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1972
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martedì, luglio 29, 2003
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L'intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d'anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l'ha mai liberato. (Pier Paolo Pasolini - Poesia in forma di rosa)
Lei non andrà in vacanza. Aung San Suu Kyi è ancora in carcere (o in qualche altro luogo). Secondo la giunta militare è lei la responsabile della mancanza di democrazia nel paese.
Cuba libre? Cosa succederebbe se Castro tenesse fede a quanto dichiarato pochi giorni fa? Samizdata azzarda una risposta piena di speranza e ritorna poi sull’immagine che il dittatore continua ad evocare in alcuni ambienti occidentali. David Carr avrebbe potuto aggiungere un altro contributo al suo pezzo se avesse ascoltato queste dichiarazioni dell’immancabile Diliberto, ex Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana.
Molto opportunamente un collega attento ha invece segnalato questa iniziativa. Non andremo a Cuba ma cercheremo in qualche modo di farci arrivare un libro. La nostra scelta cade su un saggio di cui, in ogni caso, consiglieremmo a tutti la lettura anche qui da noi. Ne riparleremo.
Il nuovo Iraq prende forma. Paul Gigot lo ha visitato di recente ed il suo reportage ci racconta una realtà decisamente diversa da quella che quotidianamente ci viene proposta dai mezzi di informazione.
Most reporting from Iraq suggests that the U.S. "occupation" isn't welcome here. But following Mr. Wolfowitz around the country I found precisely the opposite to be true. The majority aren't worried that we'll stay too long; they're petrified we'll leave too soon. Gli errori di valutazione iniziali sono stati corretti e la strategia alleata di gestione del dopoguerra sta portando alla graduale de-baathizzazione del paese ed al ripristino delle strutture essenziali alla vita civile. Le difficoltà non mancano ed il processo di ricostruzione è appena all’inizio ma il compiersi della missione è obiettivo comune degli iracheni - ancora terrorizzati dal ricordo della dittatura ma allo stesso tempo consapevoli di avere per la prima volta l'opportunità di un'esistenza degna di questo nome - e degli americani - consci di aver scritto una fondamentale pagina di storia. Tutto il resto è letteratura. "So I see they're giving Bush a hard time about the WMD," volunteers a Marine colonel, at the breakfast mess in Hilla one morning. "They ought to come here and see what we do, and what Saddam did to these people. This was a good thing to do."
ID card. In Gran Bretagna è in corso una accesissima polemica sulla proposta del Governo di introdurre la carta di identità per i cittadini. Avete capito bene: proprio la carta di identità. Ci rendiamo conto che in un paese come l’Italia in cui una persona praticamente non esiste se sprovvista di documento di identità, codice fiscale, patente di guida, tessera sanitaria nazionale e nel quale è richiesta una procedura di identificazione anche per giocare a bocce la notizia possa apparire assurda. Ma per gli inglesi questa prospettiva è considerata una intollerabile limitazione della privacy e della libertà individuale. E’ anche per simili dettagli che in questo blog si nutre una così alta considerazione per le democrazie anglosassoni (e una così scarsa per i loro patetici detrattori nostrani).
Qui un breve excursus storico a beneficio di chi pensa che «tutto il mondo è paese». Non è così. «I believe that the requirement of an internal passport is more objectionable than an external passport, and that citizens ought to be allowed to move about freely without running the risk of being accosted by a policeman or anyone else, and asked to produce proof of identity». Altri pianeti. lunedì, luglio 28, 2003
Nausea. Sì, è la parola giusta. Andiamo avanti.
sabato, luglio 26, 2003
Liberia chiama Washington. Washington risponde. Mentre il mondo capovolto continua a girare per conto suo. Come annunciato settimane fa Bush ha ordinato il dispiegamento al largo delle coste della Liberia di una forza navale e di un primo contingente di 2.300 marines. L'obiettivo ufficiale della loro missione sarà quello di supportare l'ECOWAS (Economic Community of West African States) nel tentativo di riportare ordine nel paese ma è evidente come le truppe possano in qualsiasi momento essere chiamate ad intervenire direttamente. Non abbiamo nemmeno troppa voglia di dilungarci qui sull'immancabile balletto di recriminazioni e pregiudizi che in questi giorni - come sempre - ha accompagnato le azioni e le intenzioni dell'amministrazione Bush sulla questione. Ci limitiamo solo a constatare che di nuovo se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Abbiamo visto fieri oppositori dell'intervento contro il regime di Saddam Hussein accusare a gran voce gli Usa di rifiutare il coinvolgimento nel continente africano salvo poi criticare ancora una volta ogni passo compiuto dal presidente Bush durante il suo recente viaggio in Africa. Abbiamo sentito che in Liberia l'intervento sarebbe giustificato in quanto autorizzato dall'Onu mentre quello in Iraq sarebbe stato illegale (la 1441 e tutte le risoluzioni da essa richiamate sono state in un sol colpo cancellate dalla storia); abbiamo perfino letto che gli Usa sarebbero obbligati ad intervenire in base al «diritto contrattuale» (pittoresco, non c'è che dire, non tanto per le forme in cui il concetto è stato esposto ma certamente per quelle in cui è stato ripreso) che per alcuni evidentemente dovrebbe regolare l'agire politico delle nazioni e di fronte al quale la liberazione di un paese da una dittatura genocida e la prevenzione di una minaccia alla sicurezza internazionale diventano ridicoli pretesti usati da capi di stato in cerca di petrolio e di avventure. Insomma, cose così, sempre le stesse, sempre peggio. Ovviamente in Liberia si deve intervenire: ma lo si deve fare non perchè lo richieda quel fantasma delle istituzioni internazionali che risponde al nome di Nazioni Unite, non perchè vi siano obblighi scritti, ma perchè la situazione lo impone, perchè la popolazione invoca da tempo l'attenzione del mondo e la presenza degli americani (ripetiamo: l'attenzione del mondo e la presenza degli americani), perchè da lì possono originarsi ulteriori fattori di destabilizzazione del già precario equilibrio internazionale. Particolarmente curioso è che oggi l'Onu si muova evocando ragioni di carattere umanitario quando per mesi la stessa organizzazione supportata dai peacemongers di tutto il pianeta si è opposta a quella che - anche volendo lasciare per un momento da parte ogni altra considerazione di natura strategica, politica e di sicurezza - si è rivelata la più grande operazione umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale: la provocata caduta di una tirannia che ha disseminato di fosse comuni e di camere di tortura un intero paese. Ma così va il mondo. E oggi come domani continueremo ad assistere al triste spettacolo di coloro che dopo aver tacciato di criminali gli Stati Uniti per essere intervenuti in Iraq adesso riservano loro lo stesso epiteto per il semplice sospetto che gli stessi Stati Uniti non abbiano l'intenzione di intervenire in Liberia. Salvo poi eventualmente scendere in piazza contro l'imperialismo yankee quando l'azione si concretizzerà. A questo punto, non si sa come, un lieve dubbio sta cominciando ad insinuarsi nei nostri pensieri... non sarà mica perchè sono americani?
venerdì, luglio 25, 2003
Uno ogni sette. Questo il rapporto tra funzionari della Stasi (dipendenti diretti, informatori e informatori parziali) e popolazione nell’ex Germania Est. Un libro di recente pubblicazione ripercorre attraverso testimonianze la tragica e grottesca realtà di un paese in cui anche il pensiero era un crimine. Il totalitarismo nella sua essenza.
Non torneremo indietro. Un superlativo Steven Den Beste ribadisce sul WSJ i motivi per cui l’America non concederà nulla agli islamofascisti che l’hanno attaccata. Se ne facciano una ragione quelli che ancora stentano a comprenderlo o si augurano il contrario.
Dai pesci piccoli a quello grosso. Come l’opera di de-baathizzazione dell’Iraq sta conducendo fino alla cupola del regime. L’evoluzione della strategia alleata nel dopoguerra.
Che fai, mi critichi? Porphyrogenitus ha un post interessante sulla curiosa tendenza di alcuni ad interpretare la libertà di espressione soltanto a loro beneficio e come autorizzazione in bianco per poter dire qualunque cosa senza dover essere chiamati a risponderne. Sì, avremmo pronto qualche esempio anche noi.
Wait a moment. Gilligan e la BBC hanno chiesto che il verbale dell’udienza del giornalista davanti al Foreign Affairs Committee non venga per il momento pubblicato. La scorsa settimana avevano insistito per la sua divulgazione al fine di dimostrare la correttezza della posizione di Gilligan. Adesso non sembrano più molto sicuri.
Il difensore degli oppressi. Questa notizia riguarda ovviamente Chirac ed offre due spunti interessanti.
Il primo: sembra che il presidente francese - sempre più in forma - abbia dichiarato durante un suo incontro con il primo ministro malese che è ora di creare una struttura che ponga fine alla «legge della giungla» in ambito internazionale. Bene, direte voi, il buon Jacques si è convinto che è ora di combattere seriamente il terrorismo e gli stati canaglia. Errore: Chirac si riferiva agli Stati Uniti e al loro «unilateralismo». Il secondo: il primo ministro malese, fortemente contrario alla guerra in Iraq considerata nientemeno che un attacco razzista contro popolazioni «non bianche», ha reso onore a Chirac per «il coraggio dimostrato nel porsi dalla parte degli oppressi». E noi che, stupidi, pensavamo che gli oppressi fossero gli iracheni sotto Saddam! Il presidente francese ha dichiarato di condividere completamente i punti di vista del primo ministro. Per curiosità: se voi foste americani continuereste a considerare la Francia un alleato?
Entusiasmi. Titolo di Repubblica: «Caetano Veloso, 100 mila in piazza: Veltroni entusiasta». Anche noi siamo sempre più entusiasti di Repubblica.
giovedì, luglio 24, 2003
Onanismo informativo. L'incapacità della stampa europea di spiegare una cosa seria come la guerra. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
L'Europa del futuro. Un terzo dei tedeschi sotto i trentanni (ed un quinto del totale) pensa che gli Usa abbiano organizzato gli attentati dell'11 settembre. Avanti così.
Un mondo meraviglioso. Update. Poteva mancare? E infatti non manca. Il contributo italiano al qualunque cosa facciano sbagliano. La voce di Lietta Tornabuoni su La Stampa di oggi è un altro pezzo da antologia. «Ma perchè hanno ucciso i figli (e forse un nipote) di Saddam Hussein?», si chiede. Mica l'ha capito. Mica ha letto nulla sulla dinamica dell'assalto, la resistenza e la battaglia che ne sono seguite, lo scontro a fuoco. Ma va'. Anzi: ma chi se ne importa. L'han fatto perchè per Lietta questo è il modo di fare di quelli che «hanno vinto una guerra preventiva illegale, mossa per motivi inconfessati, combattuta sulla base di menzogne». Stanno cominciando a mancarci le parole. Quindi vi lasciamo a questa ennesima perla di saggezza.
Ma perché hanno ucciso i figli (e forse un nipote) di Saddam Hussein? Che bisogno c'era? Per quale motivo ammazzarli? Una volta identificato (grazie a una soffiata da 30 milioni di dollari) il posto dove stavano, li avrebbero comunque presi. Erano in 4 dentro una casa a Mossul, nel Nord dell'Iraq. Bastava circondare l'edificio, metterlo sotto assedio e aspettare. E invece i parà della 101ª divisione aerotrasportata, le truppe speciali dell'esercito e dell'aviazione, i 200 uomini delle «Aquile Urlanti», l'attacco con razzi da parte degli elicotteri: uno spiegamento guerresco che serviva assolutamente a nulla. Erano pericolosi in quel momento? Sicuramente no. S'erano barricati nell'interno? Era sufficiente attrezzarsi. Facevano resistenza? Bastava collocarsi fuori tiro. Ma perché uccidere? I figli di Saddam Hussein saranno certo stati violenti, efferati assassini, seminatori di terrore in città, figure-chiave dell'ex regime: ma se si dovessero ammazzare tutti i criminali politici, le feroci canaglie, staremmo freschi, sarebbe un eccidio al giorno. In casi simili si catturano i colpevoli, si arrestano, si processano, si uccidono se nel Paese è legale la pena di morte oppure si condannano all'ergastolo o alla pena che il tribunale ha sentenziato: il modo di agire civile e democratico è questo. Perché ammazzare? E perché proprio gli americani dovevano assumersi il compito di ammazzare? Perché hanno vinto una guerra preventiva illegale, mossa per motivi inconfessati, combattuta sulla base di menzogne? Ma l'Iraq non è in guerra. La guerra è finita. Le uccisioni dei figli di Saddam Hussein non sono originate dalla «giustizia popolare» né dall'odio popolare, come fu per Mussolini e i suoi: in ogni caso quell'esecuzione del dittatore, nel tempo tanto criticata e caricata di tanti rimorsi, venne eseguita dai partigiani italiani, non dagli americani o dagli inglesi che presidiavano l'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Non è incomprensibile immaginare che i figli di Saddam Hussein siano stati uccisi per motivi politico-militari. E per quella mancanza di rispetto per la vita altrui che ha segnato tutta la guerra. Avete capito? «In casi simili si catturano i colpevoli, si arrestano, si processano, si uccidono se nel Paese è legale la pena di morte oppure si condannano all'ergastolo o alla pena che il tribunale ha sentenziato: il modo di agire civile e democratico è questo». Grazie Lietta per curarti di noi, incivili e antidemocratici. Poche idee e ben confuse. Purtroppo diffuse. Sempre le stesse.
Un mondo meraviglioso. A leggere certe reazioni seguite alla morte dei figli di Saddam c'è ancora una volta da chiedersi seriamente a che cosa possa portare il continuo travisamento della realtà e del senso comune che sembra ormai diventato abitudine radicata e diffusa in questo confuso periodo (chiamiamolo così).
Ecco per esempio alcuni commenti degli ascoltatori della Baghdad Broadcasting Corporation. Vi assicuriamo che c’è da divertirsi (per non piangere). Tre citazioni solo per rendere l’idea: Non-judicial killings and target killings are against International law. I do not believe in the killing of human beings without trial. The US/UK forces had no legitimate reason to attack the people of Iraq and so the "intelligence" against Saddam's sons is questionable at best. It is sad when a human being is killed. Arshad Khan, Canada The killing of Saddam's sons is nothing but cold blooded murder. Now the whole world knows that there are no WMDs in Iraq and the war was for oil. So why are the Americans being allowed to carry on the killing spree? Sam, India Why not arrest them? Robert van den Heuvel, Netherlands Qui c'è dell'altro: Robert Fisk (The Independent) The burned, bullet-splashed villa in Mosul, the four bullet-ridden corpses, America's hopes - however vain - that the death of Saddam Hussein's two sons, Uday and Qusay, will break the guerrilla resistance to Iraq's US occupation troops, all conspired to produce an illusion last night: that the unidentified bodies found after a four-hour gun battle between Iraqi gunmen and US forces must be those of the former dictator's sons - because the world wants them to be. ... If he [Saddam] and his sons are dead, the chances are that the opposition to the American-led occupation will grow rather than diminish - on the grounds that with Saddam gone, Iraqis will have nothing to lose by fighting the Americans. Ma l’articolo di Robert Fisk va letto nella sua interezza per apprezzarne tutta la genialità. Già il titolo dice tutto: His sons are dead but Saddam lives. But. La reazione di SF Indymedia è... come dire... imbarazzante. CNN is reporting that Saddam's sons, Qusay and Uday, have been killed by U.S. troops. Still unconfirmed is whether the Pentagon is lying again. Meanwhile, war criminals Bush, Blair, Cheney, and Rumsfeld are still at large. Qui invece si spiega come in Francia il principale telegiornale della sera ha dato la notizia. Leggere tutto. Per farsi del male.
Dedicato a quelli che... l'11 settembre non si sono accorti di nulla. (Ne conosciamo un buon numero).
The more I read emails or talk to anti-war types, I get a sense that 9/11 never really happened. Or if it happened, it meant nothing more than a discrete crime with discrete criminals who alone deserved justice. The notion that it meant that we were and are actually at war with a series of terrorist entities and the tyrannies that support them never truly took hold on the far left (or right). As the months have passed, their complacency and denial have undoubtedly metastasized among others as 9/11 recedes from our collective consciousness and its emotional wound begins to heal. These people, it's worth remembering, believe that the exercise of American military power is almost always more morally problematic than any foreign tyranny or even a serious security threat to the homeland. They can only justify American military power if it is wielded under imminent, grave danger that can be proven beyond a shadow of a doubt. That's why they are so exercised about tiny pieces of evidence today. They still believe we were wrong to remove Saddam from power without incontrovertible proof of WMDs of a type unobtainable in police states; they still believe America had no moral sanction for such an action; and they are even more determined to prove the superiority of their case now that the war was such a military success. So they have to turn the fallible evidence before the war into "lies"; and they have to turn the difficult but worthy post-war reconstruction into a "quagmire." They know the only chance they have is to turn American public opinion against the war so as to prevent any such exercise of military power again. In that sense, they really cannot simply be mocked. They must be challenged at every turn. For they are engaged in a process that will not only stymie efforts at reforming the Middle East but will make Americans and others more vulnerable to the designs of the Islamofascists and their terrorist allies. The war abroad cannot therefore be extricated from the debate at home. We will not win the former without winning the latter. (AS) Perfetto. Non aggiungiamo altro. mercoledì, luglio 23, 2003
Realtà virtuale. Questa la lista degli ultimi siti Internet bloccati dal governo iraniano. Qual è la vera realtà virtuale in Iran? Quella di coloro che hanno trovato nella rete un mezzo esplosivo per far conoscere al mondo ciò che sta accadendo nel loro paese o quella di un potere arroccato alla sua ideologia mortifera e lontano anni luce dai bisogni e dalle speranze di una popolazione di cui è accusatore, giudice e carceriere?
Siete tutti avvisati. Questo editoriale del Teheran Times lascia ben poco all'immaginazione. Ce n'è come al solito un po' per tutti: Stati Uniti (ovviamente), lobby sionista (sarebbe Israele nel linguaggio dei mullah), Unione Europea (sorpresa). Particolarmente significativa la conclusione del pezzo:
Unfortunately, it looks as though the union is concerned more about the fate and interests of the Zionist regime, than being concerned about its own interests in the Islamic countries in the Middle East region. The EU should bear in mind that even if the regime in Israel accepted the Road Map peace plan, it would not have a place among the Islamic nations in the region. Piuttosto chiaro, no?
Eroi della Pace. Oooops...
Due che nessuno rimpiangerà. Uday e Qusay, figli di Saddam Hussein, sono stati uccisi dalle truppe americane in uno scontro a fuoco a Mosul. Gli iracheni, ancora psicologicamente turbati dal fantasma di un possibile ritorno del dittatore e della sua banda criminale, hanno accolto così la notizia. Saddam, se ancora vivo come sembra, è sempre più isolato e non è irragionevole pensare che gli alleati siano sulle sue tracce. La sua cattura od uccisione significherebbero verosimilmente anche la fine degli attacchi che i fedelissimi dell’ex-regime stanno portando dalla clandestinità alle truppe anglo-americane. Completare l’opera al più presto rappresenterebbe un passo avanti decisivo verso quello che è adesso l’obiettivo primario: la stabilizzazione e la ricostruzione di un paese devastato da 24 anni di tirannia. Per ricordare chi erano (possiamo parlarne al passato) i figli del dittatore è utile rileggersi questo articolo che Time pubblicò meno di due mesi fa. Bel colpo ragazzi.
martedì, luglio 22, 2003
Neoliberals. Hanno condiviso le ragioni degli interventi in Afghanistan e in Iraq. Appoggiano gli obiettivi di democratizzazione del medioriente che la politica estera americana sta perseguendo ma si distinguono dai neoconservatori per le strategie da utilizzare. Insomma: per certi aspetti ancora un po’ naif ma comunque sulla buona strada. Ronald Asmus e Kenneth Pollack tracciano le linee essenziali di quello che potrebbe essere il loro manifesto.
Ancora sul caso Kelly/BBC (per fatto personale e no). Stanotte avevamo altro in programma anche se presentivamo che avremmo dovuto tornarci su. Effettivamente il caso Kelly/BBC richiede una analisi piuttosto attenta altrimenti si rischia di non capire quel che è successo (soprattutto se si leggono solo i giornali italiani). Siamo stati di nuovo chiamati in causa da un collega che evidentemente ci segue con assiduità. Lo ringraziamo per l’attenzione. Lo ringraziamo anche quando ci segnala svarioni come questi che, per carità, sono sempre possibili. Però stavolta il collega si è fatto prendere la mano e, come spesso succede quando la foga di cogliere in errore qualcuno è troppo violenta, è caduto lui stesso nella fossa che credeva di aver scavato per noi e per altri. Dopo averci pensato una giornata (è sempre buona norma riflettere prima di scrivere) Pfaall si cimenta in un post piuttosto impegnativo in cui utilizza all’indirizzo di quelli che con sufficienza definisce «blog pro-guerra» parole forti come: disinformazione, ribaltamento della verità, malafede. Da che pulpito, si potrebbe rispondere chiudendola qui. Ma stanotte abbiamo voglia di dilungarci.
Quindi. Perchè Pfaall invece di criticare il viaggio di Bush in Africa stavolta entra con tutto il peso del suo argomentare nella questione della morte di Kelly? Perchè diversi bloggers stranieri ed uno italiano (1972, «il solito distratto» – boh? -) si sono permessi di sottolineare le responsabilità della BBC nella vicenda provando a spiegare perchè il guaio combinato dal network britannico fosse piuttosto grosso. Peraltro ci troviamo in buona compagnia: la stampa inglese e gran parte di quella internazionale (con l’eccezione ovviamente di quella italiana e di Le Monde che continuano a raccontare un altro mondo) sono concordi nell'osservare come ciò che la BBC ha ammesso due giorni fa metta in discussione pesantemente la sua credibilità. Pfaall no, lui è informato meglio di tutti e si incarica di dimostrare che siamo tutti dei guerrafondai in malafede e che la responsabilità della morte di Kelly ricade sul governo Blair. Ohibò. Proviamo a rispondere quindi al gentile Pfaall (ripetiamo: meglio leggere prima il suo post) approfittandone per tornare sull’argomento e ribadire alcuni concetti. Caro Pfaall, sembra che tu non abbia afferrato molto bene l’essenza della questione. A parte che «il solito distratto» (boh?) ha scritto il suo commento ben prima che Andrew Sullivan pubblicasse le proprie riflessioni (sostanzialmente coincidenti) sull’argomento (sono soddisfazioni) ed oltretutto solo dopo aver letto le cronache ed i commenti di tutti i giornali inglesi che erano sulla notizia. Mi sembra però che qui «il solito distratto» sia tu: nessuno ha mai messo in discussione che in quel dossier sia contenuto il riferimento ai 45 minuti. Come anche tu sottolinei questa non è mai stata materia del contendere tranne che evidentemente per te ai fini della buona riuscita del tuo post (ahimè). Tutta la questione ruota infatti intorno alla affermazione della BBC che quel riferimento fu opera del governo ed in particolare di Alastair Campbell. Per arrivare a dire questo la BBC si basa su di una intervista di Andrew Gilligan con il dott. Kelly. Il 29 maggio il giornalista rende pubblico il reportage con la frase incriminata accusando l'esecutivo di esserne il responsabile. Cita un «alto funzionario dell'intelligence» che poi si rivelerà essere semplicemente un funzionario del Ministero della Difesa con competenze specifiche in armi di distruzione di massa. Ma non è questo il problema principale. Il problema principale è che la BBC fa dire a Kelly quel che lui negherà sempre di aver detto. Lo negherà sotto giuramento di fronte ad una commissione del Parlamento, lo negherà parlando all'amico Mangold al quale dirà che in realtà lui alla BBC ci era andato proprio per raccontare le caratteristiche del programma di armi di sterminio di Saddam. Dopo aver messo in bocca a Kelly parole che lui non ha pronunciato la BBC, pur sollecitata, tace l'informazione della fonte. In questo modo contribuisce a fare crescere i sospetti su Kelly e contemporaneamente, non chiamandolo in causa direttamente, gli impedisce di difendersi pubblicamente. Poi succede quel che succede. Kelly si suicida e la BBC solo allora decide di rivelare la fonte. Ma Kelly non è più in grado a quel punto di difendersi. E la BBC si trova con una storia in mano della quale non sa più giustificare l'origine. Non si capisce da che cosa tu deduca che alcuni stiano sostenendo che la BBC si sia inventata la frase incriminata. Non l’abbiamo detto noi, non l’ha detto Andrew Sullivan, non l’ha affermato nessun blogger che abbia affrontato seriamente la questione. Ma quel che pare proprio che la BBC si sia inventata è invece il fatto che quella frase l'abbia aggiunta il governo. Particolare piuttosto importante, ci sembra, all'interno di una campagna volta precisamente a screditare l'esecutivo inglese. Se da due giorni tutti i quotidiani britannici (e quelli di mezzo mondo, Italia e Le Monde a parte) stanno chiamando in causa le responsabilità della BBC è proprio per questo: perchè la BBC ha fatto un presunto scoop sulla base di un'informazione che nessuno sembra averle dato (quindi è lecito pensare che se la sia inventata in assenza di altra spiegazione convincente che al momento non è arrivata) e perchè, lungi dal proteggere la sua fonte come sostieni tu, l'ha sacrificata sull'altare della propria ideologia per paura che le proprie affermazioni venissero pubblicamente smentite. (Preveniamo l’obiezione: Kelly potrebbe aver mentito in sede parlamentare. A parte che sulla rettitudine di Kelly sono pronti a giurare praticamente tutti, ma – se anche così non fosse – il ragionamento non sta in piedi in quanto un Kelly che mente in sede ufficiale a maggior ragione potrebbe aver mentito ad un giornalista e sarebbe automaticamente una fonte screditata. E poi la storia non porta molta fortuna: qualcuno ci sta provando e le reazioni non sono delle più favorevoli: c'è maretta in casa BBC, pensa un po'). Quindi, contrariamente a quanto da te perentoriamente affermato in conclusione al tuo commento, chi ha dato in pasto al pubblico Kelly mettendogli in bocca affermazioni false per poi lasciarlo al suo destino è stata la BBC, non il governo. Sarebbe quindi consigliabile - prima di dare del «distratto» agli altri - provare ad analizzare un po' meglio i temi sui quali pretendi di attaccare i tuoi colleghi. Sai Pfaall, una cosa giusta l'hai detta: «Come sempre succede nelle questioni di disinformazione, è una faccenda di sfumature e richiede un minimo di attenzione ai dettagli». Quindi facciamo così: se troverai in 1972 una frase in cui si affermi che la dichiarazione dei 45 minuti non era nel dossier (e se la troverai anche sugli altri blog «pro-guerra», come ami definirli) avrai ragione tu. In caso contrario daresti una dimostrazione di correttezza correggendo il tuo post. E soprattutto usando la prossima volta un po’ più di cautela prima di parlare di ribaltamento della verità, disinformazione e malafede anche solo per il fatto che - quando si vuol fare i paladini della verità a tutti i costi - sarebbe buona norma applicare il sano principio della prudenza. Per quanto ci riguarda la piccola polemica si chiude qui. Ma probabilmente Pfaall avrà voglia di prolungarla: quindi seguitelo. Questa assomiglia tanto a quella del Museo di Baghdad. Ci vorrà qualche giorno magari, ma poi vedrete che ci arriveranno quasi tutti. lunedì, luglio 21, 2003
Baghdad Broadcasting Corporation. Così negli ultimi mesi da più parti è stata ribattezzata la BBC. Da sempre considerato modello di riferimento per l'informazione, il network britannico non si è certo sottratto ultimamente alle responsabilità che il suo ruolo gli impone. Perciò se la maggioranza dei media europei trasuda propaganda pseudo-pacifista, pregiudizio antioccidentale, ideologia, la BBC si è incaricata anche questa volta di rappresentarne la punta di diamante. Nuovi Vietnam all’orizzonte, denunce di abusi delle forze angloamericane, interviste ad iracheni entusiasti delle torture di Saddam, racconti su dopoguerra catastrofici, uso abile delle notizie in modo da accreditare l’immagine di una guerra voluta e condotta per ragioni pretestuose, omissioni sulla realtà dell’Iraq sotto il giogo della dittatura nazionalsocialista del Baath, sedicenti scoop su menzogne dei governi occidentali e così via nel lungo percorso di disinformazione cui ci siamo purtroppo abituati da qualche tempo a questa parte. Con sempre maggiore intensità la BBC ha da tempo concentrato le proprie energie su un obiettivo dichiarato: screditare Blair e la sua politica. Poter accusare il governo britannico di aver manipolato i dossier sull’Iraq per renderli più appetibili nei confronti dell'opinione pubblica al fine di giustificare un intervento militare è evidentemente un’occasione troppo ghiotta per non lavorarci su. Così succede che il giornalista Andrew Gilligan incontra il Dott. Kelly, esperto di armi di distruzione di massa attualmente in servizio presso il Ministero della Difesa. Ne nasce un reportage in cui, senza rivelarne la fonte, la BBC riporta le parole di un esperto che accusa Alastair Campbell - communications chief di Blair - di aver inserito in un dossier ufficiale dell’intelligence una osservazione non autorizzata sulla capacità di Saddam di impiegare armi di distruzione di massa in un arco di tempo di soli 45 minuti, esagerando in questo modo volutamente la minaccia che il regime iracheno avrebbe potuto rappresentare. La storia assomiglia molto a quella dell’uranio del Niger. Un tentativo un po’ rozzo dei detrattori della politica statunitense e britannica di ridurre le sostanziali ragioni della guerra a semplici questioni di estetica. Qualcosa però stavolta sembra essere andato storto. Interrogato da una commissione parlamentare il Dott. Kelly nega di aver mai fornito al giornalista un’informazione di quel genere. Il governo britannico nel frattempo risponde alle accuse producendo documenti e testimonianze di intelligence che scagionano di fatto Campbell dalla responsabilità di aver aggiunto al dossier informazioni che non vi fossero già contenute e chiedendo alla BBC di rivelare la fonte del presunto scoop in modo da chiarirne l’origine. La BBC rifiuta di farlo fino a ieri quando, pressata dagli eventi tragici di venerdì scorso – il suicidio di Kelly -, conferma che effettivamente è stato lui a riferire quanto riportato da Gilligan. Troppo tardi. Kelly è già morto per potersi difendere. E qui cominciano i problemi per il network pubblico britannico: se Kelly è la fonte del reportage (come afferma la BBC) ma (come lui stesso ha sostenuto e come ribadisce un amico giornalista che ha parlato con lui poco prima della sua morte) non è stato Kelly a riferire al giornalista la notizia su Alastair Campbell e sul presunto inserimento nel dossier dell’indicazione incriminata dei 45 minuti, da dove Gilligan ha tratto questa informazione sulla quale ha costruito il presunto scoop contro il governo Blair? La BBC tenta a questo punto una difesa un po’ goffa nella quale però finisce sostanzialmente per ammettere che l’argomento è stato trattato con superficialità: riconosce infatti di aver indicato in un primo tempo come «senior and credible "intelligence" official», una persona - Kelly appunto - che in realtà era soltanto un funzionario del Ministero della Difesa che non aveva di fatto partecipato alla redazione del famoso dossier. Certamente la cosa non finirà qui. Telegiornali e quotidiani britannici (anche quelli ostili al governo) riportano onestamente le reazioni di tutte le parti coinvolte e si soffermano sulle conseguenze negative che potrebbe avere questa rivelazione per la credibilità della BBC. Se non fosse stato infatti il governo Blair ad aver reso «più sexy» la sua storia, ma se a farlo fosse stata proprio la BBC per portare alle estreme conseguenze la sua campagna antigovernativa si potrebbe parlare di un caso Blair (Jayson Blair – NYT) all’ennesima potenza, considerato che la BBC è oltretutto un ente pubblico. Ripetiamo: parliamo di questa vicenda non perchè pensiamo che possa aggiungere o togliere qualcosa alle evidenti ragioni di una guerra che ha abbattuto uno dei regimi più odiosi della storia ed ha aperto prospettive di sviluppo e di rinascita democratica in una zona del mondo cruciale per la sicurezza e la stabilità internazionale; a noi interessano le ragioni sostanziali dell’agire politico, non il gossip o le pseudo-questioni estetiche cui molti sembrano essere così affezionati. Ne parliamo invece per richiamare ancora una volta, nel nostro piccolo, l’attenzione su quanto grave possa risultare il danno che un’informazione disonesta e preconcetta rischia di arrecare alla comprensione ed alla formazione di un giudizio il più possibile libero da condizionamenti ideologici. Ecco, a proposito, come ieri sera hanno dato la notizia i quotidiani italiani e come la vicenda è stata commentata da illustri analisti politici di casa nostra (Barbara Spinelli su La Stampa attualmente non in rete).
Ecco invece che cosa era andato a raccontare il Dott. Kelly ad Andrew Gilligan secondo la testimonianza dell’amico Tom Mangold: giudicate voi se quanto è stato dato in pasto al pubblico risulta corretto o se invece appare come l’ennesimo frutto avvelenato di una pratica giornalistica irresponsabile. It is not generally known that David not only briefed Gilligan, but the reporter for the BBC’s Ten O’Clock News the same night. He might also have been the briefer for the BBC TV’s Newsnight. Why did he do it? Simple, really. From the very best of motives. He told me then he was anxious that reporters who did not fully understand the politics and mechanics of weapons of mass destruction should understand quite clearly what Iraq had been up to, and why it might be difficult, perhaps impossible, to find actual weapons. That means delivery systems and warheads all screwed together, filled with biological or chemical agents and ready to go. Rather, he wanted those he briefed to comprehend that Iraq had a programme - it was flexible, it had malicious intent. But he told me he certainly did not brief anyone that Iraq had weapons ready to go at 45 minutes’ notice. We laughed about that "fact" after the Gilligan interview, and he reminded me it would take the most efficient handlers at least 45 minutes just to pour the chemicals or load the biological agents into the warheads. That is why he did not recognise his briefing to Gilligan and assumed that he must have had another source for that information.
Estate 2003. Khamenei e Kim Jong Il non vanno in vacanza e presentano le ultime novità della loro collezione.
venerdì, luglio 18, 2003
Giganti. Il discorso di Tony Blair al Congresso degli Stati Uniti.
There is a myth that though we love freedom, others don't; that our attachment to freedom is a product of our culture; that freedom, democracy, human rights, the rule of law are American values, or Western values; that Afghan women were content under the lash of the Taliban; that Saddam was somehow beloved by his people; that Milosevic was Serbia's savior. Members of Congress, ours are not Western values, they are the universal values of the human spirit. And anywhere, any time ordinary people are given the chance to choose, the choice is the same: freedom, not tyranny; democracy, not dictatorship; the rule of law, not the rule of the secret police. The spread of freedom is the best security for the free. It is our last line of defense and our first line of attack. And just as the terrorist seeks to divide humanity in hate, so we have to unify it around an idea. And that idea is liberty. We must find the strength to fight for this idea and the compassion to make it universal. Can we be sure that terrorism and weapons of mass destruction will join together? Let us say one thing: If we are wrong, we will have destroyed a threat that at its least is responsible for inhuman carnage and suffering. That is something I am confident history will forgive. But if our critics are wrong, if we are right, as I believe with every fiber of instinct and conviction I have that we are, and we do not act, then we will have hesitated in the face of this menace when we should have given leadership. That is something history will not forgive. Members of Congress, if this seems a long way from the threat of terror and weapons of mass destruction, it is only to say again that the world security cannot be protected without the world's heart being one. So America must listen as well as lead. But, members of Congress, don't ever apologize for your values. Tell the world why you're proud of America. Tell them when the Star-Spangled Banner starts, Americans get to their feet, Hispanics, Irish, Italians, Central Europeans, East Europeans, Jews, Muslims, white, Asian, black, those who go back to the early settlers and those whose English is the same as some New York cab drivers I've dealt with, but whose sons and daughters could run for this Congress. Tell them why Americans, one and all, stand upright and respectful. Not because some state official told them to, but because whatever race, color, class or creed they are, being American means being free. That's why they're proud. As Britain knows, all predominant power seems for a time invincible, but, in fact, it is transient. The question is: What do you leave behind? And what you can bequeath to this anxious world is the light of liberty. That is what this struggle against terrorist groups or states is about. We're not fighting for domination. We're not fighting for an American world, though we want a world in which America is at ease. We're not fighting for Christianity, but against religious fanaticism of all kinds. And this is not a war of civilizations, because each civilization has a unique capacity to enrich the stock of human heritage. We are fighting for the inalienable right of humankind -- black or white, Christian or not, left, right or a million different -- to be free, free to raise a family in love and hope, free to earn a living and be rewarded by your efforts, free not to bend your knee to any man in fear, free to be you so long as being you does not impair the freedom of others. That's what we're fighting for. And it's a battle worth fighting. Per favore leggetelo.
State calmi/2. Se un astronauta rimettesse piede sulla terra in questi giorni dopo una missione spaziale durata otto mesi e - dopo essersi riabituato all’atmosfera - ricominciasse a leggere i giornali, ad ascoltare i notiziari, a navigare nei siti di informazione in Internet (compresi molti blog) ne ricaverebbe l’impressione che la guerra contro Saddam sia stata fatta per l’uranio del Niger. Anche molti di coloro che sono stati in questi mesi sulla Terra sembra che lo pensino. E’ pazzesco.
State calmi. Perchè è una menzogna dire che Bush e Blair hanno mentito sulla questione Iraq-Niger. Dal WSJ.
The larger truth is that it was a deeply held consensus of the U.S. intelligence community that Saddam Hussein had weapons of mass destruction, including a nuclear weapons program. Multiple U.N. resolutions asserted the same thing. We had proof that Saddam had used chemical weapons in the past. The decision to disarm the Iraqi dictator wasn't based on a single intelligence report but on a mountain of evidence compiled over a dozen years.
L’antiamericanismo è razzismo. Evidentemente non siamo i soli a pensarlo. Paul Johnson su Forbes.
Second, anti-Americanism is a function of cultural racism. An astonishingly high proportion of European elites know very little about U.S. history or culture and even deny that they have a separate existence apart from their European roots. It is strange that those seeking to bring about a European federal state or union have at no stage sought to study the lessons Americans learned during the creation of the U.S. in the 1780s. After all, the U.S. Constitution (suitably amended) has lasted for more than 200 years, and within its framework the country has emerged as the richest and most powerful society in world history. You might think, therefore, that European elites would seek to learn something from such a successful process. Not at all: The view is that sophisticated, civilized Europe has nothing to learn from "adolescent" America. What these Euro-elites particularly abhor is the way in which the framers of the Constitution made every effort to involve the population through the process of public debates, town meetings and ratification votes--and this at a time when Europe was still governed (for the most part) by the absolute sovereigns of the ancien régime. The truth is, any accusation that comes to hand is used without scruple by the Old World intelligentsia. Anti-Americanism is factually absurd, contradictory, racist, crude, childish, self-defeating and, at bottom, nonsensical. It is based on the powerful but irrational impulse of envy--an envy of American wealth, power, success and determination. It is an envy made all the more poisonous because of a fearful European conviction that America's strength is rising while Europe's is falling.
La guerra di Piero. A noi questo Fassino che da un po’ di tempo si è messo a parlare contro i «relativismi etici, culturali e politici» piace parecchio. Lo aveva già fatto per l’Iran, lo ha ribadito per Cuba. Intendiamoci: stupisce che a sinistra certi tabù comincino ad essere messi in discussione solo adesso a quattordici anni (quasi) dalla caduta del Muro di Berlino. Ma se pensiamo che per molti altri (leggere l'articolo per credere) gli stessi tabù sono ancora saldamenti in piedi (eccome) e che se è meglio tardi che mai per alcuni non è mai troppo tardi, allora viva il grissino.
Cuba/2. L'ultima del dictador barbudo. Cuba/3. Giorni fa avevamo parlato di questa campagna di Reporters sans frontières in favore dei giornalisti incarcerati a Cuba. Sembra che in Francia non sia piaciuta: qualcuno ne ha chiesto l'interdizione giudiziale. La colpa è quella di aver utilizzato l'immagine del Che associata alla scritta «La plus grande prison du monde pour les journalistes». Ne parla diffusamente questo blog che - nome a parte - merita davvero di essere letto e che ci informa che la domanda è stata accolta. Più della verità potè l'ideologia. Ancora una volta. giovedì, luglio 17, 2003
Quelli che... la colpa è delle vittime. E' d'obbligo la seconda citazione della giornata per un Andrew Sullivan che compie una breve ma efficace panoramica del pregiudizio antioccidentale e del relativismo etico e culturale che come cancri sembrano espandersi in maniera sempre più ossessiva ed irrazionale in Europa ed in larghi settori delle opinioni pubbliche occidentali: ovvero le malattie più pericolose ed autodistruttive con cui si possa avere a che fare.
I link principali sono Anti-semitism watch, The European sickness, Blaming the victims.
Domanda. Ma dove sono andati tutti oggi?
La mente, quella no, non l’avrete. Dove tutto è proibito anche la lettura diventa ribellione. Dove il potere occupa ogni spazio anche un angolo della cucina è un rifugio per ritrovare se stessi. Straordinario racconto sulla realtà di un paese che sembra irreale.
C'è chi fischia e c'è chi costruisce. Il nuovo Iraq sta prendendo forma anche se in Europa è piuttosto difficile saperlo visto che praticamente nessuno ce lo spiega (in compenso in questi giorni è scoppiata un'improvvisa passione per la chimica e per un paese dell'Africa che nessuno fino ad ora sapeva localizzare). Paul Bremer ha definito tempi ed obiettivi della presenza americana nel paese. Ieri Thomas Friedman dimostrava una certa lucidità nel delineare le priorità dell'azione dell'amministrazione statunitense: il Presidente non dovrebbe farsi distrarre più di tanto dalle polemiche sulle armi di distruzione di massa. La vera posta in gioco infatti è la ricostruzione politica e civile di un paese devastato da una dittatura brutale. E c’è ancora molto da fare: farla finita con i combattenti fedeli al despota spodestato, sostenere con tutte le energie il nuovo Consiglio iracheno, spiegare al mondo quale immensa fossa comune fosse l’Iraq di Saddam e che terribile arma di distruzione di massa il suo regime. Domenica è stato un giorno importante per gli iracheni.
Last Sunday was the most important day in Iraq since the start of the war, and maybe the most important day in its modern history. It was the first day that one could speak about the "liberation" of Iraq. It was the day that a multireligious, multiethnic Governing Council of Iraqi men and women began to assume some power and responsibility for their own country — the most representative leadership Iraq has ever had. And what was their first act? It was to declare that April 9, the day Saddam Hussein's regime was toppled, would be a national holiday. President Bush, Gen. Tommy Franks and The Weekly Standard could all call April 9 Iraq's V-E Day, but it became real only when the first representative Council of Iraqis embraced that day as their liberation. It is way too early to know whether this appointed Iraqi Council will flourish and pave the way for constitutional government and elections in Iraq, which is its assignment. It will first have to prove itself to the Iraqi people — and prove that while most Iraqis may not want us or Saddam, they do want one another. But these are not quislings, and therefore the Council's formation is a hugely important first step. This is what we came for. There is hope. Il Consiglio sta prendendo in esame la costituzione di tribunali per giudicare gli esponenti principali dell'ex-regime. Intanto si è aperto il primo museo sui crimini di Saddam e della sua banda.
Nuotare nell'inciviltà. Ai Mondiali di nuoto in corso a Barcellona non sta succedendo niente di strano in fondo. E' normale infatti che mesi di intensa propaganda antiamericana producano i loro frutti (avvelenati) anche nello sport. Può capitare allora che durante la cerimonia di inaugurazione e prima delle partite di pallanuoto disputate dalla squadra statunitense l'inno nazionale americano venga fischiato dal pubblico. Fischiare un inno è come bruciare una bandiera. Le cose in Europa attualmente funzionano così. Che dire? Che schifo.
Mi è andata bene. Cosa sarebbe successo ad Andrew Sullivan se avesse lavorato sotto la direzione di un Howell Raines qualsiasi? Un post fulminante sulla retorica del politically correct.
mercoledì, luglio 16, 2003
Uccisa a botte. La fotoreporter canadese Zahra Kazemi è morta a causa delle percosse inflittele dopo il suo arresto. Le autorità iraniane lo hanno dovuto riconoscere oggi. Questa è la realtà di un paese in cui tentare di fare informazione può significare la propria condanna a morte. Ricordiamo con chiarezza le polemiche che gli indignati in servizio permanente fecero seguire alla morte accidentale del cameraman spagnolo Josè Couso mentre dalla terrazza dell'Hotel Palestine di Baghdad riprendeva manovre militari americane. Ricordiamo che per giorni si accusarono le truppe statunitensi di assassinio deliberato di un operatore dell'informazione. Vorremmo che gli stessi indignati in servizio permanente trovassero, prima di partire per le vacanze, un residuo di indignazione (che spesso ma non sempre fa rima con dignità) da dedicare all'omicidio volontario di Zahra Kazemi che con una macchina fotografica in mano (quindi senza armi, senza estintori, senza bastoni) stava solo svolgendo il proprio lavoro. Per ricordare con lei tutti coloro che pagano con il carcere e le torture l'esercizio della loro professione nei regimi illiberali che ancora ammorbano questo pianeta.
Gli strani alleati degli Stati Uniti. Anne Applebaum sul Washington Post:
Nearly all of the arguments about multilateralism, unilateralism and whether the United States should have allies need to be framed differently. For we do have allies -- it's just that they're allies who want America to fight the war on terrorism while their citizens, simultaneously, denounce the United States for fighting the war on terrorism. What we have, at the moment, is not a coalition of the willing, in other words, but a coalition that dare not speak its name. Quasi tutte le discussioni a proposito del multilateralismo, l'unilateralismo e se gli Stati Uniti dovrebbero avere alleati devono essere inquadrate diversamente. Perchè noi abbiamo alleati - è solo che si tratta di alleati che vogliono che l'America combatta la guerra contro il terrorismo mentre i loro cittadini, contemporaneamente, denunciano gli Stati Uniti per combattere la guerra contro il terrorismo. Quel che abbiamo, al momento, non è una coalizione della volontà, in altre parole, ma una coalizione che non osa pronunciare il suo nome.
Vive la France (et l'Europe). L'esistenza si sta facendo sempre più complicata per gli ebrei che vivono in Francia. Continui attacchi, razzismo diffuso, omertà da parte delle autorità. Tanto che qualcuno sta pensando di andarsene.
Amici per la pelle (degli altri). I voli Pyongyang – Teheran aumentano di frequenza. Forse sarebbe il caso di prendere sul serio quel che sta accadendo su questa rotta. Gli americani lo stanno facendo già da un po'. Gli europei invece sono ancora fermi all’ironia sulla definizione di Asse del Male. Agli europei l’ironia piace tanto.
Buco nero. Questa foto è stata scattata da un satellite. I punti luminosi provengono dalle aree più densamente popolate. C’è un solo paese che appare completamente al buio. Un’immagine che vale un trattato di politica internazionale. (Via Tim Blair).
Adieu. Mugabe potrebbe lasciare a fine anno. Lo ha detto Mbeki a Bush durante la visita di quest'ultimo in Sudafrica. Un'uscita politica non è esattamente quello che il dittatore di Harare meriterebbe. Ma se questo servirà a liberare lo Zimbabwe dalla fame e dalla barbarie di un despota razzista e dissennato ben venga anche questo addio diplomatico. Gli Usa hanno condizionato al cambio di regime un contributo sostanziale per la ricostruzione del paese e stanno da tempo esercitando forti pressioni politiche affinchè ciò si verifichi. La Liberia senza Taylor e lo Zimbabwe senza Mugabe renderanno il continente un luogo meno invivibile. La politica africana della casa Bianca sta cominciando a dare i suoi frutti. Anche se qualcuno continua a dire che Bush in Africa è andato solo a rompere le scatole. Insomma che bastava Veltroni ché mica di cowboy han bisogno gli africani. La solita litania che quotidianamente ormai ci viene ammannita come una messa. Meglio lasciar perdere.
martedì, luglio 15, 2003
Democrazia, che paura. Perchè la piccola Hong Kong sta diventando ogni giorno di più un grande problema per Pechino (e una grande speranza per un miliardo e duecento milioni di cinesi).
What they fear is a double effect," said Shi Yinhong, an international relations scholar at People's University in Beijing. "If the central government backs down, Hong Kong will be a base for subversive activities. At the same time, the Chinese public will conclude the Communist Party is not infallible, and that so-called people power can have an impact". Società aperta contro propaganda di regime. Instead, we're seeing two different ideas about what society should be like, and when you talk about a tussle of ideas, size doesn't matter much. We all know ideas can start small and go a long way, and the Hong Kong idea, while dominant in only a small part of China, represents the dominant idea in the global community. Qualcosa è sfuggito al controllo. The central government has concluded that its institutions in Hong Kong are far from effective. They couldn't successfully mobilize the pro-China forces and maintain the loyalty of the centrists," said one person in Beijing who has been consulted by the government. "At the same time, they underestimated the political strength and skill of the hostile forces, the democrats". Influenza democratica. But Hong Kong exerts a quiet influence on the mainland. More than 100 million people watch Hong Kong-based Phoenix Satellite Television, which was the only Chinese station to report the July 1 demonstrations, though it was only a one-minute segment heavy with interviews with government officials. More than 250,000 people pass through the Lo Wu border crossing every day, and nearly 7 million Chinese tourists visited Hong Kong last year. In addition, some groups in Hong Kong take funds into China to support dissidents. Many others try to make a difference by supporting people and organizations not under the complete control of the Communist government. In attesa del contagio. Han said people in China are angrier and more frustrated with the government than people in Hong Kong, but they are unable to stage large-scale demonstrations because the media cannot report protests and the police are quick to arrest organizers. "The environment created by the state is the key difference," Han said. "In China, there is a lot of fear. . . . In Hong Kong, it's completely different". P.S. Quando su un qualsiasi quotidiano italiano leggeremo un reportage di questo tipo, quello sarà un bel giorno per il nostro giornalismo.
Belgrado da bere. Sull'affare Telekom Serbia hanno iniziato ad indagare anche le autorità dell'ex feudo miloseviciano. Ne parlano il Financial Times ed un giornale greco che segnala:
Justice Minister Vladan Batic said he has requested assistance from the justice ministries of Italy, Greece, Germany, Cyprus and Great Britain in the Serbian investigation. Milosevic and his cronies are believed to have had secret bank accounts and offshore companies in those countries. Several individuals have been accused of wrongdoing in the sale of Serbia’s Telekom, Batic said. He refused to identify the suspects or provide more details. “This was the biggest scam and financial machination in Serbia in the 20th century,” Batic said. L'Italia c'è dentro. Fino al collo. (Grazie a Mauro). lunedì, luglio 14, 2003
14 luglio 1789. Un passo indietro al maggio dello stesso anno. A Versailles si riuniscono gli Stati Generali. Nobiltà, clero e Terzo Stato sono convocati dal re Luigi XVI in seguito alle pressioni di aristocrazia e parlamenti regionali. Il Terzo Stato si costituisce in Assemblea Nazionale rivendicando una Costituzione. Il re non può far altro che approvarne la formazione invitando la nobiltà a farvi parte. L’Assemblea diventa Costituente e il suo compito sarà quello di elaborare un nuovo ordinamento istituzionale. E’ l’inizio della fine dell’assolutismo monarchico. Nei giorni successivi il re ammassa truppe alle porte di Parigi e Versailles. Il 14 luglio i parigini assaltano la prigione della Bastiglia. Comincia la Rivoluzione Francese. Il 4 agosto l’Assemblea Costituente abolisce i privilegi feudali. Il 26 agosto viene approvata la Déclaration des droits de l’homme e du citoyen.
Les Représentants du Peuple Français, constitués en Assemblée Nationale, considérant que l'ignorance, l'oubli ou le mépris des droits de l'Homme sont les seules causes des malheurs publics et de la corruption des Gouvernements, ont résolu d'exposer, dans une Déclaration solennelle, les droits naturels, inaliénables et sacrés de l'Homme, afin que cette Déclaration, constamment présente à tous les Membres du corps social, leur rappelle sans cesse leurs droits et leurs devoirs ; afin que leurs actes du pouvoir législatif, et ceux du pouvoir exécutif, pouvant être à chaque instant comparés avec le but de toute institution politique, en soient plus respectés; afin que les réclamations des citoyens, fondées désormais sur des principes simples et incontestables, tournent toujours au maintien de la Constitution et au bonheur de tous. En conséquence, l'Assemblée Nationale reconnaît et déclare, en présence et sous les auspices de l'Etre suprême, les droits suivants de l'Homme et du Citoyen. Francois Furet (1927-1997) è stato il più grande studioso contemporaneo della Rivoluzione francese. Al suo pensiero affidiamo le riflessioni sugli eventi del 1789 e su quel che ne seguì: Il rapporto con la Rivoluzione inglese I riferimenti all’esempio inglese si trovano un po’ dappertutto nella Rivoluzione francese: ovunque o meglio in tutte le fasi e in tutti i campi di quella fase della storia francese. Ed è proprio la sua ubiquità a renderne difficile l’interpretazione. Nel 1789 l’uso più frequente del caso d’oltremanica è legato alla Costituzione inglese, il cui modello, peraltro non del tutto ben compreso, alimentò nel 1789 le speranze dei pù moderati tra i rivoluzionari, e cioè i monarchici (che erano poi anche gli amici e i corrispondenti di Burke in Francia). La loro ambizione è quella di fermare al più presto possibile la Rivoluzione che è scoppiata nel maggio-giugno 1789, attraverso un compromesso tra le due sovranità in campo: quella del re e quella dell’Assemblea: l’esempio della Costutizione inglese, come è stata definita nelle sue caratteristiche principalei dalla Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688 viene utilizzato a questo scopo. Manco a dirlo questo riferimento, proprio dei liberali filo inglesi, non sopravvive a lungo nel corso frenetico degli avvenimenti: e finisce per scomparire nell’estate del 1789, con la sconfitta dei monarchici da parte dei «patrioti» del dibattito costituzionale. Il rapporto con la Rivoluzione americana: analogie La verità è che l’idea americana della rivoluzione forma un ponte tra la sua interpretazione inglese e quella francese. La sua stessa ricchezza è tale grazie a questa doppia parentela; a seconda del punto da cui la si osserva, la si può considerare infatti come l’erede della rivoluzione inglese o come il precedente della Rivoluzione francese. Nel primo caso la comparazione fa leva sia sull’origine, in gran parte inglese, dei coloni americani sia su tutto ciò che essi devono a questa prima appartenenza: non solamente la loro lingua e il loro protestantesimo, qualunque sia la loro effettiva confessione, ma soprattutto l’aspetto essenziale delle loro idee politiche, che provengono dalla tradizione whig. E’ da lì che essi hanno attinto la loro diffidenza nei confronti di un governo inteso come un male reso inevitabile dalle passioni umane e la necessità di preservare a ogni costo contro di esso le libertà degli individui. Essi hanno trasferito nelle loro istituzioni l’idea dei checks and balances e conservano nei loro codici l’ancoraggio alla common law. A tal punto che la loro rivoluzione può apparire, agli sguardi di molti, come un seguito ( o il coronamento) della stessa rivoluzione inglese; una democratizzazione delle istituzioni inglesi nella fedeltà al loro spirito originario. Ai loro occhi (dei francesi) ciò che accade dall’altra parte dell’oceano Atalantico rappresenta la prima incarnazione nella storia delle idee della filosofia dei Lumi: una società fondata sulla libera volontà degli associati, di cui un contratto solenne garantisce i diritti e la sovranità su se stessa. Prima ancora che la Rivoluzione francese esploda e mobiliti a proprio profitto la fede in un nuovo inizio dell’umanità, che i francesi chiameranno rigenerazione, è attorno alla giovane repubblica americana che si è già costruita l’idea di una storia originaria attraverso cui la società torna ad essere conforme alla natura e alla ragione. La similitudine profonda tra i due avvenimenti sta proprio lì. L’idea della rivoluzione, nel suo senso più profondo, vale a dire più radicale, è tratto, per i francesi proprio dall’esempio americano. Non si tratta più di una guerra o di una rivolta destinata semplicemente a far passare il potere di mano. Ma si tratta di tornare all’inizio stesso del tempo. L’ossessione democratica della novità ha fatto irruzione nella storia. Il rapporto con la Rivoluzione americana: differenze Uniti da questa ambizione comune di inventare una società che sia il prodotto di volontà libere, la rivoluzione americana e la Rivoluzione francese presentano, però, da questo punto di vista, una differenza capitale. La prima non ha avuto bisogno di abbattere uno Stato sociale aristocratico per instaurare una società di individui uguali e liberi. Lo stato sociale aristocratico, infatti, i coloni americani l’hanno lasciato alle loro spalle lasciando l’Inghilterra o l’Europa per vivere uguali e liberi su una nuova terra: con la conseguenza che il viaggio transatlantico ha già operato a monte la rottura rivoluzionaria, di cui l’emancipazione nei confronti della Corona inglese non costituisce a valle che una seconda fase. E’ così grande la differenza con il caso francese che Tocqueville ha visto nel caso americano, in opposizione al 1789 in Francia, una instaurazione «non rivoluzionaria» della democrazia: «Il grande vantaggio degli americani è di essere arrivati alla democrazia senza avere dovuto passare attraverso una rivoluzione democratica e di essere nati uguali al posto di diventarlo». Nel loro caso la fondazione contrattuale della società per volontà degli associati corrisponde alla realtà della loro stessa storia. Non aver conosciuto alcuno spostamento come quello dei coloni americani ha comportato per i francesi della fine del XVIII secolo la necessità di rinnegare il passato feudale e aristocratico della nazione per inventarsi un popolo nuovo o, «rigenerato» secondo il vocabolario dell’epoca: è a questa sola condizione che essi possono essere protagonisti dell’atto principale del Contratto sociale, di cui tanti filosofi del secolo avevano contribuito a stabilire la legittimità. Nella sua accezione francese l’idea di rivoluzione è inoltre inseparabile dalla maledizione del passato, che porta all’esaperazione la volontà di escluderne o di eliminarne quei beneificiari corrotti che sono gli aristocratici. Gli insorti americani avevano dovuto combattere anch’essi un certo numero di loro compatrioti che avevano sposato la causa inglese. Ma la giovane Repubblica, una volta divenuta indipendente non possedeva che una sola storia, che costituiva il suo orgoglio e il motivo della sua unità. Molto presto – e per lungo tempo – i francesi diverranno invece uno strano popolo che non è capace di amare per intero la propria storia nazionale: perchè se celebra la Rivoluzione, detesta l’Ancien Régime, e se invece ammira l'Ancien Régime allora detesta la Rivoluzione. Una caratteristica tanto interiorizzata nella coscienza nazionale che finisce in effetti per estendere anche al futuro la tabula rasa rivoluzionaria e per prolungarne gli effetti a beneficio delle generazioni del XIX e del XX secolo. Ma una caratteristica che, allo stesso tempo, prolunga anche il carattere fittizio di quella rottura, nascondendo la relazione della Rivoluzione con il passato da cui è uscita e cioè l’assolutismo. Mentre gli anglo-americani hanno formato, infatti, con il loro esodo un popolo nuovo, i francesi della fine del XVIII secolo, ossessionati dal desiderio di allontanarsi dal proprio passato, sono stati condannati a ignorare che questa passione collettiva di rottura era una conseguenza propria di quel passato: la cancellazione dell’antica Costituzione del regno era stata opera dell’assolutismo prima che gli uomini del 1789 ne facessero una proclamazione solenne per trasformarla nel punto di partenza e nel principio della rigenerazione. E, viste in questa prospettiva, le due rivoluzioni della fine del XVIII secolo, quela americana e quella francese, sono figlie delle due rivoluzioni precedenti. Ma la prima è uno sdoppiamento della storia d’Inghilterra nel nome della libertà individuale. Mentre la seconda succede alla sovversione dell’ordine tradizionale messo in atto dall’amministrazione monarchica: sovversione di cui essa si appropria e che porta a compimento, attraverso la proclamazione della cancellazione di tutto ciò che esisteva precedentemente, prima ancora di misurare il peso che questa tabula rasa avrebbe fatto gravare sulla ricostruzione del corpo politico. Ma le sconfitte che essa incontra in questa stessa impresa faranno costantemente rinasce l’idea di ricominciare nuovamente da capo: se la Rivoluzione non è arrivata a compimento nel 1789, o nel 1791, non rimane che riprenderla nel 1792 o nel 1793. La coscienza rivoluzionaria alla francese mescola dunque alla rappresentazione del tempo come maledizione la riduzione del tempo all’immagine di una nuova aurora. Nella sua evoluzione e negli esiti la Rivoluzione francese conferma queste profonde differenze. Si giunge così nel giro di pochi anni al tradimento delle promesse originarie attraverso una sorta di rivoluzione permanente imposta dalla classe dirigente che era riuscita ad uscire vittoriosa dallo scontro politico successivo agli eventi dell’89. Assistiamo così alla dittatura giacobina, al 1793, al Terrore. La Rivoluzione divora se stessa in un’involuzione autoritaria che apre le porte alle minacce di restaurazione e al bonapartismo. Ancora Furet: ... la «rivoluzione del 10 agosto» 1792, che taglia l’ultimo legame con l’Ancien Régime attraverso l’abolizione della monarchia, seguita dall’esecuzione del re. Da allora la rivoluzione non ha più un obiettivo assegnato o una fine prevedibile. Abbandona dietro di sè una prima rivoluzione fallita, quella del 1789, per ricominciare il suo corso, presto mascherato solennemente da un nuovo calendario che comincia con la Repubblica, il 21 settembre 1792. Essa non ha più per obiettivo quello di inserirsi in un progetto di legge costituzionale, ma quello di assicurare il trionfo della libertà e dell’eguaglianza sui loro nemici, introduzione indispensabile alla fomazione dell’uomo nuovo, liberato dalla precedente subordinazione ai suoi simili. Ecco perchè accentua il suo carattere di vera e propria annunciazione, che dà un valore unico al proprio corso. Perchè rappresenta l’eccezionale rispetto al quotidiano, lo straordinario contrapposto all’ordinario. Si tratta di una forma di regime che non si trova nei libri di storia, come sottolinea Robespierre nel suo famoso discorso del 5 nevoso dell’anno II (25 dicembre 1793), dove mette in opposizione il termine di governo «rivoluzionario» con quello di governo «costituzionale». Il suo scopo non è di conservare la repubblica, ma di fondarla, sbarazzandosi dei suoi nemici attraverso il Terrore. Ecco l’origine della sua superiorità sulla legge e, conseguentemente, della sua indipendenza rispetto a essa: cosa che autorizza, del resto, la sospensione provvisoria dell’esercizio del diritto e anche, oltre alla stessa salvezza nazionale, l’esigenza superiore di fondare la società sulla base della virtù dei cittadini. La Rivoluzione ha ereditato dall’Ancien Régime uomini corrotti che sono rimasti tali fino alla fine: prima di regnare attraverso la legge, la Rivoluzione deve dunque rigenerare ogni attore del nuovo Contratto sociale. La Rivoluzione francese rivela dunque la sua natura bifronte: da una parte l'affermazione dei valori liberaldemocratici e la definizione dell’orizzonte politico moderno della Déclaration la rendono conforme allo spirito dei principi che i Padri Fondatori tredici anni prima avevano posto alla base della nazione americana; dall’altra il tentativo di rigenerazione e di costruzione dell’uomo nuovo culminati nel Terrore la legano alle esperienze totalitarie del XX secolo ed in particolare a quella della Rivoluzione d’ottobre. Due concezioni opposte della politica, dei rapporti fra l’individuo e le istituzioni, del diritto, della società racchiuse nello stesso evento. Tra i meriti di Furet c’è stato quello di aver restituito la Rivoluzione francese al suo significato originario (o, meglio, ai suoi significati originari): quello delle sue conquiste e quello delle sue tragedie. Fondamentale è stato il suo contributo nel sottrarne il monopolio dell’interpretazione alla vulgata marxista-leninista che, soprattutto in Francia ma non solo, intendeva leggere gli eventi dell’89 alla luce della Rivoluzione d’ottobre promuovendone una visione prevalentemente sociale a scapito della sua natura di rivoluzione borghese (secondo la definizione che veniva utilizzata). La fase giacobina della Rivoluzione e la sua appropriazione quasi scontata da parte del bolscevismo non possono nascondere l'essenza fondamentale dei principi dell’89 che invece la Rivoluzione russa e le successive esperienze totalitarie si sono incaricate di cancellare dalla storia delle società sulle quali hanno imposto il loro dominio. Piuttosto i danni che attraverso questo accostamento ideologico certa storiografia ha prodotto sono stati probabilmente tra le cause dell’incapacità di gran parte della sinistra europea di fare i conti per decenni con la realtà del fenomeno totalitario comunista. Una eredità che in alcuni casi pesa ancora oggi. Fu un altro ’89 a far giustizia delle semplificazioni. Nel bicentenario della Rivoluzione francese crollava fragorosamente la menzogna che aveva fatto del socialismo il futuro della democrazia ed emergeva con nettezza che - al contrario - sarebbe stata la democrazia il futuro del socialismo. In quell’anno anche Furet chiudeva alcuni conti lasciati in sospeso: Nell’esame delle differenze, la manipolazione dottrinaria del concetto di «rivoluzione borghese» ha fatto perdere il senso di ciò che vi è stato di realmente universale nei principi del 1789, per aver voluto dipingere quel famoso anno con i colori della moderazione borghese. D’altro canto, si è presentato il Terrore giacobino come una necessità storica che la rivoluzione sovietica era incaricata di portare nuovamente alla luce. La stella dell’Ottobre una volta cancellata fa rivedere quella del 1789 che aveva creduto di spegnere. l'idea democratica è l’avvenire dell’idea socialista. E in questo rovesciamento c’è una tale paura di smarrimento che la prima mossa di coloro che perdono i loro simboli è di negare la realtà, pur conformandovi forzatamente la propria azione: come sorta di gru metafisiche, il «liberalismo» e il «socialismo» non si sono mai scontrati tanto quanto nella Francia della fine del XX secolo, pur così unanime invece sia sull’economia di mercato sia sull’ampia ridistribuzione sociale della ricchezza. Ma questa negazione della realtà a favore dei dogmi politici è arrivata ormai alla fine davanti all’evidenza incontestabile della storia. La fine del comunismo, o meglio la fine del suo potere sulle menti, è un altro modo di dire che capitalismo e democrazia, i due elementi essenziali della modernità, sono stati e restano il frutto della stessa dinamica. E cioè quella in cui ci troviamo sempre, e più che mai, e rispetto alla quale il sogno di ricominciare di nuovo tutto da zero, per completare infine la storia, ci appare ormai come un’utopia capace di uccidere la libertà. Chissà poi se le nostre società democratiche vivranno senza forme di messianismo politico, o se invece innalzerano a esso nuovi monumenti, testimoni dell’inesauribile fede nell’uguaglianza. Ciò che è certo, quantomeno, è che la Rivoluzione francese si trova, come mai prima, libera dalla tirannia che la Rivoluzione russa aveva esercitato su di essa per tre quarti di secolo. Eccola dunque duecento anni più tardi, come ringiovanita dopo essere stata a lungo oscurata, tornare a essere nuovamente una delle origini fondamentali del mondo moderno: che è poi ciò che la rende così particolare, contraddittoria ed enigmatica. Rinunciando a considerare domato o quantomeno esaurito il senso del 1789, le nostre società hanno infine ricominciato a interrogarsi sui diritti dell’uomo. Straordinaria la lezione di Furet. Speriamo che quelli che ancora non sono usciti dalla foresta, prima o poi, la facciano propria. (Fonti dei testi citati: Le Débat - settembre/ottobre 1997; Le Débat - novembre/dicembre 1989; Le due Rivoluzioni - Utet 2002, una raccolta dei principali articoli di Furet sull'argomento; Gli occhi della storia - Mondadori 2001)
Così i giornalisti muoiono in Iran. Reporters sans frontières sull'assassinio di Zahra Kazemi ad opera delle forze di sicurezza del regime iraniano.
La distanza fra la retorica e la realtà. Abbiamo sempre pensato al popolo palestinese come ad una vittima della politica terrorista e dell'ideologia malata della propria classe dirigente che nel corso degli anni si è arrogata il diritto di deciderne le sorti giocando con le sue speranze e le sue legittime aspirazioni con un cinismo che ha davvero pochi precedenti nella storia. Mantenere nella disperazione e nel sottosviluppo intere fasce di popolazione è un'arma potente da utilizzare per raggiungere i propri obiettivi politici nello scontro perenne con Israele. Impartire un'educazione razzista, incitare all'odio, utilizzare i figli degli altri (mai i propri) come carne da macello nei mercati, nei ristoranti, negli autobus di Gerusalemme, Haifa, Tel Aviv rappresenta l'eredità storica che Arafat e i suoi gerarchi lasceranno al loro sfortunato popolo. I supporters europei della vecchia guardia, quelli che da decenni inneggiano ad Arafat come ad un liberatore, non hanno fatto altro che contribuire a prolungare l'agonia di coloro che proclamavano di voler difendere. Abu Mazen (dando per scontato che sia sincero nelle sue intenzioni) sta provando a ricostruire qualcosa che assomigli ad un futuro partendo da questo cumulo di macerie. La retorica di un potere arroccato ai suoi privilegi e incapace di pensare ad altro che a se stesso vuole che una delle condizioni per una trattativa con gli israeliani sia il riconoscimento del cosiddetto diritto al ritorno dei palestinesi nei confini dello Stato di Israele. Si tratta ovviamente di un ricatto privo di qualsiasi giustificazione logica e politica. Un modo per sabotare ancora una volta la speranza. Risulta però che i palestinesi, forse stanchi di mandare a morire i loro figli per il tornaconto della loro corrotta dirigenza, al diritto al ritorno proprio non ci pensino e preferiscano immaginare un'esistenza civile, dignitosa, possibilmente libera laddove questo sia possibile e legittimo. Ovviamente questo non piace ai despoti di Ramallah. E questo è quello che succede quando qualcuno si permette di separare la retorica dalla realtà dei fatti.
Verso la democrazia. Questa è la struttura del primo organo di governo provvisorio del nuovo Iraq rappresentativo delle diverse componenti etniche del paese. Sono passati tre mesi e cinque giorni dalla caduta di Baghdad.
Chirac e Mladic. More to come... Il Griso ha qualcosa da aggiungere sulle relazioni pericolose fra francesi e serbi.
domenica, luglio 13, 2003
Ma liberté.
Ma liberté Longtemps je t'ai gardée Comme une perle rare Ma liberté C'est toi qui m'as aidé A larguer les amarres Pour aller n'importe où Pour aller jusqu'au bout Des chemins de fortune Pour cueillir en rêvant Une rose des vents Sur un rayon de lune Ma liberté Devant tes volontés Mon âme était soumise Ma liberté Je t'avais tout donné Ma dernière chemise Et combien j'ai souffert Pour pouvoir satisfaire Tes moindres exigences J'ai changé de pays J'ai perdu mes amis Pour gagner ta confiance Ma liberté Tu as su désarmer Toutes mes habitudes Ma liberté Toi qui m'as fait aimer Même la solitude Toi qui m'as fait sourire Quand je voyais finir Une belle aventure Toi qui m'as protégé Quand j'allais me cacher Pour soigner mes blessures Ma liberté Pourtant je t'ai quittée Une nuit de décembre J'ai déserté Les chemins écartés Que nous suivions ensemble Lorsque sans me méfier Les pieds et poings liés Je me suis laissé faire Et je t'ai trahie pour Une prison d'amour Et sa belle geôlière Et je t'ai trahie pour Une prison d'amour Et sa belle geôlière (Georges Moustaki) sabato, luglio 12, 2003
Ricordando un classico. E' sempre utile rileggere quello che è il saggio più importante di Alexis de Tocqueville ed uno dei testi fondamentali nella storia del pensiero politico occidentale:
«La Democrazia in America». Concepito in due parti (la prima pubblicata nel 1835, la seconda nel 1840) è il ritratto della società civile e politica americana dalle sue origini (i primi insediamenti, lo spirito religioso e gli ideali di libertà, l’adozione e la moltiplicazione del principio assembleare, il concetto di sovranità, il contratto sociale, il ruolo della legge, in una parola la nascita e lo sviluppo della democrazia moderna) attraverso la sua evoluzione ed il suo consolidamento fino all’epoca in cui l'autore compie il suo celebre viaggio. Studio necessario come antidoto contro l’ignoranza diffusa (anche quella di certi professori). Credeteci. In questi giorni abbiamo letto cose che voi umani...
La cattiva coscienza. FrontPageMagazine torna attraverso due articoli (il primo di Alan Dershowitz e il secondo di Jonathan Rauch) sulle caratteristiche principali dell’antisemitismo moderno. Lo sguardo va al medioriente dove è dottrina di stato ma anche all’Occidente ed in particolare all’Europa chiamati in causa per le loro omissioni, le loro complicità, i loro pregiudizi. L’antisemitismo come manifestazione comune a tutti i fanatismi sconfitti dalla storia, come gemello dell’antiamericanismo e dell’antioccidentalismo, come malattia la cui esistenza si preferisce ignorare. Infine l’Onu come organismo in cui le perversioni ideologiche antimoderne riescono perfino a trovare una loro legittimazione istituzionale (Durban insegna). Sul tema il libro di riferimento in lingua italiana è questo. Vivamente consigliato.
It is a signal and striking fact that with the important exception of North Korea, the Axis of Evil is identical to the Axis of Anti-Semitism. It is an even more signal and striking fact that the Axis of Evil has been essentially identical to the Axis of Anti-Semitism not just recently but since at least the 1930s. From that day to this, the best single way to predict whether a country or movement will threaten America or the world has been by noticing whether it threatens the Jews. There must be a reason Nazism, Communism, and now Baathism and Bin Ladenism all have had one thing in common. At bottom, anti-Semitism is not about hatred of Jews, as such, at all. It is about the obsessive location of evil in a blameworthy Other, an alien devil who conspires to destroy the state and corrupt virtue. When European protesters can find no country in the world save Israel whose human-rights abuses are worth protesting, they are indulging in a mild version of what Arab radicals do when they blame Israel or Jews for, in effect, everything. Increasingly and ominously, anti-Semitism and anti-Americanism are converging. Phyllis Kaminsky, an international consultant based in Potomac, Md., recently returned from representing the United States as a delegate to the United Nations' 59th Human Rights Commission. Israel-bashing, she found, was so common as to be "part of the environment." Moreover, "it's almost like a straw man for attacking the West. You attack Jews who are supported by the West, instead of attacking the West directly." We Americans are all Jews now.
Ma che bella storiella. Ci arriva via Instapundit. Speriamo non sia vera. Il Presidente Chirac avrebbe negli anni scorsi stipulato un patto segreto con il boia di Srebrenica, il generale dell'esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic, nel quale si sarebbe impegnato ad impedire la sua estradizione in cambio della liberazione di due piloti francesi tenuti in ostaggio. Mladic e Karadzic (altro ricercato dalla giustizia internazionale) si trovavano dopo la fine della guerra di Bosnia nel settore controllato da forze internazionali francesi. Ad oggi non si ha notizia della loro sorte. Sarà certamente un caso ma proprio ieri Chirac ha dichiarato questo. Chirac il multilateralista, il pacifista, il campione della virtù europea contrapposta all'insolenza yankee ha improvvisamente avuto un ripensamento. More to come...
Correzione: la seconda parte della notizia non corrisponde a verità. Abbiamo commesso un errore dovuto alla non conoscenza del carattere satirico del sito che l'ha riportata. Chirac non ha pronunciato quelle parole. Perlomeno non in questa occasione. Ce ne scusiamo. L'ha notato Pfaal che invece di mandarci una email per segnalarcelo ha scritto un post di trenta righe quasi avesse scoperto chissà quale strategia cospiratoria dietro questo errore. La classe non è acqua. Per uno che ha passato la settimana a ridicolizzare il più possibile il significato del viaggio di Bush in Africa non c'è male. Grazie Pfaal. Come dubitare della tua buona fede? La parte importante della notizia invece rimane fino a prova contraria. Chirac e il generale Mladic. More to come... venerdì, luglio 11, 2003
Stasera noi si chiude qui. Una cosa che abbiamo appena letto ci ha fatto venire la nausea. Spiace dirlo, l'ha scritta un collega. Di solito lui non sa mai molto bene quando fermarsi. Spesso si cimenta su argomenti che non conosce. Crede di essere spiritoso. Dovrebbe vergognarsi. Buonanotte.
Noi continuiamo ma voi siete con noi? Lettera di uno studente iraniano. Più che una richiesta d'aiuto la necessità di sapere che noi li capiamo. Li capiamo?
Un concentrato di banalità incoerenti. Lo Human Development Report presentato dalle Nazioni Unite non spiega nulla della realtà del mondo e sembra ancora una volta chiedere carità laddove è necessario sviluppo. Il Times smonta la retorica pseudo-terzomondista di quella che ormai sta diventando un’organizzazione non soltanto inutile ma perfino dannosa per gli stessi soggetti che si propone di tutelare.
The strong implication of such ludicrous analysis is that enhanced wealth in one place is always bought off the backs of others. Prosperity is presented as a stock, not a flow, a ridiculous proposition in the light of human history. The drive to reduce poverty is fundamentally dependent upon good government, a culture that is relatively immune to corruption and the transition, which will often need to be handled sensitively, towards a market economy. Governments can further that process by expending resources upon primary education and decent public health programmes. The poor deserve policies that will alleviate their plight, not a set of implausible platitudes.
Il presidente operaio nella City. Lula è a Londra accompagnato dai malumori della base che lo critica per la timidezza con la quale sta portando avanti le riforme promesse. La timidezza in realtà si chiama realismo. Lula sa bene che una cosa è parlare a un’assemblea no-global, un’altra governare un grande paese.
Niente di nuovo. Il dopoguerra iracheno assomiglia a quello tedesco. Bisogna ricostruire un paese devastato da anni di dittatura e guerre. Come per la Germania comunque il risultato, alla fine, premierà chi ci ha creduto. Dal Weekly Standard.
La banalità del terrore. Come si costruisce un terrorista suicida.
giovedì, luglio 10, 2003
Contagio democratico? Dalla piccola Hong Kong una scossa al cuore del gigante autoritario. Ieri altra manifestazione nella ex-colonia britannica: si chiedono libere elezioni.
Dietro al 9 luglio mancato. Non è che non sia proprio successo niente ieri in Iran. Tre studenti sono stati sequestrati al termine della conferenza stampa in cui annunciavano che non ci sarebbero state le manifestazioni di massa previste. Qualcuno è stato fatto sparire dalla circolazione mentre passeggiava per la strada. Ci sono stati scontri tra studenti e islamic vigilants nel centro della capitale. E non solo. Oxblog spiega i motivi che hanno indotto gli studenti a sospendere le proteste: l'opera di intimidazione compiuta dal regime e la minaccia di una risposta in stile Tienanmen. Tutto questo noi lo sappiamo da siti di informazione non appartenenti al circuito convenzionale o attraverso la copertura che i bloggers di tutto il mondo (in particolare americani ed iraniani) hanno dato agli eventi. L'informazione cosiddetta ufficiale (con pochissime eccezioni) ha osservato un silenzio vergognoso e apparentemente inspiegabile. A titolo di esempio riportiamo il commento di Porphyrogenitus sull'opera di disinformazione compiuta dalla BBC.
Cuba: la più grande prigione di giornalisti al mondo. Campagna di Reporters sans frontières. Qui altri documenti impressionanti sulla repressione nell’isola. (Il sito di Rsf ha anche una versione in inglese).
Pubblicato il report annuale sulle libertà economiche. Secondo i parametri utilizzati per calcolarne il livello di effettività l’Anglosfera quasi al completo occupa i primi posti nella classifica di tutti i paesi del pianeta. Fanno eccezione solo la Svizzera e l’Olanda. L’Italia è trentacinquesima, la Francia quarantaquattresima. Cuba e Nord Corea non classificabili.
Economists know that the quality of political and economic institutions exerts a major effect on the growth and prosperity of nations. In general, we know that the greater the economic freedom, the greater the political freedom, and the greater the prosperity for all involved. In the movie, "Field of Dreams," a voice called out, "If you build it, he will come." The same might be said of economic freedom. If a country builds institutions consistent with economic freedom, investors and entrepreneurs will come and economic growth will result. The sooner policymakers learn this lesson, the more prosperous the people of the world will be. Samizdata nota giustamente che: Most people think of the Anglosphere in terms of political alignment in world affairs. The Cato report identifies something more important, which is a common understanding of how economic freedoms are integral to society, our economic well-being and personal liberty. La maggior parte della gente pensa all'Anglosfera in termini di allineamento politico nelle questioni internazionali. Il Cato report identifica qualcosa di più importante, vale a dire un sentire comune di come le libertà economiche siano connaturate alla società, al nostro benessere economico ed alla libertà personale.
Fassino c’è. Parla di Occidente, di diritti umani e di relativismo culturale. E lo fa anche bene. Peccato che a sinistra vadano in direzione opposta.
(Segnalato da Liberopensiero).
... e la chiamano satira. Ci è sempre sembrato curioso che uno debba giustificare le proprie affermazioni dicendo di aver fatto della satira, non foss’altro perchè forse sarebbe meglio lasciarlo decidere agli altri. Sinceramente noi non crediamo che si possa scherzare su tutto ma se anche così fosse rimarrebbe sempre quel concetto tanto bistrattato che si chiama senso dell’opportunità a segnare il limite. Sotto l’eloquente titolo di Nessuno ci può giudicare si è rinnovata la corsa all’insulto rivolto al defunto Prof. Di Bella: «E non è che, da morto, uno stronzo cessi di essere stronzo» ha sentenziato con eleganza il Neri tornato sul palcoscenico a placare la crisi d’astinenza delle sue folle di ammiratori. Chiudendo con un no pasaràn in perfetto stile luttazziano: «Detto questo, spiacente: quale che sia il caso, chi auspica un bavaglio per la satira non mi avrà mai». Chi ti vuole, verrebbe da dire. Ripetiamo: non abbiamo alcuna competenza per stabilire la reale efficacia della cura che il professor Di Bella tentò inutilmente di sperimentare. Dubitiamo però anche che ne abbia chi continua a dargli dello «stronzo». Dopo la pubblicazione di un nostro commento in occasione della morte di Di Bella abbiamo ricevuto una lettera che, con l’autorizzazione dell’autrice, ora divulghiamo. Pensiamo che, al di là di ogni altra considerazione, se un medico riesce a restituire anche solo un momento di speranza a chi l’ha persa, egli meriti come minimo il rispetto che si deve ad un essere umano che ha dedicato la vita ad una idea senza ricavarne alcun beneficio. E non sarà facendo seguire la parola satira a quella che è e rimane una semplice volgarità che qualcuno ci farà cambiare idea su questo punto. Se nessuno vi può giudicare, cominciate magari voi a non sentenziare con arrogante sufficienza su tutto e su tutti. Salvo poi arrabbiarvi quando ve lo fanno notare.
La lettera. Mia zia è morta due anni fa, ad ottobre. Aveva un tumore maligno, dei più cattivi, che le aveva colpito parte del fegato, dello stomaco e dell’intestino. Le dissero (gli oncologi che la visitarono) che probabilmente la causa era da ascriversi alle sofferenze inflitte al suo fisico dall’accudimento di suo marito, vittima anch’egli di ben tre ictus e, seppur ricoverato a pagamento (col contributo di tutta la nostra famiglia, per fortuna, perché una famiglia vicina l’aveva) in una clinica, necessitava di visite quotidiane e di tanta dedizione. Ci sembrò assurdo, ma forse, quello che le disse l’infermiera della clinica: “Ne ho viste tante come lei: i nostri pazienti sono ancora vivi, quelle come lei invece, non ci sono più”, non era poi così sbagliato. Comunque, tutti ci dissero che non c’era niente da fare, né operazioni praticabili, né chemioterapie che tenessero. Aveva più o meno due mesi di vita. Così, poiché naturalmente l’essere umano è votato alla sopravvivenza, consigliai io stessa ai miei parenti di rivolgerci al Prof. Di Bella, conoscevo una persona che poteva farci avere un colloquio. Così, nonostante le perplessità che ci assalivano, il dolore che ci prostrava e il rifiuto di mia zia che voleva “solo morire in pace”, lo incontrammo, ad un convengo a Roma. Ci trovammo davanti un uomo minuto, con la testa leggermente piegata su una spalla, tremolante, assalito da diverse persone che volevano parlargli, chiedergli pareri medici, farsi visitare, di tutto insomma. Ci accolse in una saletta privata: nel silenzio, esaminò la cartella clinica di mia zia, senza che nessuno di noi gli avesse precedentemente parlato di altre diagnosi o della situazione. Con voce flebile ci disse subito che non c’era niente da fare, che il suo tipo di tumore era uno dei più cattivi, che si poteva solo tentare di allungarle un po’ la vita, o di farla soffrire di meno. Le prescrisse alcune terapie, basate sul suo protocollo, ma ci raccomandò nella maniera più assoluta, di fargli sapere ogni minima variazione, di rispettarlo rigorosamente e di acquistare queste preparazioni solo dove e come diceva lui, di non affidarci a altri. Così facemmo e nonostante la cura fosse impegnativa (molte assunzioni al giorno) piano piano, mia zia, si alzò dal letto, cominciò a mangiare, e ingrassò un pochino. Poi arrivò agosto, mese disgraziato nel nostro Paese, soprattutto per chi è malato. A mia zia subentrò un problema circolatorio e, nonostante il Prof. ci preavvisò che sarebbe arrivato questo momento e che avremmo dovuto farle fare un determinato trattamento, ci fu impossibile. Ad Agosto, in Italia, si muore. Il peggioramento arrivò rapido e ineluttabile, il Prof. cercò di aiutarci, ma avendo mancato noi a quella terapia, la situazione divenne irrecuperabile. Mia zia, dopo due mesi, morì. Certo, sarebbe morta lo stesso, forse le abbiamo dato una falsa speranza, forse non avremmo dovuto. Ma lei ha potuto conoscere, così, la sua nipotina. Sua figlia, infatti, era incinta: è nata dopo quattro mesi dalla prima diagnosi del suo tumore. Senza il Professor Di Bella, forse, non l’avrebbe mai potuta vedere. Il Professore non ci ha mai chiesto una lira, non ci ha mai ingannati, quello che ci disse fu. Egli era uno studioso, e spero che altri vogliano seriamente riprendere il suo lavoro. Noi siamo felici e grati di averlo conosciuto. L. mercoledì, luglio 09, 2003
Il 9 luglio non c'è stato. Ma verrà un altro giorno.
Forza ragazzi. E' il 9 luglio. Chi crede nella democrazia oggi guarda con speranza e con preoccupazione a Teheran. Come si è arrivati fino a qui. Come il regime si è mosso per prevenire le manifestazioni. Questa la posizione ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Speriamo che questo disegno sia di buon auspicio e di non dover assistere invece ad un'altra notte delle matite spezzate.
I requisiti della pace. Daniel Pipes ricorda che non sarà la firma di un nuovo accordo a cambiare la sostanza delle relazioni israelo-palestinesi ma la cessazione del terrorismo e il riconoscimento esplicito del diritto di Israele alla propria esistenza.
Fare politica. Ideali a supporto di una visione strategica innovativa e concretezza nell'azione: sono - per chi le voglia riconoscere - due delle caratteristiche essenziali della politica estera americana in questa fase storica. Bush dedica il primo discorso in terra africana al tema della schiavitù. Ed in Africa va per promuovere programmi di sviluppo e collaborazione, per portare aiuti economici e militari, per perseguire obiettivi strategici nella lotta al terrorismo e nella protezione e sviluppo di quelle risorse energetiche che fanno dell’Africa un potenziale mercato alternativo a quelli tradizionali ed il cui sfruttamento razionale è fondamentale nella prospettiva di una crescita economica finalmente effettiva. Insomma non va a fare la carità. Va a fare politica come il suo ruolo richiede. Il punto è che la politica del repubblicano Bush dovrebbe piacere sempre di più ad una sinistra libera dal pregiudizio e dall’ideologia. Ma dal momento che questi due aspetti continuano a prevalere sulle più elementari regole di buon senso ovviamente a sinistra non sanno più che pesci prendere: applaudire o non applaudire? manifestare contro o manifestare a favore? Iraq no e Liberia sì o Iraq no e Liberia nemmeno? Nel dubbio magari ci si astiene che non si sa mai. James Morrow (via Instapundit) ha alcune ottime osservazioni su questo stato confusionale dei professionisti dell’american-bashing e sul perchè il coinvolgimento americano nel continente africano è in questo momento necessario ed utile. La conclusione (ma leggetelo tutto):
And it is this that upsets the elite Bush-hating class more than anything else: unlike 99 per cent of professional politicians, and certainly his predecessor, the man does what he says he will do, whether it is saving Iraqis from a genocidal maniac or ordinary Africans from disease and civil war. Those on the Left who are driven mad by the man they derisively call "Dubya" and his use of US power should stop to consider their prejudices – and the alternatives. If they truly care about people, they might find that Bush isn't so scary after all.
Baghdad Bulletin. Notizie e riflessioni sull’Iraq che verrà. Attualmente l’unica rivista irachena in inglese.
I giardini di Babilonia. Pur considerando ogni altra speculazione sull’argomento - dopo la pubblicazione di questo articolo secondo noi decisivo - ancora più superflua di quanto già non lo fosse in precedenza, non possiamo fare a meno di citare Christopher Hitchens che torna sulle armi di distruzione di massa di Saddam. E non solo perchè si riferisce anch’egli all'articolo di Ekeus come ad un contributo determinante nella comprensione della questione, ma soprattutto perchè tratta un punto che anche a noi era sembrato abbastanza importante pur essendo passato praticamente sotto silenzio generale: il ritrovamento di tecnologia per lo sviluppo di un programma nucleare nel giardino di casa di uno scienziato iracheno – Mahdi Obeidi - che ci aveva lavorato e che aveva deciso di rivelarne l'esistenza. Hitchens si pone la nostra stessa domanda: quanti giardini pensate ci possano essere in Iraq? Le osservazioni conclusive sono dedicate invece all’uso distorto del termine resistenza utilizzato dal NYT (e dalla quasi totalità dei mezzi di informazione in Europa) a proposito degli attacchi degli irregolari fedeli all’ex-regime. Insomma il solito grande Hitchens.
martedì, luglio 08, 2003
Help. Giolitti scrive una lettera al Guardian per parlare della drammatica situazione del nostro paese dopo l'avvento di Berlusconi. Per chi la vuol mandare c'è l'indirizzo. Se la legge Martin Jacques ci fa subito un altro preoccupatissimo pezzo. Se la legge Leonardo compone immediatamente un pistolotto indignato sul Museo di Baghdad (vedere per credere i commenti a questo post). P.S. Specifichiamo che la lettera è ironica. Non si sa mai. P.P.S. Da quanto abbiamo potuto percepire a molti l'articolo del Guardian è piaciuto. Tempi difficili.
Bloggers e Africa. Constatiamo con piacere che anche Wittgenstein si è accorto della novità rappresentata dalla politica di Bush nei confronti dell'Africa. Nel nostro piccolo noi è un po' che ne parliamo ma il nostro bacino di utenza non è sicuramente lo stesso. Quindi ben venga la segnalazione. Se n'è accorto anche Pfaal che però fa un po' il furbo e mette on line l'unico articolo critico che ha trovato scrivendo un post che forse poteva avere un senso (a parte il riferimento al petrolio che non ha mai senso) un mese fa ma che alla luce dei fatti appare un po' superato. Ma tant'è: non lo riconoscerebbero mai. In ogni caso come dice Wittgenstein questa «potrebbe essere una cosa piuttosto importante». Quindi avanti.
Iran. La vigilia. Eroi nascosti sono anche coloro che non danno più notizie dal giorno del loro arresto. Qui un riassunto delle manifestazioni programmate per il 9 luglio nel mondo a sostegno del popolo iraniano. C’è anche quella del Riformista. Oggi il Partito Radicale Transnazionale sarà davanti all'ambasciata iraniana a Roma. Reporters Sans Frontières definisce l'Iran «la più grande prigione di giornalisti dell'intero medioriente». Ecco perchè. Come gli ayatollah usano l'informazione: il ruolo di Al-Alam nella destabilizzazione dell'Iraq post-guerra. Si incontrano i rappresentanti di Iran e Siria. Secondo voi cosa si sono detti?
Cina. Quel che cova sotto la cenere. Eroi nascosti sono quegli uomini che clandestinamente hanno tentato e tentano di organizzare gruppi politici di opposizione al regime. Arrestati e condannati per attività controrivoluzionaria, rinchiusi nei campi di rieducazione, sono i volti della Cina che non si rassegna. Li ricordiamo qui.
E dai che lo sapete. C’è un uomo che sta facendo per l’Africa più di tutti i suoi predecessori. E’ cattivo quasi quanto Berlusconi. Chi è? Se indovinate leggetevi anche quest’altro aggiornamento sulla situazione in Liberia.
Cosa succede in città. Belmont Club ha un post interessante sui recenti attacchi contro gli americani in Iraq.
Per non soccombere. C’è chi pensa che il fondamentalismo islamico possa vincere la guerra che ha scatenato in quanto l’Occidente sarebbe sprovvisto di una risposta ideologica da contrapporre. L’interpretazione di Spengler può rivelarsi fuorviante anche per l’accento religioso che la connota e per il richiamo a vecchie teorie sul declino dell’Occidente su cui, per quanto rivisitate, sarebbe piuttosto arduo poter convenire. Però il problema che sottende la sua riflessione filosofica è reale e rischia purtroppo di rivelarsi decisivo: si chiama relativismo etico e culturale ed è la malattia di una parte (consistente) del mondo occidentale. Bisogna, laicamente, impedirne le metastasi. Bisogna, laicamente, salvaguardare la coscienza di sè e delle proprie conquiste di civiltà.
Illuminateci. L’Arabia Saudita ospiterà il 14 ottobre una conferenza internazionale sui diritti umani. Uno degli obiettivi sarà quello di «far chiarezza sull’approccio islamico ai diritti umani». Effettivamente un po’ di chiarezza non sarebbe male.
lunedì, luglio 07, 2003
Allora si può? Le autorità di Hong Kong (emanazione di quelle cinesi) hanno sospeso l'entrata in vigore del famigerato Articolo 23 dopo le imponenti manifestazioni di protesta dei giorni scorsi. Diciamo che i despoti di Pechino ci hanno provato. Hanno voluto tastare il terreno, verificare fino a che punto nell'ex-colonia britannica avessero preso sul serio la retorica dell'«una nazione, due sistemi». Hanno avuto un brusco risveglio. Non che questo li possa dissuadere dal ritentare. Sanno essere piuttosto persuasivi quando vogliono. Ma certamente qualcuno nelle segrete stanze di un potere sclerotizzato avrà notato che non è lo stesso imporsi su un popolo indottrinato da cinquantaquattro anni di propaganda comunista o farlo su un altro che di libertà politiche e di indipendenza di giudizio ha fatto nel corso dei decenni una discreta esperienza. Due sono i destinatari del messaggio: da una parte l'onnipotente apparato dei gerarchi comunisti, dall'altra il popolo cinese. Non sappiamo se, come, quando quest'ultimo verrà a conoscenza dei fatti della settimana di Hong Kong. Ma nel momento in cui questo accadrà qualcuno forse tornerà a porsi qualche domanda e riuscirà perfino a ricordare che qualcosa del genere in fondo era già successo e proprio dentro l'impero. Anche se poi era stato cancellato dalla storiografia ufficiale. Perchè non sta scritto da nessuna parte che il destino degli uomini con gli occhi a mandorla sia quello di rassegnarsi a vivere secondo il Pensiero Unico del Partito Unico che a tutto provvede e tutto sistema. Certo, ci saranno sempre i carri armati pronti a scaldare i motori.
Finora nessun segnale a sinistra. Che siano d'accordo?
Left idiocy. Impossibile definirla altrimenti. Ci chiediamo quale persona di buon senso - qualunque cosa pensi di Silvio Berlusconi - dopo aver letto un articolo come questo possa non provare un moto di disgusto. L’immagine caricaturale e grottesca che si dà della democrazia italiana e delle decisioni che i suoi cittadini assumono - fino a prova contraria - liberamente va ben oltre la legittima critica politica e diventa manifestazione di un odio che non fa che screditare chi lo esprime. E chi (ce ne saranno certamente anche stavolta) non mancherà di approvare entusiasticamente. Per i passi più illuminanti tentiamo una traduzione libera nella lingua di Mussolini a beneficio degli autarchici (scusate se abbiamo usato «libera»):
Berlusconi is - and has been ever since his political emergence in 1994 - the most dangerous political figure in Europe. Berlusconi è – ed è stato fin dalla sua entrata in politica nel 1994 – la figura politica più pericolosa in Europa. The Berlusconi regime represents a degenerate form of democracy: a halfway state between democracy and a new form of totalitarianism that we have not witnessed before. The latter cannot be described as fascism even though the two share certain characteristics, and even though the Berlusconi phenomenon can be understood only in the context of a country that was fascist and still bears in its polity and mindset some of the traits of that period. But just as fascism was a completely novel form of politics when it first appeared, so the Berlusconi phenomenon must also be seen as new and distinct. Il regime di Berlusconi rappresenta una forma degenerata di democrazia: una situazione a metà tra la democrazia e una nuova forma di totalitarismo che non avevamo mai osservato in precedenza. Quest’ultimo non può esattamente essere descritto come fascismo anche se i due fenomeni condividono alcune caratteristiche, e anche se il fenomeno Berlusconi può essere compreso solo nel contesto di un paese che fu fascista e che ancora porta con sè nel suo assetto politico e nella sua mentalità alcuni tratti caratteristici di quel periodo. Ma esattamente come il fascismo fu una forma completamente nuova di agire politico quando fece la sua comparsa, così anche il fenomeno Berlusconi deve essere visto come qualcosa di nuovo e differente. In seeking to constrain the power of institutions that are independent of him, Berlusconi has been pursuing a policy of creeping totalitarianism. His own style of political attack graphically illustrates the point. Just as he sought to damn Martin Schulz as a Nazi, so he is constantly seeking to denigrate, undermine and condemn opponents in the most extreme of terms. Cercando di limitare i poteri istituzionali indipendenti, Berlusconi ha perseguito una politica di strisciante totalitarismo. Lo stile dei suoi attacchi politici illustra graficamente il punto. Come ha cercato di screditare Martin Schulz come nazista, così sta cercando costantemente di denigrare, sabotare e condannare gli oppositori nelle forme più estreme. This kind of political style is a direct descendant of fascism, where the opposition is branded in the most lurid and extreme language, accorded no respect, and dismissed as outside the parameters of respectable and civilised society. Berlusconi has poisoned Italian politics and this week did the same to European politics. It was no gaffe: this is how Berlusconi customarily treats political opponents. This is not to suggest that Berlusconi is now immoveable. Enough of democracy remains for the people to vote him out of office. But he has already revealed the extraordinary weakness and vulnerability of Italian democracy, not least the extent to which a large proportion of the population seems willing to turn a blind eye to blatant conflicts of interest and authoritarian excesses. Even if he is voted out at the next election, the damage that has been done to Italian democracy will be difficult to repair. Should he remain in office, the prospects are grim indeed. It is time Europe woke up to the threat Berlusconi poses. He is not just another rightwing politician; he represents the greatest challenge to democracy anywhere in Europe. Questo stile politico discende direttamente dal fascismo, dove l’opposizione è bollata con il linguaggio più truce ed estremo, dove essa non viene ritenuta degna di alcun rispetto, e dove la stessa è ghettizzata come se si trovasse al di fuori dei parametri di una società rispettabile e civile. Berlusconi ha avvelenato la politica italiana e questa settimana ha fatto lo stesso con quella europea. Non è stata una gaffe: questo è il modo in cui Berlusconi tratta abitualmente gli oppositori politici. Con questo non si vuole insinuare che Berlusconi sia inamovibile. Resta abbastanza democrazia perchè il popolo attraverso il voto lo estrometta dalla funzione poltica che ricopre. Ma lui ha già rivelato la straordinaria debolezza e vulnerabilità della democrazia italiana, non foss’altro per la misura in cui una gran parte della popolazione sembra voler ignorare i suoi clamorosi conflitti di interesse e i suoi eccessi autoritari. Perfino se perdesse le prossime elezioni, il danno che ha arrecato alla democrazia italiana sarebbe difficile da rimediare. Se dovesse rimanere in carica, le prospettive sarebbero certamente torve. E’ tempo che l’Europa si svegli di fronte alla minaccia che pone Berlusconi. Lungi dall’essere solo un altro politico di destra egli rappresenta la più grande sfida alla democrazia dovunque in Europa. Per favore. Da sinistra qualcuno ci faccia sapere che considera tutto questo spazzatura.
Le ragioni per intervenire in Africa. La situazione politica del continente africano è lo specchio del fallimento delle cosiddette «vie al socialismo» tragicamente sperimentate nel periodo post-coloniale. Nel consueto assordante silenzio di quell'inutile carrozzone chiamato Nazioni Unite sono diversi i motivi per cui non si può permettere che il dramma continui: sicurezza internazionale, sviluppo e liberalizzazione dell'economia, questioni umanitarie e sostegno alla democrazia. Clifford May su DefendDemocracy.
Ecco un'altra ottima ragione per occuparsi dell'Africa. Infine: i primi risultati del coinvolgimento diretto (americano).
Islam. Alla ricerca dei Padri Fondatori. Nel mondo musulmano si parla di democrazia. Lo si fa sottovoce, spesso clandestinamente, il più delle volte pagandone le conseguenze in termini di repressione. Ma i semi di una rinascita sono nel terreno. Quei coraggiosi che ci credono da soli non ce la faranno. Ecco perchè le democrazie occidentali non possono tirarsi indietro.
Arab democracy has many theorists, but few practical strategists, a wealth of Thomas Paines but a dearth of George Washingtons. «What we need is a coalition of the willing for democracy, and it must be sustained». sabato, luglio 05, 2003
Il 4 luglio nelle parole di Abraham Lincoln. Nel discorso tenuto a Chicago il 10 luglio 1858 il non ancora presidente (lo sarebbe diventato due anni dopo) così spiegava il valore universale della Dichiarazione di Indipendenza.
We run our memory back over the pages of history for about eighty-two years and we discover that we were then a very small people in point of numbers, vastly inferior to what we are now, with a vastly less extent of country,---with vastly less of everything we deem desirable among men,---we look upon the change as exceedingly advantageous to us and to our posterity, and we fix upon something that happened away back, as in some way or other being connected with this rise of prosperity. We find a race of men living in that day whom we claim as our fathers and grandfathers; they were iron men, they fought for the principle that they were contending for; and we understood [16] that by what they then did it has followed that the degree of prosperity that we now enjoy has come to us. We hold this annual celebration to remind ourselves of all the good done in this process of time of how it was done and who did it, and how we are historically connected with it; and we go from these meetings in better humor with ourselves---we feel more attached the one to the other, and more firmly bound to the country we inhabit. In every way we are better men in the age, and race, and country in which we live for these celebrations. But after we have done all this we have not yet reached the whole. There is something else connected with it. We have besides these men---descended by blood from our ancestors---among us perhaps half our people who are not descendants at all of these men, they are men who have come from Europe---German, Irish, French and Scandinavian---men that have come from Europe themselves, or whose ancestors have come hither and settled here, finding themselves our equals in all things. If they look back through this history to trace their connection with those days by blood, they find they have none, they cannot carry themselves back into that glorious epoch and make themselves feel that they are part of us, but when they look through that old Declaration of Independence they find that those old men say that ``We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal,'' and then they feel that that moral sentiment taught in that day evidences their relation to those men, that it is the father of all moral principle in them, and that they have a right to claim it as though they were blood of the blood, and flesh of the flesh of the men who wrote that Declaration, (loud and long continued applause) and so they are. That is the electric cord in that Declaration that links the hearts of patriotic and liberty-loving men together, that will link those patriotic hearts as long as the love of freedom exists in the minds of men throughout the world.
La libertà è virtuosa. Altro memorabile articolo del politologo indiano D’Souza che approfondisce il rapporto tra libertà e virtù nella valutazione che se ne dà in Occidente e nel mondo islamico. Perchè non c’è virtù possibile laddove manca la libertà.
One of the leading theoreticians of Islamic fundamentalism is the Egyptian writer Sayyid Qutb. Qutb, who has been called "the brains behind bin Laden," argues that the West is a society based on freedom while the Islamic world is based on virtue. Qutb argues that Islamic laws are based on divine law, and God's law is necessarily higher than any human law. Virtue, Qutb insists, is a higher principle than freedom. In theocratic societies such as Iran, the absence of freedom signals the absence of virtue. This is the argument that Americans should make to people in the Islamic world. It is a mistake to presume that Muslims would be unreceptive to it. Islam, which has common roots with Judaism and Christianity, respects the autonomy of the individual soul. Salvation for Muslims, no less than for Jews and Christians, is based on the soul's choosing freely to follow God. We can make the case to Muslims that freedom is not a secular invention; rather, freedom is a gift from God. And because freedom is the necessary precondition for virtue, we can feel confident in asserting that our free society is not simply richer, more varied and more tolerant, it is also morally superior to the fundamentalists' version of Islamic society. Si può dire meglio? venerdì, luglio 04, 2003
4 luglio 1776.
«When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature's God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation. We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.--That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, --That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness. Comincia così la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Il Congresso Continentale, riunito a Philadelphia, assegna l’11 giugno 1776 ad un comitato formato da cinque uomini il compito di redigere la bozza della Dichiarazione. Sono Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, Roger Sherman, e Robert R. Livingston. Jefferson è l’artefice principale del testo al quale Franklin e Adams contribuiscono con alcune modifiche prima della presentazione al Congresso il 28 giugno. Dopo le ultime revisioni il documento viene adottato definitivamente la mattina del 4 luglio. Le firme in calce al manoscritto sono di 56 delegati delle tredici ex-colonie. Nascono gli Stati Uniti. La sera dello stesso giorno uno stampatore di Philadelphia produce la prima copia in caratteri di stampa. Il giorno seguente altre copie della Dichiarazione vengono distribuite ai principali leaders politici e militari della nazione. Il 6 luglio il Pennsylvania Evening Post pubblica il primo commento sul testo approvato. L’8 luglio a Philadelphia ha luogo la lettura pubblica del documento. Giunge così a compimento il sogno di una nazione che attraverso le rivolte patriottiche contro le imposizioni della Corona e i pamphlets rivoluzionari di Thomas Paine ha preso coscienza di se stessa fino a trasformare l’ambizione all’indipendenza in progetto politico. I principi sanciti in quella Dichiarazione (insieme a quelli enunciati nella Costituzione del 1787 e nel Bill of Rights) costituiscono da più di due secoli l'essenza di ogni democrazia liberale degna di questo nome. Per la prima volta nella storia essi venivano posti a fondamento dell'edificazione di una nazione e di un governo rappresentativo. Quelli che fino a quel momento erano stati argomenti di discussione filosofica si convertivano in obiettivi politici concreti. Per quei testi, per i Padri Fondatori che li hanno concepiti, per le teorie politiche che li hanno ispirati, per i bisogni e le ambizioni che li hanno generati, per il valore (these truths to be self-evident) che hanno riconosciuto alla persona (all men are created equal), ai suoi diritti naturali (certain unalienable Rights), alle sue libertà e prerogative (Life, Liberty and the pursuit of Happiness) nel contesto imprescindibile delle istituzioni democratiche (the consent of the governed), per il corso che hanno impresso alla storia di gran parte dell’umanità, per tutto questo e per molto altro ancora - oggi e sempre - non possiamo non dirci Americani. We, therefore, the Representatives of the united States of America, in General Congress, Assembled, appealing to the Supreme Judge of the world for the rectitude of our intentions, do, in the Name, and by Authority of the good People of these Colonies, solemnly publish and declare, That these United Colonies are, and of Right ought to be Free and Independent States; that they are Absolved from all Allegiance to the British Crown, and that all political connection between them and the State of Great Britain, is and ought to be totally dissolved; and that as Free and Independent States, they have full Power to levy War, conclude Peace, contract Alliances, establish Commerce, and to do all other Acts and Things which Independent States may of right do. And for the support of this Declaration, with a firm reliance on the protection of divine Providence, we mutually pledge to each other our Lives, our Fortunes and our sacred Honor».
Per un unico ideale. Altra testimonianza in appoggio agli studenti iraniani in un momento decisivo della loro lotta.
On July Fourth, as we Iranians in the San Francisco Bay Area gather together for weekend barbeques to celebrate America's Independence Day, let us remember that the above ideas, the ideas upon which America was founded, are the exact wishes of those brave students and grownups alike who are struggling to free our country from the hands of the "unelected few" who have taken over power for the past quarter of a century.
Teheran. Una calma irreale.
Non lasciamoli soli.
My fellow freedom loving people! July 9th, 2003 is almost upon us. Millions of people, inside and outside of Iran are gearing up for a tremendous movement on that day. Iranians are hoping to eradicate the Islamic barbarity from the land of Aryans. They are hoping you, the people of earth, watch them, pay attention to them, and help them morally in whatever capacity you are able. Your other fellow human beings need you, and need you now. So, I beseech you to come out on July 9th, 2003, in front of the Iranian consulates or the embassies of the Islamic Republic, in your respective countries, in solidarity with the people of Iran.
Oscuramento. Il regime è sempre più nervoso. Ora dà la caccia alle antenne satellitari private (peraltro già illegali).
Libertà digitale. Michael Ledeen dialoga con i bloggers iraniani (segnalato da Buzzmachine).
Iran. La strategia della nonviolenza. Intervista con il politologo Gene Sharp che illustra la sua teoria (forse un po' visionaria) di erosione del regime dalle fondamenta. Un'alternativa allo scontro (secondo lui controproducente) e al negoziato (inutile). Ramin Parham, autore dell'articolo, scrive un incipit formidabile sulla drammatica situazione che gli ayatollah hanno creato nel paese:
The Islamic Republic of Iran was born out of violence. It made religious violence into a doctrine of governance. Thugs were invested with the authority of high office, as generals and ministers. Hostage takers were promoted as Presidential Advisers and post modern counselors to a social democrat 'reformist' president, Islamic version. Religious fatwas were used to rape political prisoners and use them as living blood banks for djihadists. Cranes were used not to build but to hang. Gender apartheid made life, not a God given opportunity to freely and responsibly grow into Humanity, but an unbearable burden that insults you every day and every second of your existence, killing you softly...Kissing, dancing, swimming, dressing as you please, feeling sunlight on your skin, air blowing in your hair, were made illegal while beheading, dismembering, stoning...were sacralized as public education methods. It is illegal to Be. It is highly recommended however to coagulate into a collective hysteria called 'civilization in search of a dialogue'. Those who do not coagulate in this nauseous clot are welcome to join the hemorrhage.
Oggi. Oggi più che mai qui si parla di democrazia e di libertà.
Di chi già le ha e di chi sta lottando per raggiungerle. giovedì, luglio 03, 2003
Devo dirvi dieci cose sull’America.
America provides an amazingly good life for the ordinary guy. America offers more opportunity and social mobility than any other country, including the countries of Europe. Work and trade are respectable in America. America has achieved greater social equality than any other society. People live longer, fuller lives in America. In America the destiny of the young is not given to them, but created by them. America has gone further than any other society in establishing equality of rights. America has found a solution to the problem of religious and ethnic conflict that continues to divide and terrorize much of the world. America has the kindest, gentlest foreign policy of any great power in world history. America, the freest nation on Earth, is also the most virtuous nation on Earth. Ultimately America is worthy of our love and sacrifice because, more than any other society, it makes possible the good life, and the life that is good. Dinesh D’Souza, politologo di origine indiana emigrato negli Stati Uniti, spiega - nell’articolo che avremmo sempre voluto scrivere - che cosa rende unico il suo paese d’adozione. Dedicato a quelli che non sanno cosa si perdono. (In occasione dell’Independence Day Il Foglio ha pubblicato la traduzione in italiano).
Iran inquieto. Ottomila manifestanti arrestati nelle scorse settimane. Le autorità religiose preannunciano esecuzioni. Khatami minaccia dimissioni. Rafsanjani attacca. Il 9 luglio si avvicina.
Forse è arrivato il momento. Ora possono tornare in piazza i pacifisti.
Il bastone e la carota. Agli occhi dei profani appare incoerente ed incerta. In realtà la politica dell’amministrazione Bush nei confronti della Nord Corea è un piccolo capolavoro tattico. Ne parla Lawrence Kaplan su The New Republic.
E se la smettessimo di fare i capricci? La Grande Incompiuta deve decidere cosa fare da grande. Gordon Adams sul FT dà quattro consigli all’Europa.
Tra padrini e kapò. A parte che il kapò era pure un'altra cosa, ma vorremmo solo capire perchè «padrino» è geniale e «kapò» è volgare. Ciò detto ci sembra una pena infinita che l'Europa sia questa. Andrebbe però approfondito un po' meglio chi davvero la stia screditando.
mercoledì, luglio 02, 2003
Si stanno mangiando Hong Kong. I cinesi. Il 9 luglio entrerà il vigore il famigerato articolo 23 che limiterà le libertà civili nell’ex colonia britannica. Un motivo in più perchè quella data (a metà tra il 4 e il 14 luglio) diventi simbolo della lotta per la libertà. Ann Noonan si chiede se Tienanmen sia stata dimenticata visto che i rapporti con la Cina nonostante tutto sembrano continuare come se niente fosse (nel 2008 Pechino celebrerà la sua consacrazione olimpica). In ogni caso noi non dimentichiamo. Quindi ci torna alla mente ciò che si disse quando Hong Kong diventò cinese: una nazione, due sistemi. Suonava bene lo slogan. Però i gerontocrati totalitari di Pechino lo stanno trasformando: due nazioni, un sistema. Tutti tacciono. Hong Kong in fondo è piccina. Chi ce lo fa fare?
Iran, nucleare, Italia. Mentre il regime fa timide aperture agli organismi internazionali ed El Baradei sarà in Iran proprio il 9 luglio, continua la nostra... diplomazia parallela.
Capitalismo e democrazia. Lo sviluppo del libero mercato e della democrazia sono le tendenze che stanno caratterizzando l’evoluzione politico-economica del pianeta. The Economist rende omaggio al liberalismo con un’indagine a tutto campo partendo da questa analisi che non a caso ha per titolo La grande avanzata della libertà.
The truth about market liberalisation and economic growth is not that it increases inequality, nor that it hurts the poor: just the opposite. Rather, the truth is that some large parts of the poor world are pulling themselves out of poverty while others are not. Those poorer parts include some countries in Asia, including Pakistan and Central Asia, and some in Latin America as well as most of the Middle East, where liberalisation has scarcely been attempted and revenues from oil have lately declined. For all the anti-globalists' cries on their behalf, few of the world's poorer countries show signs of wanting to retreat from liberalism: their question, rather, is whether to extend it rapidly or gradually, and whether they have the domestic governmental institutions to be able to cope with it. E molto altro su espansione della democrazia, processi da incoraggiare ed errori da evitare.
Comunque la pensiate in America vi superano. Imperdibile Dennis Prager su Townhall che, da destra, spiega perchè le azioni positive danneggiano (quindi non sarebbero solo ingiuste o discriminatorie ma proprio dannose) quelli che in teoria dovrebbero proteggere. La conclusione è così perentoria e politically incorrect da meritare una citazione a sé:
The answers are so obvious that it is entirely fair to state that the greatest enemies of black progress are white and black liberals. There is no doubt that one day a generation of blacks will realize this. And when they do, they will finally be free. Ma imperdibile anche Jeffrey Rosen su The New Republic che, da sinistra, critica perchè eccessivamente libertaria l'impostazione data dalla Corte Suprema alla decisione sulle sodomy laws. Grande paese l’America. C’è poco altro da aggiungere. The Court could have struck down Texas's sodomy law on the narrow grounds that it violated the equal protection of the laws by forbidding homosexual but not heterosexual sodomy. But instead the Court embraced and extended a sweeping and amorphous right to sexual liberty that is even harder to locate in the text or history of the Constitution than the right of reproductive autonomy that the Court discovered in Roe. Andrew Sullivan invece esprime il suo punto di vista di omosessuale per far capire perchè il giudice O'Connor ha ragione e Scalia invece ha torto (è il post intitolato A rush against understanding).
E perchè allora... questo finale? A Klamm piacciono gli incipit. A noi i finali. Questa frase che chiude un articolo del New Yorker dedicato ai matrimoni omosessuali è un gioiellino (in qualunque modo la si voglia leggere):
Good old Canada. It’s the kind of country that makes you proud to be a North American.
Ci risiamo. Dal Guardian:
The BBC is willing to offer the government an olive branch by admitting that the source who claimed that No 10 had "sexed up" intelligence information may not have been entirely correct. But it will do so only if Downing Street accepts that its story was legitimate in the context of general concern about the government's use of intelligence material. Quindi, se abbiamo capito bene: la BBC ammette di aver dato un’informazione distorta sul conto del Governo britannico. Però pretende che Downing Street riconosca che la menzogna aveva un senso nel contesto della campagna antigovernativa attuata dalla stessa BBC. E’ una doppia ammissione di colpa o stiamo andando troppo in là?
E’ morto Luigi Di Bella. Fu protagonista di tante speranze, qualche delusione e soprattutto una triste storia con il Ministero della Sanità all’epoca di Rosi Bindi. Boicottato in tutti i modi dalla medicina ufficiale e dal potere politico che consideravano la sua cura anticancro più o meno una sorta di stregoneria, fu costretto a desistere e a ritirarsi in buon ordine. I pazienti guariti con le sue terapie non lo ringrazieranno mai abbastanza. Chiunque abbia assistito alla morte di un ammalato di cancro sa che il solo fatto di togliergli una speranza è un crimine. Non sappiamo chi Di Bella fosse in realtà: se un innovatore o un imbroglione. Ma certamente l’ostracismo cui fu condannato non ha giovato nè alla medicina nè ai malati. E nemmeno a Rosi Bindi.
martedì, luglio 01, 2003
Non lasciateci soli. I ragazzi iraniani scrivono all’unico telegiornale italiano che sembra realmente interessato alle loro vicende.
Iniziative. Quella del Riformista è arrivata agli iraniani. Ne dà conto Iran Press Service. Speriamo arrivi anche agli italiani. Finora le adesioni sono di politici ed intellettuali e l’iniziativa è puramente giornalistica. Che va benissimo ovviamente e che dimostra che oltre all’informazione distratta, asettica o paludata ne esiste anche una che non teme di schierarsi quando lo ritiene giusto. Ciò che si vuol sottolineare qui è che di movimento popolare non c’è traccia. E non è una sorpresa purtroppo.
Intanto però... si chiama diplomazia parallela?
Più chiaro di così. Secondo un sondaggio solo il 13 per cento degli iraniani appoggia l’attuale corso politico. Il 45 per cento sarebbe favorevole anche ad un intervento straniero pur di abbattere il regime.
Palestinesi. Dunque. Il tono di questo articolo non ci piace. Possiamo dire che a tratti esprime accenti razzisti. Le affermazioni prese ad una ad una possiedono una loro validità ma la lettura complessiva lascia una sensazione sgradevole. Alcune osservazioni sono però degne di riflessione: la prima è che i palestinesi hanno costruito la loro identità in negativo, attraverso la contrapposizione rispetto all’altro e non tramite la ricerca di caratteri comuni e di valori condivisi; la seconda è che quella che stiamo vivendo è una anti-storia dove cause ed effetti sembrano invertiti, la difesa dagli attacchi viene equiparata agli attacchi stessi, il diritto all’esistenza viene relativizzato fino a scomparire spesso in fumose teorie giustificazioniste. E questo non vale ovviamente solo nel caso della vicenda israelo-palestinese. Un mondo capovolto in cui stiamo rischiando seriamente di perderci. La domanda finale poi, comunque la si pensi sull’insieme del pezzo, diventa pressante se confrontata con notizie come queste.
Michigan case. Ovvero: quando la diversità è nemica dell’integrazione. Un editoriale del Boston Globe spiega bene l'essenza del problema. Mentre Paul Greenberg ne fa decisamente una questione di principio.
Un libro così bello da fermarsi all’Indice. Il giudizio del Weekly Standard sulla fatica letteraria di Hillary Clinton è... piuttosto severo. La recensione invece è godibilissima. Per cui, dopo averla letta, non abbiamo avuto esitazioni e ci siamo subito iscritti alla conquista (navale) del mondo (è una parodia: lo specifichiamo per i poveri di spirito).
L’altra metà del cielo. Buroggu parla della condizione femminile in Giappone. Da non perdere.
I bloggers sono protetti dal Primo Emendamento. In America ovviamente.
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