolare copie della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e di 1984 di George Orwell.
Articolo di Nat Hentoff sulla dittatura che brucia i libri proibiti e sui suoi fiancheggiatori occidentali. Quarantacinque anni. E’ la durata di questo grottesco esperimento politico e sociale consumato sulla pelle dei cubani. Basta.
Il crepuscolo degli dei. La BBC si scusa ufficialmente e il suo direttore generale se ne va. C’è aria di smobilitazione.
Dalle ceneri è perfino possibile che nasca qualcosa di diverso. Speriamo, anche perchè peggio di così è difficile. Intanto Jeff Jarvis spiega la differenza fra Andrew Gilligan e Jayson Blair mentre Gregory Djerejian parla di quelli che non sanno perdere. C’è qualche caso anche da noi. giovedì, gennaio 29, 2004
C’è una guerra là fuori. Ve ne siete accorti?
Per esempio: Direi che possiamo dare per ufficiale che le armi di distruzioni di massa non c'erano. Con questo, la discussione se fosse giusto o no fare la guerra a Saddam rimane del tutto aperta. Ma quella sui metodi e la cialtroneria di chi l'ha fatta e promossa la possiamo dare per chiusa. Per ora, solo Tony Blair rischia di pagare il dovuto prezzo di tale cialtroneria. Ed è chiaro che chi ha voluto la guerra sulla base delle armi di distruzione di massa ha imbrogliato, o nel migliore dei casi ha commesso un imperdonabile errore di valutazione. (Luca Sofri - Quattroeunquarto). Per cominciare Tony Blair non ha pagato il prezzo che Luca Sofri si augurava («sarebbe difficile dolersene» affermava su Wittgenstein giorni prima parlando di quella che avrebbe dovuto essere l’imminente fine politica del primo ministro). La Gran Bretagna è un paese serio e Blair non ha debiti da onorare ma piuttosto crediti da riscuotere per avere – negli ultimi due anni - contribuito in maniera sostanziale alla lotta contro il terrorismo e alla liberazione di cinquanta milioni di persone da regimi infami. Che qualcuno continui a considerare questi soltanto dettagli di secondaria importanza non significa che la storia debba necessariamente dare lo stesso giudizio. Quanto ai presunti «cialtroni» – e lasciando da parte per un momento tutte quelle considerazioni sulle caratteristiche della proliferazione globale di armi di distruzione di massa e sulla natura dei regimi terroristi che rendono immediatamente evidente la superficialità di un’affermazione di questo tipo - vorremmo suggerire a Luca Sofri alcuni elementi da aggiungere alla sua lista (che non crediamo abbia pensato di includere): • A February 1998 State Department study found that Saddam was "making every effort to preserve them." • A January 1999 report from U.N. inspectors said Iraq had failed to account for weapons it previously had declared, including 1.5 tons of VX gas, 8,000 liters of anthrax, 7,000 liters of botulinum toxin and nearly 1,000 liters of aflatoxin, a potent carcinogen. • A June 1999 CIA report said Iraq likely had 6,000 hidden chemical munitions. • An August 2002 report from the Carnegie Endowment for International Peace said Iraq "almost certainly does have large numbers of chemical weapons and some biological weapons." • A September 2002 report from the London-based International Institute for Strategic Studies said Iraq had probably retained "a few hundred tons" of deadly mustard and sarin gases. • In January, chief U.N. weapons inspector Hans Blix concluded that Iraq had yet to account for 1,000 tons of chemical agents or its anthrax stockpile. Blix's latest report, issued Tuesday, said Iraq still hadn't proved itself weapons-free on the war's eve. (Fonte USA Today). Ancora: i rapporti dei servizi segreti di tutte le principali nazioni occidentali e la madre di tutte le risoluzioni Onu, l’emblema della legalità internazionale, l’icona dei multilateralisti (l’Onu non mente, no?): la 1441 - 8 novembre 2002, quella che minacciava «serie conseguenze» se Saddam non avesse adempiuto a quanto segue: Decides that, in order to begin to comply with its disarmament obligations, in addition to submitting the required biannual declarations, the Government of Iraq shall provide to UNMOVIC, the IAEA, and the Council, not later than 30 days from the date of this resolution, a currently accurate, full, and complete declaration of all aspects of its programmes to develop chemical, biological, and nuclear weapons, ballistic missiles, and other delivery systems such as unmanned aerial vehicles and dispersal systems designed for use on aircraft, including any holdings and precise locations of such weapons, components, sub-components, stocks of agents, and related material and equipment, the locations and work of its research, development and production facilities, as well as all other chemical, biological, and nuclear programmes, including any which it claims are for purposes not related to weapon production or material. Dobbiamo continuare? Lunga la lista dei «cialtroni». Tutti sapevano che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa. Tutti. Non solo i curdi, non solo gli iraniani che le provarono sulla loro pelle ma perfino quelli che oggi ripetono all’infinito che Bush e Blair hanno mentito e che loro non ci avevano mai creduto e che la guerra non si fa così e che sì Saddam era cattivo però e che c’erano altri modi e che noi sì che rispettiamo il diritto internazionale e che... Come si vede la «discussione» è tutt’altro che «chiusa». E nel frattempo ieri a Londra si è cominciato a chiarire chi aveva mentito davvero. Il fatto è che c’è una guerra là fuori. Invece di farvene una ragione e di provare a comprenderne le ragioni è dall’inizio che a sinistra (o nel mezzo, come volete) sembrate impegnati soltanto a screditare a colpi di carte bollate chi la sta combattendo anche per voi. E’ terribilmente stupido. E non funziona.
Abuso della credulità popolare. Provate a pensare a quanti – oltre alla BBC - dovrebbero oggi chiedere scusa ai loro lettori e ai loro ascoltatori. Abbiamo già detto e ribadiamo: il racconto della guerra in Iraq e delle sue ricadute politiche ha rappresentato una delle più grandi operazioni di disinformazione che si ricordino nel giornalismo occidentale.
Per intenzione, per continuità, per estensione.
With your permission… Blair in Parlamento dopo il rapporto Hutton.
Let me repeat the words of Lord Hutton: "False accusations of fact impugning the integrity of others ... should not be made". Let those that made them now withdraw them. mercoledì, gennaio 28, 2004
Aveva ragione Blair (e anche noi).
La BBC invece è messa male.
Basta solo saper leggere ed aspettare. Giorno dopo giorno le tessere del mosaico vanno a posto e ad ogni intervista concessa da Kay la politica estera di Bush esce rafforzata.
TB: The president described Iraq as a gathering threat — a gathering danger. Was that an accurate description? DK: I think that’s a very accurate description. TB: But an imminent threat to the United States? DK: Tom, an imminent threat is a political judgment. It’s not a technical judgment. I think Baghdad was actually becoming more dangerous in the last two years than even we realized. Saddam was not controlling the society any longer. In the marketplace of terrorism and of WMD, Iraq well could have been that supplier if the war had not intervened. Intanto il NYT corregge. P.S. Anche oggi si consiglia Belmont Club.
E’ tutto in questo nome che io mi porto addosso.
Fanno la fila per una nuova identità migliaia di iracheni battezzati Saddam. Yassen Taher al-Yassery, the citizenship director, said: "I once knew someone called Zbaal. It means rubbish in Arabic. That's what the name Saddam means to us now."
La nuova ed eterna alleanza.
Che governo ha fatto pressione in seno all’Unione Europea per eliminare l’embargo sulla vendita di armamenti alla Cina? Che governo ha organizzato una delle accoglienze più fastose che si ricordino in onore del presidente/dittatore cinese arrivando perfino ad illuminare di rosso il più rappresentativo monumento del paese? Risposta: In Paris, where the Eiffel Tower glowed Communist red last night, 2004 has been designated the Year of China. Museums, theatres and schools are hosting Chinese performers and exhibitions.
Catalogna connection. E’ scoppiata come una bomba ma c’era da aspettarselo ed il governo delle sinistre che da un mese governa la più importante comunità autonoma di Spagna (nessuno si offenda) è già in crisi. Il protagonista di questa storia è il leader di Esquerra Republicana (ERC), formazione politica nazionalista e di estrema sinistra, rivelazione delle elezioni autonomiche di novembre (con un risultato pari al 16 % dei voti) e vero ago della bilancia nella formazione dell’esecutivo di Pasqual Maragall, attuale presidente socialista della Generalitat soltanto grazie al patto tripartito stipulato con i Verdi ed Esquerra e nonostante la sconfitta elettorale (il PSC - Partido Socialista de Catalunya era stato ancora una volta battuto per numero di seggi da Convergencia i Uniò - CiU, il partito nazionalista moderato al governo per 23 anni consecutivi sotto la guida di Jordi Pujol).
I fatti: Josep Lluìs Carod-Rovira, questo il nome del nostro uomo, giurava a dicembre come Conseller en Cap, una figura peculiare delle istituzioni catalane ed assimilabile ad una sorta di ministro degli esteri. Come primo atto del suo mandato il 4 gennaio Carod-Rovira non trovava nulla di meglio da fare che incontrare in gran segreto i capi dell’organizzazione terrorista ETA a Perpignan. Immaginate la scena: un alto rappresentante del governo catalano seduto al tavolo con le due persone più ricercate dallo stato spagnolo che rispondono ai nomi di battaglia di Mikel Antza e Josu Ternera. Oggetto della riunione – secondo le rivelazioni del quotidiano ABC che due giorni fa ha pubblicato la notizia – la cessazione delle attività della banda terrorista nella sola Catalogna in cambio di appoggio politico agli obiettivi dell’organizzazione responsabile di varie centinaia di morti in decenni di attività criminale. Politicamente e moralmente ripugnante. Vistosi scoperto Carod-Rovira ammetteva l’incontro in una dichiarazione pubblica sostenendo di aver agito a titolo personale e non nella sua funzione istituzionale. Immediate le reazioni indignate da parte del governo spagnolo e degli esponenti del Partido Popular (PP) ma anche dell’opposizione: perfino Zapatero – candidato socialista alle elezioni del 14 marzo e leader così carismatico che al confronto Fassino sembra Lenin – chiedeva da Madrid al suo protetto Maragall le dimissioni del Conseller en Cap. Ieri la soluzione all’italiana: Carod-Rovira si dimetteva dall’incarico ma restava membro senza portafoglio del governo. Nessuno capiva il senso della trovata annunciata da un imbarazzato Maragall a las cinco de la tarde, nemmeno lo stesso Zapatero che però come al solito non riusciva a mantenere una posizione per più di ventiquattro ore e diceva che in fondo andava bene così. Nel pomeriggio Carod-Rovira si ripresentava davanti alle telecamere e invece di chiedere scusa e ritirarsi per sempre dalla vita politica dimostrava un atteggiamento di sfida dichiarandosi per nulla pentito ed annunciando la sua volontà di candidarsi come capolista di Esquerra Republicana alle prossime politiche (il che lo escluderebbe automaticamente dal governo catalano). In un’ennesima manifestazione di follia affermava di aver bevuto il caffè con gli assassini di centinaia di civili innocenti perchè crede «nella pace e nel dialogo». Ancora una volta la parola «pace» usata per coprire un’infamia. I Verdi intanto accusavano i popolari di strumentalizzare la vicenda, seguiti a ruota dallo stesso Zapatero. Senza vergogna. Alcune considerazioni a corollario. Il primo atto ufficiale del Presidente del Parlamento catalano (anch’egli di ERC) era stato ricevere i famigliari dei detenuti di ETA (non delle vittime, dei carnefici). ERC ha sempre mantenuto contatti con Batasuna, il braccio politico di ETA ora illegalizzato. I catalani hanno sempre rifiutato qualsiasi strategia terrorista ed anzi ne sono stati vittime (uno dei più sanguinosi attentati di ETA fu compiuto proprio al supermercato Hypercor di Barcellona nel 1987 e lasciò sul terreno decine di morti), il che rende il gesto di Carod-Rovira ancora più vile. Che i catalani siano politicamente confusi non c’è dubbio (non avrebbero altrimenti assegnato ad un partito di estrema sinistra la forza per determinare le sorti di una regione di tale rilevanza storica, politica ed economica) e qui si potrebbe aprire un lungo capitolo di considerazioni in merito. Resta il fatto che il leader di ERC – oltre ad aver reso palese la sua preoccupante inconsistenza politica ed umana - ha defraudato moralmente non solo chi, sbagliando, lo aveva considerato un’alternativa credibile ma soprattutto un intero popolo che non merita di vedersi associato ad una banda di fanatici assassini. Il catalanismo è una questione complessa, difficile da gestire e spesso da comprendere: l’identità della Catalogna rischia di essere definita più in negativo (contrapposizione a Madrid) che in positivo; le sbandate verso posizioni ideologiche massimaliste sono all’ordine del giorno. Chissà che questa brutta storia non sia l’inizio di un ripensamento. Ma abbiamo la sensazione che non aiuterà e che il bello (o il brutto) debba ancora venire. Intanto la già tentennante corsa di Zapatero alla Moncloa può dichiararsi conclusa. Fu lui a dare il benestare per il patto dei socialisti con Esquerra Republicana a Barcellona. I compagni catalani gli hanno dato il colpo di grazia. Il candidato del Partido Popular Mariano Rajoy sarà il successore di Aznar. Giusto così. I popolari non hanno nemmeno bisogno di fare campagna elettorale. A sinistra tutti insieme appassionatamente durante la lunga stagione del no alla guerra: poi la guerra finisce e la politica continua. Ma quella non la sanno proprio fare. martedì, gennaio 27, 2004
27 gennaio. Giorno della memoria.
Armi di distruzione di massa. Terrorismo. Stati falliti.
Partiamo dal Musharraf che non ti aspetti. Intervenendo a Davos ammette per la prima volta che scienziati pakistani possano aver venduto segreti nucleari a Iran, Iraq, Libia e Corea del Nord e contemporaneamente chiama in causa le responsabilità europee: "I accept that," he said, adding that he would like to see European countries and scientists investigated for their involvement, as well. Musharraf, Pakistan's top general who seized power in a bloodless 1999 coup, said that only the European countries had the sophisticated metallurgy necessary to produce key elements for nuclear weapons. "There are European countries involved in the refining and producing. It is high-class metallurgy. Where is it available? In Europe. So why is no one talking about it?" he said. Sull’evoluzione della situazione in Pakistan ed in generale sulla proliferazione su scala globale di WMD notevoli i contributi di Oxblog e di Belmont Club (qui e qui). Due i passaggi-chiave: It is hard to escape the conclusion that neither pre-emptive warfare, nonproliferation treaties, sanctions, aid programs nor diplomacy can do more than slow down the spread of weapons of mass destruction. By 2025, a period equal to the time elapsed between the first Pakistani nuclear research effort and their tests, WMD technology should be available to every country that can afford a national airline. Long before then, the model of bipolar nuclear deterrence will have collapsed in tatters. The industrial nations, which in the years following World War 2, declined to acquire their own nukes, will no longer be able to rely on an American nuclear umbrella when confronted, not by a single unitary aggressor, but by a host of smaller, resentful regional rivals. If a group of nations or terrorist groups in combination, disperse the tasks of WMD manufacture and weapons delivery among themselves, then not a single one will technically constitute a "clear and present danger". Just as Malaysia, which "only" manufactures centrifuge parts is guilty of nothing, then surely a group of nations which together provide the componentry, funding or training facilities for a terrorist-assembled bomb should not be held to account if New York is destroyed. Every effort by an American administration to crack down on a rogue state, will by definition be legally unjustified, because there was no "actual" WMD capability. Only if the danger as a whole is apprehended can the threat be foreseen. Only if addressed as a whole can it be prevented. Much of the criticism directed against Operation Iraqi Freedom arose from the observation that few Iraqi chemical weapons were found in a ready-use state. This is taken as proof that the threat was inflated, or even concocted. Until one realizes that the discovery of componentry, rather than finished goods, means things are rather worse, not better. First, the existing nonproliferation treaties were not designed to deal with the distributed design, manufacture and use of WMDs. The data from Libya shows how the Islamic countries have worked around the limitations of the treaties. Second, they underscore the limits of the IAEA inspection process, which cannot ascribe a sinister intent to the manufacture of parts in isolation from those which they are intended to match in other countries. Third, it means the one terrible premise of the Three Conjectures is very to near to attainment: a robust Model-T A-bomb made from dual use parts. Non dovrebbe essere così difficile – dopo l’11 settembre - capire perchè la natura della minaccia terrorista imponga di confrontarsi con la realtà degli stati falliti. Eppure da più parti non si fa altro che recriminare sull’eliminazione di un gangster genocida che sfidava il mondo seduto al centro del contesto geopolitico più instabile del pianeta e rinfacciare a chi ci ha liberato della sua presenza di non aver ancora trovato nel suo giardino interi arsenali di armi chimiche e biologiche. Semplicemente incredibile. Ieri i nostri Bush-bashers scoprivano e citavano un Andrew Sullivan molto critico nei confronti del comportamento dell’amministrazione sulla questione WMD. Ma la differenza tra loro ed Andrew Sullivan si chiama ancora una volta onestà intellettuale. E’ la cronica assenza di quest’ultima che ha impedito loro per esempio di continuare la citazione fino in fondo. Un peccato, perchè Sullivan diceva tutto quel che c’era da dire su questa guerra che il terrorismo ha scatenato contro un’idea di civiltà (sì, civiltà) e sul senso della nostra risposta. A JUST WAR: And it is in the context of such an argument that the president should clearly restate that this was nevertheless a just war. It was never incumbent on the world community to prove that Iraq had dismantled its WMD program before the war. It was incumbent on Saddam to show otherwise. He refused - either because he was being lied to and wanted to conceal weapons that did not exist, or because such an admission of impotence would have been terribly damaging to the dictator's reputation, both internally and with regard to Iran, or because he was slowly going nuts and his regime was collapsing from within. But what matters is that he refused. The responsibility for the war therefore lies squarely with the dictator. Moreover, we know that if Saddam had been left in power and sanctions lifted, he would have attempted to restart such programs - and indeed Kay has found a vast apparatus of components, scientists and plans to achieve exactly such a result. Kay has now told us that Saddam was working on a ricin-based biological weapon right up to the eve of the invasion. We know now something else: his tyranny was worse, more depraved and more brutal than we believed to be the case before. The moral and strategic case for his removal appears stronger now than ever. We also have a chance to move one part of the Arab world toward some kind of open, pluralist society. Since the appeal of Islamo-fascism is deeply connected to the backwardness and tyranny of so much of the Arab world, this is a fundamental and critical part of the response to 9/11. Iraq was and is a critical component of the war on terror. It's an attempt to deal with the issue at its very roots. I believe the victims of 9/11 deserve nothing less. THE WAR AS DEMONSTRATION: I also believe that the war itself - and the Herculean task afterward - was and is a critical symbol of the West's resolve to fight back against Islamist terror. It showed we were willing to fight broadly, rather than narrowly, against regimes that sponsor terror and violate WMD restrictions. The critics that harp on the notion that Saddam was not integral to the murderers of 9/11 don't understand that that that was always part of the point. We have given the world notice that we are not returning to pre-9/11 notions of fighting terror as a narrow crime enforcement enterprise. Iraq was proof we were serious. If we had caved, we would have suffered a terrible loss of clout and credibility. and we have removed a potential source for WMD programs in the hands of terrorists. If we end with Iraq, of course, this will be meaningless. But if the administration succeeds in disarming Libya (a direct Saddam-war consequence); if it can successfully prevent the Saudi government from subsidizing and exporting Wahhabist fanatics; if it can deal with the real source of terror in the Middle East - the mullahs in Tehran; if it can bring democracy to a united Iraq; then the administration will have proven itself up to the most important task we currently face. Certainly, none of the Democratic candidates seem to me right now to come even close to grasping what we are up against and how we can keep on the offensive. But this doesn't and shouldn't let the administration off the hook. Part of leadership is also integrity. The administration has to grapple with the fact that it was wrong about the actual existence of stockpiles of WMDs in Saddam's Iraq. Not with dismissals; not with further calls for more study; not with quibbles - but with honesty, candor and determination to keep the flaw in this battle from undermining the vital case for the war as a whole.
Continua dal post precedente. Sulle parole di David Kay le analisi più efficaci arrivano ancora una volta dai blog.
La sensazione è che ormai da lì si debba passare per cercare di capire qualcosa al di là della confusione che ormai è diventata la norma per i media tradizionali. I colleghi americani hanno fatto quello che molto più modestamente anche noi avevamo tentato ieri: confrontare le fonti di (dis)informazione e cercare di decifrare il senso delle successive interviste rilasciate da Kay. Via Instapundit tre link preziosi (citiamo alcuni passaggi ma andrebbero letti per intero): JunkYardBlog Now, how do we square Kay's comments here with his comments to Coughlin stating that Iraq probably shipped some banned weapons to Syria? How can Saddam ship weapons that do not exist? I don't know, but it seems to me that in these stories there is a glaring conflict--either the weapons existed or they didn't. Kay says in one story that they did exist and are probably in Syria; in another, he says they didn't exist at all. The next reporter to interview him should try and reconcile these conflicting stories, which are coming from the same weapons hunter. We still have no evidence for what happened to those weapons, which everyone from Hans Blix to Jacques Chirac to John Kerry and George W. Bush agreed existed prior to the war. That's what we need to find out. And that's the one thing that Kay says in both the Coughlin and Lindlaw stories--we need to find out what happened to those weapons, because Saddam never offered proof that he had destroyed them. All of that makes sense--the post-war chaos possibly allowing some theft or smuggling, the possible freezing of some Iraqi programs until the UN could be persuaded to lift sanctions and, eventually, the US-UK no-fly zone enforcements, and the possible movement of weapons to Syria. It squares well with what we know about Saddam--not that he would simply stop producing weapons, but that he could try and keep as much activity going as possible. The point is, if Kay himself insists that the weapons did exist, why did Lindlaw lead with Kay saying they didn't? Dust in the Light More than that, he suggests that, focusing on the WMD component of the argument, the President and the nation as a whole were justified in going to war on the basis of the information that was available. His admonition is that we must understand why our intelligence failed in order to fix it... Having stated that he believes it was reasonable, before the war, to characterize the threat as imminent, Kay offers this intriguing statement: I must say, I actually think what we learned during the inspections made Iraq a more dangerous place potentially than in fact we thought it was even before the war. You can listen for yourself (it's at 11:50 in the streaming audio), but to my ear, Ms. Hansen's stutter and redirect back to "imminent" has the sound of a woman ushering one boyfriend out of a room in which another hides. What that stutter indicates — symbolizes — is that the ambiguity is certain to be exacerbated, even nourished, by the media, as the primary source is skewed and all subsequent coverage pushes the story closer and closer to what the reporters want it to be. That, at least, is not surprising. But I'd sure like somebody to investigate what Kay meant by that. Bill Hobbs Here are some things to consider. 1.Saddam failed to comply with numerous U.N. resolutions regarding WMD. He acted as if he had the weapons, and as if he refused to willingly disarm. 2. The intel on WMD that the Bush administration used to justify the war was, largely, identical to intel on which the previous administration used to justifiy its policies and actions toward Iraq. Indeed, former President Clinton said two weeks ago in Portugal that he believed Saddam retained WMD right up to the start of the war. 3. Kay is not the only expert to believe Saddam may have sent WMD to Syria in advance of the invasion. 4. Kay's survey team found ample evidence of ongoing WMD programs - the existence of which alone justified military enforcement of U.N. Res. 1441. Robert Tagorda riporta diversi stralci dell'intervista alla NPR Liane Hansen: In that light, then, Representative Jane Harman, who's the ranking Democrat on the House Intelligence Committee, said Friday: "... [T]he President owes the American public and the world an explanation." And your statement would have fit into what she had heard from you before. So does the President owe the American public an explanation for this idea of the ambiguity -- why the search didn't find stockpiles of WMDs in Iraq? Kay: Well, I actually think the intelligence community owes the President, rather than the President owing the American people. We have to remember that this view of Iraq was held during the Clinton administration, and didn't change in the Bush administration. It is not a political "got-you" issue. It is a serious issue of how you could come to the conclusion that is not matched by the future. Ancora: Kay: Well, it's quite clear, before the war, it was reasonable for people to think "imminent" meant "a very short order," because you assessed that they had those weapons. After the war, and with the inspection effort that we have carried out now for nine months, I think we all agree that there were not large amounts of weapons available for "imminent" action. That's not the same thing as saying it was not a serious imminent threat that you're not willing to run for the nation. That is a political judgment, not a technical judgment. [Emphasis added.] I strongly recommend that you listen to the entire thirteen-minute interview, which captures the nuances of Kay's views. He strikes me as a pretty objective fellow. It'd be a shame, I think, if we end up misunderstanding him because of subpar reporting. Ognuno può giudicare da solo ma a noi sembra un po’ diverso da come ce l’hanno raccontato i notiziari. Fra due giorni arriva il rapporto Hutton. Ne leggeremo delle belle. lunedì, gennaio 26, 2004
Alta scuola. Le acrobazie delle agenzie di stampa e dei siti di informazione online per ridimensionare o nascondere le dichiarazioni di David Kay al Daily Telegraph (trasferimento in Siria di parte dell’arsenale di Saddam poco prima della guerra) meritano di essere segnalate perchè non dev’essere facile confermarsi ogni giorno su simili livelli di disonestà intellettuale. Strepitosi il Corriere e Repubblica che con soli due giorni di ritardo sono sulla notizia. A via Solferino finalmente domenica pomeriggio si accorgono che Kay si è dimesso e dopo aver titolato virgolettando «In Iraq non ci sono armi di sterminio» (Saddam a parte, si presume) riconoscono che in effetti l’ex capo degli ispettori avrebbe aggiunto qualche particolare su un loro occultamento presso il regime amico a Damasco, ma – a quanto pare – trattasi di dettaglio non sufficientemente importante da far cambiare il titolo e il senso dell’articolo; il capolavoro però è di Repubblica che spara «In Iraq niente armi proibite» e addirittura fa dire a Kay «Ci sono le prove, Saddam non le produceva». Il tono del pezzo si commenta da solo ma è da notare come sia completamente ignorata l’intervista di Kay al quotidiano inglese e si attribuiscano a non meglio precisate «fonti ufficiali statunitensi» le dichiarazioni sulla Siria, perlatro subito seguite dalla smentita del ministro dell’Informazione del regime: non per nulla - come in Iraq - la fonte preferita dai corrispondenti di guerra italiani. Identica l’operazione dell’agenzia Reuters (che aveva raccolto le prime dichiarazioni – parziali – dell’ex capo degli ispettori): generico riferimento ad «accuse statunitensi» e smentita siriana; silenzio totale su Kay. Anche per la BBC il focus della notizia è sulla difesa della Siria anche se in questo caso c’è il riferimento all’intervista del Telegraph. La questione è trattata solo incidentalmente sul NYT e sul WP (fonte Associated Press) che pure avevano dato grande risalto (per la verità con sfumature molto diverse) alle prime dichiarazioni di Kay.
Come si può notare non fermandosi al titolo il ragionamento di Kay è molto più complesso di quanto si voglia far passare, sia in riferimento ai programmi di sviluppo di WMD sia al loro occultamento. Conclusione: quel che non corrisponde alla versione gradita viene o messo in secondo piano o decisamente ignorato quasi fosse un elemento non decisivo. Il problema qui non è tanto che Kay abbia ragione o torto: il punto è che – se il Telegraph ha riportato correttamente l’intervista e non vi è motivo di dubitarne – quest’ultima cambia completamente il senso generale delle sue osservazioni. Non darne conto significa travisarne deliberatamente il pensiero ed alterare la realtà a scopo propagandistico. Come questa mille altre volte. Su una cosa ci sono pochi dubbi: l’intervento in Iraq continua ad essere oggetto da parte dei media occidentali di una delle più grandi operazioni di disinformazione che si ricordino. P.S. Ecco – a proposito - come la stampa tedesca ha commentato l’autocritica della BBC sul caso Kelly. Update. Per una valutazione più completa delle dichiarazioni di Kay. domenica, gennaio 25, 2004
Quel che ha detto David Kay: la versione completa.
Sul Daily Telegraph. venerdì, gennaio 23, 2004
«Noi qui siamo quelli che il clitoride si bacia, non si punge». Il commento di Jimmomo sull'ennesima sconcezza del politically correct.
C'è voluto un po'. Ma alla fine anche il Washington Post si è accorto che Bush in realtà è un multilateralista.
Abusi zero. «Raramente una legge è stata fraintesa da così tanti grazie alla manipolazione di così pochi». Editoriale del WSJ sulla normativa che Kerry, Edwards, Lieberman, la quasi totalità del Senato e la Camera dei Rappresentanti a larghissima maggioranza votarono convintamente: il Patriot Act.
Tornando sulla terra. L’odio di certa sinistra nei confronti di Israele ottimamente analizzato da Richard Baehr su The American Thinker. Un utile riassunto di come l’ideologia possa offuscare la ragione.
Detto questo. Se qualche volta vi viene voglia di dare un’occhiata lassù, sul blog di Fabrizio c’è la cronaca day by day di quel che succede su Marte accompagnata da molte immagini affascinanti.
Dedicato. Ci sono alcuni blog italiani che trattano con bravura e competenza le cose della politica. In genere sono poco conosciuti perchè l’attenzione del grande pubblico da noi sembra ancora catturata dal blog-varietà. Quelli che leggiamo con una certa regolarità li trovate nella colonna di destra ma di sicuro ne avremo dimenticati molti altri. Davvero un bellissimo quadro di sensibilità e intelligenze con le quali è un piacere avere a che fare quotidianamente. Bravi e grazie.
Appello. Qualcuno si prenda a cuore il caso Splinder.
E' urgente.
Oggi blog un po’ così.
giovedì, gennaio 22, 2004
Più falco di Bush. E’ bello leggere come – sei mesi dopo il suo suicidio – la BBC abbia scoperto che David Kelly era pienamente convinto della pericolosità dell’arsenale iracheno. Alla domanda: «L’Iraq rappresenta una minaccia imminente?» («immediate» è l’aggettivo usato in inglese), lo scienziato rispose: «Sì... ha la capacità di assemblarle e dispiegarle (sta parlando delle WMD) in giorni o settimane». Ricordiamo che – al contrario di quanto la continua disinformazione ha indotto molti a pensare – nemmeno Bush definì mai come «imminente» il pericolo rappresentato dalle armi di distruzione di massa del regime di Saddam ma fondò la sua dottrina di intervento preventivo proprio sulla considerazione che occorresse agire «prima che» la minaccia diventasse «imminente». La Reuters ovviamente tratta la notizia come se fosse una rivelazione: chi legge questo blog comunque già a luglio sapeva cosa in realtà Kelly pensasse sull’argomento e cosa avesse detto alla BBC. E' davvero paradossale che per molti mesi (e da più parti si continua a farlo) proprio Kelly sia stato considerato come la più chiara dimostrazione delle presunte menzogne del governo Blair sull’Iraq. E questo nonostante ogni giorno emergessero nuovi particolari che smentivano la versione della BBC.
Va detto, ad onore del network britannico, che non tutti avrebbero dedicato una trasmissione speciale alla confutazione di se stessi. Se questo sarà anche lo stimolo per ritornare ad essere una fonte credibile il tempo lo dirà.
A futura memoria. Cancellato da tutte le analisi del giorno dopo questo passo dal discorso sullo Stato dell’Unione.
As long as the Middle East remains a place of tyranny and despair and anger, it will continue to produce men and movements that threaten the safety of America and our friends. So America is pursuing a forward strategy of freedom in the greater Middle East. We will challenge the enemies of reform, confront the allies of terror, and expect a higher standard from our friend. To cut through the barriers of hateful propaganda, the Voice of America and other broadcast services are expanding their programming in Arabic and Persian -- and soon, a new television service will begin providing reliable news and information across the region. I will send you a proposal to double the budget of the National Endowment for Democracy, and to focus its new work on the development of free elections, and free markets, free press, and free labor unions in the Middle East. And above all, we will finish the historic work of democracy in Afghanistan and Iraq, so those nations can light the way for others, and help transform a troubled part of the world. Sul fatto che l’America non si starebbe impegnando abbastanza per vincere in medioriente la guerra delle idee si sprecano fiumi di inchiostro ogni giorno. Quando Bush però ne fa un punto essenziale nel più ufficiale dei discorsi alla nazione cala un silenzio di tomba.
Quanto è grande l'oceano? In the National Interest pubblica una recensione del libro di Vittorio Emanuele Parsi – professore di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica: L’alleanza inevitabile. Europa e Stati Uniti oltre l’Iraq.
Non conoscevamo questo lavoro ma dal commento di J. Peter Pham si deducono osservazioni piuttosto assennate sulla necessità di un Occidente unito di fronte alle minacce del «nuovo disordine mondiale» e sulla incapacità delle élites della vecchia Europa di percepire ad affrontare i cambiamenti assumendosi quelle responsabilità che consentirebbero loro di contare sul serio nel momento delle decisioni. Parsi da buon europeo non risparmia – a quanto pare – critiche «all’eccesso di unilateralismo statunitense» (e qui si discrepa) ma riconosce che quella americana è una politica estera di avanguardia di fronte alle minacce del terrorismo e degli stati falliti. In attesa di leggere il libro quella di Parsi ci sembra già una voce intelligente ed originale nel panorama piatto e generalmente conformista della politologia europea.
Nel cielo di Praga. Il Financial Times sta chiedendo ai suoi lettori di indicare il personaggio europeo più rappresentativo degli ultimi venticinque anni. Avremmo in mente una cinquina ma il nostro voto è per Vaclav Havel.
mercoledì, gennaio 21, 2004
MLK e gli ebrei.
«… peace for Israel means security, and we must stand with all our might to protect its right to exist, its territorial integrity. I see Israel as one of the great outposts of democracy in the world, and a marvelous example of what can be done, how desert land can be transformed into an oasis of brotherhood and democracy. Peace for Israel means security and that security must be a reality». Martin Luther King, 25 marzo 1968. Il 19 gennaio negli Stati Uniti si è celebrato il Martin Luther King Day. Ci piace ricordare che il campione dei diritti civili per i neri fu anche un sincero sostenitore del diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele e celebri sono le sue prese di posizione contro l’antisemitismo. La più importante di tutte è probabilmente quella contenuta nella Letter to an Anti-Zionist friend (1967) in cui - con il linguaggio evocativo che lo contraddistingueva - respingeva l’ipocrisia con la quale gli antisemiti mascheravano le loro reali intenzioni dietro il velo dell’antisionismo: ... You declare, my friend; that you do not hate the Jews, you are merely 'anti-Zionist'. And I say, let the truth ring forth from the high mountain tops, let it echo through the valleys of G-d's green earth: When people criticize Zionism, they mean Jews -- this is G-d's own truth. Anti-Semitism, the hatred of the Jewish people, has been and remains a blot on the soul of mankind. In this we are in full agreement. So know also this: anti-Zionist is inherently anti-Semitic, and ever will be so. Reverendo King, lei non può immaginare...
Stato e Moschea. Un Lutero o un Papa per l’Islam?, si chiedeva il mese scorso dalle colonne di Tech Central Station Edward Feser. Gli risponde adesso Alexander Monro in un interessante dialogo a distanza su cattolicesimo, protestantesimo e stato di diritto.
Cosa ci siamo persi. Questo è un articolo del Guardian che illustra quanto avanzato fosse il programma nucleare libico al momento della retromarcia di Gheddafi. Ma la cosa più significativa – secondo noi - è la reazione di sorpresa manifestata dagli espertoni delle Nazioni Unite nel rendersi conto (pare per la prima volta) dell’entità del pericolo rappresentato dalla proliferazione di WMD.
Mohammed El Baradei, the IAEA chief, visited Libya a couple of weeks ago to view the Libyan equipment and take charge of the upcoming effort to dismantle the Libyan bomb programme. He described the experience as "an eye-opener". C’è un mondo là fuori. Ditelo a Kofi.
Iowa per noi. L’analisi candidato per candidato di William Saletan (molto ben fatta), la versione di Cox and Forkum e il pensiero finale di James Lileks sul difficile rapporto tra Dean e il Midwest.
Ah, la France. I saddamiti nostrani al confronto sono dei dilettanti.
martedì, gennaio 20, 2004
Benvenuti in paradiso. L’arcipelago gulag nordcoreano è un sistema finalizzato all’intimidazione, all’eliminazione dalla società degli elementi indesiderati, allo sfruttamento di manodopera schiavistica e allo sterminio. Ufficialmente i campi non esistono: il regime ovviamente non ne ha mai ammesso la presenza sul territorio e la popolazione ne è a conoscenza soltanto perchè praticamente tutti in Corea del Nord hanno visto scomparire un parente od un amico senza saperne più nulla. Nella maggior parte dei casi sono nascosti tra le montagne e dall’alto possono sembrare villaggi di grandi dimensioni.
Vi sono rinchiusi uomini, donne e bambini. Kim Il Sung ebbe un’idea originale: per non rischiare inventò la formula della detenzione di intere famiglie fino alla terza generazione in modo da sradicare completamente ogni germe controrivoluzionario. Per finire in un campo di concentramento basta tentare di sintonizzare la radio su una frequenza straniera, essere sospettati di non aver onorato con il dovuto zelo la figura del Grande Leader o quella del Caro Leader, cantare una canzone sudcoreana, essere denunciati da qualcuno come traditore, spia, elemento deviante. Nel gulag si lavora: i turni normali sono di quindici o sedici ore al giorno dipendendo dal campo e dal regime di detenzione. Nessuno è escluso perchè il lavoro rende liberi e rieduca (come si vede le formule sono sempre le stesse). Aree speciali di indottrinamento ideologico sono adibite alla riabilitazione politica del prigioniero. Nel gulag si subiscono pestaggi e torture: le umiliazioni e le privazioni inferte ai detenuti sono incoraggiate e motivo di elogio per i carcerieri. Nel gulag soprattutto si muore: si calcola che negli ultimi trent’anni quattrocentomila persone abbiano perso la vita durante la loro prigionia. Gli aborti forzati e gli esperimenti sugli esseri umani sono all’ordine del giorno. Il gulag ha – come sempre – un suo linguaggio specifico. Da un articolo di Thomas Omestad: Nor does the Orwellian terminology for the camps reveal much. Political prisons are called "management centers." Those centers, in turn, are divided into two categories: "complete control zones," with life imprisonment, and "revolutionizing process zones," from where some inmates, principally family members, might eventually return to society. The prisoners are banally referred to as "resettlers." Other camps, dubbed "re-education" places, lump together common criminals and political prisoners. He was sent to the No. 15 prison camp at Yodok. A banner greeted unlucky arrivals: "You shouldn't negotiate with class enemies." I campi di concentramento nordcoreani sono un buco nero nella coscienza del mondo: per troppo tempo le testimonianze di chi riusciva a scappare (fosse guardia o detenuto) sono state ritenute inverosimili e hanno ricevuto scarsa attenzione. Come se l’esperienza comunista del XX secolo non avesse insegnato nulla. La Corea del Sud per esempio – in nome della sunshine policy – ha a lungo considerato inopportuno far conoscere quello che veniva rivelato dai racconti dei fuoriusciti per non turbare le relazioni bilaterali con il tiranno di Pyongyang. Ma negli anni le conferme hanno reso impossibile occultare la tragica realtà di un paese che nella sua totalità non è altro che una tetra prigione collettiva. Pochi mesi fa è stato pubblicato il più completo rapporto mai stilato sull’universo concentrazionario nordcoreano: nessuno può più fingere di non sapere. Altri documenti: questa è la foto satellitare del campo di Yodok (anche conosciuto come Campo n.15 – Revolutionized Area). Passò qui parte della sua infanzia e l’intera adolescenza Kang Chol Hwan: The Aquariums of Pyongyang è uno dei pochissimi testi che sull’argomento è possibile trovare in italiano (L’ultimo Gulag: ne riparleremo). Anche Son Ok Lee è una sopravvissuta e una rifugiata: la sua testimonianza si può trovare in un altro libro. Questo invece il suo sito web. Dal reportage di Robert Windrem: All of North Korea is a gulag,” said one senior U.S. official, noting that as many as 2 million people have died of starvation while Kim has amassed the world’s largest collection of Daffy Duck cartoons. “It’s just that these people [in the camps] are treated the worst. No one knows for sure how many people are in the camps, but 200,000 is consistent with our best guess. Immagini del Campo n. 22 (Hoeryong – Absolute Control Area). Ahn Myong Chol era una guardia al Campo n. 22 ed è l’unica persona che sia riuscita a scappare da lì. Adesso vive al Sud. Il suo racconto è uno dei più agghiaccianti anche perchè rivela l’esistenza del famigerato Terzo Bureau, un corpo scelto di assassini specializzato in «operazioni speciali». La seguente descrizione dovrebbe ricordarci qualcosa: An Myong-chol's account informs us that the 3rd Bureau, MSS, is a unit of murderers no different from those who operated at Auschwitz. The 3rd Bureau is also called the Preliminary Adjudication Bureau. The 7th Bureau, MSS, operates North Korea's internment camps, but Mr. An says the 3rd Bureau operates a station at each camp. Third Bureau personnel conduct executions, research torture technology, experiment on living inmates, gather oil from human beings, and commit other depredations. In early 1988, An Myong-chol was assigned to battalion headquarters. One morning in early May of that year, he was pulling duty at the guard post located at the battalion's front gate. He had an unrestricted view of the 3rd Bureau's station at Chukgigol from the guard post. At about 2:30 am he was thinking of home and counting stars when black smoke began to spew from the station's chimney. Mr. An was startled because he immediately recalled what Pak Nam had told Yi Ui-song. When he got off duty, he reported the smoke to the guard post commander, who said, "You're new, and it looks like you don't know anything. That smoke's from burning human bones. That's you need to know." Almost all the camp guards had seen the smoke from the burning bones while standing guard duty in the early hours of the morning. La storia di Kym Yong: sfuggito alla morte nel Campo n. 14 (Gaechun – Absolute Control Area). Ancora da uno dei reportage citati in precedenza: Often, individuals and even whole families are whisked away from their homes in the dead of night and packed off to camps. Says Hawk, a veteran of human-rights probes in Cambodia and Rwanda, "I don't know of a country in the world today that's as repressive as North Korea. I believe it's the worst." Tutto questo sta succedendo anche adesso (mentre leggete) nel luogo più oscuro del pianeta. Prima di gridare al regime per il lodo Schifani pensiamoci. (continua...) lunedì, gennaio 19, 2004
Ecco perchè l’Iraq ce la farà.
Le parole di Mohammed e Ali dopo l’attentato suicida che ieri ha ucciso venti loro connazionali.
La purezza della razza. Dalla Corea del Nord continuano ad arrivare storie spaventose. Non si può accettare che un simile regime sopravviva. Non si può.
P.S. Ma tutti quelli che ogni cinque minuti lanciano l’allarme per i diritti civili nelle nostre democrazie troveranno mai una parola per denunciare gli inferni dove l’uomo da decenni viene semplicemente annichilito e distrutto? Tutti quelli che gridano allo scandalo quando per motivi di sicurezza viene diffusa da una compagnia aerea una lista di passeggeri riusciranno ad indignarsi qualche volta per la sistematica riduzione dell’uomo in schiavitù negli ultimi paradisi rivoluzionari? Ma vi rendete conto?
Intanto nella civilissima Svezia... si dedicano opere d’arte agli assassini degli israeliani (ma lo scandalo ovviamente è riservato alla reazione dell’ambasciatore). Da non perdere il testo che accompagna l’opera. Curiosamente l’esposizione è collegata ad una conferenza internazionale sulla prevenzione del genocidio (Stockholm International Forum: Preventing Genocide - Threats and Responsibilities) in corso di svolgimento a Stoccolma. Lo spirito di Durban.
Colpirne uno per educarne cento. La stazione satellitare Al-Arabiya (saudita) ha deciso di non definire più «martiri» i terroristi suicidi (in Occidente invece il termine è sempre in voga). I palestinesi non l’hanno presa bene e per cominciare hanno linciato il suo corrispondente dalla striscia di Gaza. La condizione dei giornalisti nei territori dell’ANP mette i brividi. Martedì scorso erano in cento all’incontro con Arafat per recitare poemi in suo onore. Le poche voci dissenzienti rischiano grosso. Un dirigente della Palestinian Broadcasting Corporation ha detto che i reporters delle radio e delle tv arabe hanno bisogno di «essere educati sulla situazione interna palestinese». E infatti...
Una lotta di potere tra due fazioni khomeiniste. Amir Taheri sul grande equivoco che in Occidente si continua ad alimentare nella valutazione degli avvenimenti iraniani.
The so-called "reformist" faction is not objecting to the principle of vetoing candidacies by the "guardian angels." It is objecting to the fact that its own members are vetoed. Even if the Council of Guardians allows all the so-called "reformists" to stand as candidates the forthcoming election would still be far from democratic. The reason is that no one who is not a Khomeinist of one sort or another is allowed to stand for election to anything.
Campagna acquisti e cessioni.
Doveva succedere prima o poi. Forse prenderà il posto di Kilroy-Silk.
Tutte le primarie minuto per minuto.
Da The Command Post. venerdì, gennaio 16, 2004
Donne e libertà. Una delle riflessioni ricorrenti nel pensiero di Bernard Lewis è che il mondo musulmano non potrà mai davvero avviarsi sulla strada della modernizzazione finchè le donne saranno relegate ad un ruolo tanto marginale all’interno della società. Le donne – afferma lo studioso – sono la chiave del successo o del fallimento di qualsiasi tentativo di rinascita civile e politica in quanto sono loro a sostenere il peso più rilevante dell’educazione dei figli. Se il modello di riferimento è screditato il meccanismo perverso dell’esclusione non può fare altro che perpetuarsi generazione dopo generazione. Come un cervello lobotomizzato o un organismo paralizzato a metà un intero corpo sociale si vede costretto (perchè così ha deciso) a rinunciare ad una parte fondamentale delle sue facoltà.
In queste condizioni non vi è crescita possibile e il declino è inevitabile. L’Islam si suicida e uccide (da notare come la figura della donna kamikaze – magari madre – riunisca in sé tutte le componenti di questo processo distruttivo). Leggendo il lunghissimo articolo che Lawrence Wright dedica alla vita in Arabia Saudita (dove ha vissuto per tre mesi a cavallo della guerra in Iraq) non si può fare a meno di riflettere sull’insegnamento di Bernard Lewis. Il reportage tocca tematiche politiche e aspetti del quotidiano, ci parla di un paese involuto e ripiegato su se stesso, fondato sui divieti e sull’indottrinamento ideologico dei ragazzi nelle scuole, entra nelle redazioni dei giornali e nelle case dei sauditi incontrando la censura, l’omertà, la paura di una società rimasta fino ad oggi bloccata nelle sue contraddizioni, imprigionata tra l’immobilismo della casa reale ed il ricatto degli integralisti: ma è appunto la descrizione della situazione femminile quella che alla fine della lettura non si potrà proprio dimenticare. Un breve passaggio: The self-effacement of an entire sex, and, in consequence, of sexuality itself, was the most unnerving feature of Saudi life. I could go through an entire day without seeing any women, except perhaps some beggars sitting on the curb outside a prince’s house. Almost all public space, from the outdoor terrace at the Italian restaurant to the sidewalk tables at Starbucks, belonged to men. The restaurants had separate entrances for “families” and “bachelors,” and I could hear women scurrying past, hidden by screens, as they went upstairs or to a rear room. The only places I was sure to see women were at the mall and the grocery store, and even there they seemed spookily out of place. Many of them wore black gloves, and their faces were covered entirely—not even a pair of plummy, heavy-lidded Arabian eyes apparent. Sometimes I couldn’t tell what direction they were facing. It felt to me as if the women had died, and only their shades remained. Qualcosa sta cambiando. La scossa partita da Kabul e Baghdad è stata avvertita in tutta l’area. E’ troppo importante che i suoi effetti continuino a propagarsi. Ne va della loro libertà e della nostra sicurezza. By now, I had begun to look at Saudi society as a collection of opposing forces: the liberals against the religious conservatives, the royal family versus democratic reformers, the unemployed against the expats, the old against the young, men against women. The question is whether the anger that results from all this conflict will be directed outward, at the West, or inward, at the Saudi regime. When American soldiers crossed into Iraq last March, many Saudis were furious. “The U.S. is dying to slaughter the Iraqi people!” Prince Amr Muhammad Al Faisal, an architect in Jeddah, said to me on the eve of the invasion. “They’re thirsty for it! They can’t wait!” But many who denounced the invasion in front of their friends privately confessed to me that at least a part of them welcomed it. “This entire region is in a fossilized state,” Prince Amr conceded. “What is happening in Iraq is going to shake up the whole business. My guess is it will lead to greater nationalism. There will be more robust participation in decision-making, although not necessarily a democracy like in the West.” “We need a push,” one reporter told me. “Maybe this is it.”
Come in attesa. Paradossalmente il segnale più importante che sta arrivando dall’Iran è il silenzio della piazza. Non vi sono state finora manifestazioni significative a supporto della protesta dei riformatori contro le decisioni dei Guardiani della Rivoluzione. Gli iraniani – quelli che nelle strade e nelle università nei mesi scorsi hanno invocato la democrazia – hanno deciso di non prendere parte a quella che assomiglia ogni giorno di più ad una diatriba interna ad un sistema di potere che per legittimarsi agli occhi della comunità internazionale fa svolgere elezioni e ammette perfino qualche forma di dissenso politico controllato ma nei fatti resta il maggior ostacolo alla liberalizzazione e alla modernizzazione della società iraniana. Il più grande segnale che la popolazione potrà mandare a chi vorrà ascoltare sarà una nuova probabile astensione di massa dal voto. Non c’è Khatami che tenga. L’Iran attende la sua rivoluzione democratica. Quella vera. |