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venerdì, novembre 28, 2003
Per continuare ad esistere. Il sionismo spiegato a chi voglia ascoltare.
Tra le pieghe del terrore. Christopher Hitchens recensisce l’opera di Victor Serge.
giovedì, novembre 27, 2003
Cyber-proletari di tutto il mondo unitevi. Breve viaggio dentro Indymedia tra propaganda pseudo-rivoluzionaria e insospettati finanziatori.
The IMC is, paradoxically, the nexus of capitalist technology wealth and anti-capitalism. Yet, then again maybe it is not so paradoxical. The fact that Indymedia was created and financed by wealthy individuals such as Soros, Glaser, and Merkle is emblematic of the Vanguardism of Lenin. Lenin’s philosophy was that a vanguard of educated, talented people was needed to lead the workers into paradise. Indymedia is part of that vanguard. The true paradox of the Independent Media Centers is their name. They are not independent although they delude themselves believing they are. Quite the contrary, the IMC’s are indeed very dependent on the leadership of the communists, anti-capitalists, and anti-Americans. People whom Thomas Sowell termed the “anointed.” People who believe that they are in possession of some special wisdom that will make the world a better place – if only the rest of us have the good sense to listen to them. E' sempre utile ricordare le parole con cui - in perfetto stile Pravda - Indymedia si presenta al mondo: Indymedia is a democratic media outlet for the creation of radical, accurate, and passionate tellings of truth. We work out of a love and inspiration for people who continue to work for a better world, despite corporate media's distortions and unwillingness to cover the efforts to free humanity. Ogni commento è superfluo.
Allons enfants... Ci era sfuggito questo interessante articolo di Mike Gonzalez (WSJ) sulle relazioni pericolose dell'«alleato» francese. Ne emerge un quadretto niente male che non fa che rafforzare – dati alla mano - la percezione che la politica estera dei nostri cugini d’oltralpe si svolga, tra ambiguità diplomatiche e flussi di denaro, consapevolmente e deliberatamente in opposizione a quella americana. Tanto che i paesi ostili agli Stati Uniti ed in genere alle nazioni democratiche sono spesso i partners privilegiati della Francia. Il rapporto richiamato nell’articolo è qui (in spagnolo). Les jours de gloire sono decisamente lontani. P.S. Ce n'è anche per i tedeschi.
La strada per Damasco. Dall’estero i gruppi di opposizione al regime siriano cominciano ad organizzarsi: si battono perchè anche per il loro paese possa finire la lunga notte dell’oppressione. Dicono che da qualche mese la terra ha cominciato a tremare sotto i piedi di Assad.
... e lui risponde serio "è mia"/ sottintende "la vita"... Oggi è festa anche in Iraq.
Thank you.
mercoledì, novembre 26, 2003
Con il vostro aiuto. Questo manifesto per la democrazia è stato scritto da Saad Eddin Ibrahim, un intellettuale egiziano condannato al carcere nel suo paese per reati di opinione e tornato in libertà dopo quindici mesi di detenzione.
E’ un documento che dimostra che la speranza di una rinascita politica e civile nel mondo musulmano è qualcosa di concreto e che è fondamentale che le democrazie occidentali agiscano affinchè questa prospettiva si possa realizzare. The Court of Cassation's March 18 opinion was not merely a victory for one wrongly accused man or institution; this was a victory for an agenda--the cause of democracy and the rule of law--that the world now realizes is the only real alternative to Saddam Hussein, Osama bin Laden and their ilk. Democracy is the way forward. It is the only sure way to keep the Middle East from going to the brink of war every few years. It is time for us as Arabs to put our own houses in order. There are a thousand and one difficulties facing us as we work to institute democracy in the Arab world and the larger Middle East. And yet what choice do we have except to try once, twice or as often as we must? Government by consent, respect for human rights, and support for the rule of law are the only things that can finally and securely protect our countries, our region and the world against the threats of terrorism and of crises that compel outsiders to come and use military force on our shores. And make no mistake, there are quite a few of them. They are not all famous or high-profile, but there are plenty of people who are interested in democracy and its possibilities. Those of us who have made a public and systematic commitment to open politics and free societies have an obligation to reach out to these people. We need to engage them and make them partners in the cause of liberty and self-government. Whatever might happen--whether prison or even death might await us--we could all feel that we were part of a larger freedom struggle whose value and significance humbled us even while they lifted us up. I've never believed anything more strongly in my life. This is not just about Egypt, or the Middle East, or the Arab peoples--this is a global struggle, a battle for the world. Those who are carrying it on in countries and regions such as mine need the help of citizens in mature democracies. Bisogna proprio essere ciechi e sordi per non capire che oggi più di un miliardo di persone ha davanti a sé per la prima volta un’opportunità storica di cambiamento. Bisogna essere ben meschini per permettersi di chiudere gli occhi di fronte a tutto questo o di liquidarlo come se si trattasse soltanto del sogno di qualche folle visionario.
Esportare la democrazia. Un articolo del CS Monitor racconta come gli Stati Uniti abbiano lavorato dietro le quinte durante un decennio per favorire la transizione pacifica della Georgia verso un sistema politico realmente rappresentativo e per garantire il consolidamento di una società civile.
Qualcuno potrebbe spiegarlo a La Vanguardia e compagni?
La rivoluzione dell’informazione. In sette mesi in Iraq si è passati dalle edizioni di regime in cui l’unico problema dei redattori era scegliere la foto di Saddam più adeguata alla circostanza ad una elettrizzante e quasi incontrollabile moltiplicazione delle fonti e dei supporti informativi: 230 nuove pubblicazioni, televisioni satellitari, internet café, perfino riviste fai da te, con contenuti che vanno dalla politica al gossip alla pornografia. Insomma: uno straordinario momento di rigenerazione collettiva.
Lei di sicuro non scapperebbe. Qui la sua intervista al Riformista.
Sense of humour/2. Il direttore generale della BBC (conosciuta anche come Baghdad Broadcasting Corporation per il brillante lavoro di propaganda antiamericana ed antiisraeliana svolto negli ultimi mesi) ha accusato i media americani di non fare un’informazione equilibrata e ha consigliato loro di prendere esempio da lui. Magari potrebbero cominciare dal caso Gilligan/Kelly.
Sense of humour/1. La British Political Cartoon Society ha conferito il suo premio annuale ad una vignetta apparsa sull’Independent che raffigura uno Sharon nudo intento a divorare un bambino palestinese (via Instapundit).
L’angelo della morte. Pinochet ha dichiarato di aver sempre agito secondo «principi democratici» e di considerarsi un «angelo» per il suo paese. Speriamo sia demenza senile.
martedì, novembre 25, 2003
Schiavi. Ne abbiamo già parlato altre volte ma attorno alla realtà del Sudan c'è in genere un silenzio impressionante. Quindi leggetene qui.
La battaglia per l’anima dell’Islam. La sconfitta ideologica dei fondamentalisti non può che passare per la consapevolezza dei musulmani moderati di essere parte essenziale nella lotta contro il terrore organizzato di cui sono anch’essi vittime.
Sono loro potenzialmente i più grandi alleati dell’Occidente contro il totalitarismo islamico ed è per questo che democratizzazione e modernizzazione del mondo musulmano rappresentano un obiettivo comune ed irrinunciabile. Un articolo di Barbara Amiel sul Daily Telegraph ed una interessante intervista di Fareed Zakaria all'ex primo ministro di Singapore che svolge una serie di considerazioni molto sensate sottolineando tra l’altro come l’Europa non abbia compreso la natura e l’entità della minaccia e come la mancanza di coesione tra le nazioni occidentali rafforzi i terroristi.
Tutto questo è in mano agli ayatollah.
Uno che mentiva sapendo di mentire. Roger Kimball pensa che la motivazione con la quale il Comitato ha deciso di non revocare il Pulitzer a Walter Duranty (appoggiata dal NYT) sia semplicemente ridicola (si dice in pratica: «fu solo un credulone»). In effetti non è questione di damnatio memoriae ma solo di rispetto della verità storica e della professione giornalistica. Un’occasione persa, insomma.
Up (and down?). Mentre l’economia a stelle e strisce continua a battere record e la fiducia dei consumatori cresce il Weekly Standard ricorda a Bush i pericoli del protezionismo strisciante e degli eccessi della spesa pubblica.
Tutto quello che avreste voluto sapere su David Brooks ma non avete mai osato chiedere.
Splendidamente raccontato da George Gurley sul NYObserver.
Grazie direttore. Le risposte che ogni martedì il più brillante opinionista del New York Times indirettamente dà a quello più monotono e rancoroso valgono da sole il prezzo del giornale.
Ritratti georgiani. Il primo lo fa Natia Jokhadze alla capitale Tbilisi. Il secondo lo fa il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza al leader dell’opposizione Mikhail Saakashvili (tradotto da Cinderella che ha molti altri spunti interessanti sugli avvenimenti di questi giorni).
C’era una volta in Iraq.
Alcune immagini dai campi della morte.
Far servire le lezioni della storia.
Two weeks ago, recently resigned Palestinian cabinet minister Abdel Fattah Hamayel told the BBC that the Palestinian Authority shells out $50,000 a month to members of Fatah's Aksa Brigades terror cells. Hamayel said that Yasser Arafat is aware of these payments. The BBC reporter then sat down with Ata Abu Rumaileh and Zakariah Zubaidi, the respective heads of Fatah's political and terrorist wings in Jenin. Together the men explained to the BBC reporter that "there is no difference between Fatah and the Aksa Martyrs' Brigades." The men also explained that Arafat commands both. What we learn from this report is that, as is the case with Hamas and Hizbullah, there is absolutely no difference between the political and terrorist arms of Fatah. This is rife with implications regarding the Palestinian Authority because, as one Palestinian journalist explained to me this week, "There is one ruling party in Palestine – Fatah – headed by Arafat." Conclusione: nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato, finchè Arafat ed il suo partito domineranno l’ANP qualsiasi tentativo di negoziato che Israele intenda portare avanti avrà come controparte un’organizzazione terrorista. La realtà è questa da sempre e lo stato ebraico ha già pagato cara troppe volte l’apertura di credito verso simili interlocutori. Caroline Glick scrive un articolo in cui non le manda a dire nemmeno a Sharon.
La fenice di Marx. Uscito da un mese, il saggio di Riccardo De Benedetti affronta da un punto di vista filosofico alcuni dei principali aspetti del fenomeno post-comunista provando a spiegarne le radici politiche e culturali e la loro ricaduta nella società odierna. Il libro ha il grande merito di mettere in evidenza quella miscela di alibi, di pseudo-giustificazioni autoassolutorie, di compromessi morali e di camuffamenti ideologici che consentono ancora a molti di evitare il necessario confronto con la propria storia e con le proprie responsabilità. In una parola: descrive perfettamente quella colossale opera di rimozione collettiva che fa sì che in vasti settori della nostra società i fantasmi del passato continuino il loro macabro giro di valzer sotto le più svariate spoglie. Molto apprezzabili - tra l’altro - i numerosi riferimenti all'opera di Furet così come l'eccellente capitolo dedicato al confronto tra i due totalitarismi (nazismo e comunismo) con opportune osservazioni da una parte sul ruolo della violenza come elemento caratterizzante non solo l’esperienza storica del socialismo reale ma anche la stessa elaborazione dottrinale marxista-leninista e dall’altra sul carattere razzista della nozione di classe.
Lettura interessante ed originale.
A Gerusalemme. Non è necessario essere suoi particolari estimatori per riconoscere che Fini ha usato le parole giuste nel corso della sua visita al Museo dell’Olocausto. Anche la sinistra israeliana in generale ha mostrato di apprezzarle e di capire i motivi del suo viaggio. E’ segno di maturità politica affrontare pubblicamente il peso delle tragedie di un passato in parte condiviso (a livello ideologico) e chiedere perdono a nome di tutti quelli che quelle sofferenze hanno di fatto causato, permesso o accettato. Una nazione civile che ambisca ad una vera coscienza di sé ha bisogno anche di atti simbolici come questi. Sarebbe un gesto altrettanto apprezzabile se esponenti della sinistra ex comunista del nostro paese si recassero in visita ad un gulag e trovassero la stessa forza per denunciare le pagine vergognose della loro storia.
Lo spirito dei tempi. Perchè tradurre e pubblicare un libro come questo è diventato pericoloso nella Francia di oggi.
Il terrorismo dei media. Quel che è preoccupante è che si sta parlando di quotidiani opinion leaders nei rispettivi paesi.
La patetica vignetta di Le Monde è rivelatrice di un modo di pensare tipicamente europeo. «Chi pensate di far fessi voi yankee? Noi sappiamo bene chi sono i nostri veri nemici». E infatti. domenica, novembre 23, 2003
Giustizia Rivoluzionaria. Intanto dove le violazioni dei diritti umani avvengono sul serio ed in maniera ripetuta e costante da decenni, la moglie di un prigioniero politico è costretta a scrivere una lettera al mondo per far conoscere la situazione del suo paese sequestrato da un criminale con la barba e la divisa verde e dalla sua banda di aguzzini.
E se fosse perfino una buona legge? La storia degli abusi scaturiti fino ad oggi dall’applicazione del Patriot Act è presto raccontata: non ce ne sono stati. David Reinhard fa il punto sulla normativa antiterrorismo approvata dal Congresso dopo l’11 settembre della quale gli americani non si sono praticamente accorti salvo per il fatto che nel frattempo non ci sono più stati attentati sul loro territorio (richiede un minuto per la registrazione ma ne vale la pena).
L'Iraq che non fa notizia. Zeyad ci informa di varie manifestazioni contro il terrorismo in programma in Iraq il 10 dicembre. A quelli che invece hanno sfilato ancora giovedì scorso a Londra contro la liberazione del paese il blogger iracheno ha qualcos’altro da dire:
I was ashamed and depressed watching those brainwashed and deluded demonstrators in London carrying signs calling for abandoning Iraq and for an end to aggression. I'm sure Saddam is proud of you and clapping his hands in glee watching from whatever gutter he is hiding in right now. Someone seriously needs to teach these people the mechanisms of cause and effect. They are having it all jumbled up in their topsy-turvy view of the world. I can only say SHAME on you. Qui l’articolo completo di Jalal Talabani pubblicato sul WSJ nei giorni scorsi.
Questa guerra non s’aveva da fare. Nessuna arma di distruzione di massa trovata in... Germania. D'accordo... Adolf aveva invaso qualche vicino, c’era un genocidio in corso ma in fondo non era poi un così cattivo ragazzo, no? Dopotutto la diplomazia europea si era fidata di lui... che fretta c’era?
Il terrorismo dei media. Purtroppo l’opinione pubblica nella sua stragrande maggioranza ormai vi è assuefatta. Il clima è irrespirabile e non da oggi. Il conformismo dell'«anti-» ha raggiunto livelli francamente insopportabili. Un esempio – l’ultimo – tra i tanti. Parlando dei fatti di Tbilisi ieri La Vanguardia – quotidiano leader in Catalogna e tra i più importanti in Spagna – titolava su nove colonne: «L’opposizione pro-Stati Uniti dà l’assalto al potere in Georgia». Ovviamente per i lettori il messaggio non si traduce in: un’opposizione filo-occidentale si batte per il mercato e le riforme democratiche ma piuttosto in un nemmeno tanto sfumato: l’imperialismo yankee mette le mani anche sulla repubblica caucasica. La cosa più deprimente è che a ben pochi lettori del giornale sarà venuto il dubbio che una simile associazione di idee possa risultare strumentale e disonesta. Vi risparmiamo il resto (Iraq sull’orlo di una guerra civile, contratti per la ricostruzione in mano ai soliti noti, multinazionali americane pronte ad invadere Cuba e via di questo passo). D’altra parte queste sono le perle che ogni giorno l'informazione locale ci regala. Agli espertoni che spiegano anche le tempeste solari con «l’atteggiamento di Bush» vorremmo chiedere se tanta imbecillità diffusa dalle nostre parti (a questo punto è inutile usare eufemismi) non possa essere attribuita per una volta ai suoi veri responsabili. Chissà che questo non aiuti a far emergere tutto il marcio di un continente invecchiato senza maturare e che un giorno in Europa non si possa perfino sperare di ritornare nella realtà.
Che disastro. L’EUMC, organismo dell’Unione Europea che dovrebbe occuparsi di razzismo e xenofobia, ha deciso di non pubblicare il rapporto sull’antisemitismo che aveva commissionato perchè le conclusioni non sono risultate gradite: infatti i ricercatori autori dello studio avevano rilevato come dietro all’intensificarsi degli episodi antisemiti vi fossero molto spesso musulmani o gruppi pro-palestinesi e come importanti responsabilità nell’aumento dell’ostilità antiebraica fossero da attribuire a settori della sinistra e ai movimenti noglobal.
Troppo compromettente, meglio far finta di nulla. Come si nota anche qui l’atteggiamento fa il paio con quello di chi non utilizza la parola terrorismo per parlare degli attentati in cui le vittime sono israeliane. sabato, novembre 22, 2003
JFK. A quarant'anni dalla sua morte tre speciali ricordano il più giovane presidente eletto nella storia degli Stati Uniti. Moltissimi documenti (tra cui pagine e filmati dell'epoca) sul NYT, su MSNBC e sul Dallas Morning News. La cronaca dei fatti ed il clima di quei giorni rivissuti da James Perry e Mark Feeney.
Ai due estremi opposti un entusiasta Ken Ringle parla di che cosa abbia rappresentato per la società americana quell’«idealista senza illusioni» mentre un cattivissimo (troppo) Christopher Hitchens insiste sulle promesse non mantenute e su come il mito abbia spesso superato la realtà. Infine Max Holland spiega come sono nate e come hanno potuto sopravvivere per tanto tempo le teorie cospiratorie sull’assassinio. La forza dei suoi ideali di fronte all’efficacia della sua azione politica; il carisma del leader di fronte alle debolezze dell’uomo. Il giudizio sulla sua figura è sempre dipeso da quale di questi aspetti sia stato considerato di volta in volta prevalente nell'analisi del suo mandato. Quel che è certo - al di là di ogni altra considerazione - è che chi ama l’America oggi rivolge il proprio pensiero a JFK. Queste le parole che non riuscì a pronunciare quel giorno: We in this country, in this generation, are--by destiny rather than choice--the watchmen on the walls of world freedom. We ask, therefore, that we may be worthy of our power and responsibility, that we may exercise our strength with wisdom and restraint, and that we may achieve in our time and for all time the ancient vision of "peace on earth, good will toward men." That must always be our goal, and the righteousness of our cause must always underlie our strength. For as was written long ago: "except the Lord keep the city, the watchman waketh but in vain." venerdì, novembre 21, 2003
Dalla conferenza stampa congiunta di Blair e Bush al Foreign Office.
Question: So why do they hate you in such numbers? President Bush: I don't know that they do. All I know is that people in Baghdad for example weren't allowed to do this up until recent history, and they are not spending a lot of time in North Korea protesting to current leadership. Freedom is a wonderful thing, and I respect that. I fully understand people don't agree with war, but I hope they agree with peace, and freedom, and liberty. I hope they care deeply about the fact that when we find suffering, and torture, and mass graves, we weep for the citizens that are being brutalised by tyrants. And finally, the prime minister and I have a solemn duty to protect our people, and that is exactly what I intend to do as the president of the United States - protect the people of my country.
La scuola dell'odio. Guido Olimpio su come si costruisce un terrorista suicida.
giovedì, novembre 20, 2003
Invece in Europa ieri si è visto questo.
Omar e il suo Iraq. Già il solo fatto di poter scrivere le parole «un blogger iracheno racconta» dovrebbe darci la dimensione di quel che è successo negli ultimi mesi in un paese brutalizzato durante decenni di dittatura. Ma se questo non bastasse, allora sarebbe opportuno spendere due minuti al giorno per leggere quello che Omar scrive. Vale mille reportages. E dopo vergognarci almeno un po’ per averlo fatto aspettare tanto.
L'ultima mattanza. In attesa che qualcuno cominci ad attribuire le responsabilità per il massacro di ieri «alla posizione assunta dalla Gran Bretagna sull’Iraq e alle buone relazioni diplomatiche che la Turchia intrattiene con Israele che come tutti sanno opprime i palestinesi e se si ritirasse nei confini pre-1967 il terrorismo cesserebbe d’incanto» (scusate la frase senza punteggiatura ma le litanie rendono meglio se scritte così), rileggiamo a titolo di difesa preventiva questo articolo del Jerusalem Post pubblicato dopo l’attentato alle sinagoghe di sabato scorso. Purtroppo torna utile anche oggi.
This attack illustrates the indivisibility of terrorism. The issue is not whether it was against Jews, Turkey, or the West: it was all of the above. The attempt to dissect such attacks is often, consciously or not, an attempt by those not yet affected to pretend that the circle of victims will not spread to them. Jews were attacked because of hatred of Israel, we are told. Or Turkey was attacked because it is close to America and Israel. Maybe, so goes the logic, if we do not cooperate with America or Israel, we will be spared. Don't count on it. How many countries have to be hit before Europe concludes, in an operational way, that we are in this together? Un paese guidato da un partito di governo islamico, che ha rifiutato di concedere le basi agli Stati Uniti per l’intervento in Iraq e che non ha mandato truppe nel paese dopo la liberazione. Questa è la Turchia. Un attacco indiscriminato contro la vita, la libertà, la convivenza, la tolleranza, i diritti umani, la società aperta, in una parola contro la civiltà. Questo è il terrorismo. Il totalitarismo del XXI secolo. E non fa sconti. Non riconoscerlo vuol dire aver già firmato la propria condanna. I teatri di guerra più cruenti dall’11 settembre in poi. E ne mancano.
Esistono anche i codardi. Editoriale (in fondo alla pagina).
mercoledì, novembre 19, 2003
Il solito disco stonato. Quando «stupido», «pericoloso», «unilateralista» era Ronald Reagan. Austin Bay parla dell’Axis of Neville (Chamberlain).
P.S. Per inciso: Bush ieri ha pronunciato a Londra un altro grande discorso (per sapere cosa ha detto conviene leggerlo integralmente e non fidarsi dei servizi dei giornali italiani online che hanno ancora una volta dato il peggio di sé).
Intellettuali. Per la serie la follia dilaga è la volta di Harold Pinter, peraltro non nuovo ad esternazioni del genere.
L’autore inglese, in occasione della visita di Bush, dopo aver paragonato il presidente a Hitler ci ha ripensato e ha concluso che gli Stati Uniti «sono di gran lunga lo stato più pericoloso che sia mai esistito».
Ma non era tutto risolto? Francia, Germania e Gran Bretagna preparano una risoluzione al miele sulle violazioni iraniane in materia di nucleare. Non solo i cattivissimi americani ma perfino il mite El-Baradei si sente leggermente preso in giro.
Quando il Vietnam diventerà come l’Iraq? Questa – secondo Claudia Rosett – sarebbe la vera domanda da porsi.
Ancora problemi dal fronte. Ingovernabili ed irriconoscenti questi tedeschi. Saranno pronti per la democrazia?
Visto che nessuno ne parla. Chi ha compreso, condiviso, sostenuto le ragioni dell’intervento in Iraq ed in generale della guerra contro il terrorismo non ha mai avuto bisogno di cercare ulteriori conferme alle proprie convinzioni. Basta una data e basta non chiudere gli occhi di fronte alla realtà di un mondo in buona parte ancora dominato dal fanatismo e dall’oppressione per rendersi conto di quale sia la natura della minaccia e – di nuovo - l’importanza della posta in gioco.
Questo non significa che non si debba continuare ad interrogarsi e ad esercitarsi nell'analisi e nel confronto delle diverse fonti di informazione per rendere il quadro complessivo sempre più completo. In quest'ottica, allora, non si può fare a meno di notare come sia quantomeno curioso che una solenne idiozia quale la vicenda dell’uranio del Niger e delle famose sedici parole abbia occupato per giorni il dibattito politico in America ed in Europa mentre quella che – se confermata – rischia di essere la dimostrazione più contundente dei legami tra Saddam Hussein ed Osama Bin Laden stia passando praticamente inosservata. Meno di una settimana fa il Weekly Standard pubblicava questo articolo a firma di Stephen Hayes nel quale il giornalista affermava di essere venuto in possesso di un memorandum riservato inviato dal Pentagono alla commissione del Senato che sta investigando sul lavoro dell’intelligence. Il documento in cinquanta punti spiegherebbe in sostanza che – riassume Hayes - Osama Bin Laden and Saddam Hussein had an operational relationship from the early 1990s to 2003 that involved training in explosives and weapons of mass destruction, logistical support for terrorist attacks, al Qaeda training camps and safe haven in Iraq, and Iraqi financial support for al Qaeda--perhaps even for Mohamed Atta Nei giorni successivi alla pubblicazione nessun importante quotidiano americano riteneva di dover dare alla notizia il dovuto risalto nemmeno per confutarla. Silenzio assoluto in Europa e in Italia (ricordiamo di aver letto un breve passaggio in questo articolo di Christian Rocca). Solo sui weblogs (Sullivan, Reynolds e altri) – come spesso succede – si sviluppava una certa discussione anche se abbastanza timida (in Italia peraltro se ne è parlato solo qui, almeno così ci sembra). Le stesse reazioni ufficiali dal Pentagono di fatto non confermavano nè smentivano le indiscrezioni limitandosi a definire «inaccurate» le conclusioni cui Hayes (non esplicitamente nominato) era giunto. Ieri il Weekly Standard tornava sull’argomento difendendo la sua posizione ed aggiungendo nuovi dettagli. Due giorni fa Clifford May ne riprendeva le tesi. Sul perchè del sostanziale disinteresse della stampa si interrogava ieri anche Jack Shafer su Slate. Sempre Slate dedicava un altro articolo al supposto incontro di Mohammed Atta con un emissario di Saddam che avrebbe avuto luogo a Praga pochi mesi prima dell’11 settembre. Insomma oltreoceano c’è chi sta cominciando a vincere la pigrizia e forse il caso otterrà nei prossimi giorni l’attenzione che merita. Speriamo che (tra una Sabina «censurata» e una Serena arrestata) qualcuno se ne accorga anche da noi. Ma forse – proprio perchè si tratta di una storia che, se smentita, nulla toglierebbe a quel che già si conosce sulla natura terrorista del regime di Saddam e, se confermata, non farebbe che consolidare la percezione del terrorismo come minaccia globale – siamo destinati a non sentirne parlare. Il Bush-bashing evidentemente fa più audience. Per fare informazione c’è sempre tempo.
In piedi. Lettera agli italiani. Di André Glucksmann.
(Segnalata da Liberopensiero e Leibniz).
Storie dalla guerra fredda. Uno splendido dietro le quinte della politica di Ronald Reagan nel ricordo di chi - da democratico - condivise con lui momenti importanti: Max Kampelman sul Weekly Standard.
The Ronald Reagan I knew and worked with had my respect and admiration. No American did more to undermine the brutalities of the Soviet Union and destroy the dictatorships of Eastern Europe. No American did more to spread the gift of democracy and respect for human dignity to people who had not enjoyed them. And no American did more to persuade our country that the spread of democracy and human rights to all peoples is the proper goal of the United States. That reality is not likely to be revealed or understood in the television program that CBS still plans to distribute next year. But the American people know who broke down the Berlin wall. Qui invece alcune interessanti osservazioni di Jeff Jacoby su Reagan e Nicaragua.
Se non fosse una tragedia ci sarebbe da ridere.
Come qualcuno possa continuare a sostenere che a questa organizzazione debba essere affidata la gestione della sicurezza in Iraq proprio non si riesce a capire. Come a qualcuno possa venire in mente che questa organizzazione sia oggi legittimata ad assumere decisioni che riguardino pace, sicurezza e diritto si capisce ancora meno. martedì, novembre 18, 2003
Risvegli. Per combattere l’ondata di antisemitismo (ma va?) il governo di Parigi ha previsto «corsi di tolleranza» nelle scuole. Insomma una bella risposta burocratica che metta a posto la coscienza. Come se il problema fossero i bambini.
La notizia che forse l’Europa ha qualche problema con gli ebrei è giunta anche al Guardian.
Siamo sicuri che anche l’estinzione dei dinosauri non...? La follia dilaga. Il sindaco di Londra Ken Livingstone ha dichiarato che Bush è «la più grande minaccia che si sia mai vista per la vita su questo pianeta».
Remember. Sia per i lettori di questo blog che comprano abitualmente in edicola Il Foglio sia per quelli che no, oggi c’è un motivo in più per farlo. Esce insieme al quotidiano il libro di Christian Rocca «Esportare l’America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori». Cogliamo l’occasione per ricordare che – mentre la maggior parte dei suoi colleghi italiani ancora navigavano a vista cercando di capirci qualcosa – Rocca è stato il primo a raccontare in maniera chiara ed efficace il nuovo corso della politica americana post-11 settembre introducendo i lettori a concetti e a terminologie fino a quel momento poco o per nulla esplorati da noi. Comunque la si pensi, questo libro sicuramente fornirà spunti di riflessione e strumenti di conoscenza utili per discutere con cognizione di causa di temi che troppo spesso perfino gli addetti ai lavori continuano a trattare con sconcertante superficialità.
P.S. Ora qui ovviamente si attende l’invito a cena.
«Ci dovete delle scuse». Lettera a ONU, Francia, Russia, Germania, nazioni arabe e pacifisti vari.
Bush in UK. Domani a Londra si incontreranno i due principali artefici della liberazione di circa cinquanta milioni di persone (tra Afghanistan ed Iraq) dall’oppressione, dalla tortura e dal fanatismo. Contemporaneamente l’antipolitica manderà in onda l’unico programma che è in grado di concepire: la confusione.
David Aaronovitch nota: The double standards here are obvious but worth a reminder. During the week anti-Bush protesters will, we're told, be splashing red paint to symbolise the spilled blood of the people of Iraq. No such red paint was splashed around London after Halabja, after the 1991 Shia and Kurdish uprisings or during the Iran-Iraq war, almost as if that were not real Iraqi blood. Blood, after all, is only blood if Americans spill it. No crimson splotches were created during the state visit of Romanian tyrant Nicolae Ceausescu in 1978, a visit which - because of Romania's semi-dissident position in the Soviet bloc - suited both cold warriors and sections of the Left. Earlier this year the Chechnya-enmired President Putin escaped almost any kind of demonstration. Mark Steyn, graffiante come sempre: Meanwhile, elderly Saddamite concubines like Tony Benn and George Galloway, their young followers in the "Support The Brave Iraqi Resistance" movement, and the many European admirers of the right of the Palestinian people to self-detonation have everything to gain. When the crazies jumping up and down in the street yelling "Death to the Great Satan!" are the citizenry of your closest ally, you can bet there will be at least a few Democratic presidential candidates ready to make hay and demanding to know, "Who lost Britain?" After two years of warnings from clapped-out Arabists that the incendiary "Arab street" was about to explode in anti-American rage across the Middle East, it remains as unrousable as ever. Instead, it is the explosive European street that remains implacably pro-Saddam, pro-Yasser, pro-jihad, pro-Taliban misogynist homophobes, pro-anyone as long as they are anti-American. Il WSJ sottolinea quel che a Bush e a Blair non viene perdonato: il fatto di non sottrarsi alle proprie responsabilità, di affrontare con decisione le minacce alla libertà e alla sicurezza, in una parola di esercitare una leadership. Concetti ormai sconosciuti o irrisi nel vecchio continente: The British and American leaders are so controversial because they are trying to achieve large things. To wit, a redefinition of the threats to Western security and how to deal with them. They are attempting to drain the swamp of terror nurtured for generations in a dictatorial Middle East. And they are trying to change the thinking of their own security and political establishments to help in the cause. Another word for this is leadership. Leaders who aim for little nearly always achieve it, while stirring much less opposition. As Churchill observed, this is especially dangerous in wartime because the polls will never tell a leader until it is too late the risks that need to be taken on behalf of long-term security or peace. If Ronald Reagan had been cowed by the millions of protesters in Europe who opposed the deployment of medium-range nuclear missiles in the 1980s, the Cold War might still be going on. Lucido, da sinistra, Oliver Kamm: With Bush and Blair, or with the pro-tyrant Left and those who speak from their platforms? I know where I stand. Peraltro è sufficiente una frase per segnalare la distanza tra Bush ed i suoi agitati detrattori. Questa. «I value going to a country where people are free to say anything they want to say». Buon viaggio.
Complimenti. Gli iracheni manifestano contro il terrorismo.
Gli italiani finanziano i terroristi. Ora sono famosi nel mondo.
Ma perchè qui non si fa? Ma perchè qui non si dice? Notizie che sarebbe bello non essere costretti ad andare a cercare su un blog iracheno.
Huge anti-terrorism demonstrations were held in Nassiriyah yesterday by students association condemning the attacks on the Italian force carrying signs such as 'No to terrorism. Yes to freedom and peace', and 'This cowardly act will unify us'. I have to add that there were similar demonstrations in Baghdad more than a week ago also by students against the bombings of police stations early this Ramadan. I hope the demonstrations advocates that bugged me are satisfied now. There are also preparations for anti-terror demonstrations before Id (end of Ramadan holidays).
K.O. tecnico. Pat Buchanan, esponente di spicco dell’ultradestra americana, anti-Bush, anti-intervento in Iraq e per questo apprezzato e citato anche da alcuni settori della sinistra nostrana scrive un articolo in cui accusa il presidente di aver abbandonato l’autentico conservatorismo (che per Buchanan è ovviamente rappresentato da se stesso) per seguire quelli che definisce gli «Hong Kong values» del Wall Street Journal: libero commercio, apertura delle frontiere, interventismo democratico. William McGurn gli risponde per le rime.
In his riff against "Hong Kong values," Mr. Buchanan believes he is attacking a form of rationalism that elevates efficiency over morality. But the morality divorced from economic efficiency he proposes in its stead will only serve, as it so manifestly has in his own case, to marginalize conservatism back to where it was before the founding of National Review and the rise of Ronald Reagan: a losing catalog of resentments.
I dolori del giovane Gerhard. Indeciso tra Parigi e Washington (dopo gli ultimi mesi passati a pasteggiare a champagne con l’amico Jacques) il cancelliere tedesco che una volta Kohl definì «costantemente posizionato dalla parte sbagliata della storia» cerca un’identità per se stesso e per il suo paese. Ce la farà il nostro eroe?
Italietta. Ma non c’era la censura? Ma non c’era il monopolio televisivo?
Se passate di lì. I dieci incroci più pericolosi degli Stati Uniti (via Oxblog).
domenica, novembre 16, 2003
Il cammino della libertà. Trent’anni fa il cinquantatre per cento della popolazione mondiale viveva in paesi liberi o parzialmente liberi. Oggi quel dato è cresciuto fino al sessantacinque per cento. La tendenza è quella dell’espansione della democrazia e dei diritti civili indipendentemente dalle aree geografiche o dalle credenze religiose. Prossima stazione: il medioriente.
Le bugie di Jenin. E’ semplicemente un dovere far luce sulle menzogne del film di Muhammad Bakri e su una delle più clamorose (e riuscite) operazioni della propaganda palestinese a cui molti ancora e nonostante tutto continuano a credere. David Zangen è un medico e questa è la sua testimonianza.
Vi abbiamo fatto del male. Belgrado si scusa con i bosniaci per i massacri perpetrati durante la guerra. Un bel gesto ma i rancori restano.
Ricordate John W. Hinckley Jr.? Forse questo nome ai più non dice molto, eppure appartiene ad un uomo che ha rischiato di cambiare la storia del suo paese. Del suo futuro si sta discutendo negli Stati Uniti. Il perchè è qui.
Il tè alle cinque. Paddy Linehan racconta «il giorno più importante della presidenza Kennedy». Da un punto di vista tutto irlandese, s’intende.
Bei tempi andati. Quelli in cui Barbara Spinelli scriveva parole come queste:
Le diplomazie classiche vivevano nella permanente citazione di Monaco, ma ne avevano dimenticato i dilemmi, gli scacchi. Avevano dimenticato principalmente una lezione, ricavabile dal patto con il nazismo: che le guerre sono orribili, ma più perniciosa ancora può essere la perdita dell'onore e di un tesoro di civiltà. Avevano dimenticato che la capitolazione etica non preserva per forza la pace, ma può rendere ancora più atroci le guerre che in ogni caso toccherà fare, con ritardo e a prezzi ben più elevati. Oggi invece sembra sia lei ad aver dimenticato qualcosa: per esempio che i partigiani di solito combattono al fianco dei liberatori e non contro; o che in genere chi resiste lo fa perchè la popolazione possa conquistare democrazia, sovranità e diritti e non per ritornare ad imporsi con la tirannia e la tortura sui propri connazionali. Quelli, gentile Barbara Spinelli, si chiamano fascisti. La loro causa non è l'indipendenza. E' il terrore. Come lei ci insegna il sonno della memoria e della ragione genera mostri. Speravamo che almeno lei ci aiutasse a non fare confusione. Peccato. sabato, novembre 15, 2003
Cosa prevede il programma. Il comandante di Al-Qaeda in Iraq (uno di quelli per cui da noi si raccolgono fondi) ha annunciato la prossima «eroica» azione dell'organizzazione sul suolo americano. Obiettivo: centomila morti.
He further stated that the attack will be carried out in a way that will "amaze the world and turn Al-Qai'da into [an organization that] horrifies the world until the law of Allah is implemented, actually implemented, and not just in words, on His land... You wait and see that the balance of power between Al-Qai'da and its rivals will change, all of a sudden, Allah willing."
Fatti a pezzi. E' così che devono finire quelli che minacciano la pace mondiale e dominano il mondo per procura, no?
giovedì, novembre 13, 2003
La settimana della vergogna. Kenneth Timmerman ci ricorda cosa successe tra il 31 agosto ed il 7 settembre 2001 a Durban in quello che giustamente definisce il prologo ideologico all’11 settembre: la Terza conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discrimin |