1972

lunedì, dicembre 22, 2003
Person of the Year. Time ha deciso: è il soldato americano. Ottima scelta. Questa la copertina di 53 anni fa.
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Tutto su Ahmad Chalabi. Lungo ritratto dell’uomo che della caduta di Saddam ha fatto una ragione di vita e del quale da tempo - tra conferme e smentite - si parla come di un candidato ad un ruolo di primo piano nel nuovo Iraq. Storia, successi e fallimenti, rapporti con Washington e con gli iracheni raccontati da Heidi Kingstone sul FT.
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Vietato dire la verità. La BBC ha emanato una direttiva interna per proibire l’uso del termine ex-dittatore riferito a Saddam. Al suo posto si dovrà usare l’espressione
ex-presidente. Forse è il caso di cominciare a scrivere
ex-giornalisti.

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Natale è la festa dei bambini. Tra le sue priorità l’UNICEF potrebbe inserire anche questa?
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Gli uomini che tengono in scacco la casa reale saudita. Si chiamano Safar Al-Hawali e Salman Al-‘Auda e sono due dei principali ideologi del fondamentalismo wahabita. Dalle misure che verranno (o no) prese nei loro confronti si determinerà – secondo Erick Stakelbeck – la reale volontà dei governanti sauditi di combattere il terrorismo.
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Per un pelo. Il giorno in cui Saddam fu catturato, in Pakistan Musharraf rischiava di saltare in aria su un ponte carico di esplosivo. Breve approfondimento del Time su una notizia che avrebbe potuto avere ben altra rilevanza.
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Tre piccioni con una fava. Come la rinuncia della Libia alle WMD ha scardinato i piani di Iran e Corea del Nord.
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Effetto domino (... continua). L’impatto della politica estera americana su stati falliti ed (ex) alleati riottosi nell’analisi del WP. Dall’editoriale

Mr. Gaddafi's timing, just as the invasion of Iraq was beginning, speaks for itself: The Libyan dictator chose to comply as it became clear that Saddam Hussein's pursuit of illegal weapons would no longer be tolerated.

The discoveries nevertheless underline the inadequacy of the international regime for controlling nuclear materials, which has failed to stop a series of unstable or aggressive countries from obtaining nuclear weapons or the means to produce them.

Sanctions and concerted international pressure eventually worked on Libya. But breakthrough came only when the United States and Britain demonstrated in Iraq that evasion and defiance of a demand for disarmament would invite armed intervention.


Fred Barnes riassume il mese d’oro dell’amministrazione Bush.
Da Instapundit una raccolta di reazioni e commenti sul caso Gheddafi.








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sabato, dicembre 20, 2003
Effetto domino. La Libia rinuncia alle sue armi di distruzione di massa. E' l'esito di nove mesi di trattative segrete condotte da Stati Uniti e Gran Bretagna (i cattivi, i guerrafondai, gli unilateralisti) con ufficiali libici. I primi contatti avvennero a marzo nell'imminenza dell'intervento in Iraq e furono sollecitati dal regime di Gheddafi. In attesa della fine politica del Colonnello che sola potrà riconsegnare definitivamente il paese al consesso delle nazioni civili il mondo arabo oggi osserva un altro dittatore ridotto a più miti consigli. In ventiquattro mesi Bush e Blair hanno ottenuto in questa parte del mondo più risultati che tutti i loro predecessori messi insieme.
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venerdì, dicembre 19, 2003
Tanto dice sempre le stesse cose. Anche oggi potete tranquillamente perdervi la colonna di Paul Krugman sul NYT. Qualunque cosa succeda il registro non cambia mai.
Non dev'essere stata una settimana facile per lui e per i Krugman-boys.
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La terra russa. Dall’Atlantic Monthly intervista con Andrew Meier autore di questo libro sulla Russia post-sovietica.
E’ il viaggio dell’autore tra politica e vita quotidiana in un paese che a percorrerlo sembra non finire mai, con una storia tremenda alle spalle, immerso in un presente contraddittorio, sempre alla ricerca di quell’identità civile e culturale negata per settant’anni. Un posto terribilmente affascinante come ben sa chiunque ci abbia messo piede almeno una volta.

Né mistero né dolore
né volontà sapiente del destino:
sempre quell'incontrarci ci lasciava
l'impressione di una lotta.
Ed io, indovinato dal mattino
l'attimo del tuo arrivo,
percepivo nei palmi socchiusi
il morso leggero di un tremito.
Con dita arse gualcivo
la variopinta tovaglia del tavolo...
capivo fin da allora
quanto è angusta questa terra.

(Anna Achmatova).
















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Sembrava Khamenei. Sul discorso di Shirin Ebadi alla cerimonia del Nobel avevamo espresso qualche giorno fa alcune perplessità. Non siamo soli. Elahé Sharifpour-Hicks, anche lei iraniana e anche lei impegnata nel campo dei diritti umani, scrive sul Los Angeles Times un articolo in cui critica duramente l’impostazione che la Ebadi ha voluto dare al suo intervento e parla senza mezzi termini di «occasione persa».

Weighted with all this expectation, it is perhaps not surprising that Ebadi's Nobel lecture was an anticlimax, but it was also another missed opportunity for those who long for the shadow of repression to be lifted from Iran. The lecture read as if it could have been delivered by an Iranian government official. While paying lip service to the values of human rights, she cited as examples of violations the detainees held by the United States in Guantanamo Bay and the plight of the Palestinians.
Listeners had no way of knowing that Ebadi was speaking as a representative of a human rights movement in a nation where tens of thousands were executed after grossly unfair political trials two decades ago, where arbitrary detention is commonplace and religious persecution is institutionalized.
Where were the references to the student demonstrators who disappeared in July 1999 and this summer? Why was there no reference to the imprisoned 70-year-old husband of her lifelong colleague, Mehrangiz Kar? Why no reference to Iranian Jews jailed for their religious beliefs or to the case of two Bahais sentenced in 1989, initially to death, and imprisoned since for practicing their faith?
Instead of a critique or an explanation of Iran's human rights calamities, the lecture was a recitation of Iranian and Muslim human rights achievements, with some politically correct America- and Israel-bashing presumably thrown in for the benefit of the European audience.






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L’impossibilità di «fare giustizia». Anche Jeff Jacoby pensa che nessuna pena potrà mai compensare l’orrore che il regime di Saddam ha prodotto durante questi anni.
E ricorda un dato che i musulmani farebbero bene a tenere nella dovuta considerazione:

The liberation of Iraq from such mind-curdling horror was a profound moral achievement. It marks the fourth time in little more than a decade that the United States has freed Muslims from terror and totalitarian cruelty.

Amir Taheri invece spiega che quelli che vogliono portare il processo a Saddam fuori dall’Iraq stanno solo cercando di continuare in sede giudiziaria la loro battaglia politica e diplomatica contro chi ha liberato il paese e catturato il suo despota.

The same characters who did not wish to see Saddam overthrown are now trying to get him out of Iraq, give him a platform from which he can attack America and make sure that he lives a long life in a Dutch prison-villa where he could play backgammon with Milosevic. 






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Gioventù bruciata. Tra i ragazzi tedeschi spopolano quelli di Michael Moore ed in genere tutti i libri che si rifanno alle teorie cospiratorie sull’11 settembre. Charles Hawley dedica un articolo all’esplosione di antiamericanismo nelle librerie in Germania. Se è in cerca di strenne natalizie potrebbe poi farsi un giretto anche da noi: non avrebbe che l’imbarazzo della scelta.
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Troppo brutta per essere vera. Per l’Economist è un bene che non si sia trovato l’accordo sulla Costituzione Europea: le norme sulla ripartizione dei poteri erano così incomprensibili che nemmeno i delegati le sapevano spiegare, il principio di sussidiarietà era svuotato di contenuto, i cosiddetti diritti fondamentali dei cittadini non valevano per tutti nella stessa misura. Conclusione: se mai l’Europa avrà una carta costitutiva meglio quella di domani che quella di oggi.
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Rapida incursione in politica interna. Può anche darsi che la parabola politica di Berlusconi sia in fase discendente.
Perchè perda le prossime elezioni però bisognerebbe che esistesse un centrosinistra e che non esistesse una certa sinistra. Fine dell’incursione.
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giovedì, dicembre 18, 2003
I più disonesti dell’anno. Honestreporting ha assegnato l'Oscar della disinformazione su Israele.
Ha vinto l’agenzia Reuters.
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L’ultimo nascondiglio. Prima di entrare nel buco Saddam ha vissuto qui: mangiava uova e frutta, beveva tè Lipton e si medicava. In casa i soldati hanno trovato anche due cappellini da baseball e un bel po’ di libri di poesia araba.
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I blog della libertà. Matt Rosenberg parla di Zeyad, Alaa e degli altri blogger iracheni.
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Via. Sina Motallebi, il blogger iraniano imprigionato dal regime, è fuggito dal suo paese destinazione Europa. Se volete comunicare con lui qui c’è l’indirizzo email. Speriamo possa tornare presto perchè significherebbe che nel frattempo sarà successo qualcosa di grosso.

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Lo shock da cattura. Janet Daley dà qualche consiglio alla anti-war lobby su come prepararsi ad altre evenienze sfavorevoli sulla scia di quella di domenica scorsa. Per esempio: cosa dire se

Saddam sings like a canary, identifying the perpetrators of insurgency.
Saddam is obviously being tortured by his American captors. Or else, they are lying about his testimony and justifying their own persecution of innocent Iraqis on the basis of his alleged "confession". (Note to broadcasters: these hypotheses need not be stated baldly. They can simply be hinted at or implied by leading questions and incredulous facial expressions.)

If Saddam's trial is conducted by Iraq without outside interference.
This is nothing more than a kangaroo court: a lynch mob bent on tribal vendetta, licensed and abetted by America, which has, typically, waged an irresponsible war and then walked away, washing its hands of the consequences.

If Saddam's trial, by whatever agency, produces previously unknown evidence of crimes against his own people that is so horrific that it shames those who resisted his forcible removal.
No one (certainly not you) ever said they thought Saddam was a hero, or that they wanted him restored to power. They just wanted international law to be permitted to take its own good time to decide how and when he should be stopped.

Imperdibile.










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Pane al pane. Il nuovo ministro degli esteri iracheno è andato a parlare al Palazzo di Vetro e davanti alle facce stranite di Annan e dei rappresentanti francese, tedesco e russo ha detto che l’ONU non ha mosso un dito per aiutare la popolazione irachena durante i decenni di dittatura, che adesso sarebbe ora che si assumesse le proprie responsabilità e che se le truppe della coalizione se ne dovessero andare troppo presto sarebbe un grosso guaio per il suo paese. Più chiaro di così si muore. Infatti la notizia da noi è praticamente passata sotto silenzio.
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Prepararsi. Sarà il terzo Natale consecutivo in cui compunti giornalisti ci spiegheranno che i cattivi israeliani non hanno permesso al vecchio ed ammalato raìss palestinese di partecipare alla messa di mezzanotte a Betlemme.
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Fenomeni (da circo). Il segretario di Izquierda Unida (una specie di Rifondazione Comunista in salsa ispanica) Gaspar Llamazares ha dichiarato che Bush, Blair e Aznar dovrebbero essere portati in tribunale per essere giudicati insieme a Saddam. Secondo noi Mark Steyn qui si divertirebbe un mondo.
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The bike-path left. Si sarà capito che Mark Steyn è uno dei nostri preferiti. Questo ritratto della sinistra deaniana lo fa entrare definitivamente nell’olimpo dei grandi. Solo un estratto per dare l’idea ma è l’insieme che è delizioso:

They loved the '90s because you never heard a thing about macho stuff like war: it was all micro-politics, new regulations for this, new entitlements for that--education, environment, "social justice." For hard-core Democrats, the whole war thing is an unwelcome intrusion on what large numbers of people had assumed to be a permanent post-Martian politics. When you're at a Dean get-together, you realize they're not angry about the war, so much as having to talk about the war.



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mercoledì, dicembre 17, 2003
The People vs. Saddam (continua...). Nelson Ascher scrive un post giustamente provocatorio su quelli che sembrano ricordarsi dei diritti umani solo quando in ballo c’è la sorte di una dittatore, un criminale di guerra o un genocida.
A scanso di equivoci: qui si è contro la pena di morte; si considera che il processo all’ex dittatore debba rispondere per quanto possibile a criteri di legalità; si pensa che non esista in nessun codice un castigo adeguato per un tiranno come Saddam; si preferirebbe in ogni caso vederlo scontare il resto dei propri giorni in una cella di isolamento piuttosto che penzolare da una corda e questo non certo per pietà umana nei suoi confronti; si ritiene che siano gli iracheni a doverlo giudicare e condannare alla pena che secondo le leggi applicate riterranno opportuna qualunque essa sia. Detto questo si approva la provocazione e si rilancia: ascoltare appelli accorati in favore di un «giusto processo» per il despota provenire dagli stessi che – a cominciare da Annan - se ne sono letteralmente fottuti (fottuti) della sorte degli iracheni imprigionati, torturati, umiliati, mutilati e sepolti in fosse comuni è francamente stomachevole. Anzi di più.

The central question now is: who will sit at Saddam’s trial? Why are all those who were against deposing him so interested right now in the legitimacy of those who’ll judge him? Why do all pro-Saddam journalists and politicians, people from Amnesty International and so on want him to be tried by some international institution like the UN or the international court at the Hague, anywhere else and by anyone save in Iraq by Iraqis or Americans?
The answer’s quite simple: THEY WANT TO SAVE HIS NECK. None of the international courts would condemn him to death, because it is obviously barbaric to kill even a guy like him, isn’t it? That’s what the whole idea of human rights has been reduced to: its main function nowadays is to save the life of tyrants, war criminals and mass murderers.




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Pensate se l’avessero trattato male. Al cardinale Martino ben poca compassione suscitavano le vittime del regime.
Molta invece ne ha provocata un Saddam sottoposto a visita dentistica da un militare con i guanti bianchi.
E’ proprio vero che alcuni «la sanno a memoria la legge di Dio ma dimenticano sempre...» e finite voi la frase con le parole che vi sembrano più opportune.

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Un altro «mai più» da pronunciare. A Baghdad sorgerà un museo a testimonianza degli orrori della dittatura baathista, a ricordo delle sue vittime ed in omaggio a chi in questi anni ha tentato di opporvisi. Il progetto è curato da Kanan Makiya attraverso la Iraq Memory Foundation.
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Steyn (strepitoso) su Saddam e tutto il resto.

That's why Saddam looking like a wino round the back of Waterloo Station meekly submitting to a lice inspection by an American soldier is a much better photo than Saddam's bullet-riddled corpse at the end of a shoot-out. When was the last time a Middle Eastern thug wound up on the receiving end of an infidel tongue depressor? For fellow dictators like Boy Assad, the sight of the despot-turned-hobo may be a fearful premonition. For Islamist appeasers like the House of Saud, it's a reminder that the way you neutralise a troublemaker is not to throw money at him in the hopes he'll only blow other people up but to hunt him down and finish him off.
For the Palestinians, who never met a loser they weren't dumb enough to fall for (the Mufti, Nasser, Yasser), Saddam still has an honoured place in the Pantheon of Glorious Has-Beens. But for millions of Iraqis a monster has shrivelled away into a smelly bum too pathetic even to use his pistol to enjoy the martyrdom he urged on others.

The one consistent feature of the post-9/11 era is the comprehensive failure of the international order. The French use their Security Council veto to protect Saddam. The EU subsidises Palestinian terrorism. The International Atomic Energy Agency provides cover for Iran's nuclear ambitions. The UN summit on racism is an orgy of racism.

I've come to the conclusion that the entire international system needs to be destroyed.
I don't suppose that's a priority of the Bush Administration, or at least not until the second term. But he's in no hurry to return to the Security Council fairyland of make-believe resolutions that never get enforced. On Sunday morning, his speed-call list was restricted to the Coalition of the Willing – the prime ministers of Britain, Australia, Poland, Italy and Spain. He seems to be roughing out the contours of a new club here: dictatorships need not apply, but nor need those democracies that serve as the dictators' front men in polite society (are you listening, Jacques?).

I was mighty heartened by Paul Bremer's press conference on Sunday. He made a simple announcement – "We got him!" – and the roomful of journalists erupted in jubilant cries of "Death to Saddam!" True, this turned out to be the Iraqi journalists. The western correspondents had far more mixed feelings. Oh, well. Cheer up. There'll be a new quagmire along in a minute.










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Hitchens su Saddam ed i suoi sgherri.

Try to imagine seeing his face on your front page every day for three decades, and hearing that voice and seeing that face every time you turned on the radio or TV.
Try to imagine being unable to escape from it when you went to the opera, the cinema, the theatre, or the football. For millions of Iraqis under 35, this indoctrination started at infant school, where lesson one was that Big Daddy was supreme, and could do what he liked to your or your family.

His arrest also shows how empty and unstable his otherwise terrifying regime always was. He must have known that the search would concentrate on and around Tikrit, his hometown. But he went there anyway, and hid in his hole. He knew he wouldn't be able to hide anywhere else. You hear a lot about his 'Sunni' support, but the Tikriti clan is a minority of the Sunni minority.
When he was bagged, Saddam was found with a huge pile of cash in US dollars. Only this month was the coalition able to print a new Iraqi dinar note, without his face on it.
ONE of the worst recent attacks on coalition forces, in the city of Samarra, was made on a convoy bringing that new currency to the local banks and shopkeepers.
The desperation of the so-called "resistance" is evident from such tactics. It might not be wise to assume, though, that such elements will necessarily be discouraged by the capture of their former boss.
Throwing off all secular disguise, they have adopted the rhetoric and method of jihad and this will be their selling point for some time.
However, they have lost their rallying point. And a number of Iraqis who have been hesitant and fearful until now can be expected to straighten up and look people in the eye.










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Leno and Letterman su Saddam.

They showed video of Hussein being inspected by a doctor. And then they took a DNA sample from him. Which had to be humiliating. One day your president of the country the next day you’re being forced to give a DNA sample. And Clinton said, "tell me about it.”
At the time of his capture, he had $750,000 in cash on him. They think he may have been trying to buy three gallons of gas from Halliburton.

He had a long beard and was confused and disoriented. It’s the same condition that Al Gore was in before he endorsed Howard Dean.
One day you’re the leader of Iraq and the next day you’re seen having fleas picked out of your hair on Fox News.






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Adesso tornate pure a giocare con Google. Continuano i «miserabili fallimenti» registrati sotto l’amministrazione Bush. La settimana cominciata con la cattura di Saddam prosegue in campo economico con i dati (di certo non altrettanto storici ma pur sempre abbastanza significativi) sull’inflazione e sulla produzione industriale. Da aggiungere alla lunga serie di indicatori positivi rilevati a novembre.
Buon divertimento ma non fate troppo tardi: domani scuola.
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martedì, dicembre 16, 2003
The People vs. Saddam Hussein. Quattro motivi (due di carattere legale, uno morale ed uno politico) per cui Saddam dovrebbe essere processato da un tribunale iracheno.
Primo: perchè l’Iraq non ha mai aderito all’ICC (International Criminal Court); secondo: perchè l’ICC ha competenza soltanto per i crimini commessi a partire dal primo luglio 2002; terzo: perchè gli iracheni hanno il diritto di veder processato nel loro paese l’uomo che li ha torturati e uccisi durante decenni; quarto: perchè sostenere la necessità di un rapido trasferimento della sovranità agli iracheni e poi negare loro la possibilità di esercitarla proprio nel giudizio contro l’ex dittatore sarebbe piuttosto contraddittorio considerando oltretutto che da pochi giorni è stato istituito dal GCI un tribunale speciale per i crimini commessi dal regime baathista.
Infine due domande (che poi sono una sola): per quale ragione l’ONU dopo aver rifiutato di dar corso alle sue stesse deliberazioni (1441) e quindi essersi di fatto pronunciata contro il cambio di regime adesso dovrebbe avere giurisdizione su quei crimini che non ha fatto nulla per fermare? Per quale ragione quei paesi che si sono opposti all’intervento militare che ha liberato l’Iraq e permesso la cattura di Saddam dovrebbero adesso essere chiamati in causa per giudicarlo?

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Ci sono visite. Bellissimo articolo del Time sulle modalità del raid decisivo e sulle sue implicazioni. Lo stesso settimanale già domenica metteva online la cronaca del primo interrogatorio di Saddam con relative non-risposte. Il Chicago Sun-Times ricostruisce il lavoro di investigazione attraverso il quale si è arrivati al nascondiglio.
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Quelle lacrime. Uno dei giornalisti che hanno pianto alla conferenza stampa di Bremer fu imprigionato e torturato per due anni per aver pubblicato un giornale senza permesso ufficiale. Le immagini dei suoi colleghi che gridano di rabbia e di gioia nel vedere sugli schermi il volto dell’ex dittatore ormai incapace di nuocere saranno sempre lì a ricordare quanto male possa fare dover vivere nel buco nero della tirannia e della paura.

It is not for us to understand fully what these people were put through. At a moment like this, when we can see fully and clearly the evil that existed for so long - evil that we in the past did our part to maintain - it is important simply to recall the dead and their loved ones. Think of every moment when some poor soul believed he was about to die, every moment spent in hellish prisons, every person tortured beyond imagining, every child dumped in a mass grave, every person of faith treated as an enemy of the state. To watch the perpetrator of this extraordinary evil brought low - into a rat-hole in the ground - is a privilege. It happens rarely. It is a moment when some kind of cosmic justice breaks through the clouds, and all the petty wrangling and mistakes and political jockeying fall away in the face of liberation from inescapable fear and terror and brutality. It was a day of joy. Nothing remains to be said right now. Joy.

(A. Sullivan).



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I palestinesi (con qualche eccezione) non l'hanno presa bene. Innanzitutto perchè la propaganda dell’ANP ha fatto di Saddam un eroe e poi perchè vederlo consegnarsi senza una minima reazione è parso loro un comportamento un po’ strano per chi si proclamava difensore della «causa palestinese» al punto da finanziare generosamente le famiglie dei terroristi suicidi. Ma si sa. Alla fine il coraggio uno non se lo può dare.
La sensazione è che le immagini trasmesse ieri avranno una importanza dirompente per la psicologia del mondo arabo.
Non è mai troppo tardi per cominciare a rifiutare le verità provenienti dall’alto e cominciare a porsi qualche domanda.
P.S. Arafat ieri era «triste». Forse perchè il «fratello Saddam» in galera non potrà più ricevere le sue visite o le sue lettere.
O forse perchè si è ricordato che normalmente i despoti non fanno una bella fine.
P.P.S. Anche tra i fedayeen nostrani (i discepoli di Chomsky e Cardini per intenderci) l'umore non è molto alto.
Quanto ci dispiace.
(Tra parentesi: quando si leggono certi commenti si capisce subito che tra i punti di forza di Bush c’è anche la sconcertante inconsistenza argomentativa dimostrata dalla maggior parte dei suoi detrattori).






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Se questo dialogo è riportato fedelmente, è fantastico.

Saddam (dal buco): "My name is Saddam Hussein. I am the president of Iraq and I want to negotiate".
U.S. Special Forces soldier: "Regards from President Bush".


Anche questo non è male:

"Why didn't you fight?" one Governing Council member asked Hussein as their meeting ended. Hussein gestured toward the U.S. soldiers guarding him and asked his own question: "Would you fight them?".

(Fonte: Washington Post)









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lunedì, dicembre 15, 2003
«We got him». Ci sono giorni nei quali l’aver fortemente creduto in qualcosa perchè considerato giusto, legittimo e necessario ottiene la sua più grande ricompensa. Successe il 9 aprile quando ebbe fine il regime del terrore in Iraq.
E’ successo pochi giorni fa quando migliaia di iracheni in tutto il paese hanno manifestato contro il terrorismo. E’ successo di nuovo ieri quando il macellaio di Baghdad è stato tirato fuori dal buco nel quale si nascondeva e preso in consegna dalle forze della coalizione. Vedere la popolazione festeggiare la sua seconda liberazione e pensare che molto più vicino a noi oggi ci sono ancora persone che, come otto mesi fa, stanno masticando amaro costrette come sono ad imbarazzanti equilibrismi verbali e morali non fa che confortarci nella consapevolezza di aver sostenuto – nel nostro piccolo – l'unica causa sostenibile: quella dell’umanità contro i suoi assassini.
«Ladies and Gentlemen, We got him!» Sono le prime parole pronunciate da Paul Bremer nell’annunciare la cattura dell’ex dittatore e sono quelle che passeranno alla storia. Il discorso di Bush e quello di Blair. Thank you.
Il più rapido blogger iracheno nel dare la notizia è stato Sam nelle prime ore di ieri battendo sul tempo i colleghi con la sua personale breaking news.

It is a victory for the victims of his regime and the righteous people of Iraq and the WORLD at large.

L’emozione di Ays.

I can’t express my feelings.. thanks to the coalition forces and all the honest people who helped in that great operation….thank you thank you thousand times.

La testimonianza di Alaa.

The Ululation of Gunfire again; you should all be here now. What fireworks! You should be here. The Baghdadis are expressing what they really think again.

E quella di Fayrouz, iracheno in America.

I was really having a good week, I didn't know it would end up better than expected.
P.S. Samira (Saddam's second wife) :I'm sorry, no more phone calls from your loving husband. I hope you chock on the 5 million dollars he stole from the Iraqi people and gave you before the war started. I hope you enjoy your day like the rest of the world.


Omar.

It's indeed an inauspicious day for all the tyrants. Let them know that their days are near too.
This is the day of all Iraqi martyrs who were slaughtered just to please his sick lust for blood.
Rest in peace my brothers. The paradise is yours and the disgrace and hell is for all the tyrants on earth.
Thank you American, British, Spanish, Italian, Australian, Ukrainian, Japanese and all the coalition people and all the good people on earth.
God bless the 1st brigade.
God bless the 4th infantry division.
God bless Iraq.
God bless America.
God bless the coalition people and soldiers.
God bless all the freedom loving people on earth.
I wish I could hug you all.

Altre immagini dal Time.

Jim Hoagland sul Washington Post.

Saddam Hussein's ignominious surrender captured the essence of his quarter-century of misrule over Iraq: He was exposed as a blustering fraud who robbed his people to line his own pockets and to satisfy his monumental vanity. In the end he could not escape his own personality or the pursuing U.S. Army.

His being caught "like a rat," in the words of Maj. Gen. Raymond Odierno, will help puncture the myth that the terrorist insurgency being led by Hussein's Baathist remnants represents a heroic form of Iraqi or Arab nationalism. The campaign they wage is a rear-guard attempt to regain privilege and domination by a small group of Sunni Arabs, who have used death and destruction as their only tools of governance and now of rebellion.

William Safire sul NYT.

We are not finished with this remorseless monster; Saddam will have his day in an Iraqi court. But so will the ghosts of poison-gassed Halabja and Iraqi children forced to clear minefields in Iran. The meticulous presentation of his offenses against humanity will demonstrate again that all that would have been necessary for the triumph of evil was for good people to do nothing.

Ernesto Galli della Loggia parla della lezione americana all'Europa.

Per la prima volta dopo il 1945 - e di nuovo grazie al ruolo e alle capacità americane - è possibile che si ripeta quanto accadde in quel tempo, allorché il nazismo tedesco e il militarismo nipponico furono portati alla sbarra di un tribunale e, per suo tramite, sottoposti al giudizio dell’opinione pubblica del mondo.

Per la prima volta, e per giunta su un piano simbolico violentissimo, l’Islam sarà chiamato a guardare in faccia alcune delle sue storiche contraddizioni e la sua semisecolare miseria politica. Chi può dire quale effetto tutto ciò sortirà su quel mondo, sulla sua opinione pubblica e, non da ultimo, sui regimi dispotici che ancora per intero lo governano? Di ogni effetto positivo il merito andrà comunque agli Stati Uniti, alla loro tenacia, alla loro determinazione.

Perché tra le lezioni della cattura di Saddam c’è pure questa: di fronte alla chiarezza di obiettivi degli Stati Uniti (obiettivi discutibili, certo, ma reali e plausibili), di fronte alla loro capacità di perseguirli muovendosi sulla scena del mondo, di fronte al loro impegno, che in fin dei conti è anche morale, di rispondere al terrorismo colpo su colpo, di fronte a tutto ciò cosa ha saputo pensare, cosa ha saputo proporre, cosa ha saputo fare l’Europa? Nulla, nulla di serio e di vero.

Il Foglio esce in edizione speciale.

Bravi, e nel giusto. They got him! Gli americani hanno ricevuto un sacco di belle lezioni in questi otto mesi che separano la cattura di Saddam Hussein dalla liberazione di Baghdad. Ne riceveranno anche in futuro. Come ci ha detto la settimana scorsa Donald Rumsfeld, sorridendo, nessun membro della nomenklatura occidentale, quella dei “non volenterosi”, accetterà mai la loro vittoria strategica: liberazione di un paese dal suo regime terrorista, ricostruzione di una democrazia rappresentativa, sacrificio di uomini e risorse per la pace e la sicurezza del mondo. Ci sarà sempre qualcosa che non va ancora, qualche malaugurio, qualche coda filistea che scodinzola per paura di un futuro migliore, per conservare il peggio del passato. E lasciamoli scodinzolare, lasciamogli la Schadenfreude di pensare che comunque il terrorismo, anzi la “resistenza”, non è sconfitto, che il problema è un altro, che loro sì che sanno cosa bisogna fare, che tutto lì puzza di petrolio, che è un nuovo Vietnam, un incubo e una sconfitta, che ci vuole l’Onu, questa organizzazione di burocrati fuggiaschi, e magari che i contratti per le opere pubbliche irachene vanno dati a francesi, tedeschi e russi per i meriti conquistati sul campo, ma del nemico, altro che la Hallyburton. Intanto però le persone normali si fanno due conti, usano la ragione, concludono che i boots on the ground, i soldati americani, qualcosa di utile sanno combinarlo.

Amir Taheri, NYPost.

SOME wonder: Why was Saddam captured at this time?
One reason is that it was only three or four weeks ago that the U.S.-led coalition began seriously looking for him. A special task force was assigned to hunt down Saddam and the remaining figures on the notorious "pack of cards." Another reason is that the hunt, previously confined to the Coalition, was reorganized to give Iraqis a greater role. The actual arrest was carried out by American troops. But the intelligence that led to it came from Iraqi individuals, including Sunni Muslims, both Kurds and Arabs. This was a joint U.S.-Iraqi operation, and an example of what could be achieved when the two work together.

Saddam has countless questions to answer (...) ALL those questions, however, must be left for another day.
"I don't want to talk politics today," said an Iraqi friend reached over the telephone in Baghdad yesterday.
He quoted lines by Jahiz, an Arab poet of the pre-Islamic era:
The dragon that hid the moon is gone,
The bloodsucker has vanished into the abyss.
Let me taste this day like the ripest of dates,
And come tomorrow to talk about the days to come.


Fareed Zakaria, Newsweek.

In his wrenching book on Saddam Hussein's Iraq, the dissident writer Kanan Makiya explained that the most powerful force keeping the cruel regime in power--more important than brute strength--was "an all-embracing atmosphere of fear." Aptly, Makiya titled his book "Republic of Fear."

It will not solve the very thorny issues that the transfer of power in Iraq has already begun to raise. But Saddam Hussein's capture is a great and pivotal event. The "Republic of Fear" is dead.

Peggy Noonan, Opinion Journal.

What do we learn? Well, as Samuel Johnson said, "Man needs more to be reminded than instructed," so what are we reminded of through the happy ending of this story?
That human agency works and is an active force in history. You don't have to sit back and accept; you don't have to continue to turn a blind eye; you don't have to sit and do nothing, because all action involves choice and all choice invites repercussion. You can move forward. You can take action. You can go in and remove a threat to the world. You can make the world safer. You can help people. Just because they live in Iraq and we don't bump into them every day doesn't mean they don't merit assistance and even sacrifice.


Lawrence Kaplan, The New Republic.

Yet ultimately the onus is still on President Bush. As with Uday and Qusay's deaths, Saddam's capture will buy the president time in Iraq. But how much time depends on whether the fighting subsides and whether Iraqification efforts yield measurable progress. If not, the public's support for the war, which will surely climb over the next few days, will just as surely return to its present levels in a few weeks or months.
But these are all mundane asides. We got the son of a bitch. And today, at least, it all seems worth it.


Austin Bay, Houston Chronicle.

Following his capture by U.S. troops in the 4th Infantry Division, the wasted and weary Butcher of Baghdad received medical aid. For genuine democrats, a disheveled mass murderer opening his mouth to say "Ahh" for the doctors is more than a perfect portrait of defeat. The once defiant thug who gassed Kurds and Iranians, threatened to "burn half of Israel," who raped Kuwait, who slaughtered Shia Arabs, who minced his Baghdad opponents in plastic shredders, who -- yes, the evidence is building --facilitated both secular and religious terrorists, gets instant health care at the hands of his American captors. Object lesson: The rule of law and basic respect for human rights means the worst among us will get an aspirin, once the bum's imprisoned.

CS Monitor, editoriale.

Just the news that the former dictator, once feared at home and by Iraq's neighbors, was captured on Saturday while cowering in a dark hole, lonely and resigned, should remind all those living under the abusive hand of unelected leaders that power lies not in persons or guns but in ballots, laws, and liberties, the real safeguards of human dignity.

Daily Telegraph, editoriale.

But the Iraqi people are the principal beneficiaries of yesterday's breakthrough. So too are the cowed populations of other repressive Middle Eastern regimes who can now see that despots can be defeated. It will not be lost on the "Arab street" that Saddam surrendered without firing a shot from the pistol he has carried since his youth, and that he opted out of the form of martyrdom he has urged upon so many of his countrymen, including his own sons. At times like this, people are reminded of the banality of evil: in Saddam's case, that evil had an extra dimension of sheer cowardice.

As Mr Bush emphasised yesterday, Saddam's capture does not mean that the coalition's problems in Iraq are over. Attacks will surely continue for some time, and may even escalate in the short term. But it changes the equation on the ground, and clears obvious obstacles to Iraq's emergence as the prosperous, free country it now has every chance of becoming.

To say that Iraqis should try Saddam according to their own traditions and law is not to lapse into bloodlust: it is a simple recognition that as the victims of his grotesque misrule, they have earned the right to determine his fate, so long as any judicial process is seen to be transparent and fair.





































































































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domenica, dicembre 14, 2003
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venerdì, dicembre 12, 2003
Improvvisamente un giorno... tutti vollero andare in Iraq.

Pareva che l’Iraq fosse un immenso Vietnam, che gli americani e le forze alleate non riescono a controllare, e che Badghad, con il suo aeroporto, fosse una metropoli sotto assedio alla mercé del rais e di Al Queda. E pareva ovvio che francesi, tedeschi e anche russi, che non avevano voluto partecipare alla guerra, perché pensavano che la vittoria sarebbe stata impossibile, volessero starsene coerentemente e sdegnosamente alla larga dei lavori in Iraq, dicendo “avevamo ragione noi”. Ma non è così. Dopo la pubblicazione della lista, compilata dal governo degli Usa, di 63 Stati le cui imprese potranno competere per acquisire le commesse per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iraq (un totale di 18 miliardi di dollari, destinato ad aumentare col tempo) il governo francese, i tedeschi, i russi e anche la Commissione europea, hanno protestato a viva voce, annunciando azioni legali, anche presso l’Organizzazione mondiale del commercio (il WTO).

Un detto del diritto romano afferma che possono rivendicare i benefici coloro i quali hanno prima sopportato i relativi costi. E poi, se la situazione in Iraq è così difficile, ora e in prospettiva, perché adesso tutti vorrebbero andarci, a fare affari? Non ci saranno, per caso, delle esagerazioni?

Il Foglio, Editoriale.

There is a difference between being magnanimous and being a patsy. Germany, France and Russia are completely free to donate money and troops to help Iraq's transition away from a dictatorship they defended and bankrolled. (They have, of course, delivered nothing.) But, after doing everything they could to undermine the U.S. at the U.N. and elsewhere in order to protect their own favored dictator, they have absolutely no claim on the tax-payers of the United States. The idea that we should reward them for their obstructionism out of our own coffers on the same terms that we are rewarding countries that gave money and lives to help the liberation is a preposterous one.

The president is right. Let the real allies of the U.S. benefit from the alliance. Let France, Germany and Russia live with the consequences of their own moral bankruptcy and strategic error. The alliance is indeed not what it was. Nor can it be. And the responsibility lies squarely in Paris, Berlin and Moscow.

Andrew Sullivan, The Daily Dish.











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Non solo Duranty. Quella del come e del perchè la stampa occidentale abbia potuto dar credito per così lungo tempo alle menzogne della propaganda sovietica resta una storia ancora da scrivere. Un affascinante articolo di Arnold Beichman ricostruisce alcuni episodi dei decenni di giornalismo compiacente verso il totalitarismo comunista evidenziando anche le pesanti responsabilità del mondo accademico in questa grottesca opera di disinformazione.

Part of the responsibility for the Great Lie era in the journalism from Moscow lies with the academy. One of the great intellectual failures of the century has been the failure by distinguished academics—economists, political scientists, historians, philosophers, sociologists many of them teachers at prestigeous universities—to apply the standards of truth to their research into the Soviet Union and Communism itself.
As a result of these falsehoods camouflaged as “research,” a fictitious Soviet Union and an equally fictitious People’s Republic of China as utopias-in-being were created for Western policy makers. The relationship between the lies of the academy and the extermination of millions of people within Soviet borders, in Eastern Europe, in China and Southeast Asia may be casual or coincidental but there is no question that Communist totalitarianism benefited from at least fifty years of academic indulgence and willful credulity.


Putroppo l’abitudine dei giornalisti occidentali di farsi portavoce dei regimi dittatoriali è sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica.




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Un silenzio più che eloquente. Si fa in fretta a commentare la copertura che i principali organi di informazione del pianeta hanno dato alle manifestazioni antiterrorismo in Iraq: non c’è stata. L’avvenimento ha avuto una eco straordinaria tra i bloggers (soprattutto in Iraq e negli Stati Uniti ma anche in Italia per esempio) mentre è stato praticamente ignorato dagli stessi media che di solito non si perdono nemmeno una scritta sui muri se diretta contro «gli occupanti». Di seguito un breve giro di opinioni sull’argomento: Roger Simon, Glenn Reynolds (uno e due), Stephen Green (che si occupa del NYT), Michael Totten e un grande Jeff Jarvis su che cosa può fare una singola persona nell’era di Internet.

Well, I don't think I've ever enjoyed watching something start as much as I enjoyed watching Zeyad covering the demonstrations in Baghdad today: with a blog and a camera, he beat every news organization in the world to report this news to the world; he brought news and a new perspective to us all.
He created the first free and uncensored Iraqi news service.
This is citizens' media!
Now, finally, here's my point: All it took was one person. Thanks to the Internet and weblogs -- and a little help from the community there -- it is possible for one man in a country just coming out from under dictatorship and war to speak to the world, to exercise free speech, to help spread that free speech, to report news, to make news, to build relationships, to create understanding.
That is the moral of the story of the blogosphere: All that is now possible. Anyone can do this. Any of us can support it.
All it takes is one person.
Thank you, Zeyad. Thank you, Hoder. Thank you, Salam.

Da noi Christian Rocca sul Foglio. Anche qui.











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Totalmente appropriato.

«The expenditure of U.S. dollars will reflect the fact that U.S. troops and other troops risk their life . . . It's very simple. Our people risk their lives. Coalition -- friendly coalition folks risk their lives. And therefore, the contracting is going to reflect that. And that's what the U.S. taxpayers expect».

George W. Bush, commentando ai giornalisti la decisione del Pentagono di escludere Francia, Germania e Russia dall’assegnazione degli appalti in Iraq.

Ma...

President Bush, we suspect, is going to overrule the Pentagon's attempt to exclude from the bidding for Iraq reconstruction contracts certain countries that have opposed U.S. policy in Iraq. He might as well do it sooner rather than later, so as to minimize the diplomatic damage done by the Pentagon's heavy-handed and counterproductive action.

This decision is a blunder. We trust it will be reversed.


William Kristol e Robert Kagan, in un editoriale di ieri sul Weekly Standard.











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Cina e Taiwan. Dissenting opinion. David Adesnik pensa che il referendum promosso da Chen sia soltanto una mossa propagandistica ad uso interno e che Bush faccia bene a provare a dissuaderlo.

That's just reckless, so there's no reason the US should support the idea. It would be better for both Taiwan and the United States if Bush acts as a peacemaker so that if China starts trouble, the United States can both side with Taiwan and take the moral high ground.



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Falsa partenza. Più leggiamo queste parole e più ci rendiamo conto di essere stati un po’ troppo teneri con Shirin Ebadi nel commento di ieri. I toni alti del suo intervento (assolutamente condivisibili in linea di principio) appaiono strumentali se analizzati in congiunto con la parte più politica dello stesso.
La Ebadi aveva l’opportunità di ribadire davanti al mondo il senso delle sue battaglie nell’Iran fondamentalista e di richiamare una volta di più l’attenzione dell’opinione pubblica sul destino di quel miliardo di musulmani che ancora vivono senza diritti sotto l’oppressione di regimi illiberali. Ha invece utilizzato lo scenario a sua disposizione per rovesciare completamente la prospettiva e pronunciare un discorso infarcito di stereotipi (non critiche, stereotipi) antiamericani ed antiisraeliani che di sicuro non sarà dispiaciuto agli islamofascisti contro i quali ha combattuto nel corso della sua vita ma ai quali ieri ha invece accuratamente evitato di riferirsi in modo esplicito. Ad essere ottimisti è stata un’occasione persa. Ad essere pessimisti i prossimi mesi diranno se si è trattato di un ennesimo errore del Comitato per il Nobel. Se così fosse a perderne sarebbe soltanto la causa della libertà in Iran. Vedremo.
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Un pezzo di storia del giornalismo americano. E’ morto Robert Bartley, responsabile durante trent’anni delle pagine degli editoriali del WSJ. Premio Pulitzer nel 1980, aveva ricevuto la scorsa settimana la più alta onorificenza civile che il Presidente degli Stati Uniti possa attribuire: la Presidential Medal of Freedom. Il ricordo di Peggy Noonan e alcuni estratti dai suoi articoli.
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Sembra di sentirlo. E’ probabilmente il quadro più impattante che abbiamo mai visto da vicino. L’urlo di Edvard Munch (1893) è esposto al Munch-Museet di Oslo e sembra racchiudere in sé l’immagine di tutti gli orrori del secolo che sarebbe iniziato di lì a pochi anni. Per chi pensasse che su questa opera si sia già detto tutto quel che c'era da dire ci sono novità.
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Trasloco. Leibniz cambia casa ma si porta dietro i mobili.
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giovedì, dicembre 11, 2003
Un grande giorno per gli iracheni. Le manifestazioni di ieri contro terrorismo, Saddam, Baath, dittature, oppressione,  wahhabismo, interferenze dei paesi confinanti, media arabi. Riferiscono Zeyad (con foto) e Omar. Orgogliosi di voi.

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Bentornato professore. Molti accademici e studiosi iracheni che avevano lasciato le università o - i più fortunati - il paese durante gli anni della dittatura stanno facendo ritorno.
La nascita di una società civile nel nuovo Iraq non può prescindere dal loro contributo.
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Ancora su ONU e Internet. Glenn Reynolds ha diverse osservazioni importanti su nuove tecnologie, libertà di espressione e tentativi messi in atto dai regimi illiberali per non perdere il controllo sulla circolazione delle idee. Con la collaborazione attiva delle Nazioni Unite, ci mancherebbe altro. Tra l’altro dall’articolo si apprende che:

The Geneva summit has already demonstrated its commitment to free expression by excluding Reporters Without Borders because of its criticism of the UN's hypocrisy on human rights:

Reporters Without Borders was told it was being banned from the 10-12 December summit in Geneva in a letter from WSIS executive director Pierre Gagné on 3 September. This grotesque decision followed the organisation's suspension for a year from the UN Commission on human rights at the request of regimes that are the worst press freedom violators because it energetically condemned the absurd choice of a Libyan representative as the commission's chairperson.


Non basta. Il grande protagonista della giornata è stato Robert Mugabe, l’uomo che ha distrutto lo Zimbabwe. Da perfetto rappresentante della causa terzomondista si è scagliato – indovinate un po’ – contro lo strapotere tecnologico di Stati Uniti e Gran Bretagna. Da consegnare all’album degli orrori del giornalismo il commento dell’inviato della BBC che è rimasto così affascinato dal carisma del dittatore da non poter frenare l'entusiasmo:

This was vintage Robert Mugabe - taking the subject of the day, an internet conference in Geneva, and applying it to his fight against what he sees as latter day imperialism.
Opposition leaders in Zimbabwe may condemn Mr Mugabe for acting oppressively at home; but here in Geneva, many delegates - whether they agreed with him or not - were impressed by a lively speech.









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Ancora su Cina e Taiwan. In linea con le preoccupazioni espresse solo una settimana fa oggi il Weekly Standard definisce senza mezzi termini la linea morbida adottata da Bush nei confronti di Pechino «un errore».

The president's statement today is a mistake. Appeasement of a dictatorship simply invites further attempts at intimidation. Standing with democratic Taiwan would secure stability in East Asia. Seeming to reward Beijing's bullying will not.

Questa piccola rivincita dei nostalgici della realpolitik e dei suoi improbabili aficionados di recente acquisizione (ma - si sa - dalle nostre parti la Bush Derangement Syndrome può questo ed altro) è criticata anche dal Washington Post che di sicuro non è un quotidiano neoconservatore ma che con coerenza ha sostenuto la politica dell’amministrazione americana in Iraq.
Non abbiamo mai dubitato (e non cominceremo certo adesso) della sincerità di Bush e della sua reale volontà nel perseguire gli obiettivi di difesa e di promozione della democrazia nel mondo quale arma di protezione di massa contro il terrorismo ed il fanatismo. Pensiamo però che questa volta sia stato mal consigliato. Non si trattava di dichiarare guerra alla Cina o di promuovere l’indipendenza di Taiwan (il referendum programmato peraltro non verte su questo tema ma su quello dei missili). Era sufficiente non dare l’impressione di voltare le spalle all'isola minacciata da Pechino. C’è sempre tempo per tornare sui propri passi. Ma le rassicurazioni fornite al premier della Cina comunista (che, non lo si dimentichi, è ancora questo genere di paese qui) non hanno niente a che vedere con l’attuale corso della politica estera americana.
Per una panoramica sulla situazione delle relazioni tra Stati Uniti e nazioni asiatiche interessante la raccolta di documenti curata dal Cato Institute.





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Iran libero. Anche se non è riuscita a sfuggire alla trappola
di certa retorica pseudopacifista e antioccidentale così consustanziale alla platea di Oslo, Shirin Ebadi oggi ha ritirato il Nobel per la Pace (sarebbe meglio dire per la Libertà) per le sue battaglie in favore dei diritti civili nell’Iran degli ayatollah.
E noi siamo molto felici per lei. Sperando di non vederla mai omologata (insomma augurandoci che sia un Vaclav Havel più che un Nelson Mandela) le dedichiamo un articolo che parla delle donne che, come lei, rischiano la vita per il loro coraggio.

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mercoledì, dicembre 10, 2003
In collegamento da Baghdad. Per oggi sono confermate le manifestazioni antiterrorismo in diverse zone del paese. Vedremo quanto può ancora la paura. Omar intanto dà l’ennesima lezione di buon senso a chi da noi l’ha perso e mai più ritrovato e poi ci racconta un’altra storia agghiacciante dell’Iraq che fu.
Dedicata a tutti quelli che «io il bannerino non lo metto».


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Un ebreo. Nel 1986 Natan Sharansky, dopo nove anni passati da prigioniero politico nel paradiso sovietico, riesce ad emigrare in Israele. Questa è la sua storia. E questo il suo fondamentale articolo sull’antisemitismo pubblicato originariamente nel numero di novembre di Commentary e successivamente apparso anche sulle pagine degli editoriali del WSJ. Sono due brani lunghissimi ma la fatica viene ampiamente ricompensata.
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With a little help from our friends. Via LGF una panoramica su alcuni libri di testo in uso nelle scuole palestinesi. Oltre ai già noti contenuti è curioso notare come all’inizio di ogni volume sia stampato un ringraziamento a quei paesi o istituzioni che hanno contribuito a finanziarne la pubblicazione: UNESCO, paesi arabi e – espressamente citati tra gli stati amici – Belgio e Italia.
La tattica è quella di un colpo al cerchio ed uno alla botte ma, considerati i precedenti, rappresenta pur sempre un passo avanti ascoltare un politico europeo di primo piano criticare pesantemente Arafat accusandolo di aver agito in questi anni contro le speranze di pace. Che quello che dovrebbe essere scontato susciti sorpresa significa molto, ma di questi tempi non si butta via niente. Speriamo non abbia parlato solo a titolo personale. Peccato non abbia potuto trattenersi dal prevedere «serie conseguenze» per Israele nel caso continui la costruzione della barriera difensiva. Come minimo si è trattato di un’espressione di cattivo gusto.


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Una barbarie ad ogni latitudine. Posto che è semplicemente folle – e vale per tutti - confondere la quotidiana battaglia per la sopravvivenza in cui nel disinteresse quasi generale la popolazione cecena è impegnata e i kamikaze assassini che si fanno saltare su un treno o davanti alla Duma, abbiamo la sgradevole sensazione che - siccome Putin è un figlio di buonadonna - i russi ammazzati dai terroristi tendano a non fare notizia. Ecco, è sbagliato.
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Gore vs. Clinton. Se Al sta appoggiando Howard per ricandidare se stesso nel 2008, Hillary sta aspettando che Howard perda contro George per lanciare la sua sfida. Conclusioni (nostre): nessuno tra i democratici pensa davvero di vincere il prossimo novembre; se tutto va come deve andare la senatrice Clinton sfiderà il candidato (o la candidata) dei repubblicani fra 5 anni. Comunque ci sarà tempo per pensarci.
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Il Boss è solo. Pare che The New Republic abbia deciso di smontare l’immagine da bravo ragazzo di Bruce Springsteen (diciamo pare perchè l’articolo è a pagamento).
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martedì, dicembre 09, 2003
La sinistra conservatrice. Perchè i democratici di oggi assomigliano sempre di più ai repubblicani di ieri.
Va comunque riconosciuto che gli States rimangono un’isola felice in questo senso. La sinistra americana è liberale per tradizione e - per quanto involute ne possano apparire attualmente la visione politica e l’azione - la sua natura è quella e non è destinata a mutare. In Europa al contrario (caso britannico a parte) è chiaro da tempo che la parola «progresso» e la parola «sinistra» hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra, eccezion fatta per alcuni coraggiosi tentativi riformisti e liberali che peraltro fino ad ora sono rimasti confinati in posizioni di retroguardia, schiacciati tra il massimalismo dell’altro mondo possibile e l’immobilismo del lasciateci in pace (espressioni entrambe di una medesima tendenza alla fuga dalla realtà e dalle responsabilità che essa impone). Oggi non ha davvero più nessun senso – se mai lo ha avuto - associare il significato letterale del termine conservatore alla parte politica cui tradizionalmente lo si è legato.
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Distratti. Il Los Angeles Times (l’unico giornale al mondo che il giorno in cui cominciò la guerra in Iraq uscì con cinque editoriali su argomenti di politica interna a sfondo sociale) è amatissimo dai alcuni bloggers italiani per le sue posizioni in prevalenza anti-Bush. Peccato però che si dimentichino sempre di citare gli articoli più interessanti.
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In Iran intanto. Domenica scorsa all’Università di Teheran.
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Mi spiace ma non funziona. Amir Taheri ricorda che il cosiddetto soft-power non è mai servito a dissuadere i dittatori dal continuare le loro politiche criminali ed anzi spesso ha favorito proprio quei conflitti che si proponeva di evitare.
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Mani di fata. Quando la leggerezza è un crimine. Il genocidio ruandese e la vergogna di chi non intervenne.

The Office of UN Peacekeeping Operations, headed by Kofi Annan, was alerted to the planned genocide before it began and did nothing. After the killing started, a heroic Canadian officer with the UN force, Romeo Dallaire, pleaded with his superiors in New York to reinforce the UN peacekeepers. Instead of increasing the force with armed troops who could have halted the slaughter, his superiors withdrew the contingent already in Rwanda. And former President Bill Clinton's administration knowingly did everything it could to avoid calling the genocide by its rightful name so there would be no legal obligation for the UN to intervene.Clinton later went to Rwanda and apologized for failing to do what he could have done to stop the genocide. But like the refusal of the Western democracies to rescue Jews during the Holocaust, the betrayal of the victims by powerful people such as Clinton and Annan remains beyond the jurisdiction of any international tribunal.

Romeo Dallaire era il comandante delle forze di pace delle Nazioni Unite mentre il genocidio si stava compiendo. Adesso ha scritto un libro.



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Pericolo scampato? Forse l’ONU non ce la fa ad affossare anche Internet.
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E diciamolo. Siamo già almeno in due a pensarlo. Imagine è una boiata pazzesca.
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lunedì, dicembre 08, 2003
Nessun titolo a nove colonne per questo?
Fu un colonnello iracheno la fonte dei servizi segreti inglesi sul possibile utilizzo da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa in 45 minuti.
Rintracciato dal Daily Telegraph l'uomo conferma tutto e rivela che l'unica ragione per cui non vennero impiegate fu che di fatto l'esercito rifiutò di combattere per Saddam. Ricordiamo che la BBC accusò il governo Blair di aver manipolato il dossier sull'Iraq aggiungendovi di propria iniziativa l'informazione sui 45 minuti e che la vicenda si concluse con la morte di David Kelly e l'apertura di un'inchiesta. Ovviamente i mesi di linciaggio mediatico contro il premier britannico non trovano ora adeguata smentita sugli stessi mezzi di comunicazione (compresi i blog che lo attaccarono senza averci capito un'acca).
Ma evidentemente funziona così. Qui l'Independent e la sempre più imbarazzata BBC.


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domenica, dicembre 07, 2003
Intanto in Iraq. Zeyad ci informa che nel suo paese si stanno già svolgendo numerose manifestazioni contro il terrorismo nel silenzio dei media occidentali. Suggerisce poi di cominciare a mettere tra virgolette le parole "giornalista", "reporter" e "agenzie di stampa" e infine ringrazia tutti quelli che - al di fuori dei canali di informazione ufficiali - in questi giorni hanno dato risalto ai veri sentimenti della popolazione irachena.
Ricordate di diffondere questo link.
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1941. L'attacco giapponese a Pearl Harbor determina l'entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Le pagine del Time dell'epoca raccontano come furono vissuti l'evento e le sue implicazioni.
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sabato, dicembre 06, 2003
Affinità elettive. La puntata di ieri di Otto e mezzo non l'abbiamo vista (Il Griso ce ne fornisce comunque una descrizione piuttosto efficace). Di Franco Cardini però purtroppo conosciamo abbastanza bene parole, opere ed omissioni senza bisogno di rinfrescarci la memoria. Troviamo quindi del tutto naturale che la sinistra regressista (di cui questo post è solo un esempio tra i tanti) oggi faccia il tifo per quelli come lui.
Lo slogan «proletari di tutto il mondo unitevi» ci è sempre sembrato inadeguato perchè parziale. Invece «illiberali di tutto il mondo unitevi» spiega decisamente di più.
P.S. Se il concetto non fosse ancora chiaro potete andarvi a leggere altri contributi illuminanti.

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venerdì, dicembre 05, 2003
Già, la Cambogia. Il riferimento di Hari (v. post precedente) alla nota posizione negazionista per lungo tempo mantenuta da Chomsky rispetto ai massacri dei khmer rossi ci dà lo spunto per segnalare altri due esempi relativi allo stesso episodio storico che dimostrano in che misura l'onda lunga dell'ideologia possa essere ancora condizionante: il primo lo troviamo descritto in questo articolo di Anthony Daniels su The New Criterion di ottobre; il secondo è un libro in cui – a dispetto del titolo - il giornalista italiano Fabio Giovannini riesce nella straordinaria impresa di scrivere per cento pagine del regime di Pol Pot senza mai esplicitamente far cenno al costo in termini di vite umane prodotto da quell’esperimento politico e sociale.
Non contento, l'autore decide di dedicare l’intero capitolo conclusivo (l’appendice) alla critica dell’approccio superficiale e delle esagerazioni che a suo parere sarebbero scaturiti nel corso degli anni dalla versione occidentale dei fatti in cui spesso - fa capire - «è difficile distinguere fantasia da realtà». Il libro è praticamente introvabile (se non per Internet) ma è piuttosto interessante notare come Giovannini - proteggendosi dietro il velo di una pretesa obiettività - sia abile nel costruire l’immagine di un Pol Pot solo contro tutti, quasi costretto dagli eventi ad agire in un determinato modo, circondato da nazioni ostili, eroe rivoluzionario in certa misura perfino assolvibile.
Il giornalista non nega – non potrebbe – che qualcosa di spaventoso sia successo nella Cambogia comunista tra il 1975 e il 1978 ma né lo qualifica né lo quantifica come se sfumare o nascondere aiutasse la comprensione meglio che rivelare.
Ogni azione dei khmer rossi è attenuata da una patina di malcelata comprensione ed in ogni caso sempre messa in relazione con le responsabilità pregresse o successive del mostro imperialista buono per tutte le stagioni. Il meccanismo è noto e sperimentato: le colpe sono sempre attribuibili a qualcun altro e se questo qualcun altro è occidentale ancora meglio.

Questo libro ripercorre la vita e l’esperienza politica di Pol Pot senza nessuna indulgenza (...) Quel che non troverete, però, è la demonizzazione.

Questo dichiara Giovannini nell’introduzione. Ed è vero: ci si trova di tutto meno la demonizzazione (che per uno che in tre anni ha eliminato più di un milione e mezzo di suoi connazionali ci potrebbe pure stare, no?).
E infatti poi nel testo, inserite nel contesto generale di cui già abbiamo detto, si possono leggere chicche come queste:

... il governo si dichiarerà soddisfatto del raccolto di riso, alla fine del primo anno di regime socialista, un raccolto definito “non eccezionale, ma sufficiente”.
Le deportazioni di massa dalle città, e la costruzione di una enorme comune agricola su scala nazionale su esempio della Cina di Mao, avevano evidentemente dato qualche risultato.

Se è ironico non si capisce. Se è serio purtroppo sì.

Oppure, a proposito del documentario-intervista che una troupe di giornalisti della televisione jugoslava (l’epoca è quella di Tito) riuscì a realizzare incontrando Pol Pot nel 1978:
Con la garanzia cinese, finalmente dei corrispondenti esteri potevano varcare le frontiere cambogiane, e poichè non provenivano da paesi politicamente ostili alla nuova Cambogia (anzi, pare che la Jugoslavia avesse rifornito la Kampuchea democratica di carri armati, nel 1977) il loro resoconto di viaggio diventa uno dei più affidabili a disposizione.
Certo, come dubitarne.

C’è poi l’omaggio al maestro dalla cui lezione evidentemente Giovannini ha tratto ispirazione:
L’unica voce discordante è stata quella del celebre linguista del Mit Noam Chomsky. Per aver sollevato qualche dubbio sulle “certezze” occidentali a proposito della Cambogia, Chomsky è stato accusato di compiacenza con i khmer rossi e di complicità con i delitti polpottiani.
La solita congiura imperialista.

E via di questo passo fino a chiudere il volume con le parole dello stesso Chomsky che definisce la vicenda cambogiana
"una delle più grandi campagne pubblicitarie della storia".

Degna conclusione di un saggio in cui pure non mancano notizie utili e perfino alcuni spunti di riflessione interessanti - come ad esempio le considerazioni sull’atteggiamento assunto dalla sinistra occidentale di fronte agli eventi cambogiani (eventi di cui però se uno leggesse solo Giovannini non verrebbe a sapere nulla) - ma che gradualmente si converte in una sottile opera di occultamento e alla fine di disinformazione.

Per un’analisi dettagliata del genocidio cambogiano vi rimandiamo al sito del Cambodian Genocide Program
che rappresenta ad oggi la più completa banca dati disponibile in rete interamente dedicata ad una delle più grandi tragedie avvenute nel XX secolo in nome dell’ideologia.



























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Il professore inacidito. Un breve scambio di battute tra un Noam Chomsky in costante peggioramento e un Johann Hari sempre più allibito per l'argomentare del suo interlocutore.
E noi con lui.

Noam Chomsky. Of course, I would not expect him to understand the moral truism that I repeated, once again, at the lunch. Nor will he ever understand it, I suppose, any more than it could be understood by his Stalinist counterparts. As anyone familiar with Russia in the old days knows, the loyal commissars could never understand -- or at least pretended not to understand -- why Soviet dissidents concentrated on the actions of Russia, not someone else's. And their Western mimics, like Hari, cannot understand why I concentrate on actions of the US, and he should concentrate on actions of England. Of course, I don't suggest a comparison. He is far more depraved than his models, who could at least plead fear for their conformity to power, and who had far less responsibility for the actions of their states than he and I have -- REPEAT, FAR LESS for obvious reasons, a deeply significant fact, but another one that he will never comprehend, I presume.

Johann Hari. If you want "idiotic fabrications", Professor Chomsky, I suggest you look to your predictions of a "silent genocide" in Afghanistan if the US intervened. Or perhaps your long-standing dismissal of the Cambodian genocide as "American propaganda."
What Chomsky cannot comprehend is that I understood his points at that lunch - his "moral truisms" - perfectly well. I simply disagreed. That doesn't mean I'm an irrational amoral psychopath, utterly "depraved" and worse than Stalin's commandantes. It simply means I am not Noam Chomsky or one of his worshippers.






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Il placido Don. Victor Davis Hanson recensisce il libro di Midge Decter sul «più talentuoso ed efficace Ministro della Difesa nella storia della nostra nazione». Il libro non sappiamo come sia ma la lettura di qualunque cosa VDH scriva è sempre un bel momento.
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Il presidente operaio. Anche Lula non scherza e va in cerca di alleati (e di contratti) in medioriente: dopo Assad vedrà anche Gheddafi. Ovviamente nel corso della sua visita a Damasco ha condannato con forza l’occupazione dei territori
(… quella israeliana s’intende).
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Morto un dittatore se ne aiuta un altro. Sembra che Schroeder e Chirac facciano a gara per trovarsi sempre e comunque dalla parte sbagliata della storia. Dopo gli iracheni stavolta saranno i taiwanesi a ringraziare.
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giovedì, dicembre 04, 2003
Importante. Per sostenere le manifestazioni contro il terrorismo del 10 dicembre in Iraq visitate questo sito e fate circolare il link. Se avete un blog potete anche scaricare il banner che qui trovate a metà della colonna di destra (grazie a Bianca).
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Taiwan. William Kristol e Gary Schmitt denunciano i segnali di una possibile inversione di tendenza nella politica statunitense tradizionalmente alleata di Taipei. Con un articolo pubblicato sia sul Weekly Standard che sul sito del NAC chiedono a Bush di essere coerente con il suo impegno in difesa delle democrazie e di non seguire le indicazioni che pare gli stiano giungendo dal National Security Council a favore di una posizione più morbida nei confronti di Pechino. La non-opposizione formale alle rivendicazioni indipendentiste di quella che la Cina continentale continua a considerare soltanto un’«isola ribelle» e la difesa incondizionata di Taiwan in caso di attacco cinese sono – secondo Kristol e Schmitt – due presupposti che non dovrebbero mai essere messi in discussione. Sulla stessa linea Claudia Rosett che in un altro dei suoi impeccabili editoriali accomuna Israele e Taiwan nel ruolo di avamposti democratici in contesti ostili e ricorda che

A policy of appeasing current tyrants, the better to concentrate on Iraq to the exclusion of all else, may offer some in Washington an illusion of calm. But to nudge Israel yet again in the direction of the peace-at-any-price crowd, to even hint at offering up Taiwan's security in the absurd hope of placating China's politburo, is to embrace standards so frail that the result can only be to embolden our enemies and erode the very progress we are at such pains to achieve in Iraq.

Infine il commento del Chicago Sun-Times.



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Per l'Organizzazione Mondiale delle Democrazie.

One of the reasons it fails is that it's pretty much designed to. There is no vision, no set of shared values that truly unites the United Nations. You can't have a civil rights organization where Klansmen are welcomed as members; you can't have a softball team where half the players want to play basketball, and you can't have a global organization dedicated to the spread of human rights and democracy with nearly half the members representing barbaric, corrupt regimes.

A League of Democracies (…) could speak with moral authority, and it would have the military might to back it up.





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La logica perversa delle organizzazioni umanitarie che fanno politica. La Croce Rossa interromperà i programmi di assistenza alimentare ai palestinesi «per non favorire l’occupazione israeliana». Un bel mondo.
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Le vergogne nel cassetto. Forse su qualche altro blog è già stato segnalato ma in ogni caso qui c’è (in inglese) il rapporto completo sull’antisemitismo che l’UE ha nascosto.
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Ci mancava solo questa. A Betlemme è nato un bambino con il nome dello zio – terrorista di Hamas ucciso dalle truppe israeliane – scritto sulla guancia. I palestinesi lo hanno interpretato come un segno di approvazione divina per le loro azioni contro Israele.
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mercoledì, dicembre 03, 2003
Lo spirito di Ginevra. I cosiddetti «colloqui di pace informali» - benedetti da Arafat - cominciano nel più classico scenario antiisraeliano. Fa impressione sentire il padre-padrone dell’ANP parlare di «ramoscelli di ulivo» o Yasser Abed Rabbo di «lunga marcia verso la pace». Si potrebbe chiedere loro come mai abbiano deciso di allungarla così tanto questa marcia dopo Camp David e che cosa abbia improvvisamente trasformato tre anni di brutale guerra terrorista negli autobus e nei ristoranti frequentati da ebrei in anelito di riconciliazione. Pace diventa una volta di più un termine ingannevole usato per coprire le questioni sostanziali sulle quali si gioca il futuro di israeliani e palestinesi. Ovviamente la claque applaude. Arafat fa il gioco di sempre: recitare la parte del moderato in apparente contrasto con i proclami bellicosi delle organizzazioni terroriste e nel frattempo sfruttare ed amplificare a proprio beneficio ogni divisione all’interno della società e della politica israeliana (dove, conviene ricordarlo, chi non è d’accordo con la linea del governo non viene giustiziato ma può addirittura impostare una diplomazia parallela). Ormai non gli può credere più nessuno a parte l’estrema sinistra israeliana e la sinistra tutta europea che lo preferiscono a Sharon. Lo spirito di Ginevra sembra già quello di una farsa che finirà soltanto per conferire ai terroristi la statura di interlocutori. Non c’è pace possibile senza la sconfitta del terrorismo e la fine politica di chi lo promuove, lo alimenta, lo finanzia.
A completare il quadro non può mancare la voce dell’ineffabile Annan. Ferma, autorevole ed equilibrata come al solito.
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Le analisi che non ascolterete in televisione. Questa è di Debka file sul briefing tra Bush e i comandi militari in Iraq durante la visita del Thanksgiving.
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Taiwan ha 496 missili cinesi puntati contro. E Schroeder si dimostra puntuale come al solito (il paragone storico che ha fatto è semplicemente pazzesco).
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Distrattoski. Sembra che Dean negli ultimi dodici anni abbia avuto altro da fare. L’avesse detto Bush...
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Unilateralistoski. Anche Mosca dice addio al feticcio di tutti gli ambientalisti anti-Bush. Diventeranno anti-Putin?
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Scoop. Se n’è accorta anche la BBC. C’è speranza in Occidente (via Instapundit).
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Rolli in abito da sera.
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martedì, dicembre 02, 2003
C’è un posto in medioriente dove gli arabi stanno bene. Eppure... Ottimo saggio breve (o articolo lungo) sulla storia e la condizione degli arabi che vivono in Israele e sull’influsso nefasto che la propaganda dell’ANP sta esercitando sui loro rapporti con lo stato di cui sono cittadini a pieno diritto.
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Dopo Afghanistan e Iraq. Mark Steyn ha le idee piuttosto chiare su come debba continuare la guerra contro il terrorismo.

Profound changes in the above countries would not necessarily mean the end of the war on terror, but it would be pretty close. It would remove terrorism’s most brazen patron (Syria), its ideological inspiration (the prototype Islamic Republic of Iran), its principal paymaster (Saudi Arabia), a critical source of manpower (Sudan) and its most potentially dangerous weapons supplier (North Korea). They’re the fronts on which the battle has to be fought: it’s not just terror groups, it’s the state actors who provide them with infrastructure and extend their global reach.

Anche questo articolo pubblicato ieri sul NYT non merita di passare inosservato.



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C'è un tempo per ogni cosa. A qualcuno (sempre i soliti per la verità) non è bastato nemmeno lo splendido omaggio reso da Bush ai soldati nel Giorno del Ringraziamento: «Il Presidente non presenzia ai funerali dei nostri caduti», si continua ad ascoltare nonostante tutto. Ora – come chiunque dovrebbe sapere - se c’è una nazione che nel corso della sua storia ha sempre onorato i suoi eroi è proprio l’America. Ma si dà il caso che l’America oggi sia ancora in prima linea in una guerra che ogni giorno può causare perdite e in cui è fondamentale non regalare vantaggi psicologici al nemico. Charles Krauthammer illustra - a beneficio di chi finge di non capirla - la differenza fra un paese che combatte ed uno che piange.

In the end, the best way to honor the dead is to vindicate their sacrifice by winning the war so they will not have died in vain. And this war will be won only when Iraqis are convinced that America, while grieving, will not retreat. This requires — and the paradox is cruel — muting public presidential displays of grief until the war is done.

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Le analisi che non ascolterete in televisione. Alcune riflessioni sul dopoguerra guerreggiato e sul diverso significato strategico delle perdite tra le forze della coalizione e tra i fedayeen dell’ex regime. Per capire come sta andando sul terreno (consigliabile anche uno sguardo ai link citati nel post).
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In morte di Talal. Ricordare un poeta saudita ucciso dagli integralisti diventa un modo per guardare dentro se stessi.
Più si moltiplicheranno queste voci più la riscossa civile del mondo arabo sarà vicina.

Those who killed him are those who want the word silenced.

We have bred monsters. We alone are responsible for it. I have written as much before my personal tragedy and will continue to do so for as long as it takes. We are the problem and not America or the penguins of the North Pole or those who live in caves in Afghanistan. We are it, and those who cannot see this are the ones to blame.






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La storia per immagini. Una bella rassegna di libri fotografici per gli amanti del genere. Questo ad esempio il volume dedicato all’Unione Sovietica nell'imminenza della sua fine (prego osservare con particolare attenzione la seconda foto pubblicata).
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In questo mondo di «gonzi». Dunque. I numeri saranno pure rozzi e noi di sicuro non siamo degli esperti in materia (altri magari sì) ma non ci vuole un genio per capire che uno sull’altro questi dati dipingono un discreto quadro dello stato attuale della prima economia del mondo (con buona pace di qualche aspirante premio Nobel e dei suoi sempre più imbarazza(n)ti tifosi).
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lunedì, dicembre 01, 2003
Altre tre risposte serie. In spagnolo, in giapponese e in coreano.
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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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