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venerdì, novembre 28, 2003
Per continuare ad esistere. Il sionismo spiegato a chi voglia ascoltare.
Tra le pieghe del terrore. Christopher Hitchens recensisce l’opera di Victor Serge.
giovedì, novembre 27, 2003
Cyber-proletari di tutto il mondo unitevi. Breve viaggio dentro Indymedia tra propaganda pseudo-rivoluzionaria e insospettati finanziatori.
The IMC is, paradoxically, the nexus of capitalist technology wealth and anti-capitalism. Yet, then again maybe it is not so paradoxical. The fact that Indymedia was created and financed by wealthy individuals such as Soros, Glaser, and Merkle is emblematic of the Vanguardism of Lenin. Lenin’s philosophy was that a vanguard of educated, talented people was needed to lead the workers into paradise. Indymedia is part of that vanguard. The true paradox of the Independent Media Centers is their name. They are not independent although they delude themselves believing they are. Quite the contrary, the IMC’s are indeed very dependent on the leadership of the communists, anti-capitalists, and anti-Americans. People whom Thomas Sowell termed the “anointed.” People who believe that they are in possession of some special wisdom that will make the world a better place – if only the rest of us have the good sense to listen to them. E' sempre utile ricordare le parole con cui - in perfetto stile Pravda - Indymedia si presenta al mondo: Indymedia is a democratic media outlet for the creation of radical, accurate, and passionate tellings of truth. We work out of a love and inspiration for people who continue to work for a better world, despite corporate media's distortions and unwillingness to cover the efforts to free humanity. Ogni commento è superfluo.
Allons enfants... Ci era sfuggito questo interessante articolo di Mike Gonzalez (WSJ) sulle relazioni pericolose dell'«alleato» francese. Ne emerge un quadretto niente male che non fa che rafforzare – dati alla mano - la percezione che la politica estera dei nostri cugini d’oltralpe si svolga, tra ambiguità diplomatiche e flussi di denaro, consapevolmente e deliberatamente in opposizione a quella americana. Tanto che i paesi ostili agli Stati Uniti ed in genere alle nazioni democratiche sono spesso i partners privilegiati della Francia. Il rapporto richiamato nell’articolo è qui (in spagnolo). Les jours de gloire sono decisamente lontani. P.S. Ce n'è anche per i tedeschi.
La strada per Damasco. Dall’estero i gruppi di opposizione al regime siriano cominciano ad organizzarsi: si battono perchè anche per il loro paese possa finire la lunga notte dell’oppressione. Dicono che da qualche mese la terra ha cominciato a tremare sotto i piedi di Assad.
... e lui risponde serio "è mia"/ sottintende "la vita"... Oggi è festa anche in Iraq.
Thank you.
mercoledì, novembre 26, 2003
Con il vostro aiuto. Questo manifesto per la democrazia è stato scritto da Saad Eddin Ibrahim, un intellettuale egiziano condannato al carcere nel suo paese per reati di opinione e tornato in libertà dopo quindici mesi di detenzione.
E’ un documento che dimostra che la speranza di una rinascita politica e civile nel mondo musulmano è qualcosa di concreto e che è fondamentale che le democrazie occidentali agiscano affinchè questa prospettiva si possa realizzare. The Court of Cassation's March 18 opinion was not merely a victory for one wrongly accused man or institution; this was a victory for an agenda--the cause of democracy and the rule of law--that the world now realizes is the only real alternative to Saddam Hussein, Osama bin Laden and their ilk. Democracy is the way forward. It is the only sure way to keep the Middle East from going to the brink of war every few years. It is time for us as Arabs to put our own houses in order. There are a thousand and one difficulties facing us as we work to institute democracy in the Arab world and the larger Middle East. And yet what choice do we have except to try once, twice or as often as we must? Government by consent, respect for human rights, and support for the rule of law are the only things that can finally and securely protect our countries, our region and the world against the threats of terrorism and of crises that compel outsiders to come and use military force on our shores. And make no mistake, there are quite a few of them. They are not all famous or high-profile, but there are plenty of people who are interested in democracy and its possibilities. Those of us who have made a public and systematic commitment to open politics and free societies have an obligation to reach out to these people. We need to engage them and make them partners in the cause of liberty and self-government. Whatever might happen--whether prison or even death might await us--we could all feel that we were part of a larger freedom struggle whose value and significance humbled us even while they lifted us up. I've never believed anything more strongly in my life. This is not just about Egypt, or the Middle East, or the Arab peoples--this is a global struggle, a battle for the world. Those who are carrying it on in countries and regions such as mine need the help of citizens in mature democracies. Bisogna proprio essere ciechi e sordi per non capire che oggi più di un miliardo di persone ha davanti a sé per la prima volta un’opportunità storica di cambiamento. Bisogna essere ben meschini per permettersi di chiudere gli occhi di fronte a tutto questo o di liquidarlo come se si trattasse soltanto del sogno di qualche folle visionario.
Esportare la democrazia. Un articolo del CS Monitor racconta come gli Stati Uniti abbiano lavorato dietro le quinte durante un decennio per favorire la transizione pacifica della Georgia verso un sistema politico realmente rappresentativo e per garantire il consolidamento di una società civile.
Qualcuno potrebbe spiegarlo a La Vanguardia e compagni?
La rivoluzione dell’informazione. In sette mesi in Iraq si è passati dalle edizioni di regime in cui l’unico problema dei redattori era scegliere la foto di Saddam più adeguata alla circostanza ad una elettrizzante e quasi incontrollabile moltiplicazione delle fonti e dei supporti informativi: 230 nuove pubblicazioni, televisioni satellitari, internet café, perfino riviste fai da te, con contenuti che vanno dalla politica al gossip alla pornografia. Insomma: uno straordinario momento di rigenerazione collettiva.
Lei di sicuro non scapperebbe. Qui la sua intervista al Riformista.
Sense of humour/2. Il direttore generale della BBC (conosciuta anche come Baghdad Broadcasting Corporation per il brillante lavoro di propaganda antiamericana ed antiisraeliana svolto negli ultimi mesi) ha accusato i media americani di non fare un’informazione equilibrata e ha consigliato loro di prendere esempio da lui. Magari potrebbero cominciare dal caso Gilligan/Kelly.
Sense of humour/1. La British Political Cartoon Society ha conferito il suo premio annuale ad una vignetta apparsa sull’Independent che raffigura uno Sharon nudo intento a divorare un bambino palestinese (via Instapundit).
L’angelo della morte. Pinochet ha dichiarato di aver sempre agito secondo «principi democratici» e di considerarsi un «angelo» per il suo paese. Speriamo sia demenza senile.
martedì, novembre 25, 2003
Schiavi. Ne abbiamo già parlato altre volte ma attorno alla realtà del Sudan c'è in genere un silenzio impressionante. Quindi leggetene qui.
La battaglia per l’anima dell’Islam. La sconfitta ideologica dei fondamentalisti non può che passare per la consapevolezza dei musulmani moderati di essere parte essenziale nella lotta contro il terrore organizzato di cui sono anch’essi vittime.
Sono loro potenzialmente i più grandi alleati dell’Occidente contro il totalitarismo islamico ed è per questo che democratizzazione e modernizzazione del mondo musulmano rappresentano un obiettivo comune ed irrinunciabile. Un articolo di Barbara Amiel sul Daily Telegraph ed una interessante intervista di Fareed Zakaria all'ex primo ministro di Singapore che svolge una serie di considerazioni molto sensate sottolineando tra l’altro come l’Europa non abbia compreso la natura e l’entità della minaccia e come la mancanza di coesione tra le nazioni occidentali rafforzi i terroristi.
Tutto questo è in mano agli ayatollah.
Uno che mentiva sapendo di mentire. Roger Kimball pensa che la motivazione con la quale il Comitato ha deciso di non revocare il Pulitzer a Walter Duranty (appoggiata dal NYT) sia semplicemente ridicola (si dice in pratica: «fu solo un credulone»). In effetti non è questione di damnatio memoriae ma solo di rispetto della verità storica e della professione giornalistica. Un’occasione persa, insomma.
Up (and down?). Mentre l’economia a stelle e strisce continua a battere record e la fiducia dei consumatori cresce il Weekly Standard ricorda a Bush i pericoli del protezionismo strisciante e degli eccessi della spesa pubblica.
Tutto quello che avreste voluto sapere su David Brooks ma non avete mai osato chiedere.
Splendidamente raccontato da George Gurley sul NYObserver.
Grazie direttore. Le risposte che ogni martedì il più brillante opinionista del New York Times indirettamente dà a quello più monotono e rancoroso valgono da sole il prezzo del giornale.
Ritratti georgiani. Il primo lo fa Natia Jokhadze alla capitale Tbilisi. Il secondo lo fa il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza al leader dell’opposizione Mikhail Saakashvili (tradotto da Cinderella che ha molti altri spunti interessanti sugli avvenimenti di questi giorni).
C’era una volta in Iraq.
Alcune immagini dai campi della morte.
Far servire le lezioni della storia.
Two weeks ago, recently resigned Palestinian cabinet minister Abdel Fattah Hamayel told the BBC that the Palestinian Authority shells out $50,000 a month to members of Fatah's Aksa Brigades terror cells. Hamayel said that Yasser Arafat is aware of these payments. The BBC reporter then sat down with Ata Abu Rumaileh and Zakariah Zubaidi, the respective heads of Fatah's political and terrorist wings in Jenin. Together the men explained to the BBC reporter that "there is no difference between Fatah and the Aksa Martyrs' Brigades." The men also explained that Arafat commands both. What we learn from this report is that, as is the case with Hamas and Hizbullah, there is absolutely no difference between the political and terrorist arms of Fatah. This is rife with implications regarding the Palestinian Authority because, as one Palestinian journalist explained to me this week, "There is one ruling party in Palestine – Fatah – headed by Arafat." Conclusione: nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato, finchè Arafat ed il suo partito domineranno l’ANP qualsiasi tentativo di negoziato che Israele intenda portare avanti avrà come controparte un’organizzazione terrorista. La realtà è questa da sempre e lo stato ebraico ha già pagato cara troppe volte l’apertura di credito verso simili interlocutori. Caroline Glick scrive un articolo in cui non le manda a dire nemmeno a Sharon.
La fenice di Marx. Uscito da un mese, il saggio di Riccardo De Benedetti affronta da un punto di vista filosofico alcuni dei principali aspetti del fenomeno post-comunista provando a spiegarne le radici politiche e culturali e la loro ricaduta nella società odierna. Il libro ha il grande merito di mettere in evidenza quella miscela di alibi, di pseudo-giustificazioni autoassolutorie, di compromessi morali e di camuffamenti ideologici che consentono ancora a molti di evitare il necessario confronto con la propria storia e con le proprie responsabilità. In una parola: descrive perfettamente quella colossale opera di rimozione collettiva che fa sì che in vasti settori della nostra società i fantasmi del passato continuino il loro macabro giro di valzer sotto le più svariate spoglie. Molto apprezzabili - tra l’altro - i numerosi riferimenti all'opera di Furet così come l'eccellente capitolo dedicato al confronto tra i due totalitarismi (nazismo e comunismo) con opportune osservazioni da una parte sul ruolo della violenza come elemento caratterizzante non solo l’esperienza storica del socialismo reale ma anche la stessa elaborazione dottrinale marxista-leninista e dall’altra sul carattere razzista della nozione di classe.
Lettura interessante ed originale.
A Gerusalemme. Non è necessario essere suoi particolari estimatori per riconoscere che Fini ha usato le parole giuste nel corso della sua visita al Museo dell’Olocausto. Anche la sinistra israeliana in generale ha mostrato di apprezzarle e di capire i motivi del suo viaggio. E’ segno di maturità politica affrontare pubblicamente il peso delle tragedie di un passato in parte condiviso (a livello ideologico) e chiedere perdono a nome di tutti quelli che quelle sofferenze hanno di fatto causato, permesso o accettato. Una nazione civile che ambisca ad una vera coscienza di sé ha bisogno anche di atti simbolici come questi. Sarebbe un gesto altrettanto apprezzabile se esponenti della sinistra ex comunista del nostro paese si recassero in visita ad un gulag e trovassero la stessa forza per denunciare le pagine vergognose della loro storia.
Lo spirito dei tempi. Perchè tradurre e pubblicare un libro come questo è diventato pericoloso nella Francia di oggi.
Il terrorismo dei media. Quel che è preoccupante è che si sta parlando di quotidiani opinion leaders nei rispettivi paesi.
La patetica vignetta di Le Monde è rivelatrice di un modo di pensare tipicamente europeo. «Chi pensate di far fessi voi yankee? Noi sappiamo bene chi sono i nostri veri nemici». E infatti. domenica, novembre 23, 2003
Giustizia Rivoluzionaria. Intanto dove le violazioni dei diritti umani avvengono sul serio ed in maniera ripetuta e costante da decenni, la moglie di un prigioniero politico è costretta a scrivere una lettera al mondo per far conoscere la situazione del suo paese sequestrato da un criminale con la barba e la divisa verde e dalla sua banda di aguzzini.
E se fosse perfino una buona legge? La storia degli abusi scaturiti fino ad oggi dall’applicazione del Patriot Act è presto raccontata: non ce ne sono stati. David Reinhard fa il punto sulla normativa antiterrorismo approvata dal Congresso dopo l’11 settembre della quale gli americani non si sono praticamente accorti salvo per il fatto che nel frattempo non ci sono più stati attentati sul loro territorio (richiede un minuto per la registrazione ma ne vale la pena).
L'Iraq che non fa notizia. Zeyad ci informa di varie manifestazioni contro il terrorismo in programma in Iraq il 10 dicembre. A quelli che invece hanno sfilato ancora giovedì scorso a Londra contro la liberazione del paese il blogger iracheno ha qualcos’altro da dire:
I was ashamed and depressed watching those brainwashed and deluded demonstrators in London carrying signs calling for abandoning Iraq and for an end to aggression. I'm sure Saddam is proud of you and clapping his hands in glee watching from whatever gutter he is hiding in right now. Someone seriously needs to teach these people the mechanisms of cause and effect. They are having it all jumbled up in their topsy-turvy view of the world. I can only say SHAME on you. Qui l’articolo completo di Jalal Talabani pubblicato sul WSJ nei giorni scorsi.
Questa guerra non s’aveva da fare. Nessuna arma di distruzione di massa trovata in... Germania. D'accordo... Adolf aveva invaso qualche vicino, c’era un genocidio in corso ma in fondo non era poi un così cattivo ragazzo, no? Dopotutto la diplomazia europea si era fidata di lui... che fretta c’era?
Il terrorismo dei media. Purtroppo l’opinione pubblica nella sua stragrande maggioranza ormai vi è assuefatta. Il clima è irrespirabile e non da oggi. Il conformismo dell'«anti-» ha raggiunto livelli francamente insopportabili. Un esempio – l’ultimo – tra i tanti. Parlando dei fatti di Tbilisi ieri La Vanguardia – quotidiano leader in Catalogna e tra i più importanti in Spagna – titolava su nove colonne: «L’opposizione pro-Stati Uniti dà l’assalto al potere in Georgia». Ovviamente per i lettori il messaggio non si traduce in: un’opposizione filo-occidentale si batte per il mercato e le riforme democratiche ma piuttosto in un nemmeno tanto sfumato: l’imperialismo yankee mette le mani anche sulla repubblica caucasica. La cosa più deprimente è che a ben pochi lettori del giornale sarà venuto il dubbio che una simile associazione di idee possa risultare strumentale e disonesta. Vi risparmiamo il resto (Iraq sull’orlo di una guerra civile, contratti per la ricostruzione in mano ai soliti noti, multinazionali americane pronte ad invadere Cuba e via di questo passo). D’altra parte queste sono le perle che ogni giorno l'informazione locale ci regala. Agli espertoni che spiegano anche le tempeste solari con «l’atteggiamento di Bush» vorremmo chiedere se tanta imbecillità diffusa dalle nostre parti (a questo punto è inutile usare eufemismi) non possa essere attribuita per una volta ai suoi veri responsabili. Chissà che questo non aiuti a far emergere tutto il marcio di un continente invecchiato senza maturare e che un giorno in Europa non si possa perfino sperare di ritornare nella realtà.
Che disastro. L’EUMC, organismo dell’Unione Europea che dovrebbe occuparsi di razzismo e xenofobia, ha deciso di non pubblicare il rapporto sull’antisemitismo che aveva commissionato perchè le conclusioni non sono risultate gradite: infatti i ricercatori autori dello studio avevano rilevato come dietro all’intensificarsi degli episodi antisemiti vi fossero molto spesso musulmani o gruppi pro-palestinesi e come importanti responsabilità nell’aumento dell’ostilità antiebraica fossero da attribuire a settori della sinistra e ai movimenti noglobal.
Troppo compromettente, meglio far finta di nulla. Come si nota anche qui l’atteggiamento fa il paio con quello di chi non utilizza la parola terrorismo per parlare degli attentati in cui le vittime sono israeliane. sabato, novembre 22, 2003
JFK. A quarant'anni dalla sua morte tre speciali ricordano il più giovane presidente eletto nella storia degli Stati Uniti. Moltissimi documenti (tra cui pagine e filmati dell'epoca) sul NYT, su MSNBC e sul Dallas Morning News. La cronaca dei fatti ed il clima di quei giorni rivissuti da James Perry e Mark Feeney.
Ai due estremi opposti un entusiasta Ken Ringle parla di che cosa abbia rappresentato per la società americana quell’«idealista senza illusioni» mentre un cattivissimo (troppo) Christopher Hitchens insiste sulle promesse non mantenute e su come il mito abbia spesso superato la realtà. Infine Max Holland spiega come sono nate e come hanno potuto sopravvivere per tanto tempo le teorie cospiratorie sull’assassinio. La forza dei suoi ideali di fronte all’efficacia della sua azione politica; il carisma del leader di fronte alle debolezze dell’uomo. Il giudizio sulla sua figura è sempre dipeso da quale di questi aspetti sia stato considerato di volta in volta prevalente nell'analisi del suo mandato. Quel che è certo - al di là di ogni altra considerazione - è che chi ama l’America oggi rivolge il proprio pensiero a JFK. Queste le parole che non riuscì a pronunciare quel giorno: We in this country, in this generation, are--by destiny rather than choice--the watchmen on the walls of world freedom. We ask, therefore, that we may be worthy of our power and responsibility, that we may exercise our strength with wisdom and restraint, and that we may achieve in our time and for all time the ancient vision of "peace on earth, good will toward men." That must always be our goal, and the righteousness of our cause must always underlie our strength. For as was written long ago: "except the Lord keep the city, the watchman waketh but in vain." venerdì, novembre 21, 2003
Dalla conferenza stampa congiunta di Blair e Bush al Foreign Office.
Question: So why do they hate you in such numbers? President Bush: I don't know that they do. All I know is that people in Baghdad for example weren't allowed to do this up until recent history, and they are not spending a lot of time in North Korea protesting to current leadership. Freedom is a wonderful thing, and I respect that. I fully understand people don't agree with war, but I hope they agree with peace, and freedom, and liberty. I hope they care deeply about the fact that when we find suffering, and torture, and mass graves, we weep for the citizens that are being brutalised by tyrants. And finally, the prime minister and I have a solemn duty to protect our people, and that is exactly what I intend to do as the president of the United States - protect the people of my country.
La scuola dell'odio. Guido Olimpio su come si costruisce un terrorista suicida.
giovedì, novembre 20, 2003
Invece in Europa ieri si è visto questo.
Omar e il suo Iraq. Già il solo fatto di poter scrivere le parole «un blogger iracheno racconta» dovrebbe darci la dimensione di quel che è successo negli ultimi mesi in un paese brutalizzato durante decenni di dittatura. Ma se questo non bastasse, allora sarebbe opportuno spendere due minuti al giorno per leggere quello che Omar scrive. Vale mille reportages. E dopo vergognarci almeno un po’ per averlo fatto aspettare tanto.
L'ultima mattanza. In attesa che qualcuno cominci ad attribuire le responsabilità per il massacro di ieri «alla posizione assunta dalla Gran Bretagna sull’Iraq e alle buone relazioni diplomatiche che la Turchia intrattiene con Israele che come tutti sanno opprime i palestinesi e se si ritirasse nei confini pre-1967 il terrorismo cesserebbe d’incanto» (scusate la frase senza punteggiatura ma le litanie rendono meglio se scritte così), rileggiamo a titolo di difesa preventiva questo articolo del Jerusalem Post pubblicato dopo l’attentato alle sinagoghe di sabato scorso. Purtroppo torna utile anche oggi.
This attack illustrates the indivisibility of terrorism. The issue is not whether it was against Jews, Turkey, or the West: it was all of the above. The attempt to dissect such attacks is often, consciously or not, an attempt by those not yet affected to pretend that the circle of victims will not spread to them. Jews were attacked because of hatred of Israel, we are told. Or Turkey was attacked because it is close to America and Israel. Maybe, so goes the logic, if we do not cooperate with America or Israel, we will be spared. Don't count on it. How many countries have to be hit before Europe concludes, in an operational way, that we are in this together? Un paese guidato da un partito di governo islamico, che ha rifiutato di concedere le basi agli Stati Uniti per l’intervento in Iraq e che non ha mandato truppe nel paese dopo la liberazione. Questa è la Turchia. Un attacco indiscriminato contro la vita, la libertà, la convivenza, la tolleranza, i diritti umani, la società aperta, in una parola contro la civiltà. Questo è il terrorismo. Il totalitarismo del XXI secolo. E non fa sconti. Non riconoscerlo vuol dire aver già firmato la propria condanna. I teatri di guerra più cruenti dall’11 settembre in poi. E ne mancano.
Esistono anche i codardi. Editoriale (in fondo alla pagina).
mercoledì, novembre 19, 2003
Il solito disco stonato. Quando «stupido», «pericoloso», «unilateralista» era Ronald Reagan. Austin Bay parla dell’Axis of Neville (Chamberlain).
P.S. Per inciso: Bush ieri ha pronunciato a Londra un altro grande discorso (per sapere cosa ha detto conviene leggerlo integralmente e non fidarsi dei servizi dei giornali italiani online che hanno ancora una volta dato il peggio di sé).
Intellettuali. Per la serie la follia dilaga è la volta di Harold Pinter, peraltro non nuovo ad esternazioni del genere.
L’autore inglese, in occasione della visita di Bush, dopo aver paragonato il presidente a Hitler ci ha ripensato e ha concluso che gli Stati Uniti «sono di gran lunga lo stato più pericoloso che sia mai esistito».
Ma non era tutto risolto? Francia, Germania e Gran Bretagna preparano una risoluzione al miele sulle violazioni iraniane in materia di nucleare. Non solo i cattivissimi americani ma perfino il mite El-Baradei si sente leggermente preso in giro.
Quando il Vietnam diventerà come l’Iraq? Questa – secondo Claudia Rosett – sarebbe la vera domanda da porsi.
Ancora problemi dal fronte. Ingovernabili ed irriconoscenti questi tedeschi. Saranno pronti per la democrazia?
Visto che nessuno ne parla. Chi ha compreso, condiviso, sostenuto le ragioni dell’intervento in Iraq ed in generale della guerra contro il terrorismo non ha mai avuto bisogno di cercare ulteriori conferme alle proprie convinzioni. Basta una data e basta non chiudere gli occhi di fronte alla realtà di un mondo in buona parte ancora dominato dal fanatismo e dall’oppressione per rendersi conto di quale sia la natura della minaccia e – di nuovo - l’importanza della posta in gioco.
Questo non significa che non si debba continuare ad interrogarsi e ad esercitarsi nell'analisi e nel confronto delle diverse fonti di informazione per rendere il quadro complessivo sempre più completo. In quest'ottica, allora, non si può fare a meno di notare come sia quantomeno curioso che una solenne idiozia quale la vicenda dell’uranio del Niger e delle famose sedici parole abbia occupato per giorni il dibattito politico in America ed in Europa mentre quella che – se confermata – rischia di essere la dimostrazione più contundente dei legami tra Saddam Hussein ed Osama Bin Laden stia passando praticamente inosservata. Meno di una settimana fa il Weekly Standard pubblicava questo articolo a firma di Stephen Hayes nel quale il giornalista affermava di essere venuto in possesso di un memorandum riservato inviato dal Pentagono alla commissione del Senato che sta investigando sul lavoro dell’intelligence. Il documento in cinquanta punti spiegherebbe in sostanza che – riassume Hayes - Osama Bin Laden and Saddam Hussein had an operational relationship from the early 1990s to 2003 that involved training in explosives and weapons of mass destruction, logistical support for terrorist attacks, al Qaeda training camps and safe haven in Iraq, and Iraqi financial support for al Qaeda--perhaps even for Mohamed Atta Nei giorni successivi alla pubblicazione nessun importante quotidiano americano riteneva di dover dare alla notizia il dovuto risalto nemmeno per confutarla. Silenzio assoluto in Europa e in Italia (ricordiamo di aver letto un breve passaggio in questo articolo di Christian Rocca). Solo sui weblogs (Sullivan, Reynolds e altri) – come spesso succede – si sviluppava una certa discussione anche se abbastanza timida (in Italia peraltro se ne è parlato solo qui, almeno così ci sembra). Le stesse reazioni ufficiali dal Pentagono di fatto non confermavano nè smentivano le indiscrezioni limitandosi a definire «inaccurate» le conclusioni cui Hayes (non esplicitamente nominato) era giunto. Ieri il Weekly Standard tornava sull’argomento difendendo la sua posizione ed aggiungendo nuovi dettagli. Due giorni fa Clifford May ne riprendeva le tesi. Sul perchè del sostanziale disinteresse della stampa si interrogava ieri anche Jack Shafer su Slate. Sempre Slate dedicava un altro articolo al supposto incontro di Mohammed Atta con un emissario di Saddam che avrebbe avuto luogo a Praga pochi mesi prima dell’11 settembre. Insomma oltreoceano c’è chi sta cominciando a vincere la pigrizia e forse il caso otterrà nei prossimi giorni l’attenzione che merita. Speriamo che (tra una Sabina «censurata» e una Serena arrestata) qualcuno se ne accorga anche da noi. Ma forse – proprio perchè si tratta di una storia che, se smentita, nulla toglierebbe a quel che già si conosce sulla natura terrorista del regime di Saddam e, se confermata, non farebbe che consolidare la percezione del terrorismo come minaccia globale – siamo destinati a non sentirne parlare. Il Bush-bashing evidentemente fa più audience. Per fare informazione c’è sempre tempo.
In piedi. Lettera agli italiani. Di André Glucksmann.
(Segnalata da Liberopensiero e Leibniz).
Storie dalla guerra fredda. Uno splendido dietro le quinte della politica di Ronald Reagan nel ricordo di chi - da democratico - condivise con lui momenti importanti: Max Kampelman sul Weekly Standard.
The Ronald Reagan I knew and worked with had my respect and admiration. No American did more to undermine the brutalities of the Soviet Union and destroy the dictatorships of Eastern Europe. No American did more to spread the gift of democracy and respect for human dignity to people who had not enjoyed them. And no American did more to persuade our country that the spread of democracy and human rights to all peoples is the proper goal of the United States. That reality is not likely to be revealed or understood in the television program that CBS still plans to distribute next year. But the American people know who broke down the Berlin wall. Qui invece alcune interessanti osservazioni di Jeff Jacoby su Reagan e Nicaragua.
Se non fosse una tragedia ci sarebbe da ridere.
Come qualcuno possa continuare a sostenere che a questa organizzazione debba essere affidata la gestione della sicurezza in Iraq proprio non si riesce a capire. Come a qualcuno possa venire in mente che questa organizzazione sia oggi legittimata ad assumere decisioni che riguardino pace, sicurezza e diritto si capisce ancora meno. martedì, novembre 18, 2003
Risvegli. Per combattere l’ondata di antisemitismo (ma va?) il governo di Parigi ha previsto «corsi di tolleranza» nelle scuole. Insomma una bella risposta burocratica che metta a posto la coscienza. Come se il problema fossero i bambini.
La notizia che forse l’Europa ha qualche problema con gli ebrei è giunta anche al Guardian.
Siamo sicuri che anche l’estinzione dei dinosauri non...? La follia dilaga. Il sindaco di Londra Ken Livingstone ha dichiarato che Bush è «la più grande minaccia che si sia mai vista per la vita su questo pianeta».
Remember. Sia per i lettori di questo blog che comprano abitualmente in edicola Il Foglio sia per quelli che no, oggi c’è un motivo in più per farlo. Esce insieme al quotidiano il libro di Christian Rocca «Esportare l’America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori». Cogliamo l’occasione per ricordare che – mentre la maggior parte dei suoi colleghi italiani ancora navigavano a vista cercando di capirci qualcosa – Rocca è stato il primo a raccontare in maniera chiara ed efficace il nuovo corso della politica americana post-11 settembre introducendo i lettori a concetti e a terminologie fino a quel momento poco o per nulla esplorati da noi. Comunque la si pensi, questo libro sicuramente fornirà spunti di riflessione e strumenti di conoscenza utili per discutere con cognizione di causa di temi che troppo spesso perfino gli addetti ai lavori continuano a trattare con sconcertante superficialità.
P.S. Ora qui ovviamente si attende l’invito a cena.
«Ci dovete delle scuse». Lettera a ONU, Francia, Russia, Germania, nazioni arabe e pacifisti vari.
Bush in UK. Domani a Londra si incontreranno i due principali artefici della liberazione di circa cinquanta milioni di persone (tra Afghanistan ed Iraq) dall’oppressione, dalla tortura e dal fanatismo. Contemporaneamente l’antipolitica manderà in onda l’unico programma che è in grado di concepire: la confusione.
David Aaronovitch nota: The double standards here are obvious but worth a reminder. During the week anti-Bush protesters will, we're told, be splashing red paint to symbolise the spilled blood of the people of Iraq. No such red paint was splashed around London after Halabja, after the 1991 Shia and Kurdish uprisings or during the Iran-Iraq war, almost as if that were not real Iraqi blood. Blood, after all, is only blood if Americans spill it. No crimson splotches were created during the state visit of Romanian tyrant Nicolae Ceausescu in 1978, a visit which - because of Romania's semi-dissident position in the Soviet bloc - suited both cold warriors and sections of the Left. Earlier this year the Chechnya-enmired President Putin escaped almost any kind of demonstration. Mark Steyn, graffiante come sempre: Meanwhile, elderly Saddamite concubines like Tony Benn and George Galloway, their young followers in the "Support The Brave Iraqi Resistance" movement, and the many European admirers of the right of the Palestinian people to self-detonation have everything to gain. When the crazies jumping up and down in the street yelling "Death to the Great Satan!" are the citizenry of your closest ally, you can bet there will be at least a few Democratic presidential candidates ready to make hay and demanding to know, "Who lost Britain?" After two years of warnings from clapped-out Arabists that the incendiary "Arab street" was about to explode in anti-American rage across the Middle East, it remains as unrousable as ever. Instead, it is the explosive European street that remains implacably pro-Saddam, pro-Yasser, pro-jihad, pro-Taliban misogynist homophobes, pro-anyone as long as they are anti-American. Il WSJ sottolinea quel che a Bush e a Blair non viene perdonato: il fatto di non sottrarsi alle proprie responsabilità, di affrontare con decisione le minacce alla libertà e alla sicurezza, in una parola di esercitare una leadership. Concetti ormai sconosciuti o irrisi nel vecchio continente: The British and American leaders are so controversial because they are trying to achieve large things. To wit, a redefinition of the threats to Western security and how to deal with them. They are attempting to drain the swamp of terror nurtured for generations in a dictatorial Middle East. And they are trying to change the thinking of their own security and political establishments to help in the cause. Another word for this is leadership. Leaders who aim for little nearly always achieve it, while stirring much less opposition. As Churchill observed, this is especially dangerous in wartime because the polls will never tell a leader until it is too late the risks that need to be taken on behalf of long-term security or peace. If Ronald Reagan had been cowed by the millions of protesters in Europe who opposed the deployment of medium-range nuclear missiles in the 1980s, the Cold War might still be going on. Lucido, da sinistra, Oliver Kamm: With Bush and Blair, or with the pro-tyrant Left and those who speak from their platforms? I know where I stand. Peraltro è sufficiente una frase per segnalare la distanza tra Bush ed i suoi agitati detrattori. Questa. «I value going to a country where people are free to say anything they want to say». Buon viaggio.
Complimenti. Gli iracheni manifestano contro il terrorismo.
Gli italiani finanziano i terroristi. Ora sono famosi nel mondo.
Ma perchè qui non si fa? Ma perchè qui non si dice? Notizie che sarebbe bello non essere costretti ad andare a cercare su un blog iracheno.
Huge anti-terrorism demonstrations were held in Nassiriyah yesterday by students association condemning the attacks on the Italian force carrying signs such as 'No to terrorism. Yes to freedom and peace', and 'This cowardly act will unify us'. I have to add that there were similar demonstrations in Baghdad more than a week ago also by students against the bombings of police stations early this Ramadan. I hope the demonstrations advocates that bugged me are satisfied now. There are also preparations for anti-terror demonstrations before Id (end of Ramadan holidays).
K.O. tecnico. Pat Buchanan, esponente di spicco dell’ultradestra americana, anti-Bush, anti-intervento in Iraq e per questo apprezzato e citato anche da alcuni settori della sinistra nostrana scrive un articolo in cui accusa il presidente di aver abbandonato l’autentico conservatorismo (che per Buchanan è ovviamente rappresentato da se stesso) per seguire quelli che definisce gli «Hong Kong values» del Wall Street Journal: libero commercio, apertura delle frontiere, interventismo democratico. William McGurn gli risponde per le rime.
In his riff against "Hong Kong values," Mr. Buchanan believes he is attacking a form of rationalism that elevates efficiency over morality. But the morality divorced from economic efficiency he proposes in its stead will only serve, as it so manifestly has in his own case, to marginalize conservatism back to where it was before the founding of National Review and the rise of Ronald Reagan: a losing catalog of resentments.
I dolori del giovane Gerhard. Indeciso tra Parigi e Washington (dopo gli ultimi mesi passati a pasteggiare a champagne con l’amico Jacques) il cancelliere tedesco che una volta Kohl definì «costantemente posizionato dalla parte sbagliata della storia» cerca un’identità per se stesso e per il suo paese. Ce la farà il nostro eroe?
Italietta. Ma non c’era la censura? Ma non c’era il monopolio televisivo?
Se passate di lì. I dieci incroci più pericolosi degli Stati Uniti (via Oxblog).
domenica, novembre 16, 2003
Il cammino della libertà. Trent’anni fa il cinquantatre per cento della popolazione mondiale viveva in paesi liberi o parzialmente liberi. Oggi quel dato è cresciuto fino al sessantacinque per cento. La tendenza è quella dell’espansione della democrazia e dei diritti civili indipendentemente dalle aree geografiche o dalle credenze religiose. Prossima stazione: il medioriente.
Le bugie di Jenin. E’ semplicemente un dovere far luce sulle menzogne del film di Muhammad Bakri e su una delle più clamorose (e riuscite) operazioni della propaganda palestinese a cui molti ancora e nonostante tutto continuano a credere. David Zangen è un medico e questa è la sua testimonianza.
Vi abbiamo fatto del male. Belgrado si scusa con i bosniaci per i massacri perpetrati durante la guerra. Un bel gesto ma i rancori restano.
Ricordate John W. Hinckley Jr.? Forse questo nome ai più non dice molto, eppure appartiene ad un uomo che ha rischiato di cambiare la storia del suo paese. Del suo futuro si sta discutendo negli Stati Uniti. Il perchè è qui.
Il tè alle cinque. Paddy Linehan racconta «il giorno più importante della presidenza Kennedy». Da un punto di vista tutto irlandese, s’intende.
Bei tempi andati. Quelli in cui Barbara Spinelli scriveva parole come queste:
Le diplomazie classiche vivevano nella permanente citazione di Monaco, ma ne avevano dimenticato i dilemmi, gli scacchi. Avevano dimenticato principalmente una lezione, ricavabile dal patto con il nazismo: che le guerre sono orribili, ma più perniciosa ancora può essere la perdita dell'onore e di un tesoro di civiltà. Avevano dimenticato che la capitolazione etica non preserva per forza la pace, ma può rendere ancora più atroci le guerre che in ogni caso toccherà fare, con ritardo e a prezzi ben più elevati. Oggi invece sembra sia lei ad aver dimenticato qualcosa: per esempio che i partigiani di solito combattono al fianco dei liberatori e non contro; o che in genere chi resiste lo fa perchè la popolazione possa conquistare democrazia, sovranità e diritti e non per ritornare ad imporsi con la tirannia e la tortura sui propri connazionali. Quelli, gentile Barbara Spinelli, si chiamano fascisti. La loro causa non è l'indipendenza. E' il terrore. Come lei ci insegna il sonno della memoria e della ragione genera mostri. Speravamo che almeno lei ci aiutasse a non fare confusione. Peccato. sabato, novembre 15, 2003
Cosa prevede il programma. Il comandante di Al-Qaeda in Iraq (uno di quelli per cui da noi si raccolgono fondi) ha annunciato la prossima «eroica» azione dell'organizzazione sul suolo americano. Obiettivo: centomila morti.
He further stated that the attack will be carried out in a way that will "amaze the world and turn Al-Qai'da into [an organization that] horrifies the world until the law of Allah is implemented, actually implemented, and not just in words, on His land... You wait and see that the balance of power between Al-Qai'da and its rivals will change, all of a sudden, Allah willing."
Fatti a pezzi. E' così che devono finire quelli che minacciano la pace mondiale e dominano il mondo per procura, no?
giovedì, novembre 13, 2003
La settimana della vergogna. Kenneth Timmerman ci ricorda cosa successe tra il 31 agosto ed il 7 settembre 2001 a Durban in quello che giustamente definisce il prologo ideologico all’11 settembre: la Terza conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza. Ovvero: quando Hitler incontra Osama sotto l’egida del Palazzo di Vetro, per gentile intercessione delle ONG e tra l’applauso dei movimenti. Non se ne parla mai abbastanza. Ma la storia di quei giorni dice molto del mondo attuale.
Il conflitto asimmetrico. E' in corso un acceso dibattito in Israele sull’accordo tra il governo di Gerusalemme e l’organizzazione fondamentalista Hezbollah per la liberazione di 420 persone (palestinesi e libanesi) condannate per attività terroristiche a fronte del rilascio di un civile israeliano sequestrato e della restituzione dei corpi di tre soldati.
David Hornik affronta la questione inserendola nel contesto più ampio della guerra al terrorismo: un conflitto nel quale noi siamo obbligati al rispetto di quegli standard comportamentali e morali che sono invece sistematicamente violati da un nemico che dell’agire al di fuori di ogni principio fa la ragione stessa della sua esistenza.
Siamo dei malpensanti. Ma chissà perchè nel leggere certe dichiarazioni può più la rabbia che la speranza.
Forse sarà anche perchè filmati come questi www.isratv.com/video/filmpmwadsl.asx non aiutano (se c’è qualcuno in grado di dimostrare che si tratta di un falso è il benvenuto).
Una risposta seria.
Nota a margine. Pensare a quel che si è letto ed ascoltato nel nostro paese in ventiquattro ore che dovevano essere solo di riflessione ed essere consapevoli che è nulla rispetto a quel che potrà accadere nei prossimi giorni. Ringraziare per un momento di vivere altrove.
Quegli applausi. Risparmiateci almeno il teatrino dell’ipocrisia. Se ce la fate.
Una guerra dichiarata.
Eppure è accaduto. Perché i nostri carabinieri e soldati sono martiri della pace, ma noi siamo in guerra. Una guerra che non abbiamo voluto, e che non è iniziata con l’operazione «Iraq freedom». Questa guerra è stata dichiarata l’11 settembre 2001 con l’attentato alle Torri gemelle. Ci sembrava certo terribile, ma forse un po’ lontana. Abbiamo pensato di non esserne parte, che in fondo fosse questione fra i terroristi di Osama Bin Laden e la superpotenza americana di George W. Bush. Sapevamo da che parte schierarci, non di esserne al centro. Quello che è accaduto ieri a Nassiriya rende purtroppo evidente, ben al di là dei cavillosi distinguo politici, che questa guerra è stata dichiarata anche a noi. Che siamo in guerra. Hanno colpito i carabinieri, i soldati italiani e anche i loro amici iracheni proprio per quello che hanno testimoniato laggiù: che la vita è possibile, che insieme ce la si può fare. (grazie a Leibniz).
Questa storia di dolore.
Questa storia di dolore e di lutto comincia in un altro paese, gli Stati Uniti d’America, e in un’altra data che è l’11 settembre del 2001. Se l’Italia è di nuovo in guerra è perché una guerra è stata dichiarata al mondo di cui l’Italia fa parte. Un mondo che applica il massimo grado possibile di libertà agli uomini, alle donne, ai bambini, considerati cittadini portatori di diritti. Un mondo che ama la vita nella pace e che è invaso dal fanatismo di chi invece idolatra, proclamandolo apertamente, la morte più della vita. Non siamo in Iraq per il petrolio o per gli appalti, siamo lì per difenderci in una guerra che ci è stata dichiarata, e per confermare che siamo quel che siamo: uomini e donne liberi.
...
«The only thing necessary for evil to triumph is for good men to do nothing» Edmund Burke, 1770. mercoledì, novembre 12, 2003
Diversi da chi. Parlava di eccezione americana l’Economist nel suo ultimo numero speciale dedicato al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Jeff Jarvis si sofferma su questo concetto rovesciandolo: è l’Europa a costituire un’eccezione rispetto a quei valori condivisi che da sempre sono alla base dell’idea moderna di Occidente e che si pensava che la guerra fredda avesse contribuito a cementare. Ci pare proprio che Jarvis abbia colto perfettamente l’essenza del problema.
That makes us an "exception," to stand for democracy and human rights? Then I'd worry about the rest of the world. But no, I don't really believe that. America is an exemplar of a worldview and a world hope to which I thought Europe subscribed but to which it is now, sadly, becoming distant if it believes that we are the great exception. After World War I and World War II and during the Cold War, it seemed that America and Europe were united in at least support of democracy and opposition to tyranny, dictatorship, genocide, and military conquest as a means of national expansion. It seemed we were united in friendship as well, though now we must wonder whether that was just sucking up to us because Europe needed us to face down the Soviet threat. Was Europe being a friend or a phoney? It's not America that changed. It's Europe that changed. After September 11th, America is only perhaps more of what is already was: more devoted to democracy, more devoted to freedom (yes, freedom from the likes of Saddam and freedom from the threat of terrorism), more devoted to our responsibilities to uphold those values and the rights of people even in other lands against tyranny and genocide, and more determined to defend ourselves. What is Europe fighting for now? Europe is fighting against. Europe by this definition of us, is fighting against America for the sake of it, to be contrarian, to paint us as the exception when, in fact, it is Europe that is making itself the exception. And let's not forget that Europe is, quite characteristically, fighting with itself: the Continent vs. Britain. I'm tired of the new accepted wisdom that America is different. Europe -- desperate for a new definition of itself -- is the one standing apart. Europe is increasingly the exception. Mark Steyn completa il quadro.
Solidarietà pelosa. Per stile e chiarezza di idee Charles Krauthammer ha pochi eguali. Su Time spiega quanta ipocrisia ci fosse dietro quel «Siamo tutti americani» che sembrava risuonare ad ogni angolo dopo l’11 settembre. Seguono alcuni estratti ma l’articolo merita lettura attenta ed integrale.
It is pure fiction that this pro-American sentiment was either squandered after Sept. 11 or lost under the Bush Administration. It never existed. Envy for America, resentment of our power, hatred of our success has been a staple for decades, but most particularly since victory in the cold war left us the only superpower. The world apparently likes the U.S. when it is on its knees. From that the Democrats deduce a foreign policy — remain on our knees, humble and supplicant, and enjoy the applause and "support" of the world. This is not just degrading. It is a fool's bargain--3,000 dead for a day's worth of nice words and a few empty U.N. resolutions. The search for logic in anti-Americanism is fruitless. It is in the air the world breathes. Its roots are envy and self-loathing — by peoples who, yearning for modernity but having failed at it, find their one satisfaction in despising modernity's great exemplar. On Sept. 11, they gave it a rest for a day. Big deal. martedì, novembre 11, 2003
Non proprio una sorpresa.
«... quando ameranno i loro figli più di quanto odino noi». All’ONU i paesi arabi voteranno contro la risoluzione sulla protezione dei bambini israeliani dagli attentati. E’ la prima volta che viene presentata una bozza di questo genere dopo anni di condanne unilaterali nei confronti di Israele. Il rappresentante palestinese l’ha definita «un brutto scherzo». Le nazioni europee si asterranno. Alcuni bambini sono più uguali degli altri.
La globalizzazione del cristianesimo. La rivista Touchstone (specializzata in tematiche religiose) vede nell’Africa il continente emergente in grado di svolgere un ruolo decisivo nella diffusione del cristianesimo in contesti diversi da quelli tradizionali. Comunque la si pensi ci sembra che l’importanza del fattore religioso in un mondo in rapida evoluzione come quello attuale non possa essere sottovalutata. Di Islam evidentemente si discute ogni giorno. Ma probabilmente - e lo diciamo da non esperti - anche all’interno delle comunità cristiane sono in corso processi destinati ad influenzarne lo sviluppo ed il ruolo nei decenni a venire.
Veterans Day. Editoriale del WP, lettere dal NYT e un magistrale David Aaronovitch sull'Observer.
Chi è il veterano (via RCP). In Gran Bretagna e nel Commonwealth questo giorno prende il nome di Remembrance Day. Solo perchè è popolare non vuol dire che sia vera. Questa volta è David Brooks ad occuparsi dei contratti in Iraq e di come l'ansia di screditare il presidente possa giocare brutti scherzi ai candidati democratici.
The fact is that unlike the Congressional pork barrel machine, the federal procurement system is a highly structured process, which is largely insulated from crass political pressures. The idea that a Bush political appointee can parachute down and persuade a large group of civil servants to risk their careers by steering business to a big donor is the stuff of fantasy novels, not reality. There are a number of legitimate questions Democratic candidates could be asking about our procurement system. Are we so overreliant on private contractors that the line between combat personnel and support personnel is getting blurred? Should we beef up the Pentagon procurement staff, to give us the ability to manage contracts from a wider cast of companies? What do we do if the private contractors decide to pack up and leave Iraq? But answering these questions would mean coming up with a positive vision of how to better proceed with our reconstruction efforts. Instead the Democratic presidential candidates are content simply to repeat demagogic and misleading applause lines. The lesson of this Halliburton business is that some parts of our government really do make their decisions on the merits. And just because a story makes you popular doesn't make it true.
Un dopoguerra difficile. No. Non stiamo parlando dell’Iraq. Nell’ottobre 1945 il New York Times raccontava di scontri tra truppe americane ed ex soldati tedeschi e di ragazze che inneggiavano al ritorno di Hitler. Le cose poi sarebbero andate come sappiamo. The CounterRevolutionary sta svolgendo un curioso (e prezioso) lavoro di ricerca.
Medioriente. La scossa. Memri riporta un editoriale apparso sul quotidiano kuwaitiano Al-Siyassa a firma del suo direttore in cui quest’ultimo si scaglia senza mezzi termini contro i governi della regione accusandoli di dispotismo, corruzione ed illegittimità e loda il nuovo corso iracheno. E’ incoraggiante constatare come critiche così feroci stiano cominciando a scuotere il mondo arabo dall’interno. Non si può ancora parlare di un movimento di opinione riconoscibile ed aggregante ma posizioni di questo tipo vengono ormai quotidianamente alla luce ed ogni volta con maggior forza.
The new Iraq is moving ahead towards its goals despite the obstacles [created] by the terrorists and their murderous acts. It is making progress towards completing the foundations of an exemplary country that will be the beacon of freedom, democracy, and respect to human rights in [our] Middle East, which looks more like a wasteland dominated by the silence of a graveyard. A Middle East frozen like a glacier, full of Sultans sitting indefinitely on their seats of power, republics that are inherited [from father to son], and wilting exhausted regimes.
Medioriente. I regimi. Di fronte alla prospettiva di sanzioni da parte di Washington a causa del suo supporto al terrorismo pare che la Siria abbia deciso di ritirare un decimo delle sue truppe di stanza in Libano. Questo paese è di fatto un protettorato di Damasco che lo occupa militarmente dal 1976 nell’assordante silenzio della comunità internazionale (esiste?) e dei vari movimenti antagonisti del pianeta (esistono ma hanno altro da fare). Da Strategy Page apprendiamo invece che proprio i siriani stanno aggiornando il loro arsenale con un piccolo aiuto dagli amici di sempre. Intanto il consigliere per la sicurezza nazionale dell’ANP incita gli arabi ad andare a combattere contro gli americani in Iraq (non va dimenticato che ancora poche settimane prima della guerra Arafat si rivolgeva a Saddam chiamandolo «fratello»). Mentre dall’Iran non perdono occasione per ribadire che l’esistenza di Israele è contraria agli interessi nazionali e, a scanso di equivoci, precisano che la cosiddetta nuova Intifada «è stata influenzata dalla Rivoluzione Islamica e dagli Hezbollah libanesi». Qualche sospetto in effetti l'avevamo.
Storie di tutti i giorni. Dall’Atlantic Monthly un’intervista con Robert Gildea, autore di un saggio sulla vita quotidiana nella Francia occupata dai nazisti. Nel libro si narra la vicenda di quella stragrande maggioranza di cittadini il cui ruolo nella storiografia tradizionale è rimasto spesso in secondo piano perchè non immediatamente riconducibile alle categorie del collaborazionismo o della resistenza. Eppure anche l'oscura ed umanissima arte della sopravvivenza con i suoi espedienti ed i suoi compromessi merita qualche volta lo scenario principale.
lunedì, novembre 10, 2003
The Mesopotamian. Un altro blog dall'Iraq.
domenica, novembre 09, 2003
Come si assassina una nazione. C’è il metodo Saddam (vedi post precedente). Poi c’è il metodo Mugabe. Sono tre milioni secondo alcune stime le persone che stanno cercando di lasciare lo Zimbabwe devastato dalla follia del suo affamatore. Ottocentomila lo hanno già fatto. Molti stanno lavorando in Mozambico nelle fattorie di quegli stessi proprietari terrieri che il despota di Harare aveva cacciato nel corso della sua famosa riforma agraria salutata dai terzomondisti di mezzo mondo come l’ennesima rivincita dei diseredati sui padroni.
Un fallimento assoluto, senza attenuanti, che ha sprofondato il paese nella tragedia e che sta creando gravi problemi di ordine pubblico ai paesi confinanti. Un'ennesima dimostrazione inoltre dell’incapacità della comunità internazionale di far fronte in maniera decorosa attraverso i suoi organismi istituzionali (ONU su tutti) ad una qualsiasi delle crisi che ciclicamente esplodono nei punti caldi del pianeta.
Se trecentomila vi sembran pochi. Perchè notizie (ma sarebbe meglio dire conferme) come queste non meritino l’apertura di un telegiornale, un titolo principale sui quotidiani e riescano a durare giusto lo spazio di un Oh, my God! nei siti di informazione online continua ad essere una domanda cui qualcuno un giorno o l’altro dovrà pur rispondere.
Un messaggio che non cambia. Non sappiamo se gli oratori si somiglino ma di certo lo spirito dei loro discorsi è identico.
John F. Kennedy, 1963. George W. Bush, 2003. Vent’anni dopo JFK e vent’anni prima di GWB l’8 giugno 1982 Ronald Reagan così parlava alla Camera dei Comuni di Londra. Le generazioni si avvicendano. L'essenza dell'America resta.
9 novembre 1989.
![]() «There are many people in the world who really don't understand, or say they don't, what is the great issue between the free world and the Communist world. Let them come to Berlin. There are some who say that communism is the wave of the future. Let them come to Berlin. And there are some who say in Europe and elsewhere we can work with the Communists. Let them come to Berlin. And there are even a few who say that it is true that communism is an evil system, but it permits us to make economic progress. Lass' sie nach Berlin kommen. Let them come to Berlin». (John F. Kennedy - West Berlin, 26 giugno 1963) sabato, novembre 08, 2003
Il disonore. Le parole sono pietre. Questi sono macigni.
Per due giorni ho lamentato che non si parlasse di Cecenia. Giovedì Berlusconi ne ha parlato. Guardavo la televisione. L'ho visto stringere protettivamente il braccio di Putin e anticiparne la risposta. E poi attirare su sé e sull'Italia il disonore. (A. Sofri. - Piccola posta) giovedì, novembre 06, 2003
Non male come crisi. Non passa giorno senza che i soloni della carta stampata e del web intonino un requiem per Bush e la sua amministrazione. La vulgata recita di pericolosi avventurieri in politica estera, di tecnici incompetenti nelle questioni economiche, di fanatici ignoranti un po' dovunque. Tutti pronti da almeno due anni a decretare la crisi imminente ed irreversibile della stella di George W. e dei repubblicani. Cose arcinote e non c’è bisogno di ritornarci su.
Poi però c’è la realtà. E la realtà dice – al momento – che il presidente ed i suoi si sono trovati ad affrontare la peggior strage terrorista della storia ed in diciotto mesi hanno abbattuto due tra le più odiose dittature del pianeta restituendo libertà, dignità e una speranza di futuro ai popoli dei rispettivi paesi. Ovviamente dettagli come questi non serviranno a convincere le sempre attente ed obiettive opinioni pubbliche mondiali. Ma evidentemente hanno la loro importanza per chi avrà davvero l’ultima parola sull’operato di questa amministrazione: se è vero, come è vero, che il partito del più dileggiato e disprezzato presidente americano di tutti i tempi nel frattempo ha conquistato la maggioranza nei due rami del Congresso, ventinove governatori su cinquanta (dal Kentucky alla California), un gran numero di legislature negli stati dell’Unione, potendo tra l’altro vantare la più alta crescita economica dell’ultimo ventennio (che come ci insegnano i suddetti soloni non conta nulla però sempre meglio averla in tasca) allora forse c’è qualcuno che dovrebbe cominciare a rivedere le sue analisi. E non è Bush. P.S. Questo il suo discorso al National Endowment for Democracy sulla democrazia in medioriente. Non volendo farci prendere dall’entusiasmo diremo soltanto che è assolutamente strepitoso.
Nuovi dati (ovviamente insignificanti) sull’economia americana. Dopo l’aumento del prodotto interno anche gli altri indicatori segnalano la ripresa. Altre notizie qui, qui e qui. Conosciamo qualcuno che oggi avrà il suo da fare.
P.S. Da noi Trichet rassicura tutti.
Era mio figlio, non un eroe. Un padre che nei territori palestinesi rifiuta di lodare l’azione del figlio sedicenne morto mentre tentava di compiere un attentato fa notizia.
Orgogliosi di noi. I giornali arabi sono entusiasti dei risultati del sondaggio UE. Avanti così.
Perchè si parla di nuovo antisemitismo.
Emanuele Ottolenghi analizza come solo lui (e Fiamma Nirenstein) sa fare il fenomeno di fronte al quale ci troviamo. Inutile dunque cavillare su insufficienze metodologiche o barricarsi dietro facili critiche a Sharon. Esiste in Europa un antisemitismo di tipo tradizionale che si innesta su una forte ostilità verso Israele. Mentre chi nutre pregiudizi antiebraici di tipo classico appartiene o alla generazione nata e socializzata all’ombra del nazi-fascismo o alla fascia meno istruita, l’istruzione sostituisce al vecchio pregiudizio un nuovo tipo di odio, che spinge alcuni ad accettare la recente violenza antiebraica come comprensibile ostilità ad Israele. In tutto questo ha un ruolo chiave l’informazione propinata al pubblico da media e libri divulgativi, che rafforzano l’opinione negativa di Israele tra chi legge. L’Eurobarometro poteva essere utile per destare le coscienze. Ha invece mostrato come l’Europa sia di nuovo a un passo dal sonno della ragione. L’antisemitismo c’è. Chi lo nega per comodo politico o per imbarazzo non fa che contribuire all’intorpidimento morale europeo. Piccola nota a margine: i vari tentativi di camuffamento della realtà ed i soliti equilibrismi verbali a scopo autoassolutorio cui siamo da tempo abituati appaiono oggi più che mai piuttosto patetici. Come tutti sanno (a parte quelli che per definizione preferiscono non sapere) il sondaggio non chiedeva di approvare o meno la politica di Sharon. Non chiedeva se fosse più o meno giusto costruire un muro difensivo. Non chiedeva cosa si pensasse degli assassini selettivi di capi terroristi. Chiedeva semplicemente di indicare quali fossero i paesi più pericolosi per la pace e la sicurezza internazionali. Quel che ne è emerso non è che la conferma di un modo di pensare assai diffuso in Europa. Israele e Stati Uniti - le due democrazie più colpite dal terrorismo - vengono segnalate invece come le principali minacce. Non è necessario essere degli esperti per capire che c'è qualcosa di profondamente malato alla base di tutto questo e non serviva certo un maldestro sondaggio di opinione per dare la misura di quanto si sia vicini ad un punto di non ritorno. L'Europa antiisraeliana e antiamericana che per ideologia o per opportunismo crede di poter rimanere ai margini della storia a godersi lo spettacolo può forse piacere agli orfani di qualche utopia rivoluzionaria o reazionaria ma di certo rappresenta un fallimento agli occhi di chiunque sia cosciente che nessuna capitolazione etica di fronte alla barbarie ha mai preservato una società democratica, che nessun pregiudizio ha mai nutrito una coscienza civile degna di questo nome e che nessuna pace vera sarà mai possibile in assenza di libertà e di rispetto della dignità umana.
La prossima volta trovatene una più plausibile.
Altra analisi - questa volta è di un professore di Harvard - che conferma come quella dei favoritismi nell'assegnazione dei contratti per la ricostruzione dell'Iraq sia (per dirla in francese) una boiata pazzesca. Un'utile lettura per ricordarsi che il sistema-America ha gli anticorpi per evitare le pastoie burocratico-affaristiche cui siamo abituati qui. mercoledì, novembre 05, 2003
Zeyad ha un blog e scrive dall'Iraq. Ogni mattina apre la finestra ed osserva la nuova realtà del paese, la vita quotidiana, le difficoltà ed i progressi. Dietro all'informazione stereotipata dei media occidentali ci sono le storie di milioni di cittadini che giorno dopo giorno tornano ad essere protagonisti del loro destino. Sanno di avere davanti una opportunità unica. E non hanno intenzione di lasciarsela scappare. Seguite Zeyad e saprete sempre qualcosa in più sulla rinascita irachena.
Iraqis are providing intelligence to the CPA hourly. Just ask the soldiers here. Iraqis are cooperating in every way they can. They're losing their lives for it goddammit. If you aren't seeing it on tv, it isn't my fucking problem.
Gemellaggio? Bel clima in Egitto. L’ambasciatore americano Welch si era permesso di criticare la stampa locale per il suo supporto esplicito al terrorismo suicida e per le accuse che quotidianamente riserva ad Israele ed alle truppe statunitensi in Iraq (cui ha imputato perfino atti di cannibalismo).
Le risposte sono state di questo tenore (si va da «la gang sionista che domina la Casa Bianca» a «quell’imbecille che sta a Washington, George W. Bush», da «i neonazisti di Washington e Tel Aviv» a «le onorevoli operazioni dei fedayeen contro i criminali occupanti»). A pensarci bene non è nemmeno il caso di andare tanto lontano per trovare qualcuno che pensa e parla così.
Qualcuno scrive al Colonnello. Anche se oggi il Gheddafi che finirà sulle prime pagine dei giornali sarà questo, Claudia Rosett ci ricorda che, nonostante la campagna di immagine che il dittatore sta promuovendo in Occidente, la Libia resta una delle società più illiberali del pianeta e che la sua storia recente ha sempre fatto rima con terrorismo.
La pista africana. Partirono dalla Somalia i membri di Al-Qaeda che attentarono contro obiettivi israeliani in Kenia un anno fa. Si pensa che dopo la fine del regime talebano il paese africano sia diventato uno dei rifugi privilegiati per i terroristi in fuga.
Notizie dal Congo. Buone come al solito. Who cares?
martedì, novembre 04, 2003
La ricostruzione... Il punto dell’Economist su quel che si è fatto (molto) e quel che resta da fare (moltissimo) in un paese che sta lentamente ma inesorabilmente riappropriandosi di se stesso e del proprio futuro. L’Iraq – non dimentichiamolo mai – fino a sei mesi fa era questo.
... e le sue favole. Vi hanno raccontato che l'amministrazione Bush sta favorendo amici e finanziatori nell'assegnazione dei contratti per la ricostruzione dell’Iraq e dell’Afghanistan? Bene: non è vero nemmeno questo o, meglio, non c’è nessuna prova che supporti una affermazione del genere. Daniel Drezner legge il rapporto del Center for Public Integrity e su Slate smonta – fino a prova contraria - un altro mito dell’America-bashing. Sul suo blog c’è dell’altro.
Qualcosa si muove. Forse il Vaticano si è accorto delle sofferenze dei cristiani nei paesi islamici. Un articolo de La Civiltà Cattolica (ripreso anche da FrontPage Magazine) segnala verosimilmente un’inversione di tendenza in quella sorta di sunshine policy (non ricambiata) che fino ad oggi ha caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II.
Ci risiamo. Indovinate un po’? Arafat è ai ferri corti col suo primo ministro per il controllo delle forze di sicurezza.
Ci sarà di sicuro lo zampino della perfida Israele.
Perchè la storia non finisce. Victor Davis Hanson confuta Fukuyama in un breve saggio sulle relazioni tra Europa e America. Un fuoriclasse.
Altro che Chomsky.
Ipocriti. Anni di ostracismo morale e politico nei confronti di Israele, di appoggio acritico alla causa palestinese, di visite di ossequio ad Arafat, di ambiguità nella condanna del terrorismo kamikaze, di tolleranza verso manifestazioni in cui la bandiera israeliana (insieme a quella americana) veniva sistematicamente incenerita, di sottovalutazione delle campagne diffamatorie, delle menzogne e dei boicottaggi diretti agli ebrei ed ai loro rappresentanti istituzionali: non è che dopo tutto questo adesso ci si possa sorprendere più di tanto per i risultati di un sondaggio che definire una vergogna per questo continente è forse poco. Sull'altra faccia della medaglia un antiamericanismo che ormai si delinea ogni giorno di più come uno dei principi costitutivi della nuova Unione ed un collante a buon mercato per tenere insieme opinioni pubbliche in cerca di un'identità che evidentemente si può costruire soltanto in negativo. E’ da troppo tempo che l’Europa (con poche e lodevoli eccezioni) è l’immagine sfuocata di quel concetto di civiltà che vorrebbe comunicare al mondo. Prima che sia davvero troppo tardi non sarebbe il caso di ripensare seriamente a cosa siamo e soprattutto a cosa vogliamo diventare? Avanguardia di un mondo che rifiuta la barbarie del pregiudizio ed il ricatto del terrore o zavorra dell’Occidente democratico?
Personalmente non abbiamo nessuna voglia di partecipare a questo naufragio.
Quando gli amici rassicurarono Saddam. Parla Aziz. Se quel che Tareq Aziz sta rivelando negli interrogatori è vero, il ruolo giocato dalla Russia e soprattutto dalla Francia nella fase che precedette l'intervento militare in Iraq sta assumendo connotati ancora più inquietanti di quanto si potesse sospettare:
Aziz has told interrogators that French and Russian intermediaries repeatedly assured Hussein during late 2002 and early this year that they would block a U.S.-led war through delays and vetoes at the U.N. Security Council. Later, according to Aziz, Hussein concluded after private talks with French and Russian contacts that the United States would probably wage a long air war first, as it had done in previous conflicts. By hunkering down and putting up a stiff defense, he might buy enough time to win a cease-fire brokered by Paris and Moscow. Se la principale responsabilità di questa guerra ricade ovviamente su Saddam Hussein, responsabili ad un livello soltanto di poco subordinato furono quelle nazioni che deliberatamente minarono la compattenza del fronte diplomatico occidentale attraverso la loro preconcetta e palese opposizione a qualsiasi azione concreta volta a far rispettare la legalità internazionale che – non lo si dimentichi – era stata espressa con le risoluzioni unanimemente adottate in sede ONU. Se c’era una possibilità di evitare il conflitto era quella che Saddam percepisse di non avere via d’uscita. Se c’era un modo sicuro per accelerarlo invece era dare la sensazione che il dittatore potesse continuare a farsi beffe della comunità internazionale senza pagarne le conseguenze. Saddam sapeva di poter contare sull’appoggio di stati occidentali che lo avrebbero di fatto protetto al momento decisivo. Così fu. Ma le conseguenze non furono quelle sperate. Le rivelazioni di Aziz – ripetiamo, se confermate – dicono qualcosa di più: dicono che francesi e russi assicurarono ripetutamente a Saddam che avrebbero bloccato in qualsiasi modo un intervento statunitense in Iraq. Un salto di qualità: da amanti clandestini a promessi sposi. Inoltre si impegnarono - nel caso la guerra fosse comunque iniziata - a perseguire un cessate il fuoco che – siamo autorizzati a presumere – avrebbe consentito al regime di rimanere in carica. Saddam era così sicuro del fatto suo che Even as U.S. and British forces massed on the Kuwaiti border, Hussein was so sure of himself, Aziz reportedly said, that he refused to order an immediate military response when he heard reports that American ground forces were pouring into Iraq, concluding that the crossing was some sort of feint. Che uno come Saddam potesse autoconvincersi di qualsiasi cosa non stupisce. Sorprende un po’ di più che francesi e russi fossero così certi di poter manovrare l’intera vicenda a loro piacimento. Ma un generale dell’ex esercito iracheno fornisce un’altra versione dei fatti: But Maj. Gen. Amer Shia Jubouri, 50, a former army division commander and chief of the Iraqi war college, said in an interview that he believed "the French and Russian governments delivered very clear messages to Saddam that the war was going to happen," and that if Hussein believed otherwise, it was a result of the president's own confusion. In ogni caso la storia merita attenzione. La Francia formalmente fa ancora parte dell’alleanza occidentale.
Non sapere non vale. Qui trovate una serie di testimonianze di persone che sono riuscite a fuggire dalla Corea del Nord. Ci sono diversi racconti sui campi di concentramento. Qualunque governo che stia pensando di siglare accordi che garantiscano in qualche modo la sopravvivenza di un simile regime è tenuto a sapere che per ventidue milioni di coreani questo significherà solo la continuazione dell’immane tragedia che stanno vivendo da oltre 50 anni. A costo di annoiare continueremo a parlarne.
«Differenze culturali» anche queste? I governatori di tre stati della Nigeria settentrionale hanno vietato le vaccinazioni anti-polio perchè gli integralisti islamici hanno detto che sono un tentativo dei cristiani di avvelenare i bambini musulmani. Adesso la Nigeria si appresta a diventare una delle nazioni esportatrici della malattia. Senza commento.
lunedì, novembre 03, 2003
Il bello è che tutti ostentano sorpresa. Avete vissuto in Europa ultimamente? Non vi siete accorti di nulla?
domenica, novembre 02, 2003
Chi è il nemico oggi. Quello di sempre. Un altro ottimo reportage da Baghdad. Questa volta è Stephen F. Hayes a riferire sui gruppi che stanno realizzando gli attacchi contro le truppe statunitensi e la popolazione civile: fedelissimi dell’ex regime, terroristi stranieri ed anche estremisti legati al radicale sciita Moqdata Sadr. Quel che resta da determinare è la distribuzione delle forze all’interno di questa miscellanea criminale ed il loro grado di collaborazione. Per tutti un unico obiettivo: impedire la nascita di un Iraq democratico.
Ieri l’ultimo episodio che è costato la vita a sedici soldati americani in licenza. Anche Michael Radu si sofferma sui responsabili delle violenze individuando come ulteriore fonte di destabilizzazione gli ex detenuti per reati comuni rilasciati poco prima dell’inizio della guerra ed oggi al soldo dei repubblichini di Saddam. Bush non ha mai nascosto le difficoltà della transizione e se c’è qualcosa che in questo momento dovrebbe ribadire con chiarezza davanti all’opinione pubblica del suo paese (e non solo) è che in Iraq si sta svolgendo una nuova fase della guerra contro il terrorismo dopo le due precedenti che hanno portato alla fine del regime talebano e alla caduta del tiranno di Baghdad; e che l'obiettivo principale della coalizione alleata in questo momento è precisamente evitare che prevalga chi vuol far ripiombare il paese nell’incubo da cui è appena uscito. Siamo sempre in attesa che lo si capisca anche in Europa dove l'informazione continua a navigare a vista, la classe dirigente è latitante ed il gentile pubblico va in confusione. Ma qui forse più che un'analisi politica servirebbe ormai un altro genere di analisi. Lasciamo l'ingrato compito a chi si senta di svolgerlo. Update. L'editoriale di William Safire oggi sul NYT. Fareed Zakaria consiglia di non accelerare troppo il trasferimento di potere militare e politico agli iracheni.
Tre storie d’Africa. La prima parla di speranza: forse nel continente qualcosa sta cominciando a cambiare davvero.
La seconda di un passato che pesa sulla coscienza di tutti: Ruanda è un nome che dovrebbe far abbassare gli occhi di vergogna tutte le volte che se ne parla. La terza racconta di un arcivescovo nigeriano che potrebbe provocare uno scisma nella chiesa anglicana su un tema che invece cementa l’unità di quella cattolica: l’omosessualità.
San Mahathir. Abdullah Ahmad Badawi entra in carica, Mohamad Mahathir esce di scena. Almeno ufficialmente.
Ne parla l’Economist che è piuttosto tenero con l'ormai ex primo ministro che resterà nella storia - più che per aver cambiato il volto del suo paese - per aver pronunciato uno dei discorsi più rivelatori di tutti i tempi della natura delle relazioni tra Islam e Occidente (o meglio della particolare visione che di queste ancora prevale all’interno del mondo musulmano). Un ritratto un po’ più articolato su un Mahathir autoritario ma modernizzatore è quello di Philip Bowring sull’IHT. Phar Kim Beng su Asia Times sfiora l’agiografia quando lo descrive come una figura paterna per i malesi che ha sì permeato di sé l’intera società ma (bontà sua) non ha dato nemmeno il nome a un ponte. L’intento di Sholto Byrnes sullo Spectator è dichiaratamente quello di «difendere Mahathir dai suoi numerosi nemici in Occidente» perchè al contrario egli «dovrebbe essere acclamato dall’Occidente come il modello di leader musulmano moderato»: il che magari è anche vero ma allora questa constatazione dovrebbe far salire il livello di guardia più che tranquillizare. Ora. Sinceramente ci risulta un po’ difficile capire come improvvisamente Mahathir abbia trovato così tanti solerti difensori in Occidente proprio dopo il suo famigerato discorso all’Organizzazione della Conferenza Islamica. Negli articoli che abbiamo letto – ma forse siamo stati sfortunati – in generale si tende a minimizzare la portata delle sue parole e del consenso unanime che hanno suscitato tra i rappresentanti delle nazioni islamiche rappresentate, e ci si limita a farvi riferimento di sfuggita quando addirittura non le si giustifica (anche Krugman lo ha fatto) o si omette del tutto ogni accenno. Ci chiediamo solo se un leader politico occidentale che - a parti invertite - avesse pronunciato un discorso di quel genere avrebbe goduto della stessa benevola comprensione. Se lo chiede anche Norman Geras sul suo blog.
La Spagna va a nozze. Sappiamo che ci sono notizie più importanti ma per una volta... Qui in terra iberica oggi non si parla d'altro: il principe Felipe ha annunciato che sposerà la prossima estate una bellissima ragazza che fino a ieri conduceva l'edizione serale del telegiornale di TVE1.
Letizia Ortiz sarà la futura Regina di Spagna. Questo è un paese aspro, contraddittorio, generalmente immaturo, al quale spesso non risparmiamo critiche feroci. Ma a volte mostra il suo lato gentile ed è giusto darne conto. Auguri. sabato, novembre 01, 2003
Impermeabili a qualsiasi realtà. Si sa. Noi europei abbiamo la cultura, la storia, una tradizione di secoli alle spalle, la sappiamo lunga da sempre. Noi non siamo mica come quei...
E infatti ecco come rispondiamo ad un sondaggio che ci chiede quali stati rappresentino secondo noi le più gravi minacce alla pace e alla stabilità internazionali. Che dire? Passiamo oltre?
Tutti a casa. I funzionari dell'organizzazione (anzi l'Organizzazione) cui molti pretenderebbero di affidare in esclusiva la ricostruzione dell'Iraq per adesso preferiscono andarsene. Sapete com'è: a Baghdad non si può più lavorare tranquilli da quando il baffone è caduto. E perbacco.
Bei tempi quelli.
Mal di pancia. Qualcuno non ha digerito il + 7,2 per cento dell'economia Usa. Un po' come la liberazione dell'Iraq. Insomma siamo alle solite (e ai soliti). Passiamo oltre.
P.S. Vi immaginate i peana che si intonerebbero da Bruxelles a Berlino, da Parigi a Roma, dalla carta stampata al web se un dato del genere si verificasse in Europa? |
A Fabio.
A Luisa. ![]() Asia e dintorni Normblog |