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1972
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martedì, luglio 29, 2003
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L'intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d'anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l'ha mai liberato. (Pier Paolo Pasolini - Poesia in forma di rosa)
Lei non andrà in vacanza. Aung San Suu Kyi è ancora in carcere (o in qualche altro luogo). Secondo la giunta militare è lei la responsabile della mancanza di democrazia nel paese.
Cuba libre? Cosa succederebbe se Castro tenesse fede a quanto dichiarato pochi giorni fa? Samizdata azzarda una risposta piena di speranza e ritorna poi sull’immagine che il dittatore continua ad evocare in alcuni ambienti occidentali. David Carr avrebbe potuto aggiungere un altro contributo al suo pezzo se avesse ascoltato queste dichiarazioni dell’immancabile Diliberto, ex Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana.
Molto opportunamente un collega attento ha invece segnalato questa iniziativa. Non andremo a Cuba ma cercheremo in qualche modo di farci arrivare un libro. La nostra scelta cade su un saggio di cui, in ogni caso, consiglieremmo a tutti la lettura anche qui da noi. Ne riparleremo.
Il nuovo Iraq prende forma. Paul Gigot lo ha visitato di recente ed il suo reportage ci racconta una realtà decisamente diversa da quella che quotidianamente ci viene proposta dai mezzi di informazione.
Most reporting from Iraq suggests that the U.S. "occupation" isn't welcome here. But following Mr. Wolfowitz around the country I found precisely the opposite to be true. The majority aren't worried that we'll stay too long; they're petrified we'll leave too soon. Gli errori di valutazione iniziali sono stati corretti e la strategia alleata di gestione del dopoguerra sta portando alla graduale de-baathizzazione del paese ed al ripristino delle strutture essenziali alla vita civile. Le difficoltà non mancano ed il processo di ricostruzione è appena all’inizio ma il compiersi della missione è obiettivo comune degli iracheni - ancora terrorizzati dal ricordo della dittatura ma allo stesso tempo consapevoli di avere per la prima volta l'opportunità di un'esistenza degna di questo nome - e degli americani - consci di aver scritto una fondamentale pagina di storia. Tutto il resto è letteratura. "So I see they're giving Bush a hard time about the WMD," volunteers a Marine colonel, at the breakfast mess in Hilla one morning. "They ought to come here and see what we do, and what Saddam did to these people. This was a good thing to do."
ID card. In Gran Bretagna è in corso una accesissima polemica sulla proposta del Governo di introdurre la carta di identità per i cittadini. Avete capito bene: proprio la carta di identità. Ci rendiamo conto che in un paese come l’Italia in cui una persona praticamente non esiste se sprovvista di documento di identità, codice fiscale, patente di guida, tessera sanitaria nazionale e nel quale è richiesta una procedura di identificazione anche per giocare a bocce la notizia possa apparire assurda. Ma per gli inglesi questa prospettiva è considerata una intollerabile limitazione della privacy e della libertà individuale. E’ anche per simili dettagli che in questo blog si nutre una così alta considerazione per le democrazie anglosassoni (e una così scarsa per i loro patetici detrattori nostrani).
Qui un breve excursus storico a beneficio di chi pensa che «tutto il mondo è paese». Non è così. «I believe that the requirement of an internal passport is more objectionable than an external passport, and that citizens ought to be allowed to move about freely without running the risk of being accosted by a policeman or anyone else, and asked to produce proof of identity». Altri pianeti. lunedì, luglio 28, 2003
Nausea. Sì, è la parola giusta. Andiamo avanti.
sabato, luglio 26, 2003
Liberia chiama Washington. Washington risponde. Mentre il mondo capovolto continua a girare per conto suo. Come annunciato settimane fa Bush ha ordinato il dispiegamento al largo delle coste della Liberia di una forza navale e di un primo contingente di 2.300 marines. L'obiettivo ufficiale della loro missione sarà quello di supportare l'ECOWAS (Economic Community of West African States) nel tentativo di riportare ordine nel paese ma è evidente come le truppe possano in qualsiasi momento essere chiamate ad intervenire direttamente. Non abbiamo nemmeno troppa voglia di dilungarci qui sull'immancabile balletto di recriminazioni e pregiudizi che in questi giorni - come sempre - ha accompagnato le azioni e le intenzioni dell'amministrazione Bush sulla questione. Ci limitiamo solo a constatare che di nuovo se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Abbiamo visto fieri oppositori dell'intervento contro il regime di Saddam Hussein accusare a gran voce gli Usa di rifiutare il coinvolgimento nel continente africano salvo poi criticare ancora una volta ogni passo compiuto dal presidente Bush durante il suo recente viaggio in Africa. Abbiamo sentito che in Liberia l'intervento sarebbe giustificato in quanto autorizzato dall'Onu mentre quello in Iraq sarebbe stato illegale (la 1441 e tutte le risoluzioni da essa richiamate sono state in un sol colpo cancellate dalla storia); abbiamo perfino letto che gli Usa sarebbero obbligati ad intervenire in base al «diritto contrattuale» (pittoresco, non c'è che dire, non tanto per le forme in cui il concetto è stato esposto ma certamente per quelle in cui è stato ripreso) che per alcuni evidentemente dovrebbe regolare l'agire politico delle nazioni e di fronte al quale la liberazione di un paese da una dittatura genocida e la prevenzione di una minaccia alla sicurezza internazionale diventano ridicoli pretesti usati da capi di stato in cerca di petrolio e di avventure. Insomma, cose così, sempre le stesse, sempre peggio. Ovviamente in Liberia si deve intervenire: ma lo si deve fare non perchè lo richieda quel fantasma delle istituzioni internazionali che risponde al nome di Nazioni Unite, non perchè vi siano obblighi scritti, ma perchè la situazione lo impone, perchè la popolazione invoca da tempo l'attenzione del mondo e la presenza degli americani (ripetiamo: l'attenzione del mondo e la presenza degli americani), perchè da lì possono originarsi ulteriori fattori di destabilizzazione del già precario equilibrio internazionale. Particolarmente curioso è che oggi l'Onu si muova evocando ragioni di carattere umanitario quando per mesi la stessa organizzazione supportata dai peacemongers di tutto il pianeta si è opposta a quella che - anche volendo lasciare per un momento da parte ogni altra considerazione di natura strategica, politica e di sicurezza - si è rivelata la più grande operazione umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale: la provocata caduta di una tirannia che ha disseminato di fosse comuni e di camere di tortura un intero paese. Ma così va il mondo. E oggi come domani continueremo ad assistere al triste spettacolo di coloro che dopo aver tacciato di criminali gli Stati Uniti per essere intervenuti in Iraq adesso riservano loro lo stesso epiteto per il semplice sospetto che gli stessi Stati Uniti non abbiano l'intenzione di intervenire in Liberia. Salvo poi eventualmente scendere in piazza contro l'imperialismo yankee quando l'azione si concretizzerà. A questo punto, non si sa come, un lieve dubbio sta cominciando ad insinuarsi nei nostri pensieri... non sarà mica perchè sono americani?
venerdì, luglio 25, 2003
Uno ogni sette. Questo il rapporto tra funzionari della Stasi (dipendenti diretti, informatori e informatori parziali) e popolazione nell’ex Germania Est. Un libro di recente pubblicazione ripercorre attraverso testimonianze la tragica e grottesca realtà di un paese in cui anche il pensiero era un crimine. Il totalitarismo nella sua essenza.
Non torneremo indietro. Un superlativo Steven Den Beste ribadisce sul WSJ i motivi per cui l’America non concederà nulla agli islamofascisti che l’hanno attaccata. Se ne facciano una ragione quelli che ancora stentano a comprenderlo o si augurano il contrario.
Dai pesci piccoli a quello grosso. Come l’opera di de-baathizzazione dell’Iraq sta conducendo fino alla cupola del regime. L’evoluzione della strategia alleata nel dopoguerra.
Che fai, mi critichi? Porphyrogenitus ha un post interessante sulla curiosa tendenza di alcuni ad interpretare la libertà di espressione soltanto a loro beneficio e come autorizzazione in bianco per poter dire qualunque cosa senza dover essere chiamati a risponderne. Sì, avremmo pronto qualche esempio anche noi.
Wait a moment. Gilligan e la BBC hanno chiesto che il verbale dell’udienza del giornalista davanti al Foreign Affairs Committee non venga per il momento pubblicato. La scorsa settimana avevano insistito per la sua divulgazione al fine di dimostrare la correttezza della posizione di Gilligan. Adesso non sembrano più molto sicuri.
Il difensore degli oppressi. Questa notizia riguarda ovviamente Chirac ed offre due spunti interessanti.
Il primo: sembra che il presidente francese - sempre più in forma - abbia dichiarato durante un suo incontro con il primo ministro malese che è ora di creare una struttura che ponga fine alla «legge della giungla» in ambito internazionale. Bene, direte voi, il buon Jacques si è convinto che è ora di combattere seriamente il terrorismo e gli stati canaglia. Errore: Chirac si riferiva agli Stati Uniti e al loro «unilateralismo». Il secondo: il primo ministro malese, fortemente contrario alla guerra in Iraq considerata nientemeno che un attacco razzista contro popolazioni «non bianche», ha reso onore a Chirac per «il coraggio dimostrato nel porsi dalla parte degli oppressi». E noi che, stupidi, pensavamo che gli oppressi fossero gli iracheni sotto Saddam! Il presidente francese ha dichiarato di condividere completamente i punti di vista del primo ministro. Per curiosità: se voi foste americani continuereste a considerare la Francia un alleato?
Entusiasmi. Titolo di Repubblica: «Caetano Veloso, 100 mila in piazza: Veltroni entusiasta». Anche noi siamo sempre più entusiasti di Repubblica.
giovedì, luglio 24, 2003
Onanismo informativo. L'incapacità della stampa europea di spiegare una cosa seria come la guerra. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
L'Europa del futuro. Un terzo dei tedeschi sotto i trentanni (ed un quinto del totale) pensa che gli Usa abbiano organizzato gli attentati dell'11 settembre. Avanti così.
Un mondo meraviglioso. Update. Poteva mancare? E infatti non manca. Il contributo italiano al qualunque cosa facciano sbagliano. La voce di Lietta Tornabuoni su La Stampa di oggi è un altro pezzo da antologia. «Ma perchè hanno ucciso i figli (e forse un nipote) di Saddam Hussein?», si chiede. Mica l'ha capito. Mica ha letto nulla sulla dinamica dell'assalto, la resistenza e la battaglia che ne sono seguite, lo scontro a fuoco. Ma va'. Anzi: ma chi se ne importa. L'han fatto perchè per Lietta questo è il modo di fare di quelli che «hanno vinto una guerra preventiva illegale, mossa per motivi inconfessati, combattuta sulla base di menzogne». Stanno cominciando a mancarci le parole. Quindi vi lasciamo a questa ennesima perla di saggezza.
Ma perché hanno ucciso i figli (e forse un nipote) di Saddam Hussein? Che bisogno c'era? Per quale motivo ammazzarli? Una volta identificato (grazie a una soffiata da 30 milioni di dollari) il posto dove stavano, li avrebbero comunque presi. Erano in 4 dentro una casa a Mossul, nel Nord dell'Iraq. Bastava circondare l'edificio, metterlo sotto assedio e aspettare. E invece i parà della 101ª divisione aerotrasportata, le truppe speciali dell'esercito e dell'aviazione, i 200 uomini delle «Aquile Urlanti», l'attacco con razzi da parte degli elicotteri: uno spiegamento guerresco che serviva assolutamente a nulla. Erano pericolosi in quel momento? Sicuramente no. S'erano barricati nell'interno? Era sufficiente attrezzarsi. Facevano resistenza? Bastava collocarsi fuori tiro. Ma perché uccidere? I figli di Saddam Hussein saranno certo stati violenti, efferati assassini, seminatori di terrore in città, figure-chiave dell'ex regime: ma se si dovessero ammazzare tutti i criminali politici, le feroci canaglie, staremmo freschi, sarebbe un eccidio al giorno. In casi simili si catturano i colpevoli, si arrestano, si processano, si uccidono se nel Paese è legale la pena di morte oppure si condannano all'ergastolo o alla pena che il tribunale ha sentenziato: il modo di agire civile e democratico è questo. Perché ammazzare? E perché proprio gli americani dovevano assumersi il compito di ammazzare? Perché hanno vinto una guerra preventiva illegale, mossa per motivi inconfessati, combattuta sulla base di menzogne? Ma l'Iraq non è in guerra. La guerra è finita. Le uccisioni dei figli di Saddam Hussein non sono originate dalla «giustizia popolare» né dall'odio popolare, come fu per Mussolini e i suoi: in ogni caso quell'esecuzione del dittatore, nel tempo tanto criticata e caricata di tanti rimorsi, venne eseguita dai partigiani italiani, non dagli americani o dagli inglesi che presidiavano l'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Non è incomprensibile immaginare che i figli di Saddam Hussein siano stati uccisi per motivi politico-militari. E per quella mancanza di rispetto per la vita altrui che ha segnato tutta la guerra. Avete capito? «In casi simili si catturano i colpevoli, si arrestano, si processano, si uccidono se nel Paese è legale la pena di morte oppure si condannano all'ergastolo o alla pena che il tribunale ha sentenziato: il modo di agire civile e democratico è questo». Grazie Lietta per curarti di noi, incivili e antidemocratici. Poche idee e ben confuse. Purtroppo diffuse. Sempre le stesse.
Un mondo meraviglioso. A leggere certe reazioni seguite alla morte dei figli di Saddam c'è ancora una volta da chiedersi seriamente a che cosa possa portare il continuo travisamento della realtà e del senso comune che sembra ormai diventato abitudine radicata e diffusa in questo confuso periodo (chiamiamolo così).
Ecco per esempio alcuni commenti degli ascoltatori della Baghdad Broadcasting Corporation. Vi assicuriamo che c’è da divertirsi (per non piangere). Tre citazioni solo per rendere l’idea: Non-judicial killings and target killings are against International law. I do not believe in the killing of human beings without trial. The US/UK forces had no legitimate reason to attack the people of Iraq and so the "intelligence" against Saddam's sons is questionable at best. It is sad when a human being is killed. Arshad Khan, Canada The killing of Saddam's sons is nothing but cold blooded murder. Now the whole world knows that there are no WMDs in Iraq and the war was for oil. So why are the Americans being allowed to carry on the killing spree? Sam, India Why not arrest them? Robert van den Heuvel, Netherlands Qui c'è dell'altro: Robert Fisk (The Independent) The burned, bullet-splashed villa in Mosul, the four bullet-ridden corpses, America's hopes - however vain - that the death of Saddam Hussein's two sons, Uday and Qusay, will break the guerrilla resistance to Iraq's US occupation troops, all conspired to produce an illusion last night: that the unidentified bodies found after a four-hour gun battle between Iraqi gunmen and US forces must be those of the former dictator's sons - because the world wants them to be. ... If he [Saddam] and his sons are dead, the chances are that the opposition to the American-led occupation will grow rather than diminish - on the grounds that with Saddam gone, Iraqis will have nothing to lose by fighting the Americans. Ma l’articolo di Robert Fisk va letto nella sua interezza per apprezzarne tutta la genialità. Già il titolo dice tutto: His sons are dead but Saddam lives. But. La reazione di SF Indymedia è... come dire... imbarazzante. CNN is reporting that Saddam's sons, Qusay and Uday, have been killed by U.S. troops. Still unconfirmed is whether the Pentagon is lying again. Meanwhile, war criminals Bush, Blair, Cheney, and Rumsfeld are still at large. Qui invece si spiega come in Francia il principale telegiornale della sera ha dato la notizia. Leggere tutto. Per farsi del male.
Dedicato a quelli che... l'11 settembre non si sono accorti di nulla. (Ne conosciamo un buon numero).
The more I read emails or talk to anti-war types, I get a sense that 9/11 never really happened. Or if it happened, it meant nothing more than a discrete crime with discrete criminals who alone deserved justice. The notion that it meant that we were and are actually at war with a series of terrorist entities and the tyrannies that support them never truly took hold on the far left (or right). As the months have passed, their complacency and denial have undoubtedly metastasized among others as 9/11 recedes from our collective consciousness and its emotional wound begins to heal. These people, it's worth remembering, believe that the exercise of American military power is almost always more morally problematic than any foreign tyranny or even a serious security threat to the homeland. They can only justify American military power if it is wielded under imminent, grave danger that can be proven beyond a shadow of a doubt. That's why they are so exercised about tiny pieces of evidence today. They still believe we were wrong to remove Saddam from power without incontrovertible proof of WMDs of a type unobtainable in police states; they still believe America had no moral sanction for such an action; and they are even more determined to prove the superiority of their case now that the war was such a military success. So they have to turn the fallible evidence before the war into "lies"; and they have to turn the difficult but worthy post-war reconstruction into a "quagmire." They know the only chance they have is to turn American public opinion against the war so as to prevent any such exercise of military power again. In that sense, they really cannot simply be mocked. They must be challenged at every turn. For they are engaged in a process that will not only stymie efforts at reforming the Middle East but will make Americans and others more vulnerable to the designs of the Islamofascists and their terrorist allies. The war abroad cannot therefore be extricated from the debate at home. We will not win the former without winning the latter. (AS) Perfetto. Non aggiungiamo altro. mercoledì, luglio 23, 2003
Realtà virtuale. Questa la lista degli ultimi siti Internet bloccati dal governo iraniano. Qual è la vera realtà virtuale in Iran? Quella di coloro che hanno trovato nella rete un mezzo esplosivo per far conoscere al mondo ciò che sta accadendo nel loro paese o quella di un potere arroccato alla sua ideologia mortifera e lontano anni luce dai bisogni e dalle speranze di una popolazione di cui è accusatore, giudice e carceriere?
Siete tutti avvisati. Questo editoriale del Teheran Times lascia ben poco all'immaginazione. Ce n'è come al solito un po' per tutti: Stati Uniti (ovviamente), lobby sionista (sarebbe Israele nel linguaggio dei mullah), Unione Europea (sorpresa). Particolarmente significativa la conclusione del pezzo:
Unfortunately, it looks as though the union is concerned more about the fate and interests of the Zionist regime, than being concerned about its own interests in the Islamic countries in the Middle East region. The EU should bear in mind that even if the regime in Israel accepted the Road Map peace plan, it would not have a place among the Islamic nations in the region. Piuttosto chiaro, no?
Eroi della Pace. Oooops...
Due che nessuno rimpiangerà. Uday e Qusay, figli di Saddam Hussein, sono stati uccisi dalle truppe americane in uno scontro a fuoco a Mosul. Gli iracheni, ancora psicologicamente turbati dal fantasma di un possibile ritorno del dittatore e della sua banda criminale, hanno accolto così la notizia. Saddam, se ancora vivo come sembra, è sempre più isolato e non è irragionevole pensare che gli alleati siano sulle sue tracce. La sua cattura od uccisione significherebbero verosimilmente anche la fine degli attacchi che i fedelissimi dell’ex-regime stanno portando dalla clandestinità alle truppe anglo-americane. Completare l’opera al più presto rappresenterebbe un passo avanti decisivo verso quello che è adesso l’obiettivo primario: la stabilizzazione e la ricostruzione di un paese devastato da 24 anni di tirannia. Per ricordare chi erano (possiamo parlarne al passato) i figli del dittatore è utile rileggersi questo articolo che Time pubblicò meno di due mesi fa. Bel colpo ragazzi.
martedì, luglio 22, 2003
Neoliberals. Hanno condiviso le ragioni degli interventi in Afghanistan e in Iraq. Appoggiano gli obiettivi di democratizzazione del medioriente che la politica estera americana sta perseguendo ma si distinguono dai neoconservatori per le strategie da utilizzare. Insomma: per certi aspetti ancora un po’ naif ma comunque sulla buona strada. Ronald Asmus e Kenneth Pollack tracciano le linee essenziali di quello che potrebbe essere il loro manifesto.
Ancora sul caso Kelly/BBC (per fatto personale e no). Stanotte avevamo altro in programma anche se presentivamo che avremmo dovuto tornarci su. Effettivamente il caso Kelly/BBC richiede una analisi piuttosto attenta altrimenti si rischia di non capire quel che è successo (soprattutto se si leggono solo i giornali italiani). Siamo stati di nuovo chiamati in causa da un collega che evidentemente ci segue con assiduità. Lo ringraziamo per l’attenzione. Lo ringraziamo anche quando ci segnala svarioni come questi che, per carità, sono sempre possibili. Però stavolta il collega si è fatto prendere la mano e, come spesso succede quando la foga di cogliere in errore qualcuno è troppo violenta, è caduto lui stesso nella fossa che credeva di aver scavato per noi e per altri. Dopo averci pensato una giornata (è sempre buona norma riflettere prima di scrivere) Pfaall si cimenta in un post piuttosto impegnativo in cui utilizza all’indirizzo di quelli che con sufficienza definisce «blog pro-guerra» parole forti come: disinformazione, ribaltamento della verità, malafede. Da che pulpito, si potrebbe rispondere chiudendola qui. Ma stanotte abbiamo voglia di dilungarci.
Quindi. Perchè Pfaall invece di criticare il viaggio di Bush in Africa stavolta entra con tutto il peso del suo argomentare nella questione della morte di Kelly? Perchè diversi bloggers stranieri ed uno italiano (1972, «il solito distratto» – boh? -) si sono permessi di sottolineare le responsabilità della BBC nella vicenda provando a spiegare perchè il guaio combinato dal network britannico fosse piuttosto grosso. Peraltro ci troviamo in buona compagnia: la stampa inglese e gran parte di quella internazionale (con l’eccezione ovviamente di quella italiana e di Le Monde che continuano a raccontare un altro mondo) sono concordi nell'osservare come ciò che la BBC ha ammesso due giorni fa metta in discussione pesantemente la sua credibilità. Pfaall no, lui è informato meglio di tutti e si incarica di dimostrare che siamo tutti dei guerrafondai in malafede e che la responsabilità della morte di Kelly ricade sul governo Blair. Ohibò. Proviamo a rispondere quindi al gentile Pfaall (ripetiamo: meglio leggere prima il suo post) approfittandone per tornare sull’argomento e ribadire alcuni concetti. Caro Pfaall, sembra che tu non abbia afferrato molto bene l’essenza della questione. A parte che «il solito distratto» (boh?) ha scritto il suo commento ben prima che Andrew Sullivan pubblicasse le proprie riflessioni (sostanzialmente coincidenti) sull’argomento (sono soddisfazioni) ed oltretutto solo dopo aver letto le cronache ed i commenti di tutti i giornali inglesi che erano sulla notizia. Mi sembra però che qui «il solito distratto» sia tu: nessuno ha mai messo in discussione che in quel dossier sia contenuto il riferimento ai 45 minuti. Come anche tu sottolinei questa non è mai stata materia del contendere tranne che evidentemente per te ai fini della buona riuscita del tuo post (ahimè). Tutta la questione ruota infatti intorno alla affermazione della BBC che quel riferimento fu opera del governo ed in particolare di Alastair Campbell. Per arrivare a dire questo la BBC si basa su di una intervista di Andrew Gilligan con il dott. Kelly. Il 29 maggio il giornalista rende pubblico il reportage con la frase incriminata accusando l'esecutivo di esserne il responsabile. Cita un «alto funzionario dell'intelligence» che poi si rivelerà essere semplicemente un funzionario del Ministero della Difesa con competenze specifiche in armi di distruzione di massa. Ma non è questo il problema principale. Il problema principale è che la BBC fa dire a Kelly quel che lui negherà sempre di aver detto. Lo negherà sotto giuramento di fronte ad una commissione del Parlamento, lo negherà parlando all'amico Mangold al quale dirà che in realtà lui alla BBC ci era andato proprio per raccontare le caratteristiche del programma di armi di sterminio di Saddam. Dopo aver messo in bocca a Kelly parole che lui non ha pronunciato la BBC, pur sollecitata, tace l'informazione della fonte. In questo modo contribuisce a fare crescere i sospetti su Kelly e contemporaneamente, non chiamandolo in causa direttamente, gli impedisce di difendersi pubblicamente. Poi succede quel che succede. Kelly si suicida e la BBC solo allora decide di rivelare la fonte. Ma Kelly non è più in grado a quel punto di difendersi. E la BBC si trova con una storia in mano della quale non sa più giustificare l'origine. Non si capisce da che cosa tu deduca che alcuni stiano sostenendo che la BBC si sia inventata la frase incriminata. Non l’abbiamo detto noi, non l’ha detto Andrew Sullivan, non l’ha affermato nessun blogger che abbia affrontato seriamente la questione. Ma quel che pare proprio che la BBC si sia inventata è invece il fatto che quella frase l'abbia aggiunta il governo. Particolare piuttosto importante, ci sembra, all'interno di una campagna volta precisamente a screditare l'esecutivo inglese. Se da due giorni tutti i quotidiani britannici (e quelli di mezzo mondo, Italia e Le Monde a parte) stanno chiamando in causa le responsabilità della BBC è proprio per questo: perchè la BBC ha fatto un presunto scoop sulla base di un'informazione che nessuno sembra averle dato (quindi è lecito pensare che se la sia inventata in assenza di altra spiegazione convincente che al momento non è arrivata) e perchè, lungi dal proteggere la sua fonte come sostieni tu, l'ha sacrificata sull'altare della propria ideologia per paura che le proprie affermazioni venissero pubblicamente smentite. (Preveniamo l’obiezione: Kelly potrebbe aver mentito in sede parlamentare. A parte che sulla rettitudine di Kelly sono pronti a giurare praticamente tutti, ma – se anche così non fosse – il ragionamento non sta in piedi in quanto un Kelly che mente in sede ufficiale a maggior ragione potrebbe aver mentito ad un giornalista e sarebbe automaticamente una fonte screditata. E poi la storia non porta molta fortuna: qualcuno ci sta provando e le reazioni non sono delle più favorevoli: c'è maretta in casa BBC, pensa un po'). Quindi, contrariamente a quanto da te perentoriamente affermato in conclusione al tuo commento, chi ha dato in pasto al pubblico Kelly mettendogli in bocca affermazioni false per poi lasciarlo al suo destino è stata la BBC, non il governo. Sarebbe quindi consigliabile - prima di dare del «distratto» agli altri - provare ad analizzare un po' meglio i temi sui quali pretendi di attaccare i tuoi colleghi. Sai Pfaall, una cosa giusta l'hai detta: «Come sempre succede nelle questioni di disinformazione, è una faccenda di sfumature e richiede un minimo di attenzione ai dettagli». Quindi facciamo così: se troverai in 1972 una frase in cui si affermi che la dichiarazione dei 45 minuti non era nel dossier (e se la troverai anche sugli altri blog «pro-guerra», come ami definirli) avrai ragione tu. In caso contrario daresti una dimostrazione di correttezza correggendo il tuo post. E soprattutto usando la prossima volta un po’ più di cautela prima di parlare di ribaltamento della verità, disinformazione e malafede anche solo per il fatto che - quando si vuol fare i paladini della verità a tutti i costi - sarebbe buona norma applicare il sano principio della prudenza. Per quanto ci riguarda la piccola polemica si chiude qui. Ma probabilmente Pfaall avrà voglia di prolungarla: quindi seguitelo. Questa assomiglia tanto a quella del Museo di Baghdad. Ci vorrà qualche giorno magari, ma poi vedrete che ci arriveranno quasi tutti. lunedì, luglio 21, 2003
Baghdad Broadcasting Corporation. Così negli ultimi mesi da più parti è stata ribattezzata la BBC. Da sempre considerato modello di riferimento per l'informazione, il network britannico non si è certo sottratto ultimamente alle responsabilità che il suo ruolo gli impone. Perciò se la maggioranza dei media europei trasuda propaganda pseudo-pacifista, pregiudizio antioccidentale, ideologia, la BBC si è incaricata anche questa volta di rappresentarne la punta di diamante. Nuovi Vietnam all’orizzonte, denunce di abusi delle forze angloamericane, interviste ad iracheni entusiasti delle torture di Saddam, racconti su dopoguerra catastrofici, uso abile delle notizie in modo da accreditare l’immagine di una guerra voluta e condotta per ragioni pretestuose, omissioni sulla realtà dell’Iraq sotto il giogo della dittatura nazionalsocialista del Baath, sedicenti scoop su menzogne dei governi occidentali e così via nel lungo percorso di disinformazione cui ci siamo purtroppo abituati da qualche tempo a questa parte. Con sempre maggiore intensità la BBC ha da tempo concentrato le proprie energie su un obiettivo dichiarato: screditare Blair e la sua politica. Poter accusare il governo britannico di aver manipolato i dossier sull’Iraq per renderli più appetibili nei confronti dell'opinione pubblica al fine di giustificare un intervento militare è evidentemente un’occasione troppo ghiotta per non lavorarci su. Così succede che il giornalista Andrew Gilligan incontra il Dott. Kelly, esperto di armi di distruzione di massa attualmente in servizio presso il Ministero della Difesa. Ne nasce un reportage in cui, senza rivelarne la fonte, la BBC riporta le parole di un esperto che accusa Alastair Campbell - communications chief di Blair - di aver inserito in un dossier ufficiale dell’intelligence una osservazione non autorizzata sulla capacità di Saddam di impiegare armi di distruzione di massa in un arco di tempo di soli 45 minuti, esagerando in questo modo volutamente la minaccia che il regime iracheno avrebbe potuto rappresentare. La storia assomiglia molto a quella dell’uranio del Niger. Un tentativo un po’ rozzo dei detrattori della politica statunitense e britannica di ridurre le sostanziali ragioni della guerra a semplici questioni di estetica. Qualcosa però stavolta sembra essere andato storto. Interrogato da una commissione parlamentare il Dott. Kelly nega di aver mai fornito al giornalista un’informazione di quel genere. Il governo britannico nel frattempo risponde alle accuse producendo documenti e testimonianze di intelligence che scagionano di fatto Campbell dalla responsabilità di aver aggiunto al dossier informazioni che non vi fossero già contenute e chiedendo alla BBC di rivelare la fonte del presunto scoop in modo da chiarirne l’origine. La BBC rifiuta di farlo fino a ieri quando, pressata dagli eventi tragici di venerdì scorso – il suicidio di Kelly -, conferma che effettivamente è stato lui a riferire quanto riportato da Gilligan. Troppo tardi. Kelly è già morto per potersi difendere. E qui cominciano i problemi per il network pubblico britannico: se Kelly è la fonte del reportage (come afferma la BBC) ma (come lui stesso ha sostenuto e come ribadisce un amico giornalista che ha parlato con lui poco prima della sua morte) non è stato Kelly a riferire al giornalista la notizia su Alastair Campbell e sul presunto inserimento nel dossier dell’indicazione incriminata dei 45 minuti, da dove Gilligan ha tratto questa informazione sulla quale ha costruito il presunto scoop contro il governo Blair? La BBC tenta a questo punto una difesa un po’ goffa nella quale però finisce sostanzialmente per ammettere che l’argomento è stato trattato con superficialità: riconosce infatti di aver indicato in un primo tempo come «senior and credible "intelligence" official», una persona - Kelly appunto - che in realtà era soltanto un funzionario del Ministero della Difesa che non aveva di fatto partecipato alla redazione del famoso dossier. Certamente la cosa non finirà qui. Telegiornali e quotidiani britannici (anche quelli ostili al governo) riportano onestamente le reazioni di tutte le parti coinvolte e si soffermano sulle conseguenze negative che potrebbe avere questa rivelazione per la credibilità della BBC. Se non fosse stato infatti il governo Blair ad aver reso «più sexy» la sua storia, ma se a farlo fosse stata proprio la BBC per portare alle estreme conseguenze la sua campagna antigovernativa si potrebbe parlare di un caso Blair (Jayson Blair – NYT) all’ennesima potenza, considerato che la BBC è oltretutto un ente pubblico. Ripetiamo: parliamo di questa vicenda non perchè pensiamo che possa aggiungere o togliere qualcosa alle evidenti ragioni di una guerra che ha abbattuto uno dei regimi più odiosi della storia ed ha aperto prospettive di sviluppo e di rinascita democratica in una zona del mondo cruciale per la sicurezza e la stabilità internazionale; a noi interessano le ragioni sostanziali dell’agire politico, non il gossip o le pseudo-questioni estetiche cui molti sembrano essere così affezionati. Ne parliamo invece per richiamare ancora una volta, nel nostro piccolo, l’attenzione su quanto grave possa risultare il danno che un’informazione disonesta e preconcetta rischia di arrecare alla comprensione ed alla formazione di un giudizio il più possibile libero da condizionamenti ideologici. Ecco, a proposito, come ieri sera hanno dato la notizia i quotidiani italiani e come la vicenda è stata commentata da illustri analisti politici di casa nostra (Barbara Spinelli su La Stampa attualmente non in rete).
Ecco invece che cosa era andato a raccontare il Dott. Kelly ad Andrew Gilligan secondo la testimonianza dell’amico Tom Mangold: giudicate voi se quanto è stato dato in pasto al pubblico risulta corretto o se invece appare come l’ennesimo frutto avvelenato di una pratica giornalistica irresponsabile. It is not generally known that David not only briefed Gilligan, but the reporter for the BBC’s Ten O’Clock News the same night. He might also have been the briefer for the BBC TV’s Newsnight. Why did he do it? Simple, really. From the very best of motives. He told me then he was anxious that reporters who did not fully understand the politics and mechanics of weapons of mass destruction should understand quite clearly what Iraq had been up to, and why it might be difficult, perhaps impossible, to find actual weapons. That means delivery systems and warheads all screwed together, filled with biological or chemical agents and ready to go. Rather, he wanted those he briefed to comprehend that Iraq had a programme - it was flexible, it had malicious intent. But he told me he certainly did not brief anyone that Iraq had weapons ready to go at 45 minutes’ notice. We laughed about that "fact" after the Gilligan interview, and he reminded me it would take the most efficient handlers at least 45 minutes just to pour the chemicals or load the biological agents into the warheads. That is why he did not recognise his briefing to Gilligan and assumed that he must have had another source for that information.
Estate 2003. Khamenei e Kim Jong Il non vanno in vacanza e presentano le ultime novità della loro collezione.
venerdì, luglio 18, 2003
Giganti. Il discorso di Tony Blair al Congresso degli Stati Uniti.
There is a myth that though we love freedom, others don't; that our attachment to freedom is a product of our culture; that freedom, democracy, human rights, the rule of law are American values, or Western values; that Afghan women were content under the lash of the Taliban; that Saddam was somehow beloved by his people; that Milosevic was Serbia's savior. Members of Congress, ours are not Western values, they are the universal values of the human spirit. And anywhere, any time ordinary people are given the chance to choose, the choice is the same: freedom, not tyranny; democracy, not dictatorship; the rule of law, not the rule of the secret police. The spread of freedom is the best security for the free. It is our last line of defense and our first line of attack. And just as the terrorist seeks to divide humanity in hate, so we have to unify it around an idea. And that idea is liberty. We must find the strength to fight for this idea and the compassion to make it universal. Can we be sure that terrorism and weapons of mass destruction will join together? Let us say one thing: If we are wrong, we will have destroyed a threat that at its least is responsible for inhuman carnage and suffering. That is something I am confident history will forgive. But if our critics are wrong, if we are right, as I believe with every fiber of instinct and conviction I have that we are, and we do not act, then we will have hesitated in the face of this menace when we should have given leadership. That is something history will not forgive. Members of Congress, if this seems a long way from the threat of terror and weapons of mass destruction, it is only to say again that the world security cannot be protected without the world's heart being one. So America must listen as well as lead. But, members of Congress, don't ever apologize for your values. Tell the world why you're proud of America. Tell them when the Star-Spangled Banner starts, Americans get to their feet, Hispanics, Irish, Italians, Central Europeans, East Europeans, Jews, Muslims, white, Asian, black, those who go back to the early settlers and those whose English is the same as some New York cab drivers I've dealt with, but whose sons and daughters could run for this Congress. Tell them why Americans, one and all, stand upright and respectful. Not because some state official told them to, but because whatever race, color, class or creed they are, being American means being free. That's why they're proud. As Britain knows, all predominant power seems for a time invincible, but, in fact, it is transient. The question is: What do you leave behind? And what you can bequeath to this anxious world is the light of liberty. That is what this struggle against terrorist groups or states is about. We're not fighting for domination. We're not fighting for an American world, though we want a world in which America is at ease. We're not fighting for Christianity, but against religious fanaticism of all kinds. And this is not a war of civilizations, because each civilization has a unique capacity to enrich the stock of human heritage. We are fighting for the inalienable right of humankind -- black or white, Christian or not, left, right or a million different -- to be free, free to raise a family in love and hope, free to earn a living and be rewarded by your efforts, free not to bend your knee to any man in fear, free to be you so long as being you does not impair the freedom of others. That's what we're fighting for. And it's a battle worth fighting. Per favore leggetelo.
State calmi/2. Se un astronauta rimettesse piede sulla terra in questi giorni dopo una missione spaziale durata otto mesi e - dopo essersi riabituato all’atmosfera - ricominciasse a leggere i giornali, ad ascoltare i notiziari, a navigare nei siti di informazione in Internet (compresi molti blog) ne ricaverebbe l’impressione che la guerra contro Saddam sia stata fatta per l’uranio del Niger. Anche molti di coloro che sono stati in questi mesi sulla Terra sembra che lo pensino. E’ pazzesco.
State calmi. Perchè è una menzogna dire che Bush e Blair hanno mentito sulla questione Iraq-Niger. Dal WSJ.
The larger truth is that it was a deeply held consensus of the U.S. intelligence community that Saddam Hussein had weapons of mass destruction, including a nuclear weapons program. Multiple U.N. resolutions asserted the same thing. We had proof that Saddam had used chemical weapons in the past. The decision to disarm the Iraqi dictator wasn't based on a single intelligence report but on a mountain of evidence compiled over a dozen years.
L’antiamericanismo è razzismo. Evidentemente non siamo i soli a pensarlo. Paul Johnson su Forbes.
Second, anti-Americanism is a function of cultural racism. An astonishingly high proportion of European elites know very little about U.S. history or culture and even deny that they have a separate existence apart from their European roots. It is strange that those seeking to bring about a European federal state or union have at no stage sought to study the lessons Americans learned during the creation of the U.S. in the 1780s. After all, the U.S. Constitution (suitably amended) has lasted for more than 200 years, and within its framework the country has emerged as the richest and most powerful society in world history. You might think, therefore, that European elites would seek to learn something from such a successful process. Not at all: The view is that sophisticated, civilized Europe has nothing to learn from "adolescent" America. What these Euro-elites particularly abhor is the way in which the framers of the Constitution made every effort to involve the population through the process of public debates, town meetings and ratification votes--and this at a time when Europe was still governed (for the most part) by the absolute sovereigns of the ancien régime. The truth is, any accusation that comes to hand is used without scruple by the Old World intelligentsia. Anti-Americanism is factually absurd, contradictory, racist, crude, childish, self-defeating and, at bottom, nonsensical. It is based on the powerful but irrational impulse of envy--an envy of American wealth, power, success and determination. It is an envy made all the more poisonous because of a fearful European conviction that America's strength is rising while Europe's is falling.
La guerra di Piero. A noi questo Fassino che da un po’ di tempo si è messo a parlare contro i «relativismi etici, culturali e politici» piace parecchio. Lo aveva già fatto per l’Iran, lo ha ribadito per Cuba. Intendiamoci: stupisce che a sinistra certi tabù comincino ad essere messi in discussione solo adesso a quattordici anni (quasi) dalla caduta del Muro di Berlino. Ma se pensiamo che per molti altri (leggere l'articolo per credere) gli stessi tabù sono ancora saldamenti in piedi (eccome) e che se è meglio tardi che mai per alcuni non è mai troppo tardi, allora viva il grissino.
Cuba/2. L'ultima del dictador barbudo. Cuba/3. Giorni fa avevamo parlato di questa campagna di Reporters sans frontières in favore dei giornalisti incarcerati a Cuba. Sembra che in Francia non sia piaciuta: qualcuno ne ha chiesto l'interdizione giudiziale. La colpa è quella di aver utilizzato l'immagine del Che associata alla scritta «La plus grande prison du monde pour les journalistes». Ne parla diffusamente questo blog che - nome a parte - merita davvero di essere letto e che ci informa che la domanda è stata accolta. Più della verità potè l'ideologia. Ancora una volta. giovedì, luglio 17, 2003
Quelli che... la colpa è delle vittime. E' d'obbligo la seconda citazione della giornata per un Andrew Sullivan che compie una breve ma efficace panoramica del pregiudizio antioccidentale e del relativismo etico e culturale che come cancri sembrano espandersi in maniera sempre più ossessiva ed irrazionale in Europa ed in larghi settori delle opinioni pubbliche occidentali: ovvero le malattie più pericolose ed autodistruttive con cui si possa avere a che fare.
I link principali sono Anti-semitism watch, The European sickness, Blaming the victims.
Domanda. Ma dove sono andati tutti oggi?
La mente, quella no, non l’avrete. Dove tutto è proibito anche la lettura diventa ribellione. Dove il potere occupa ogni spazio anche un angolo della cucina è un rifugio per ritrovare se stessi. Straordinario racconto sulla realtà di un paese che sembra irreale.
C'è chi fischia e c'è chi costruisce. Il nuovo Iraq sta prendendo forma anche se in Europa è piuttosto difficile saperlo visto che praticamente nessuno ce lo spiega (in compenso in questi giorni è scoppiata un'improvvisa passione per la chimica e per un paese dell'Africa che nessuno fino ad ora sapeva localizzare). Paul Bremer ha definito tempi ed obiettivi della presenza americana nel paese. Ieri Thomas Friedman dimostrava una certa lucidità nel delineare le priorità dell'azione dell'amministrazione statunitense: il Presidente non dovrebbe farsi distrarre più di tanto dalle polemiche sulle armi di distruzione di massa. La vera posta in gioco infatti è la ricostruzione politica e civile di un paese devastato da una dittatura brutale. E c’è ancora molto da fare: farla finita con i combattenti fedeli al despota spodestato, sostenere con tutte le energie il nuovo Consiglio iracheno, spiegare al mondo quale immensa fossa comune fosse l’Iraq di Saddam e che terribile arma di distruzione di massa il suo regime. Domenica è stato un giorno importante per gli iracheni.
Last Sunday was the most important day in Iraq since the start of the war, and maybe the most important day in its modern history. It was the first day that one could speak about the "liberation" of Iraq. It was the day that a multireligious, multiethnic Governing Council of Iraqi men and women began to assume some power and responsibility for their own country — the most representative leadership Iraq has ever had. And what was their first act? It was to declare that April 9, the day Saddam Hussein's regime was toppled, would be a national holiday. President Bush, Gen. Tommy Franks and The Weekly Standard could all call April 9 Iraq's V-E Day, but it became real only when the first representative Council of Iraqis embraced that day as their liberation. It is way too early to know whether this appointed Iraqi Council will flourish and pave the way for constitutional government and elections in Iraq, which is its assignment. It will first have to prove itself to the Iraqi people — and prove that while most Iraqis may not want us or Saddam, they do want one another. But these are not quislings, and therefore the Council's formation is a hugely important first step. This is what we came for. There is hope. Il Consiglio sta prendendo in esame la costituzione di tribunali per giudicare gli esponenti principali dell'ex-regime. Intanto si è aperto il primo museo sui crimini di Saddam e della sua banda.
Nuotare nell'inciviltà. Ai Mondiali di nuoto in corso a Barcellona non sta succedendo niente di strano in fondo. E' normale infatti che mesi di intensa propaganda antiamericana producano i loro frutti (avvelenati) anche nello sport. Può capitare allora che durante la cerimonia di inaugurazione e prima delle partite di pallanuoto disputate dalla squadra statunitense l'inno nazionale americano venga fischiato dal pubblico. Fischiare un inno è come bruciare una bandiera. Le cose in Europa attualmente funzionano così. Che dire? Che schifo.
Mi è andata bene. Cosa sarebbe successo ad Andrew Sullivan se avesse lavorato sotto la direzione di un Howell Raines qualsiasi? Un post fulminante sulla retorica del politically correct.
mercoledì, luglio 16, 2003
Uccisa a botte. La fotoreporter canadese Zahra Kazemi è morta a causa delle percosse inflittele dopo il suo arresto. Le autorità iraniane lo hanno dovuto riconoscere oggi. Questa è la realtà di un paese in cui tentare di fare informazione può significare la propria condanna a morte. Ricordiamo con chiarezza le polemiche che gli indignati in servizio permanente fecero seguire alla morte accidentale del cameraman spagnolo Josè Couso mentre dalla terrazza dell'Hotel Palestine di Baghdad riprendeva manovre militari americane. Ricordiamo che per giorni si accusarono le truppe statunitensi di assassinio deliberato di un operatore dell'informazione. Vorremmo che gli stessi indignati in servizio permanente trovassero, prima di partire per le vacanze, un residuo di indignazione (che spesso ma non sempre fa rima con dignità) da dedicare all'omicidio volontario di Zahra Kazemi che con una macchina fotografica in mano (quindi senza armi, senza estintori, senza bastoni) stava solo svolgendo il proprio lavoro. Per ricordare con lei tutti coloro che pagano con il carcere e le torture l'esercizio della loro professione nei regimi illiberali che ancora ammorbano questo pianeta.
Gli strani alleati degli Stati Uniti. Anne Applebaum sul Washington Post:
Nearly all of the arguments about multilateralism, unilateralism and whether the United States should have allies need to be framed differently. For we do have allies -- it's just that they're allies who want America to fight the war on terrorism while their citizens, simultaneously, denounce the United States for fighting the war on terrorism. What we have, at the moment, is not a coalition of the willing, in other words, but a coalition that dare not speak its name. Quasi tutte le discussioni a proposito del multilateralismo, l'unilateralismo e se gli Stati Uniti dovrebbero avere alleati devono essere inquadrate diversamente. Perchè noi abbiamo alleati - è solo che si tratta di alleati che vogliono che l'America combatta la guerra contro il terrorismo mentre i loro cittadini, contemporaneamente, denunciano gli Stati Uniti per combattere la guerra contro il terrorismo. Quel che abbiamo, al momento, non è una coalizione della volontà, in altre parole, ma una coalizione che non osa pronunciare il suo nome.
Vive la France (et l'Europe). L'esistenza si sta facendo sempre più complicata per gli ebrei che vivono in Francia. Continui attacchi, razzismo diffuso, omertà da parte delle autorità. Tanto che qualcuno sta pensando di andarsene.
Amici per la pelle (degli altri). I voli Pyongyang – Teheran aumentano di frequenza. Forse sarebbe il caso di prendere sul serio quel che sta accadendo su questa rotta. Gli americani lo stanno facendo già da un po'. Gli europei invece sono ancora fermi all’ironia sulla definizione di Asse del Male. Agli europei l’ironia piace tanto.
Buco nero. Questa foto è stata scattata da un satellite. I punti luminosi provengono dalle aree più densamente popolate. C’è un solo paese che appare completamente al buio. Un’immagine che vale un trattato di politica internazionale. (Via Tim Blair).
Adieu. Mugabe potrebbe lasciare a fine anno. Lo ha detto Mbeki a Bush durante la visita di quest'ultimo in Sudafrica. Un'uscita politica non è esattamente quello che il dittatore di Harare meriterebbe. Ma se questo servirà a liberare lo Zimbabwe dalla fame e dalla barbarie di un despota razzista e dissennato ben venga anche questo addio diplomatico. Gli Usa hanno condizionato al cambio di regime un contributo sostanziale per la ricostruzione del paese e stanno da tempo esercitando forti pressioni politiche affinchè ciò si verifichi. La Liberia senza Taylor e lo Zimbabwe senza Mugabe renderanno il continente un luogo meno invivibile. La politica africana della casa Bianca sta cominciando a dare i suoi frutti. Anche se qualcuno continua a dire che Bush in Africa è andato solo a rompere le scatole. Insomma che bastava Veltroni ché mica di cowboy han bisogno gli africani. La solita litania che quotidianamente ormai ci viene ammannita come una messa. Meglio lasciar perdere.
martedì, luglio 15, 2003
Democrazia, che paura. Perchè la piccola Hong Kong sta diventando ogni giorno di più un grande problema per Pechino (e una grande speranza per un miliardo e duecento milioni di cinesi).
What they fear is a double effect," said Shi Yinhong, an international relations scholar at People's University in Beijing. "If the central government backs down, Hong Kong will be a base for subversive activities. At the same time, the Chinese public will conclude the Communist Party is not infallible, and that so-called people power can have an impact". Società aperta contro propaganda di regime. Instead, we're seeing two different ideas about what society should be like, and when you talk about a tussle of ideas, size doesn't matter much. We all know ideas can start small and go a long way, and the Hong Kong idea, while dominant in only a small part of China, represents the dominant idea in the global community. Qualcosa è sfuggito al controllo. The central government has concluded that its institutions in Hong Kong are far from effective. They couldn't successfully mobilize the pro-China forces and maintain the loyalty of the centrists," said one person in Beijing who has been consulted by the government. "At the same time, they underestimated the political strength and skill of the hostile forces, the democrats". Influenza democratica. But Hong Kong exerts a quiet influence on the mainland. More than 100 million people watch Hong Kong-based Phoenix Satellite Television, which was the only Chinese station to report the July 1 demonstrations, though it was only a one-minute segment heavy with interviews with government officials. More than 250,000 people pass through the Lo Wu border crossing every day, and nearly 7 million Chinese tourists visited Hong Kong last year. In addition, some groups in Hong Kong take funds into China to support dissidents. Many others try to make a difference by supporting people and organizations not under the complete control of the Communist government. In attesa del contagio. Han said people in China are angrier and more frustrated with the government than people in Hong Kong, but they are unable to stage large-scale demonstrations because the media cannot report protests and the police are quick to arrest organizers. "The environment created by the state is the key difference," Han said. "In China, there is a lot of fear. . . . In Hong Kong, it's completely different". P.S. Quando su un qualsiasi quotidiano italiano leggeremo un reportage di questo tipo, quello sarà un bel giorno per il nostro giornalismo.
Belgrado da bere. Sull'affare Telekom Serbia hanno iniziato ad indagare anche le autorità dell'ex feudo miloseviciano. Ne parlano il Financial Times ed un giornale greco che segnala:
Justice Minister Vladan Batic said he has requested assistance from the justice ministries of Italy, Greece, Germany, Cyprus and Great Britain in the Serbian investigation. Milosevic and his cronies are believed to have had secret bank accounts and offshore companies in those countries. Several individuals have been accused of wrongdoing in the sale of Serbia’s Telekom, Batic said. He refused to identify the suspects or provide more details. “This was the biggest scam and financial machination in Serbia in the 20th century,” Batic said. L'Italia c'è dentro. Fino al collo. (Grazie a Mauro). lunedì, luglio 14, 2003
14 luglio 1789. Un passo indietro al maggio dello stesso anno. A Versailles si riuniscono gli Stati Generali. Nobiltà, clero e Terzo Stato sono convocati dal re Luigi XVI in seguito alle pressioni di aristocrazia e parlamenti regionali. Il Terzo Stato si costituisce in Assemblea Nazionale rivendicando una Costituzione. Il re non può far altro che approvarne la formazione invitando la nobiltà a farvi parte. L’Assemblea diventa Costituente e il suo compito sarà quello di elaborare un nuovo ordinamento istituzionale. E’ l’inizio della fine dell’assolutismo monarchico. Nei giorni successivi il re ammassa truppe alle porte di Parigi e Versailles. Il 14 luglio i parigini assaltano la prigione della Bastiglia. Comincia la Rivoluzione Francese. Il 4 agosto l’Assemblea Costituente abolisce i privilegi feudali. Il 26 agosto viene approvata la Déclaration des droits de l’homme e du citoyen. Les Représentants du Peuple Français, constitués en Assemblée Nationale, considérant que l'ignorance, l'oubli ou le mépris des droits de l'Homme sont les seules causes des malheurs publics et de la corruption des Gouvernements, ont résolu d'exposer, dans une Déclaration solennelle, les droits naturels, inaliénables et sacrés de l'Homme, afin que cette Déclaration, constamment présente à tous les Membres du corps social, leur rappelle sans cesse leurs droits et leurs devoirs ; afin que leurs actes du pouvoir législatif, et ceux du pouvoir exécutif, pouvant être à chaque instant comparés avec le but de toute institution politique, en soient plus respectés; afin que les réclamations des citoyens, fondées désormais sur des principes simples et incontestables, tournent toujours au maintien de la Constitution et au bonheur de tous. En conséquence, l'Assemblée Nationale reconnaît et déclare, en présence et sous les auspices de l'Etre suprême, les droits suivants de l'Homme et du Citoyen. Francois Furet (1927-1997) è stato il più grande studioso contemporaneo della Rivoluzione francese. Al suo pensiero affidiamo le riflessioni sugli eventi del 1789 e su quel che ne seguì: Il rapporto con la Rivoluzione inglese I riferimenti all’esempio inglese si trovano un po’ dappertutto nella Rivoluzione francese: ovunque o meglio in tutte le fasi e in tutti i campi di quella fase della storia francese. Ed è proprio la sua ubiquità a renderne difficile l’interpretazione. Nel 1789 l’uso più frequente del caso d’oltremanica è legato alla Costituzione inglese, il cui modello, peraltro non del tutto ben compreso, alimentò nel 1789 le speranze dei pù moderati tra i rivoluzionari, e cioè i monarchici (che erano poi anche gli amici e i corrispondenti di Burke in Francia). La loro ambizione è quella di fermare al più presto possibile la Rivoluzione che è scoppiata nel maggio-giugno 1789, attraverso un compromesso tra le due sovranità in campo: quella del re e quella dell’Assemblea: l’esempio della Costutizione inglese, come è stata definita nelle sue caratteristiche principalei dalla Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688 viene utilizzato a questo scopo. Manco a dirlo questo riferimento, proprio dei liberali filo inglesi, non sopravvive a lungo nel corso frenetico degli avvenimenti: e finisce per scomparire nell’estate del 1789, con la sconfitta dei monarchici da parte dei «patrioti» del dibattito costituzionale. Il rapporto con la Rivoluzione americana: analogie La verità è che l’idea americana della rivoluzione forma un ponte tra la sua interpretazione inglese e quella francese. La sua stessa ricchezza è tale grazie a questa doppia parentela; a seconda del punto da cui la si osserva, la si può considerare infatti come l’erede della rivoluzione inglese o come il precedente della Rivoluzione francese. Nel primo caso la comparazione fa leva sia sull’origine, in gran parte inglese, dei coloni americani sia su tutto ciò che essi devono a questa prima appartenenza: non solamente la loro lingua e il loro protestantesimo, qualunque sia la loro effettiva confessione, ma soprattutto l’aspetto essenziale delle loro idee politiche, che provengono dalla tradizione whig. E’ da lì che essi hanno attinto la loro diffidenza nei confronti di un governo inteso come un male reso inevitabile dalle passioni umane e la necessità di preservare a ogni costo contro di esso le libertà degli individui. Essi hanno trasferito nelle loro istituzioni l’idea dei checks and balances e conservano nei loro codici l’ancoraggio alla common law. A tal punto che la loro rivoluzione può apparire, agli sguardi di molti, come un seguito ( o il coronamento) della stessa rivoluzione inglese; una democratizzazione delle istituzioni inglesi nella fedeltà al loro spirito originario. Ai loro occhi (dei francesi) ciò che accade dall’altra parte dell’oceano Atalantico rappresenta la prima incarnazione nella storia delle idee della filosofia dei Lumi: una società fondata sulla libera volontà degli associati, di cui un contratto solenne garantisce i diritti e la sovranità su se stessa. Prima ancora che la Rivoluzione francese esploda e mobiliti a proprio profitto la fede in un nuovo inizio dell’umanità, che i francesi chiameranno rigenerazione, è attorno alla giovane repubblica americana che si è già costruita l’idea di una storia originaria attraverso cui la società torna ad essere conforme alla natura e alla ragione. La similitudine profonda tra i due avvenimenti sta proprio lì. L’idea della rivoluzione, nel suo senso più profondo, vale a dire più radicale, è tratto, per i francesi proprio dall’esempio americano. Non si tratta più di una guerra o di una rivolta destinata semplicemente a far passare il potere di mano. Ma si tratta di tornare all’inizio stesso del tempo. L’ossessione democratica della novità ha fatto irruzione nella storia. Il rapporto con la Rivoluzione americana: differenze Uniti da questa ambizione comune di inventare una società che sia il prodotto di volontà libere, la rivoluzione americana e la Rivoluzione francese presentano, però, da questo punto di vista, una differenza capitale. La prima non ha avuto bisogno di abbattere uno Stato sociale aristocratico per instaurare una società di individui uguali e liberi. Lo stato sociale aristocratico, infatti, i coloni americani l’hanno lasciato alle loro spalle lasciando l’Inghilterra o l’Europa per vivere uguali e liberi su una nuova terra: con la conseguenza che il viaggio transatlantico ha già operato a monte la rottura rivoluzionaria, di cui l’emancipazione nei confronti della Corona inglese non costituisce a valle che una seconda fase. E’ così grande la differenza con il caso francese che Tocqueville ha visto nel caso americano, in opposizione al 1789 in Francia, una instaurazione «non rivoluzionaria» della democrazia: «Il grande vantaggio degli americani è di essere arrivati alla democrazia senza avere dovuto passare attraverso una rivoluzione democratica e di essere nati uguali al posto di diventarlo». Nel loro caso la fondazione contrattuale della società per volontà degli associati corrisponde alla realtà della loro stessa storia. Non aver conosciuto alcuno spostamento come quello dei coloni americani ha comportato per i francesi della fine del XVIII secolo la necessità di rinnegare il passato feudale e aristocratico della nazione per inventarsi un popolo nuovo o, «rigenerato» secondo il vocabolario dell’epoca: è a questa sola condizione che essi possono essere protagonisti dell’atto principale del Contratto sociale, di cui tanti filosofi del secolo avevano contribuito a stabilire la legittimità. Nella sua accezione francese l’idea di rivoluzione è inoltre inseparabile dalla maledizione del passato, che porta all’esaperazione la volontà di escluderne o di eliminarne quei beneificiari corrotti che sono gli aristocratici. Gli insorti americani avevano dovuto combattere anch’essi un certo numero di loro compatrioti che avevano sposato la causa inglese. Ma la giovane Repubblica, una volta divenuta indipendente non possedeva che una sola storia, che costituiva il suo orgoglio e il motivo della sua unità. Molto presto – e per lungo tempo – i francesi diverranno invece uno strano popolo che non è capace di amare per intero la propria storia nazionale: perchè se celebra la Rivoluzione, detesta l’Ancien Régime, e se invece ammira l'Ancien Régime allora detesta la Rivoluzione. Una caratteristica tanto interiorizzata nella coscienza nazionale che finisce in effetti per estendere anche al futuro la tabula rasa rivoluzionaria e per prolungarne gli effetti a beneficio delle generazioni del XIX e del XX secolo. Ma una caratteristica che, allo stesso tempo, prolunga anche il carattere fittizio di quella rottura, nascondendo la relazione della Rivoluzione con il passato da cui è uscita e cioè l’assolutismo. Mentre gli anglo-americani hanno formato, infatti, con il loro esodo un popolo nuovo, i francesi della fine del XVIII secolo, ossessionati dal desiderio di allontanarsi dal proprio passato, sono stati condannati a ignorare che questa passione collettiva di rottura era una conseguenza propria di quel passato: la cancellazione dell’antica Costituzione del regno era stata opera dell’assolutismo prima che gli uomini del 1789 ne facessero una proclamazione solenne per trasformarla nel punto di partenza e nel principio della rigenerazione. E, viste in questa prospettiva, le due rivoluzioni della fine del XVIII secolo, quela americana e quella francese, sono figlie delle due rivoluzioni precedenti. Ma la prima è uno sdoppiamento della storia d’Inghilterra nel nome della libertà individuale. Mentre la seconda succede alla sovversione dell’ordine tradizionale messo in atto dall’amministrazione monarchica: sovversione di cui essa si appropria e che porta a compimento, attraverso la proclamazione della cancellazione di tutto ciò che esisteva precedentemente, prima ancora di misurare il peso che questa tabula rasa avrebbe fatto gravare sulla ricostruzione del corpo politico. Ma le sconfitte che essa incontra in questa stessa impresa faranno costantemente rinasce l’idea di ricominciare nuovamente da capo: se la Rivoluzione non è arrivata a compimento nel 1789, o nel 1791, non rimane che riprenderla nel 1792 o nel 1793. La coscienza rivoluzionaria alla francese mescola dunque alla rappresentazione del tempo come maledizione la riduzione del tempo all’immagine di una nuova aurora. Nella sua evoluzione e negli esiti la Rivoluzione francese conferma queste profonde differenze. Si giunge così nel giro di pochi anni al tradimento delle promesse originarie attraverso una sorta di rivoluzione permanente imposta dalla classe dirigente che era riuscita ad uscire vittoriosa dallo scontro politico successivo agli eventi dell’89. Assistiamo così alla dittatura giacobina, al 1793, al Terrore. La Rivoluzione divora se stessa in un’involuzione autoritaria che apre le porte alle minacce di restaurazione e al bonapartismo. Ancora Furet: ... la «rivoluzione del 10 agosto» 1792, che taglia l’ultimo legame con l’Ancien Régime attraverso l’abolizione della monarchia, seguita dall’esecuzione del re. Da allora la rivoluzione non ha più un obiettivo assegnato o una fine prevedibile. Abbandona dietro di sè una prima rivoluzione fallita, quella del 1789, per ricominciare il suo corso, presto mascherato solennemente da un nuovo calendario che comincia con la Repubblica, il 21 settembre 1792. Essa non ha più per obiettivo quello di inserirsi in un progetto di legge costituzionale, ma quello di assicurare il trionfo della libertà e dell’eguaglianza sui loro nemici, introduzione indispensabile alla fomazione dell’uomo nuovo, liberato dalla precedente subordinazio |