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venerdì, ottobre 31, 2003
Ma torniamo nella Isla Grande. Per segnalare questo viaggio tra i cubani di Richard Lapper pubblicato due settimane fa sul Financial Times: splendido affresco di una società dove il tempo sembra scorrere al contrario. Se la gente di politica non può parlare a Cuba c’è però qualcuno che nonostante tutto riesce ancora a scrivere. Oscar E. Biscet Gonzalez è un altro di quelli che Castro ha fatto condannare per il suo impegno nel campo dei diritti umani. Questo è un messaggio rivolto ai suoi connazionali e alle nazioni democratiche.
I make a call of unity to all my countrymen. Only one path exists before us, a path that unites us and includes all Cubans inside and outside the island of Cuba, a road that demands the rights of citizens in its totality. A path that demands complete democracy, the unconditional freedom of the Cuban people under a system of a multiparty government, elected democratically in free and general elections. A path, where a state with a rule of law that guarantees equality in the eyes of the law without distinction of race, sex, or religious beliefs is established. A path where unconditional and immediate amnesty is granted to all political prisoners. My fellow countrymen, let's take a step forward, and let's do it in a clear and decisive way. The task which awaits us is difficult, but it's not impossible. Together we can attain for our homeland complete democracy, worthy of its citizens.
Compagnia cantante. Forse prossimamente il Chomsky-tour farà tappa a Damasco. Al Syrian Daily Teshreen sembra che abbiano avuto una copia del suo intervento in terra cubana.
Uno dei nostri passaggi preferiti nell'articolo è questo: The U.S. Administration wants Iran, Syria, Saudi Arabia, Sudan, Democratic Korea, France, China, Russia, Germany or any other friendly or unfriendly, neutral or antagonist states to abide by [Washington's] instructions. The list of the coercive instructions changes according to the vision and strategy of the White House and Pentagon rulers. In line with the hegemonistic [sic.] vision, no one whether a state leader, a governor, a ruler, a thinker, a reporter, an analyst or any other ordinary man has, consciously or unconsciously, the right to flee or violate those instructions. Otherwise, U.S. missiles are immediately launched against 'targets of disobedience' so that such 'breach of instructions' should not be the source of terrorism and its power... Fatelo arrivare a Chirac e a Schroeder. In Siria hanno le idee piuttosto chiare su amici e alleati. L'illuminato editoriale si chiude poi con questo benevolo auspicio per gli Stati Uniti: It is a terrorist and killing democracy that should be terminated for the vital interests of all Americans and nations world-wide. Un bel mondo davvero.
Chomsky nel suo ambiente naturale. Il famoso linguista (ma dicono si occupi a tempo perso anche di politica) è stato di recente ospite d'onore di una conferenza svoltasi a L’Avana e intitolata Dilemmi del dominio. Secondo voi cosa è andato a dire? Bravi. Proprio quello. Diciamo che ne ha approfittato per dare una rispolveratina al repertorio: ha ribadito la sua ferma opposizione alla liberazione dell’Iraq e ha spiegato come Bush si inventi le minacce alla sicurezza per terrorizzare la popolazione ed essere così rieletto. Non risulta che dalla platea qualcuno gli abbia ricordato quella straordinaria opera di fantasia che ebbe luogo l’undici settembre di due anni fa. Chomsky quindi ha lodato la «resistenza» di Cuba contro l’«ostilità americana», ha criticato Aznar per il suo supporto all’azione in Iraq e ha ripetuto che gli Usa vogliono dominare il mondo con le armi. Alla lectio magistralis ha assistito Fidel Castro in persona. Poi verso la fine a Chomsky è venuto in mente che settantacinque rappresentanti del mondo della cultura, dell'informazione, dell'economia sono da aprile nelle carceri cubane per decisione del lìder maximo: ha preso coraggio e ha criticato il provvedimento definendolo «un errore». Un errore. Perbacco. Vi siete mai chiesti come mai a Cuba Raul Rivero dovrà passare i prossimi venticinque anni in galera mentre Chomsky tiene conferenze alla presenza delle più alte autorità del regime? Mah.
Qui il servizio di Al-Jazeera. Qui l’entusiasta articolo di Granma (organo di stampa ufficiale del Partito Comunista Cubano).
Si fa presto a dire tregua. La scorsa settimana le forze di sicurezza israeliane hanno impedito per sette volte che altrettanti terroristi suicidi si facessero esplodere tra la gente. Solo per informazione.
Brutte notizie per Dean e soci. L’economia americana nel terzo trimestre di quest’anno ha fatto registrare la crescita più consistente dal 1984. Allora era presidente Ronald Reagan e – aggiungiamo a titolo di cronaca - lo sarebbe stato anche per i quattro anni successivi.
Le religioni sono tutte uguali? Forse nelle domande di partenza, ma di sicuro non nelle risposte finali. Anche il trascendente - se calato nella storia - ne esce trasformato. Questo almeno sembra dirci Phil Mole in un bell’articolo le cui conclusioni ci sentiamo di sottoscrivere:
All of us, secularists and theists alike, have a moral obligation to understand the role of religion in the world today. There is no possible understanding of humanity that does not include an understanding of religion, and no possible understanding of religion that does not include honest evaluation of different religious traditions. This is especially true today, when religion inspires not only terrorist hijackers but also those who help their victims. To understand how this is possible, we need to reject both the facile explanation that only good actions result from true religious belief, and the corresponding idea that all religions preach the same code of basic moral goodness. To cling to these simplistic ideas in the modern world is to fail to understand the problems facing us, and to abandon our highest moral responsibility to understand our fellow human beings in all their bewildering complexity. giovedì, ottobre 30, 2003
Di crocifissi e religione civile.
A pagina cinque del Foglio di ieri.
Uno spettro si aggira per l’Europa. La vita difficile di un liberale nella Francia di oggi. Di seguito in traduzione (perdonerete eventuali imprecisioni) il passaggio centrale di un articolo-denuncia di Guy Millière che mette a fuoco con efficacia i tratti distintivi di un clima ideologico di ritorno (in realtà mai scomparso) che nel vecchio continente si va facendo sempre più opprimente e che non promette nulla di buono:
Venti o trent’anni fa, i comunisti e i gauchistes potevano ancora sognare un’alternativa totalitaria di tipo leninista al capitalismo. L’estrema destra fascistoide poteva sognare un soprassalto di ipernazionalismo autoritario. Un ritorno all’antisemitismo era ancora tabù: l’incubo era troppo fresco. Oggi, le condizioni sono differenti. I comunisti e i gauchistes non sognano più, l’estrema destra fascistoide nemmeno, l’incubo è un ricordo che si perde. Ai comunisti, ai gauchistes, all’estrema destra fascistoide non rimane altro che l’odio, la volontà di eliminare o di sterminare i loro avversari. L’ebreo ridiventa il simbolo del capitalismo detestato, e, mediante un vergognoso travisamento della storia, dell’«imperialismo». Il liberale diventa colui dal quale arriva il male. Il liberale ebreo o il liberale pro-ebreo diventa l’oggetto della suprema riprovazione. Il movimento altermondialista si avvicina agli islamisti, e questi si lasciano andare verbalmente prendendosela con «pensatori ebrei» guidati dalla loro «razza». Gli «anti-razzisti» militano in favore del velo e giornali fascistoidi li appoggiano. Pubblicare certi libri diventa difficile: gli editori hanno paura. Ancora non ci sono interdizioni professionali, ma verranno, senza dubbio. Io stesso sono attualmente oggetto di diverse campagne volte a farmi perdere le mie fonti di reddito e a buttarmi fuori dalla Francia. E’ forse perchè faccio male il mio lavoro? No, è perchè sono liberale, perchè difendo Israele, perchè mi indigno nei confronti del terrorismo, perchè amo gli Stati Uniti e, soprattutto, perchè getto uno sguardo critico sull’Islam. Sarebbe così semplice: dovrei essere gauchiste, fascista, antisemita, antiamericano e convertito all’Islam, e avrei la pace.
Iraq e dintorni. Allora. Per chi volesse provare qualcosa di diverso dalla dose quotidiana di disfattismo preconcetto che gli spacciatori di disinformazione ci somministrano da giornali, televisioni e radio con malcelata soddisfazione, oggi avremmo tre proposte. La prima è un servizio da Baghdad di Tish Durkin pubblicato sul NY Observer che ha il merito di riportare l’attenzione sui reali beneficiari della liberazione e principali protagonisti del loro futuro: gli iracheni.
(...) from here, it is disturbing to note the momentum that seems to be gathering behind those who are back home chanting for the U.S. to get out now. It is scarcely less disturbing to contemplate the belief of some leading American politicians that they can go halfsies: keep funding Iraqi reconstruction, for instance, but put the funding in the form of a loan. (Whoever thought of that probably had a cash bar at his wedding.) This is not because the occupation is some sort of triumph. But if this is about the Iraqis, it simply doesn’t matter whether it is in the context of American glory, American gloom or something in between that these people finally get a decent shot at a decent life. It only matters that they do get it, and the only question is how. Per raccontare una storia come questa si possono seguire diverse strade: ad esempio ci sono quelli che scelgono di pontificare standosene al riparo dietro le confortevoli barriere del loro pregiudizio ideologico; ma ci sono anche quelli che per contro preferiscono vivere la realtà di cui dovranno parlare o scrivere cercando di lasciarsi alle spalle i condizionamenti. Tish Durkin è stato in Iraq e questo è quello che ha visto. One, most Iraqis do not want America to leave now or very soon. Two, while it is true that a huge proportion of Iraqis have at least some very negative opinions about the war and life here since, it is also true that a huge proportion of those opinions boil down to anger at the Americans for not being enough of a presence here, not anger at the Americans for being too much of a presence. Three, there is very little to support the notion that Iraqis would be, or feel, notably better off under United Nations occupation than under a United States–led occupation. Four, although the Bush administration should be hung out to dry for whatever it has lied about, it is widely accepted here that various of their pet assertions happen to coincide with the truth. Iraqis do not need Mr. Bush to tell them that most of the troublemakers here are not resistance fighters, but highly paid, often imported thugs; Iraqis have been saying that from the start. Fifth, a steady stream of terrible events has generated a steady stream of legitimately negative news stories about Iraq, the sum effect of which seems to have been to leave the rest of the world with the impression that Iraq now appears in the dictionary next to "unqualified disaster"; that hardly anything is improving here, and that hardly anyone is or feels any better off than he or she did before the war. This impression is false. First point first. As Mr. Al-Shikhly said in the stairwell, an immediate American withdrawal is the last thing on earth that most Iraqis want. The desire for Americans to remain here for a clearly finite but considerable length of time (say, one to two years) is the view expressed in every public-opinion poll; by almost every Iraqi leader of any consequence, including some of those least comfortable with the whole idea of Western influence, let alone occupation; and the vast majority of Iraqis whom one meets. La seconda proposta della giornata riguarda alcune interessanti osservazioni tratte da Belmont Club sulle modalità e gli obiettivi degli attacchi: proprio il graduale ritorno alla normalità - unito al calo di tensione seguito alla conclusione del major combat - starebbe paradossalmente favorendo la strategia dei baathisti ridotti in clandestinità e dei terroristi islamici. It was inescapable that the Ba'athists and Islamic terrorists would adjust to peacetime faster in many ways than US authorities. Many simply had to pick up the now-working telephones to renew old acquiantances, including those now working for the CPA or in jobs inside the Green Zone. Reconciliation in action. Many simply had to become businessmen, like the traders on the Syria-Iraq border, to import things of interest. The United States seemed to throw away the operational playbook immediately after the cessation of major combat in Iraq and embrace the platitudes so beloved by diplomats and nongovernmental organizations. Gone was the wartime emphasis on information superiority and relentless initiative; gone was the ruthless exploitation of asymmetrical capabilities on American terms; in were notions of image; to the forefront came considerations of political legitimacy and press relations. Out went the sensible; in came the wishful. Death has been the wage of folly. It may be time for America to recall that it is still at war, and conduct itself accordingly. L'ultimo link è al consueto pregevole articolo di Johann Hari che dalle colonne dell’Independent (quindi da sinistra) dà una lezione di buon senso e di onestà intellettuale a tutti quelli che continuano a fingere di non capire che cosa stia realmente succedendo nel paese e chi siano i veri nemici del popolo iracheno. Do you imagine that the people launching savage attacks on aid agencies in Baghdad care about the Marsh Arabs? Do you delude yourself that they care about the Iraqi people at all? Thugs have blown up the United Nations and Red Cross headquarters. What more will it take for good liberal people who opposed the war to realise that these are not democrats who want a decent Iraq? What kind of Iraq do you suppose these bombers want to build? The real picture, away from the frantic TV cameras, is that Iraq is getting steadily better by the day. Iraqi teachers today are earning between 12 and 15 times their Saddam-era salaries, and almost every primary and secondary school is now open. Doctors' salaries have octupled, and 22 million vaccination doses have been given to Iraqi children. The Kurds have never been happier or safer (they have, for over a decade now, been living in a thriving democracy on the land clawed back from Saddam in the first Gulf War, but they wanted the threat of Saddam removed forever). All of Iraq's 240 hospitals and 400 courts are open and in business; 40,000 police are on duty. Yet Iraq has become a magnet for international jihadists who venture across the world, from Afghanistan to Chechnya to Palestine. The notion of an Arab country moving towards the depravity of democracy (as opposed to rule by the Word of God) horrifies them. They care nothing for hospitals or schools. I have interviewed jihadists in both London and the Occupied Territories, and they believe - like old-style Marxist revolutionaries - that it is a good thing if material conditions get far, far worse under the corrupt current system, because this will precipitate a revolution. All decent people - including those who opposed the war - must now work to establish a consensus in Britain and the US behind the path that Iraqis, in every single poll of their opinion, are begging us to take: stay for a few years to ensure a transition to democracy, resist the fascistic bombers attacking those who have come to help, and gradually accord more and more power to the Governing Council in advance of elections. A bomb will always get bigger headlines than a slowly refilling marsh or a burgeoning school, but we must keep focusing on the big picture. Nobody wants the occupation to continue indefinitely. Iraqi democracy is getting closer every day. We must keep siding with the Iraqi people, not the bombers who want to drive away their doctors and peacekeepers. All decent people. Buona lettura. mercoledì, ottobre 29, 2003
Défense préventive. Nel caso vi fosse sfuggita la notizia.
Il sole del mattino. Per gli appassionati del genere un sito imperdibile su uno dei passaggi storici più drammatici e folli del Novecento: la Rivoluzione Culturale. Mao, il culto della personalità, le Guardie Rosse, le canzoni, i testi, gli articoli, i filmati, le fotografie dell’epoca. Da vedere.
Per ora un simbolo, domani chissà. Amir Taheri intervista Shirin Ebadi. Lei proclama la sua fede nei diritti umani come valore universale, scarica Kathami, crede in un Iran riformato dall’interno, in un Islam compatibile con la democrazia ed incita le donne ad alzare la testa e a sfidare la casta di intoccabili che detiene il potere.
The message is that human rights belong to all mankind and that peace is possible only if they are respected. The message is that fighting for human rights in Iran is not a lonely pursuit. It will also strengthen civil society, without which no democratization is possible. A society changes when large numbers of its members change within themselves. This is happening in our country. Those who fight for human rights in places like Iran, and many other developing countries, should always be prepared for the worst. But those who make threats would be wise to stop for a moment to ponder the undercurrents of history. They will see that the age of rule by fear is coming to a close throughout the world. Why should Iran be an exception? After years of reflection I have come to the conclusion that revolutions never deliver what they promise. What I am working for is a reform movement in all walks of life, political, social, cultural, and, of course, individual rights. Like me, the people of Iran are deeply disappointed with the Islamic Revolution. It is true that human rights are violated in most Muslim countries. But this is a political, not a religious, reality. We have had all sorts of regimes in Muslim countries, including secularists, Marxists, and nationalists. They, too, violated human rights. If corrupt and brutal regimes oppress their people, in what way is this a sign of Islam's incompatibility with human rights? The Baathist regime in Iraq was supposedly secular. And in North Korea we do not have an Islamic regime. What I am saying is that we should not allow anyone to impose his interpretation of religion on others by force, intimidation, or peer pressure. People should stop putting the adjective Islamic before or after every word so that they can interpret everything in the interest of their corruption and brutality. They talk of "Islamic" psychology so that they can claim that women are weak, unstable, and unfit to have a role in decision-making. They talk of "Islamic" economics so that they can justify the abuse of the nation's wealth. They talk of "Islamic" education so that they can justify their policy of brainwashing children and youths. They talk of "Islamic" philology so that they can twist language to suit their aims. Keep fighting. Don't believe that you are decreed to have an inferior position. Study the Koran carefully, so that oppressors cannot impress you with citations and interpretations. Don't let individuals masquerading as theologians claim they have a monopoly on understanding Islam. Educate yourselves. Do your best and compete in all walks of life. God created us all equals. In fighting for equality we are doing what God wants us to do.
Giusto perchè Israele è razzista. Apre i battenti la prima università araba all’interno dello stato ebraico.
Cannibali. Nel Congo nordorientale è consuetudine mangiare gli organi dei nemici vinti in battaglia. Il NYT Magazine dedica un reportage ad uno degli aspetti più raccapriccianti di una guerra che – lo ripeteremo fino alla nausea - non interessa a nessuno, non fa opinione, non riempie piazze, non smuove coscienze. Una atrocità di fronte alla quale i peacekeepers inviati dall’organizzazione cui alcuni vorrebbero affidare i destini dell’umanità scappano inorriditi mentre sul tavolo di Kofi Annan arrivano rapporti come questo:
''The acts of cannibalism,'' write U.N. investigators, ''particularly concerning the Pygmies' internal body parts such as the heart and liver, can be considered to be pure fetishism aimed at helping the perpetrators to acquire the capacity and ability of the victims to hunt and live in the forest.''
Hwang Jang-yeop. Il più alto dirigente mai scappato dalla Corea del Nord è arrivato a Washington.
Dopo la moglie del Caro Leader. A Pyongyang dicono che le strade siano praticamente deserte ma sembra che ultimamente sia diventato pericolosissimo viaggiare in automobile.
Pacifismi. Sempre interessante andare a frugare dietro le sigle che ispirano le manifestazioni anti-guerra. International ANSWER, per esempio, è una delle organizzazioni più attive a livello internazionale ed è legata allo stalinista Workers World Party. Uno degli idoli del WWP è Kim Jong Il al quale vengono dedicati perfino articoli elogiativi per i brillanti risultati raggiunti nel noto paradiso dei lavoratori nordcoreano. Su questo e molto altro - per esempio sulle campagne di solidarietà con i terroristi che stanno seminando morte a Baghdad - ci informa ancora una volta Michael Totten. Certe cose è meglio saperle.
martedì, ottobre 28, 2003
Quella Russia un po' così. Certo non può essere un cammino privo di ostacoli la transizione alla democrazia per un paese che non l'ha mai conosciuta e che dodici anni fa si è trovato in mano le ceneri di quella che fu l'Unione Sovietica. Ma di sicuro l'inquilino del Cremlino non contribuisce a rendere le cose facili. Come se non bastassero la tragedia cecena o le misure illiberali adottate nel campo dell'informazione, l'arresto del petroliere Khodorkovsky getta un'altra ombra sulle reali intenzioni di Putin e del suo apparato di potere. Il presidente si smarca e tenta improbabili rassicurazioni. Mentre a Washington si fanno sempre più forti le voci di coloro che chiedono di riconsiderare l'apertura di credito concessagli negli ultimi anni. Di sicuro qualche pressione in più non farebbe male prima che il corso degli avvenimenti sfugga di mano. Non è nell'interesse della Russia, nè degli Stati Uniti, nè della comunità internazionale una posizione acritica nei confronti di Putin. Anche perchè Grozny è sempre là, indimenticabile, col suo silenzio di tomba a sussurrarci qualcosa.
Sparare sulla Croce Rossa. «Ora che i terroristi hanno attaccato la Croce Rossa, la Croce Rossa smetterà di difendere i terroristi?». E' la domanda che si poneva James Taranto nella sua rassegna web di ieri. Provocazione ma non troppo.
«Scopo del terrorismo è creare terrore», diceva una volta uno che se ne intendeva. Rendersi conto che il terrorismo non risparmia nessuno è essenziale per provare a contrastarlo con qualche speranza di successo. The attack on the Red Cross killed 12 at last count, and the murderer employed a familiar tactic from the Palestinian Arab terror war against Israel: The vehicle he used was an ambulance. "Of course we don't understand why somebody would attack the Red Cross," ICRC spokeswoman Nada Doumani tells the AP. "The Red Cross has operated in this country since 1980, and we have not been involved in politics." What's the big mystery? As President Bush said this morning, "There are terrorists in Iraq who are willing to kill anybody in order to stop our progress." Terrorists have attacked American airplane passengers and office workers and Israeli schoolchildren and restaurant goers. Why would the Red Cross think it is immune? The Red Cross's naiveté about terrorism in Iraq reflects a general cluelessness.
1972 ringrazia.
giovedì, ottobre 23, 2003
Il Gulag nordcoreano. Il rapporto. Come annunciato è stato presentato ieri il documento del U.S. Committee sul sistema concentrazionario in Corea del Nord. Qui trovate la relazione completa con le immagini dei campi e le testimonianze. Qui il comunicato stampa sul sito ufficiale del Comitato.
Il Gulag nordcoreano. Un orrore che il mondo non può continuare ad ignorare. Sul WSJ Claudia Rosett anticipava alcuni dei temi trattati nel dossier. Dall'articolo: Compiled by veteran human rights researcher David Hawk, who worked on documenting such events as the Cambodian genocide of the 1970s and Rwandan slaughter of the 1990s, this 120-page document provides the most thorough account yet of what Mr. Hawk described to me in a phone interview this week as an elaborate institution of grotesque abuse that even among the most terrible prison systems on the planet ranks as "the worst." The point here is not that everyone in the free world must master the intricacies and lexicon of the entire North Korean prison-camp system, but that we need to understand just how systematic, deliberate and cruel an institution it is--no accident of Kim's misrule, but a pillar of his totalitarian state, and of the much-discussed security of his regime. The structure has been faithfully inherited from Kim Jong Il's totalitarian father, Kim Il Sung, designed to routinely and utterly dehumanize, torment and destroy the inmates, while squeezing from them the kind of labor once favored in the Nazi or Soviet death camps. And the policy of starving prisoners, notes this report, "preceded, by decades, the severe nationwide food shortages experienced by North Korea in the 1990s." This report highlights two Korean phrases that define the two major tiers of Kim's prison-camp system, and deserve to be learned in the West, just as we once had to absorb the term gulag to understand the Soviet system. The first phrase is kwan-li-so, which translates as "political penal-labor colonies"--to which political offenders are sentenced for life, without recourse, sometimes with three generations of their families, without even the show of a trial, and sometimes without even knowing why they are there. There are six or seven of these kwan-li-so, huge sprawling enclaves from which almost no one ever returns, and in which, explains Mr. Hawk, "the most salient feature of day-to-day prison-labor camp life is the combination of below-subsistence food rations and extremely hard labor." The other phrase is kyo-hwa-so, which means "long-term prison-labor camps," to which both political offenders and common criminals are sentenced for specific terms, and where there is some pretense of "re-education through labor." But in these camps, recounts this report, "loss of life occurs at such high rates that many of the kyo-hwa-so are perceived by prisoners as death camps in that they expect to die before the completion of their sentences." Beyond that, there are the special detention centers--especially brutal--for North Koreans forcibly repatriated after trying to flee into China.
Le parole sono pietre. Ci torniamo anche oggi perchè nel discorso di Mahathir c’è un mondo. Molte sono le riflessioni interessanti che in rete si possono trovare al proposito. Particolarmente acute ci sembrano queste che vi proponiamo: si parla di come il primo ministro malese intenda il concetto di modernizzazione, di quale estensione venga data alla nozione di nemici dell’Islam, di quanto preoccupi il fatto che Mahathir sia in fondo considerato il leader di uno dei paesi musulmani più moderati. Nessuno nell'assemblea dell'OIC ha contestato il suo discorso che anzi è stato accolto da applausi scroscianti. Curioso il titolo con cui la BBC solo due settimane fa introduceva una intervista con il primo ministro: a leggerla bene ed alla luce dei recenti fatti se ne potevano intuire già gli sviluppi. Infine Amir Taheri è brillantissimo nel mettere in evidenza il retroterra ideologico e culturale da cui nascono tutte le bugie, le contraddizioni ed i pregiudizi che Mahathir ha presentato al mondo nel suo ormai storico (e famigerato) sermone.
P.S. A proposito di bugie e pregiudizi. Liberopensiero (che è un blog che tutti dovrebbero avere tra i bookmarks) ci informa che quel che è avvenuto a Gaza tre giorni fa non corrisponderebbe esattamente a quel che è stato raccontato. Questa è la versione israeliana dei fatti. Comunque la si pensi non si può non notare come la versione dei media internazionali coincida sempre per default con quella palestinese fino a prova contraria. Jenin non sembra avere insegnato molto.
Soviet-style più petrolio. Sono le strutture economiche da socialismo reale che il regime ha lasciato in eredità l’ostacolo più ingombrante sulla strada del nuovo Iraq. Ecco perchè si tratta proprio di costruire più che di ricostruire.
mercoledì, ottobre 22, 2003
Il Gulag nascosto. Oggi l'U.S. Committee for Human Rights in North Korea presenta le fotografie satellitari dei campi di concentramento di Kim Jong Il. Perchè nessuno possa più dire «non sapevamo».
La non-notizia del giorno. L'Assemblea Generale dell'Onu ha condannato Israele per la costruzione della barriera difensiva in Cisgiordania. E questa non è una notizia. Il provvedimento ha ottenuto l'approvazione di 144 paesi tra cui quelli dell'Unione Europea che l'hanno posto in votazione. E nemmeno questa è una notizia. Il rappresentante dell'ANP ha ringraziato gli europei affermando che in questo modo hanno favorito «la causa della pace nella regione». La risoluzione non fa cenno ai motivi per i quali Israele sta erigendo la barriera. Forse l'Assemblea Generale dell'Onu non aveva all'ordine del giorno il terrorismo palestinese. Accidenti, neppure qui c'è la notizia. E allora perchè questo post? Magari perchè leggendo la non-notizia del giorno ci è venuto in mente quanto ha scritto Fiamma Nirenstein su liberal di questo mese. Si parla dell'ebreo buono e di quello cattivo. Il primo è quello morto. Il secondo è quello che cerca di non morire.
P.S. Qui non si ha particolare simpatia per i muri di nessun genere. Ma si sanno ancora distinguere quelli costruiti per imprigionare le persone da quelli fatti per tentare di fermare il proprio assassino. martedì, ottobre 21, 2003
Non solo neocon. Il dibattito culturale sulla politica americana riassunto in una pagina da ritagliare e conservare. Naturalmente sul Foglio.
Ancora su Islam ed ebrei (e non solo). Alcune interessanti considerazioni sul discorso di Mahathir all’Organizzazione della Conferenza Islamica. Daniel Drezner su TCS osserva come paradossalmente il primo ministro malese possa essere considerato un islamico moderato (ciò che dà la misura di quanto l’antisemitismo sia radicato tra i musulmani). Crooked Timber invece riflette sul successo degli ebrei in campo scientifico ed intellettuale a confronto con la stagnazione della civiltà islamica. In entrambi i casi è importante notare come la parte del discorso di Mahathir sul ritardo tecnologico e culturale del mondo musulmano venga vista come il sintomo di una reale frustrazione che comincia ad emergere chiaramente a livello di analisi politica. Bernard Lewis ne aveva fatto l’argomento del suo prezioso saggio Il suicidio dell’Islam.
Mahathir probabilmente ha posto le domande giuste ma ha sbagliato clamorosamente le risposte.
Riad non vi interessa? Johann Hari, uno che da sinistra crede nel contagio democratico in medioriente, chiede a quelli che si indignano per i seicento prigionieri di Guantanamo perchè non lo facciano anche per i ventiquattro milioni di prigioneri in Arabia Saudita.
We campaigned against South African apartheid. Why is Saudi apartheid being greeted with a shrug?
In ritiro a Baghdad. Non che ai fini della legittimazione dell’intervento in Iraq sia mai stato necessario dimostrare un legame diretto di questo tipo ma in ogni caso è bene sapere che nell’ultimo periodo stanno emergendo diversi elementi che sembrerebbero confermare la collaborazione tra il regime di Saddam e Al Qaeda. L’ultimo è questo.
Cosa dovrebbe dire Bush agli americani. Che l'Iraq è stato liberato, che la vita è ricominciata, che ci si sta avviando a costruire la prima democrazia del mondo arabo ma che è ancora in corso una guerra contro i terroristi e che è necessario continuare a combattere per vincerla. Clifford May pensa che per contrastare certa disinformazione dei media il presidente dovrebbe scendere in campo in prima persona e raccontare semplicemente come stanno le cose.
It is a war against well-armed, well-financed and ruthless terrorists who can sabotage the future of Iraq, the Middle East and America, as well. Toppling Saddam did not create the terrorists in Iraq - it sucked them in from other parts of the Middle East and Central Asia. Once we liberated Afghanistan from the Militant Islamists and Iraq from the Baathists, it became their top priority to regain what we took. That's the war we're fighting now – and better we should fight it in Baghdad and Kabul than in Boston and Kansas City. That is what President Bush needs to emphasize -- how the war we are fighting against terrorists in Iraq is connected to the global War on Terrorism and the totalitarian ideologies that drive terrorism. lunedì, ottobre 20, 2003
L’ultimo Imperatore. Strepitoso articolo di Peter Maass su Kim Jong Il e e la sua corte. Un altro sguardo gettato sull’uomo e sull’apparato di potere che stanno perpetuando uno degli ultimi tragici esperimenti contro l’essere umano che il novecento ha lasciato in eredità alla storia. Della Corea comunista e del suo leader così parla Hwang Jang Yop - il più famoso ed importante fuoriuscito -:
''If I were to go into details, it would take many days,'' he said. ''As a politician or leader who can work for the development of the state and the happiness of the people, he is an F student, a dropout. But as a dictator he has an excellent ability. He can organize people so that they can't move, can't do anything, and he can keep them under his ideology. As far as I know, the present North Korean dictatorial system is the most precise and thorough in history.''
I sodali del terrore. Gli attentati di Mombasa nel novembre dello scorso anno; l’attacco suicida al ristorante di Haifa gestito da cristiani-maroniti; la bomba sulla quale sono saltati tre uomini del corpo diplomatico americano pochi giorni fa: tre episodi che dimostrerebbero che la connessione tra terrorismo palestinese ed Al Qaeda non è solo ideologica ma anche operativa. B. Raman su Asia Times.
Le voci spente. Se Cuba è – secondo la definizione di Reporters sans frontières – la più grande prigione di giornalisti al mondo, nemmeno in Russia gli operatori dell’informazione se la passano troppo bene. Quattro giorni fa ricorreva il terzo anniversario della morte di Antonio Russo e ieri il WP pubblicava l’ennesima triste storia di un giornalista trovato cadavere a Togliattigrad, la città che dall’epoca sovietica porta il nome del segretario dell’ex Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti. Forse questa è e resterà una vicenda dai risvolti locali ma è innegabile che la transizione russa alla democrazia sia costellata da palesi violazioni al diritto fondamentale della libertà di stampa che in questo paese ha poco più di un decennio di vita.
Polemiche cretine.
domenica, ottobre 19, 2003
Che palle. Ci sono sempre due possibili strade che la stampa internazionale può seguire quando decide di parlare di Berlusconi: la prima è analizzarne l'azione politica tenendo conto delle promesse fatte e dei risultati effettivamente ottenuti; la seconda è dipingere un quadro caricaturale del presidente del consiglio e in parte anche della nazione che governa. Il Washington Post purtroppo ha scelto quest'ultima. Peccato perchè di materiale per riflettere seriamente sull'Italia di oggi e sulla sua dirigenza ce ne sarebbe moltissimo.
Si potrebbe parlare per esempio delle deludenti performance del governo in materia di riforme strutturali di un paese invecchiato, stanco e corporativo, si potrebbero obiettivamente studiarne e criticarne i provvedimenti adottati in ambito economico e giudiziario, si potrebbe tentare una riflessione su come sia cambiata negli ultimi anni la nostra politica estera. Ma il ritratto stereotipato del magnate dell'informazione, ex cantante, arricchito, gaffeur che guida un paese come se stesse facendo una televendita - tanto caro ai suoi pigri e poco originali detrattori nostrani - sinceramente ce lo potevano risparmiare almeno stavolta. Per noi Berlusconi può andare a casa domani. Aggiungendo però che chi aspira a toglierlo di mezzo (politicamente) purtroppo si dimostra ogni giorno più inadeguato di lui a restituire serietà al paese. E che se troppe volte (e non da oggi) siamo costretti a parlare di Italietta le responsabilità maggiori - nonostante tutto - non stanno certo a Palazzo Chigi. sabato, ottobre 18, 2003
La follia di Mugabe. La sua «riforma agraria» salutata dai terzomondisti come un atto rivoluzionario in favore dei poveri (anche Stalin fu osannato dai molti suoi estimatori occidentali per la collettivizzazione) ha ridotto lo Zimbabwe alla fame. Sarà sempre troppo tardi quando qualcuno deciderà di rimuovere il dittatore che Chirac solo pochi mesi fa ha ricevuto all'Eliseo.
Nel silenzio assordante di chi stava nel frattempo marciando contro un'altra liberazione e non aveva tempo. Per i tiranni non hanno mai tempo.
Il buono, il brutto, il cattivo. Ci sono attualmente tre posizioni diverse sull'Iraq all'interno del partito democratico americano. Quella (prevalente) di Nancy Pelosi e Ted Kennedy che sarebbe un disastro per gli iracheni e per l'America. Quella di Evan Bayh che finirebbe per punire gli iracheni per qualcosa di cui non hanno colpa. Infine quella (minoritaria) di Cantwell, Lieberman e Gephardt, l'unica che davvero sembra comprendere che è in gioco il futuro di un paese e di milioni di esseri umani. Per la verità ce ne sarebbe anche una quarta: quella di Wesley Clark che però al momento deve ancora decidere da che parte stare. David Brooks sul NYT.
venerdì, ottobre 17, 2003
Come a Durban. Dopo le dichiarazioni del primo ministro malese che ieri in un discorso all'Organizzazione della Conferenza Islamica aveva detto tra l'altro che «gli ebrei governano il mondo per procura» nonostante gli «europei» ne abbiano fatti fuori sei milioni e che «ci dev'essere un modo» per non farsi battere dai «pochi milioni» rimasti e raggiungere la «vittoria finale», oggi è intervenuto il suo ministro degli esteri a spiegare che è stato tutto un malinteso e che Mahatir non voleva offendere nessuno. Ciononostante - ha sentito il bisogno di aggiungere - «il problema non è con gli ebrei, ma con lo Stato di Israele» (dove per puro caso vivono gli ebrei) e che piaccia o no è un fatto che «gli ebrei sono molto potenti». Manca solo la dichiarazione finale in cui si condanna il sionismo come forma di razzismo ed Israele come Stato di apartheid e poi la replica di Durban 2001 sarà servita. Viva la pace e la convivenza.
Un altro 15-0. Il testo della risoluzione ONU sull’Iraq approvata ieri all’unanimità. Proprio come la 1441. Ricordate?
Nobel per la Libertà. Perchè il Nobel per la Pace dovrebbe cambiare nome. Sottoscriviamo dalla prima all’ultima riga.
What concerns me is the belief common among many that "peace" is or should be our ultimate goal. Certainly, peace is preferable to war, but only when it is a just or honorable peace. A peace that is defined not merely by the absence of war, but rather by a fundamental respect for the right of people to live free of oppression. Unfortunately, the award of a "Peace Prize" to people like Andrei Sakharov, Lech Walesa, Aung San Suu Kyi and Shirin Ebadi serves to disguise the fact that the fight each of these historic and great individuals devoted their lives to was anything but "peaceful." The Nobel laureates were not interested in "peace." They were -- and are -- interested in bringing about fundamental change that results in an increase in human liberty. Sakharov and Walesa faced the continuing threat that their movements would be crushed by Communist totalitarianism. Aung San Suu Kyi continues to contend with the dreaded possibility that her supporters could find themselves imprisoned or killed. Shirin Ebadi has already gone to prison for her beliefs, as have many of her fellow reformers. Many others have been killed for their opposition to the totalitarian Islamic regime. Perhaps the Nobel committee should begin awarding deserving individuals with the "Nobel Freedom Prize." Such individuals may have engaged in acts that were not "peaceful," but did lay the groundwork for an increase in human liberty. In his famous literary work La Vita Nuova, the poet Dante Alighieri tells us nomina sunt consequentia rerum ("names are the consequence of things"). Naming and awarding a Nobel Freedom Prize would demonstrate that however important peace is, it is far better to live free in conflict, than to suffer an unjust peace. However onerous conflict may be, it is preferable to any "peace" that only serves to shackle and crush fundamental human aspirations. After all, a "peace" that disregards issues of human freedom and liberty is only a peace of the grave.
Un passo dopo l’altro. E sì. Funziona. In Arabia Saudita stanno aggiornando i libri di testo delle scuole per eliminare tutte quelle parti che incitavano all’odio e alla lotta contro l’Occidente, gli ebrei e i cristiani in quanto infedeli. Avvio di un processo elettorale, manifestazioni di protesta per chiedere riforme, modifiche nell’educazione scolastica.
Ne stanno succedendo di cose dal 9 aprile 2003.
In prima serata. Così si preparano attentati come quello di mercoledì. Radio e televisione dell’ANP su America e Occidente.
Niet. Questo post vuole solo segnalare che sembra proprio che Putin non abbia nessuna intenzione di ratificare il protocollo di Kyoto. Al di là di ogni considerazione sul merito della questione ci aspettiamo adesso di sentire intonare dai Kyoto-boys almeno gli stessi cori di critica, dileggio e riprovazione che dedicarono al presidente Bush.
Come volevasi dimostrare. In barba alle gravi violazioni delle leggi elettorali denunciate dagli osservatori internazionali l’ex primo ministro Aliyev, figlio del leader storico del paese, è il nuovo presidente dell’Azerbaigian. L’opposizione ha contestato il risultato ed immediatamente sono scoppiati disordini. Putin ed Erdogan si sono subito congratulati col vincitore. Qualche giorno fa Slate spiegava perchè queste elezioni avrebbero dovuto interessarci.
Unfit for the job. E’ chiaro che questa formula piace molto all’Economist. Solo che stavolta ad attribuirsela è direttamente un politico. Il presidente sudcoreano Roh Moo-hyun recentemente ha ammesso le sue difficoltà nel ruolo ed ha chiamato la popolazione ad una specie di recall. Dopo il fallimento della sunshine policy inutilmente adottata in questi anni nei confronti del Nord, Seul si conferma un alleato debole per gli Stati Uniti proprio nel momento in cui il mondo guarda alle mosse di Pyongyang con crescente preoccupazione.
Certo che avere un regime di quel tipo come vicino di casa non agevola il lavoro. giovedì, ottobre 16, 2003
Anche in Germania c’è un po’ di confusione. Per capire l’umore del momento – già l’abbiamo scritto altre volte – niente di meglio che un giretto in libreria. Evidentemente lo sa anche Anne Applebaum che trae lo spunto per questo articolo da una sua visita alla Buchmesse di Francoforte e ci conferma che in Europa stiamo vivendo un momentaccio. Non solo tra i tedeschi è opinione diffusa che gli attentati dell’11 settembre siano stati un complotto del governo americano ma ultimamente perfino il ruolo della Germania nella seconda guerra mondiale diventa oggetto di rivisitazione storica: così mentre ben due saggi recentemente pubblicati paragonano il bombardamento alleato di Dresda ai forni crematori di Hitler, una porzione consistente di opinione pubblica (e di intelligentsia) tende oggi a considerare i tedeschi come «vittime» del conflitto. Noi la sapevamo un po’ diversa. Ma ormai sembra che valga tutto.
E di sicuro vale il principio secondo il quale è meglio cominciare ad educarli da piccoli.
Occasioni perse. Per tacere.
«Gli ebrei stanno applicando ai palestinesi gli stessi delitti, gli stessi abusi di cui sono stati vittime... Vivere alle spalle dell'Olocausto pretendendo che si perdoni tutto ciò che fanno nel nome di quello che soffrirono mi pare un poco abusivo. Sembra che non abbiano imparato nulla dalla sofferenza dei loro padri e dei loro nonni». José Saramago, premio Nobel per la Letteratura, torna a recitare un copione che gli è caro: quello in cui gli ebrei vengono paragonati ai nazisti. Indymedia sarà orgogliosa di lui. Intanto l’attentato che ha colpito ieri un convoglio diplomatico americano causando tre vittime è stato rivendicato da un gruppo estremista autodefinitosi «Comitati per la resistenza popolare». Dopo il fatto gli ufficiali di sicurezza statunitensi giunti sul posto per investigare sono stati costretti ad andarsene dal momento che alcuni esaltati li hanno accolti con una sassaiola. Forse si riferiva a questo Saramago quando ha dichiarato che è in corso «una guerra completamente sproporzionata tra uno dei più poderosi eserciti del mondo ed un gruppo di gente che si è deciso di chiamare terroristi, che hanno bombe, che si suicidano, che tirano pietre». Complimenti al Nobel. Ricordiamo tra l'altro che attaccare deliberatamente personale diplomatico di una nazione straniera equivale a un atto di guerra. Complimenti anche all’ANP (che ovviamente si è dissociata a gran voce). Il silenzio in questi casi sarebbe meno indecoroso.
La risposta non è difficile. Perchè gli unici musulmani che accendono passioni sono i palestinesi? Perchè le centinaia di migliaia di loro correligionari che rifiutano il fondamentalismo e che spesso sono vittime proprio dei regimi integralisti e dei governi autoritari vengono sistematicamente ignorate? Se lo chiede Paul Marshall sul Boston Globe.
Le ultime da Baghdad. Il settantuno per cento dei residenti nella capitale vuole che le truppe Usa restino in Iraq. Solo il ventisei per cento chiede che se ne vadano. Sono i risultati dell’ultimo sondaggio condotto dalla Gallup. Ma il dato ancora più significativo è che oggi a Baghdad nessuno ha più paura di parlare.
In olbita. Ora che il primo cinese ha volteggiato sopra le nostre teste è bene chiedersi che cosa rappresenti il gigante asiatico nello spazio dal punto di vista strategico e politico. Azzardano qualche ipotesi Glenn Reynolds (dall’America) e Xiao Xi (dalla Cina si presume). Comunque complimenti a Yang Liwei. Pechino è un’altra storia.
mercoledì, ottobre 15, 2003
Non l’hanno presa bene. A Teheran la nomenklatura si trova a dover ingoiare un brutto rospo. Il Nobel per la Pace assegnato a Shirin Ebadi non ha provocato reazioni ufficiali al più alto livello ma l’umore che regna tra i mullah non è certo dei migliori. Anche il «moderato» Khatami, più volte bersaglio delle critiche della stessa Ebadi, ha scelto un imbarazzato silenzio.
Al di là delle dichiarazioni di circostanza c’è chi parla apertamente di «infamia» e di «servizio reso alle politiche occidentali». Uno degli organi di stampa del regime ha perfino scritto: «Perchè non darlo al Papa?». Insomma. La casta degli ayatollah – rappresentativa solo di se stessa – teme una avvocatessa sconosciuta al mondo fino a venerdì scorso. Ecco perchè.
Sulla via di Damasco. Sul Jerusalem Post c’è una sezione di approfondimento su Siria e terrorismo. Vale la pena.
Ve ne siete accorti? Sta succedendo qualcosa in medioriente ultimamente. Certo sono i primi timidi passi e democrazia non è solo un processo elettorale. Ma ogni piccolo tassello che si aggiunge al mosaico è pur sempre una dimostrazione che qualcuno aveva visto giusto.
Sulla situazione in Iraq da leggere il servizio del Houston Chronicle (via The Dissident Frogman) che fa il paio con l’ottima sintesi di Christian Rocca sui risultati finora raggiunti nella ricostruzione del paese. Ma il simbolo per eccellenza del nuovo Iraq è senza dubbio la moltiplicazione degli organi di informazione che dal giorno della liberazione è stata ininterrotta. La sensazione anche visiva di tutte quelle voci a lungo silenziate che riemergono dalle tenebre della dittatura è qualcosa che da sola ripaga ogni sacrificio. Memri ne fa la rassegna stampa: si va dal dibattito sul nuovo assetto costituzionale del paese alla minaccia del terrorismo, dalla questione sicurezza a quella degli investimenti stranieri, dalle relazioni con i paesi vicini al caso Al-Jazeera. Parliamoci chiaro. Nessuno sta dicendo che in Iraq in questo momento non vi siano problemi. Nessuno sta negando che l’opera di stabilizzazione e di nation-building sarà lunga e difficile. Tutto questo è scontato, era noto fin dal principio e non c'è persona di buon senso che potesse pensasse che non si sarebbero incontrate difficoltà. Quel che si osserva e ci si domanda però è come sia possibile che quello straordinario momento nella vita di un paese che da sempre è la rinascita di una società civile dopo la caduta di una tirannia stia avvenendo senza che la maggior parte dei mezzi di informazione occidentali consideri opportuno darne conto. Qui sta lo scandalo.
Il solito film. Al festival cinematografico del Cairo l’unica pellicola egiziana in concorso dovrà forse essere ritirata.
Il motivo? Il regista aveva realizzato una precedente opera in cui raccontava la storia d’amore tra un egiziano e una ragazza ebrea. I suoi colleghi non hanno perdonato ed ora pretendono il boicottaggio del suo lavoro. Il messaggio: con Israele non c’è convivenza possibile. Neanche al cinema (infatti i film israeliani sono esclusi dalla manifestazione). Razzismo culturale. martedì, ottobre 14, 2003
Quando scese la notte. Partiamo da questo post di Baltic Blog per scrivere qualche riga sui Paesi Baltici. Come potrete leggere si parla delle condanne inflitte ad alcuni ex dirigenti comunisti lituani che presero parte attiva nella repressione delle manifestazioni per l’indipendenza ad opera delle truppe di Mosca culminata nel massacro di Vilnius del 13 gennaio 1991. Fu Mikhail Gorbaciov – osannato in quel momento dal mondo intero come il gran riformatore di un organismo marcio e da tempo condannato - ad ordinare l’azione nel disperato tentativo di ridurre al silenzio ancora una volta un popolo oppresso da 50 anni di occupazione sovietica (interrotta solo durante i tre anni di occupazione nazista nella seconda guerra mondiale).
Se non avete ancora visitato Estonia, Lettonia e Lituana andateci. Andate a respirare la storia di quei luoghi, a confondervi tra la mitezza della gente, passate tra le case basse e a punta dei centri storici, entrate nelle torri, camminate sui ponti, stendetevi sull’erba al fresco sole del nord e provate a domandarvi cosa abbia potuto significare per tre nazioni indipendenti – che, pur nelle vicissitudini politiche dell’epoca, erano nel 1939 tra le più avanzate dell’Europa centro-orientale per tenore di vita, sviluppo economico e sociale, vivacità culturale - essere inghiottite e stuprate dalla violenza disumanizzante del totalitarismo e trovarsi improvvisamente ributtate indietro nel tempo di decenni e incatenate a quelle lancette che per mezzo secolo non si sarebbero più mosse e che avrebbero consegnato a chi mai avrebbe nemmeno potuto concepire una simile prospettiva solo miseria, lutto, indottrinamento ideologico e sopraffazione. Se potete, fate in modo per esempio di trovarvi a Tallin il 20 agosto quando migliaia di bandiere ricordano quel giorno di dodici anni fa in cui si proclamò l’indipendenza dall’URSS (e nei giorni a seguire fu la volta di Riga e di Vilnius). Se riuscite, viaggiate sulla strada che porta dalla capitale dell’Estonia a quella della Lettonia ed osservate lungo l’interminabile via di accesso a Riga i segni ancora evidenti dei lasciti architettonici del socialismo reale. Fermatevi a cantare la sera della festa nazionale con gli abitanti della città sotto la Statua della Libertà che svetta al centro dell’omonimo viale. E soprattutto andate a vedere questo. Czeslaw Milosz è l’autore secondo noi di alcune delle più belle pagine mai scritte sull’essenza del totalitarismo comunista. L’ultimo capitolo del suo capolavoro La mente prigioniera è dedicato ai popoli baltici. E’ una lettura da brividi. Una pagina di storia e di letteratura con pochi eguali, una denuncia impressionante dell’ingiustizia e della barbarie in cui estoni, lettoni e lituani furono fatti precipitare dal momento in cui nel 1939 il patto Molotov-Ribbentrop sancì l’invasione delle repubbliche baltiche da parte dell’Unione Sovietica e la loro successiva annessione. Leggetelo. Poi fate questo viaggio. Vi renderete conto del perchè con quei popoli la storia sarà sempre in debito.
Forse abbiamo sbagliato mondo. Fateci scendere.
Girare per le librerie di Barcellona/ Catalogna/ Spagna/ Europa/ Occidente/ Mondo e scoprire che gli scaffali della sezione attualità e politica sono letteralmente invasi dai seguenti volumi (i titoli sono tradotti dallo spagnolo). Prepararsi perchè la sequenza è forte. - La storia segreta della CIA - Joseph J. Trento - Le torture mentali della CIA - Gordon Thomas - All'ombra degli Stati Uniti - Giancarlo Soler Torrijos - Terrorismo, la grande scusa - Michael Parenti - Dopo l'Impero. Saggio sulla decomposizione del sistema americano - Emmanuel Todd - Fondamentalismo USA - Johan Galtung - Washington contro il mondo - AA.VV. - Perchè la gente odia gli Stati Uniti? - Ziauddin Sardar e Merryl Win Davies - Il libro nero dell'America - Peter Scawen - Il sorriso americano. Meditazioni sull'Impero statunitense - X. Más de Xaxás - Perchè siamo in guerra? - Norman Mailer - Sognando la guerra - Gore Vidal - I nuovi governanti del mondo - John Pilger - L'ombra dell'aquila - Mark Hertsgaard - America totalitaria - Michel Bugnon-Mordant - Guerra tra barbarie - Carlos Taibo - 11 - S. La gran menzogna. E se Bin Laden non fosse colpevole? - Leon Klein - L'incredibile menzogna. Nessun aereo è mai caduto sul Pentagono - Thierry Meyssan - 11 - S. Storia di un'infamia. Le menzogne della "versione ufficiale" - Bruno Cardeñosa (il Thierry Meyssan ispanico) - L'opera omnia di Noam Chomsky - L'opera omnia di Michael Moore (libri e film) - Giudizio a Kissinger è l'unico libro in vendita di Christopher Hitchens. Tre libri (tre) sono in controtendenza (forse sfuggiti al controllo), due dei quali non proprio di recente uscita: - Dostoevskij a Manhattan - André Glucksmann - L'ossessione antiamericana - J. F. Revel - La rabbia e l'orgoglio - Oriana Fallaci Dopo aver passato in rassegna questo suggestivo panorama ci siamo fermati un attimo. Forse siamo stati vittime di un'allucinazione ma ci sembra proprio di ricordare che l'11 settembre 2001 due aerei dirottati da kamikaze di Al-Qaeda colpirono le Torri Gemelle di New York abbattendole, che un terzo aereo fu fatto schiantare sul Pentagono e che un quarto solo per il coraggio dei suoi passeggeri non centrò l'obiettivo. Il risultato fu la morte di più di tremila innocenti. Strana allucinazione la nostra: è come se ci tornasse alla mente che la democrazia americana quel giorno fu attaccata dal terrorismo islamico e che quello fu il più grave attentato della storia. Ma evidentemente la memoria ci ha giocato un brutto scherzo. Qualcosa non torna. Decisamente. lunedì, ottobre 13, 2003
Dove essere cristiani non si può. Solito interessantissimo dibattito a più voci promosso da Frontpage Magazine. L’argomento questa volta è la persecuzione dei cristiani nel mondo islamico, un fenomeno di cui si parla poco e malvolentieri ma che si ritiene coinvolga più di 120 milioni di persone. Espressione dell’intolleranza fondamentalista, questo genere di discriminazione – oltre a rappresentare uno scandalo dal punto di vista della violazione dei diritti umani - è ideologicamente legato alla più generale minaccia integralista antioccidentale e pertanto dovrebbe inserirsi a pieno titolo nella scala di priorità che alimentano la lotta contro il terrorismo.
Ne discutono Bat Ye’or, Paul Marshall, Habib Malik e Walid Phares. Qui da noi ne stanno parlando ultimamente sui loro blog anche Buroggu, il Griso e Mauro Zanzi.
L’ateismo è irrazionale. Ogni volta che Dinesh D’Souza pubblica un articolo qui lo si legge con devozione. Da laico l’autore di questo blog ha sempre pensato che una razionale fiducia nella ragione umana (non è un gioco di parole) debba saperne riconoscere anche i limiti, ammettere la possibilità che qualcosa possa sfuggirle e che non tutto si esaurisca al livello delle nostre conoscenze. Ecco perchè sottoscrive queste osservazioni sull’ateismo.
Ed aggiunge con parole non sue: Esaminiamo allora questo punto, e diciamo: “Dio esiste o no?” Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c'è di mezzo un caos infinito. All'estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull'una né sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due. Non accusate, dunque, di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla. “No, ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incorrano nello stesso errore, sono tutte e due in errore: l'unico partito giusto è di non scommettere punto”. Sí, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità. La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste. (...) Ma riconoscete almeno che la vostra impotenza di credere proviene dalle vostre passioni, dacché la ragione vi ci porta, e tuttavia non potete credere. Adoperatevi, dunque, a convincervi non già con l'aumento delle prove di Dio, bensí mediante la diminuzione delle vostre passioni. (Blaise Pascal, Pensieri)
A scuola da Kim. In Giappone esistono circa 130 scuole fondate dal governo di Pyongyang e frequentate dai discendenti di quegli immigrati di etnia coreana che si trasferirono o furono trasferiti nel paese del Sol Levante durante l’occupazione giapponese della penisola. Nel corso degli anni la Chosen Soren, una sorta di ambasciata nordcoreana non ufficiale di stanza a Tokyo, ha provveduto a ricostituire e a mantenere i vincoli di questi immigrati con il governo comunista del Nord. Molti di essi, convinti dalla propaganda veicolata dall'associazione, hanno scelto di diventare cittadini nordcoreani. Le scuole hanno avuto un ruolo fondamentale in questa operazione. Al loro interno fino ad oggi si è insegnata la storia come lo si fa a Pyongyang e proprio come a Pyongyang gli studenti hanno dovuto imparare gli aneddoti sulla vita del Grande Leader e del Caro Leader. Ma dopo anni di acquiescenza e di indottrinamento ideologico qualcuno ha cominciato a sollevare qualche dubbio sulla bontà dell’educazione ivi impartita e a chiedere riforme.
"We can see now that North Korea is not what we thought it was. It is not a workers' paradise. We have no wish to teach our children something that is not true." Il dato politico significativo è che questa inversione di tendenza può essere vista come un segno di indebolimento del controllo che il regime finora è riuscito ad esercitare perfino sui cittadini residenti all’estero. Se questo sia il preludio di quanto potrà succedere in patria il tempo e la storia lo diranno. Della Chosen Soren e del ruolo esercitato nel convincere con illusorie promesse molti coreani a ritornare al Nord riparleremo nei prossimi giorni.
Uno che se ne intende.
Vaclav Havel parla di Aung San Suu Kyi. domenica, ottobre 12, 2003
«... at this stage we continue to believe that the war was justified and necessary, and that the gains so far have outweighed the costs». Questa in sintesi la posizione espressa nell'editoriale in cui il Washington Post conferma sei mesi dopo la caduta di Baghdad le ragioni del suo supporto all'intervento contro Saddam Hussein. Altri estratti.
Saddam Hussein, the report claims, never abandoned his intention to produce biological, chemical and nuclear arms -- and he was aggressively defying Resolution 1441. He also was successfully deceiving U.N. inspectors. They failed to discover multiple programs for developing illegal long-range missiles as well as a clandestine network of biological laboratories, among other things. From a legal standpoint, the report shows that Iraq should have been subject to the "serious consequences" specified by Resolution 1441 in the event of noncompliance. More important, it strongly suggests that in the absence of intervention Iraq eventually would have shaken off the U.N. inspectors and sanctions, allowing Saddam Hussein to follow through on his intentions. He would have been able to renew his attempt to dominate the region and its oil supplies, while deterring the United States with the threat of missiles topped with biological warheads. In acting to enforce the U.N. resolution, the United States eliminated a real, if not "imminent," threat, while ensuring that future Security Council ultimatums carry some weight. For our part, we never saw a connection between Iraq and 9/11 or major collaboration between Saddam and al Qaeda. But we did perceive a broader threat, in the sense that Saddam Hussein had frequently collaborated with other terrorist organizations and could be reasonably expected to continue doing so. When combined with his continuing pursuit of weapons of mass destruction, that seemed to pose exactly the sort of threat that the Bush administration rightly focused on as part of the war on terrorism. Each of the 326 American servicemen and women who have died in Iraq represents an irretrievable loss for family and friends. But the nation already has reaped great benefit from their sacrifice. One of the most aggressive and brutal dictators in the history of the Middle East has been eliminated, along with his proven programs to acquire deadly weapons. Millions of Iraqis have been freed from fear, and an opportunity has opened to bring much-needed political change to a region that is the source of the greatest security threats to the United States. Polls show a sometimes grateful, sometimes grudging willingness by most Iraqis to go along with U.S. plans for reconstruction. Because we continue to believe that U.S. security is at stake, we also believe that the United States must be prepared to dedicate troops and financial resources to that goal until it is achieved, even if it takes years. In our judgment success is possible, but much will depend on whether the administration and Congress face the magnitude of the challenge and summon the political courage and diplomatic skills necessary to meet it. Meglio non si può dire.
Senza frontiere. Ad un anno dalla strage terrorista di Bali - 202 vittime - l'Asia si conferma una delle caselle più importanti nel contesto della guerra globale che l'integralismo islamico ha dichiarato alla civiltà. Partendo dai verbali dell'interrogatorio di Hambali, uomo di punta di Al-Qaeda in quel teatro di operazioni, Time ricostruisce il quadro dei legami tra la centrale del terrore e le sue diramazioni (Jemaah Islamiah su tutte) ed analizza il loro stato di salute attuale dopo i significativi rovesci subiti negli ultimi mesi. Sul NYT invece un'interessante articolo sull'effettivo seguito che l'ideologia fondamentalista sta riscuotendo oggi in Indonesia sembra rafforzare le speranze di chi crede in un Islam capace di rifiutare ed isolare il fanatismo.
venerdì, ottobre 10, 2003
L'essenza della minaccia. Le osservazioni di Charles Krauthammer sulla questione delle armi di distruzione di massa irachene sono decisamente condivisibili e perfettamente corenti con le conclusioni provvisorie del rapporto Kay.
L'opinionista del Washington Post tra l'altro fa riferimento a quella che a nostro parere resta ad oggi una delle più lucide analisi pubblicate sull'argomento e che sarebbe bene andarsi a leggere (o a rileggere).
Felicemente smentiti. Non l'ha vinto Payà ma il Nobel per la Pace è andato a Shrin Ebadi, avvocatessa iraniana con una storia personale di battaglie per i diritti umani nel suo paese.
Un premio che riconosce le ragioni di chi considera imprescindibile la democratizzazione del mondo islamico. Complimenti sinceri stavolta.
Fate in modo che abbia un senso. Sarebbe un segnale mandato a Castro: «Ne abbiamo abbastanza» e ai cubani: «Siamo con voi». Per questo il Nobel per la Pace non verrà assegnato a Oswaldo Payà. Ma speriamo che il WSJ abbia torto e noi malpensanti con lui.
E siccome a pensar male si fa certamente peccato ma a volte si indovina, più che il riconoscimento alla persona sbagliata stavolta temiamo la motivazione grottesca (... opporsi... invasione... comunità internazionale...: è come se le vedessimo già scritte queste parole). Ma probabilmente i cattivi pensieri fra poche ore saranno smentiti da una saggia, giusta ed equilibrata decisione del Comitato (con la maiuscola). Ehm...
Casa Kim. Dunque. La storia è confusa come tutte quelle che arrivano di là ma più o meno fa così: un mese fa un’ex ballerina si schianta con una Mercedes in un luogo indeterminato di Pyongyang. Mercedes a parte (in Corea del Nord non è che abbondino) la cosa non farebbe notizia se non fosse che due giorni fa trapela dalla cappa di segretezza che avvolge il paese che la donna è la moglie di Kim Jong Il, il Caro Leader, nonchè la madre di colui che dovrebbe succedergli. Non la moglie ufficiale - che invece è un’altra donna (peraltro forse morta a Mosca nel maggio scorso) che Kim Il Sung in persona scelse per il figlio negli anni ’70 - ma certamente la moglie principale, quella che in alcune occasioni ufficiali è stata vista al fianco di Kim (a lei è stato assegnato secondo alcune fonti il titolo di Madre di Pyongyang). Frammenti della vita privata del tiranno nordcoreano e della sua misteriosa famiglia sono raccontati nell’articolo di Jasper Becker - corrispondente dell’Independent da Seul - con tanto di riferimenti alle sue abitudini sessuali (pare che Kim abbia a disposizione un gruppo di piacere composto da duemila ragazze).
Qualche mese fa anche il Weekly Post (settimanale giapponese: non ricordiamo su quale sito abbiamo recuperato questo link e ce ne scusiamo) parlava della signora Kim inserendola in un contesto di lotte per la successione al trono del despota. La sua figura stava in quel momento acquisendo un’importanza sempre maggiore nella propaganda ufficiale e cominciavano ad attribuirsi anche a lei quei famosi aneddoti tanto cari all’iconografia del potere. Ultimamente era stata perfino ribattezzata Regina della Nord Corea (quindi sommerebbe questo titolo a quello di Madre di Pyongyang). La sua ascesa aveva coinciso con quella del figlio Kim Jong Chol ai danni del fratello maggiore Kim Jong Nam che era nato dalla prima moglie di Kim Jong Il (un’attrice). Ma ora l’incidente d'auto potrebbe cambiare tutto. Speriamo si sia capito: è un gran pasticcio. E se La Corea del Nord non fosse una tragedia se ne potrebbe anche sorridere. Però la vita politica del paese più misterioso (e probabilmente più pericoloso) del mondo presenta anche risvolti come questi. Uscendo dal gossip Asia Times analizza le ultime mosse di Kim Jong Il sulla scena internazionale e spiega come queste sembrino paradossalmente andare in un senso solo: quello della fine accelerata del regime. Che – aggiungiamo noi - è quanto di meglio i nordcoreani e il mondo possano augurarsi dopo 55 anni di totalitarismo.
L’ultimo volo. Dal Golden Gate hanno scelto di farlo in tanti.
E’ la storia del New Yorker di questa settimana.
Simboli itineranti. La Liberty Bell ha cambiato casa.
Per il bene dell’umanità. Il Vaticano sta diffondendo il messaggio secondo il quale il preservativo non ferma il virus dell’AIDS. Quindi non usatelo. Così sarete al sicuro.
Ultimora. Chirac ha detto una cosa nuova.
giovedì, ottobre 09, 2003
Abu Ghraib. Viaggio dentro un simbolo dell’arcipelago gulag iracheno al tempo di Saddam.
Chalabi alle Nazioni Unite.
I stand before this Assembly as a representative of free Iraq. To all those here who helped us in our struggle for liberation we extend our gratitude. Our liberation would not have been achieved without the determination of President, George W. Bush and the commitment of the Coalition, at the forefront of which stand the people of the United States of America and Great Britain. The Iraqis will never forget your courage and sacrifice on our behalf. To those who stood with the dictator and who continue to question the intentions of the American and British governments in undertaking this liberation, we invite you to come and visit the mass graves where half a million of our citizens lie, come and visit the dried up marshes, come and visit Halabja where chemicals were dropped on civilians, come and examine the lists of the disappeared whose right to live was taken away from them by Saddam Hussein. And we the Iraqi people will ask you why you chose to remain silent. We are here today to declare that a new Iraq is born. An Iraq where dignity, justice and human rights are assured for all citizens. An Iraq at peace with its people, its neighbours and the world. An Iraq that stands ready to regain its rightful place in the international community of free and proud nations. Jacques, Gerard, Kofi: siete in ascolto?
Una strage invisibile. In Congo continuano le carneficine mentre i caschetti blu dell’ONU fanno la conta dei cadaveri. L’altro giorno sono stati massacrati quaranta bambini.
A nessuno sembra interessare la cosa. Nessuno scende in piazza. Nessun indignato speciale ha tempo per occuparsene. Nessun intellettuale ci scrive articoli trasudanti preoccupazione ed imploranti pace e bene. Il Congo non è di moda. Il nemico ideologico non è attaccabile. Non ci capite niente. Non ne avete voglia. Fate schifo. (Ne parla invece Liberopensiero con altri link).
Per la cronaca. Mentre i dirigenti dell’ANP convocano i pacifisti attorno alla residenza di Arafat, fanno finta di invocare il duecentesimo cessate-il-fuoco, giocano alle vittime della prepotenza sionista, la televisione palestinese continua a trasmettere in arabo messaggi e video inneggianti alla distruzione di Israele. Avanti così verso la convivenza pacifica e lo stato palestinese.
Non bastava Chavez. La famosa opera di Kim Jong Il
«I fondamenti della costruzione del Partito Rivoluzionario» è stata pubblicata in Venezuela per iniziativa del partito comunista locale. mercoledì, ottobre 08, 2003
Governator. Schwarzy ha vinto.
(Dite la verità: vi è piaciuto il titolo, eh?).
Israele e dintorni. A Gerusalemme fanno sul serio e rendono pubblica una mappa di Damasco con l’indicazione delle abitazioni e degli uffici dei capi delle organizzazioni terroristiche installate in territorio siriano.
Intanto, a beneficio dei legalisti che secondo un ormai sperimentato ed arcinoto meccanismo ad orologeria hanno gridato anche questa volta alla violazione delle norme internazionali (al cui rispetto sembrano peraltro chiamati sempre e solo alcuni), riportiamo dal National Post l’opinione di un professore dell’Università di Toronto che spiega – sulla base di un precedente storico piuttosto conosciuto - perchè l’incursione israeliana in territorio siriano sia stata legittima anche dal punto di vista del diritto internazionale. Il proprietario del ristorante Maxime – luogo dell’ultima strage terrorista ad Haifa – non era come è stato detto un arabo, bensì un cristiano libanese che, come molti altri, aveva varcato il confine per cercare miglior fortuna in Israele. Partendo dalla sua storia Walid Phares ci ricorda che un milione e mezzo di cristiani stanno vivendo oggi in Libano tra l’incudine dell’occupazione siriana ed il martello delle intimidazioni degli Hezbollah. Per Assad ed i suoi protetti essi non sono altro che complici dei sionisti e pertanto destinati a fare la stessa fine.
Almeno provateci. Il solito ottimo David Brooks - questa volta sull’Atlantic Monthly – suggerisce qualche regola di comportamento ai candidati democratici in vista delle presidenziali. Piacevole lettura ed utile vademecum anche al di qua dell’Oceano.
Globalizzazione o emarginazione? Sì, lo sappiamo. E’ stato un albero. Ma i problemi energetici dell’Italia non nascono con l’ultimo black-out. Forse è il caso di ripensare al sistema di produzione e di approvvigionamento. Da non esperti queste ci sembrano osservazioni ragionevoli.
Gli rimaneva del tempo libero. Bush si è fatto il blog.
martedì, ottobre 07, 2003
La cosa più importante. David Brooks sulla costituzione irachena.
But this process is the ballgame. Washington will continue to get distracted by microscandals about leaks and such, but the Iraqi constitutional process is the most important thing that will be happening in the world in the next year. If it succeeds, Iraq really will be a beacon of freedom in the Middle East. The Americans who have died in Iraq will have given their lives in a truly noble cause.
Schiavi. L’uomo in catene è ancora una realtà nel Sudan integralista. Il libro di un sopravvissuto racconta quel che pochi conoscono e che troppi negano.
Siria e dintorni. Da più parti in queste ore si tentano analisi di come la Siria si potrebbe muovere dopo l’avvertimento che Israele ha inteso darle con l’azione di risposta all’attentato della Jihad Islamica di venerdì notte. Belmont Club ha alcune osservazioni interessanti sul significato politico dell’operazione. Da Memri (via LGF) un’intervista ad Assad (fonte Corriere della Sera del 28 settembre scorso) in cui il presidente siriano espone la sua particolare visione del terrorismo (a tratti sembra di sentir parlare Chirac).
L’embrione della democrazia. In Iraq si discute di elezioni, costituzione, divisione dei poteri. E si litiga. Proprio come in un paese qualsiasi. Il frutto acerbo matura. Forza.
... e della società civile. Molti bloggers americani stanno facendo in questi giorni un vero e proprio lavoro di controinformazione attraverso la raccolta di testimonianze e di articoli sulla situazione in Iraq che sembrano smentire in maniera sempre più contundente le versioni tutte sudore e lacrime che riempiono cronache e commenti dei mezzi di informazione tradizionali. Glenn Reynolds in particolare cita diversi documenti su cui vale la pena di soffermarsi. Interessanti anche le dichiarazioni di David Kay a proposito di come i media hanno trattato i contenuti del suo rapporto sulle WMD irachene. Si tratta dell’interpretazione autentica dell’estensore di quella relazione che – prima di lanciarsi in qualche commento un po’ troppo disinvolto – qualcuno avrebbe fatto bene a leggersi per intero (qui l’intervista concessa da Kay a Fox News).
Storie dall’estremo oriente. Nel distretto autonomo di Yanbian Choson (Cina orientale) la maggior parte della popolazione è di etnia coreana. C'è chi sogna di fare soldi a Seul. E ci sono ragazze che dalla Corea del Nord sono riuscite ad uscire solo perchè comprate dai cinesi. Dalla tirannia alla schiavitù. Quinta e sesta puntata.
Italietta. Cronache da un paese da ridere. A Domenica In lanciano un sondaggio con indiscutibili credenziali scientifiche: a cosa dite «Basta»? Già la domanda è spettacolare. Arrivano
e-mail e telefonate e risulta che Berlusconi è in testa alla classifica. Un paese serio la finisce lì. E' un gioco, abbiamo giocato. In Italia no. I politici si infervorano, alla Rai si imbarazzano e Repubblica ci fa perfino un articolo serio serio che sprizza soddisfazione da tutti i pori al constatare che il premier è più detestato di Bin Laden e Saddam Hussein. Penoso. lunedì, ottobre 06, 2003
Chi dimentica. Chi no. Il cancelliere Schroeder è riuscito nella difficile impresa di connotare di antiamericanismo perfino le celebrazioni ufficiali per i tredici anni dell’unificazione tedesca. Nel suo discorso non solo non ha dedicato nessuna menzione al ruolo dell’alleato statunitense negli anni della guerra fredda, nel processo che ha condotto alla fine della segregazione dei tedeschi dell’Est con la caduta del muro di Berlino e alla ritrovata unità, ma ha utilizzato la circostanza solenne per rivendicare ancora una volta la distanza della Germania dalla politica estera americana. A rompere il copione preparato con cura ci ha pensato il premio Nobel per la Letteratura Imre Kertész, sopravvissuto ad Auschwitz e a Buchenwald e vittima per decenni dell’ostracismo del regime comunista ungherese, che nel suo intervento - dopo aver lamentato le divisioni dell’Europa in occasione del conflitto in Iraq - ha ricordato quanto segue: che i paesi dell’Est stavano dalla parte degli angloamericani contro Saddam; che i polacchi e i cechi conservano nella memoria Monaco 1938 evidentemente meglio di molti europei occidentali; che la lotta al terrorismo è importante per l’Europa come per l’America; che il pacifismo non è la risposta adeguata alla minaccia terrorista. Verità elementari da uno che ha conosciuto il male sulla propria pelle. Il suo discorso è per ora tradotto solo in tedesco ma qui c’è una dettagliata ricostruzione della giornata e delle reazioni della stampa tedesca.
«Ich bin ein Berliner» disse John Fitzgerald Kennedy il 26 giugno 1963 davanti al Muro da poco eretto. A Berlino oggi qualcuno ha dimenticato.
La solita storia. Mentre scriviamo il Consiglio di Sicurezza Onu si riunisce con urgenza su richiesta della Siria. All’ordine del giorno non c’è l’attacco terroristico di venerdì sera ad Haifa ma la reazione di Israele. L’Europa (Gran Bretagna compresa) non ha mancato di far sentire ancora una volta la sua voce contro le vittime del terrore. Con un tempismo straordinario, a cadaveri ancora caldi, Londra Parigi e Berlino non hanno trovato nulla di meglio che dichiarare che l’azione di Israele «viola il diritto internazionale» e- udite udite – «frena il processo di pace nella regione». Come si possa considerare esistente un processo di pace negli intervalli tra una strage terroristica e l’altra è un mistero che solo la diplomazia europea può svelarci. Si continua a perpetrare la grande menzogna collettiva secondo la quale il terrorismo palestinese avrebbe motivazioni politiche e territoriali. Se i palestinesi avessero davvero mai avuto come obiettivo reale la creazione di uno Stato autonomo a quest’ora l’avrebbero già ottenuto quattro volte (1948 - 1948/1967 – post 1967 e 2000). Provate a smentire anche questo.
Le espressioni di circostanza con le quali svogliatamente si condanna ogni attentato deliberatamente condotto contro civili israeliani vengono immediatamente messe da parte nel momento in cui Israele esercita il suo diritto all’autodifesa. La parola d’ordine che rimbomba quasi minacciosa dalle cancellerie occidentali è «nessuno tocchi Arafat». Più in là non si va. Mentre prosegue a colpi di propaganda e di esplosioni nei ristoranti e sugli autobus la campagna di odio antiebraico, i principi della guerra al terrorismo sembrano non valere per tutti. Gli israeliani possono morire quasi fossero vittime di rango inferiore. Anzi anche quando muoiono in fondo sono un po’ colpevoli. E’ quanto molti pensano anche delle vittime dell’11 settembre. Difficile trovare un aggettivo per tutto questo. Pensandoci bene uno c’è: disgustoso.
Nazisti rossi. Indymedia celebra l’attentato di Haifa definendo la terrorista suicida «combattente per la libertà» e le vittime (tre bambini tra queste) «nemici dell’umanità». Ai feriti dedica queste parole: «... quasi 50 sono stati feriti anche se, sfortunatamente, non mortalmente». Documento agghiacciante.
domenica, ottobre 05, 2003
Come trent'anni fa. Anche ieri qualcuno ha pensato bene di consegnare agli israeliani il suo personale messaggio di auguri. Bestie.
Yom Kippur. Speciale del JPost in occasione del trentennale dell'attacco che Egitto e Siria scatenarono contro Israele il
6 ottobre 1973 mentre erano in corso le celebrazioni della festività ebraica. Commenti, testimonianze e materiale d'archivio. sabato, ottobre 04, 2003
Quello che non leggerete mai su Indymedia.
Le tremende testimonianze di chi riesce a fuggire dall'ultimo «paradiso dei lavoratori». Corea del Nord. Anno duemilaetre.
Compagni. Navigare in rete e scoprire... che la storia della guerra di Corea raccontata su Indymedia è curiosamente simile alla versione ufficiale del regime di Pyongyang. Anzi, forse perfino peggio. Imbarazzante.
venerdì, ottobre 03, 2003
La terza rivoluzione. Dopo gli esperimenti falliti del nazionalismo arabo e dell’islamismo radicale di matrice khomeinista si affaccia per la prima volta in medioriente la possibilità di una svolta democratica e modernizzatrice.
The most optimistic assessment of the effect of regime change in Iraq is that it will be, in effect, the Middle East's third revolution. Instead of Arab nationalism or Islamism--which have many things in common--the new model would be one of democracy, human rights, moderation, free enterprise, and good relations with the West. This is, after all, the model that has prevailed in every other part of the world. Such a model, however, must be perceived as workable and successful. And even then, the existing regimes, their mobilized supporters, and adherents of the two other revolutionary models will do everything possible to ignore, subvert, and defame their new competitor. Questa eccellente analisi di Barry Rubin rilegge la rivoluzione iraniana alla luce degli eventi recenti sottolineandone il ruolo cruciale nella storia del medioriente e delle sue relazioni con l’Occidente ed indicando nel suo definitivo superamento un passo decisivo nel difficile cammino verso quella rivoluzione liberale che il mondo arabo attende da troppo tempo.
DPRK online. Il sito ufficiale della Repubblica Democratica Popolare di Corea (che, ironia degli aggettivi, sarebbe poi la Corea del Nord). Il Grande Leader e il Caro Leader salutano all’entrata i visitatori. Si può accedere ai testi dell’inno nazionale e dei canti patriottici, alla sezione dedicata alla dottrina Juche, alle fotografie, all’illustrazione della storia della politica e della società nordcoreana secondo la propaganda del regime (da leggere assolutamente tra l'altro la ricostruzione che viene fatta della guerra tra le due Coree e la voce unification).
A un certo punto si spiega che: Pyongyang and the today’s North Korea is a socialist paradise where all the people have a life with dignity, without poverty and more than ever demonstrate the invincibility and union of the masses around the Leader. C’è poi anche una pagina di souvenirs, un'altra che tratta di turismo (per favore diteci come si fa ad andare) e perfino una in cui si parla di business. Immancabili i links alle associazioni amiche (del governo, non dei coreani ovviamente). La scoperta più sensazionale è che anche da noi c’è chi ci crede: è la sezione italiana della KFA (Korean Friendship Association). Da non perdere il capitolo di domande e risposte in cui si può leggere che Nella RPDC i diritti umani sono protetti e garantiti in maniera assoluta dalle leggi dello Stato. La RPDC garantisce a tutti i cittadini il godimento di diritti e di libertà democratiche provvedendo al benessere materiale e culturale. Lo sviluppo del sistema socialista è direttamente proporzionale all'incremento di questi diritti e di queste libertà. o che Un giorno dell'aprile 1965 il Grande Leader Compagno KIM IL SUNG, in Indonesia, visitava il giardino botanico Bogor accompagnato dal Presidente indonesiano Sukarno. Là vide un nuovo fiore creato da un botanico indonesiano alcune decadi prima; si espresse entusiasticamente sulla bellezza eccezionale del fiore. Vedendo il Presidente KIM IL SUNG così compiaciuto da questo fiore particolarmente bello e raro il Presidente Sukarno decise di chiamare il fiore Kimilsungia, in onore al popolo indonesiano che amava e rispettava unanimemente il Leader coreano. Per i seguenti dieci anni i figli ed i nipoti dei botanici si dedicarono completamente alla coltivazione della Kimilsungia, anche se le circostanze ambientali fossero spesso difficili, raggiungendo l'optimum nella coltivazione. Presentarono il fiore al Presidente KIM IL SUNG nell'aprile 1975. Così il fiore prese il nome del Grande Uomo. E così via. Sembra un brutto sogno ma è tutto vero purtroppo.
Zona militare. A Ji’an chiudono i siti turistici mentre si attende l’arrivo di altri ventimila uomini dell’Armata cinese. Ufficialmente si tratta di un normale ridispiegamento di truppe. Quarta puntata (continua...).
E la musica va. Arman FM è la prima radio privata a trasmettere dall’Afghanistan. Un altro frammento di normalità che racconta come il mondo oggi sia un posto migliore di quanto lo fosse appena due anni fa (via Tim Blair). Fra qualche mese avremo notizie simili anche dall’Iraq. Statene certi.
Nel frattempo si riparte anche dalla scuola.
«Mi sono comportato male». Al mattino il Los Angeles Times lo attacca pubblicando la storia di sei donne che lo accusano di averle importunate sessualmente. Al pomeriggio Schwarzenegger si presenta ad un incontro pubblico e cosa fa? Nega tutto sdegnatamente? Non proprio. Si scusa. Finita lì.
Ve lo immaginate da noi? Grande Arnold. Siamo con te. giovedì, ottobre 02, 2003
Il mondo e le sue regole.
Prendendo spunto dal post precedente. Ogni volta che il dibattito passa per il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite (dove inevitabilmente approderà presto anche il tema della non-proliferazione) l'immagine che viene consegnata all'opinione pubblica è quella di un gruppo di nazioni «virtuose» che si richiamano scrupolosamente alle regole del diritto internazionale in contrapposizione agli Stati Uniti ed ai loro alleati che di quelle regole sembrerebbero non curarsi. Questa visione - come molte volte si è già sottolineato - è a dir poco paradossale. Infatti si può ben dire che in entrambi i casi le nazioni si appellino formalmente alle norme internazionali: solo che alcune di esse lo fanno - nella generale riprovazione - per pretenderne il rispetto da parte di quegli stati (canaglia o falliti) che sistematicamente le violano; altre invece - nel plauso pressochè unanime - per impedire che si agisca contro i suddetti trasgressori garantendo loro una sostanziale impunità. Nel mondo capovolto in cui viviamo ovviamente sono queste ultime ad essere considerate garanti della pace e della stabilità. E provare a rompere questo conformismo esasperato ed irrazionale appare ogni giorno impresa più ardua.
Psicologia dell’atomica. Cosa potrebbe passare per la testa di Kim Jong Il o dell’ayatollah Khamenei quando questi fossero in possesso di armi nucleari (ammesso che non lo siano già)? Non sapremmo prevederlo. Ecco perchè è meglio non rischiare.
Effetto Hong-Kong? Hu Jintao vuol diventare il Gorbaciov cinese. Speriamo che la storia vada a finire allo stesso modo.
A Ji’an si fa spazio all'Esercito popolare. I grandi alleati di un tempo si guardano oggi con sospetto. Terza puntata (continua...).
mercoledì, ottobre 01, 2003
Il ruggito di Tony. Il discorso di Blair al Congresso dei laburisti. Qui la traduzione dei passaggi principali.
Wilson chi? Prima che qui la stampa ne parli a sproposito (come per l’affaire Kelly) su Slate si può leggere una buona ricostruzione del caso politico che sta facendo discutere l’America in questi giorni.
E che forse è destinato a sgonfiarsi in fretta. Qui l'editoriale del Washington Post che è la testata che domenica ha rilanciato in grande stile la storia (risalente al luglio scorso).
Quelli che... «cabale», «sionisti», «si sapeva già tutto prima» e «la guerra si fa per motivi economici».
Un curioso parallelo tra le dietrologie e le teorie cospiratorie che circolavano tra i critici di FDR all’epoca della seconda guerra mondiale e quelle che occupano le menti dei detrattori di GWB oggi. Thankfully the American people did not believe what was said about FDR then and the world is a better place because of it. And they should not believe what is said about President George W. Bush now. The evidence is clear: the world is much safer and Iraq is a better place to live thanks to the toppling of Saddam's regime.
Elia Kazan visto dal Weekly Standard. L’articolo fu scritto nel 1999 in occasione della consegna al regista dell’Oscar alla carriera. Molto bello.
Le amnesie di Inàcio. Detto per inciso: sinceramente tutto l'entusiasmo bipartisan creatosi intorno alla figura di Lula ci è sempre sembrato un po’ eccessivo.
L'ultimo confine rosso. Seconda puntata del reportage dalla frontiera sino-coreana (continua...).
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A Fabio.
A Luisa. ![]() Asia e dintorni Normblog |