1972

lunedì, giugno 30, 2003
Noi non abbiamo capito. Forse saremo «ipocapenti» (che bellezza!) però il senso di certi attacchi proprio ci sfugge. Per quale ragione Luca Sofri - che sarà pure il padre di tutti noi però qualche volta può sbagliare anche lui - scrive un post per ironizzare su un collega (sì, un collega) che altra colpa non ha che quella di trattare con passione i temi legati al mondo dell'editoria? Per quale ragione (ma qui forse siamo un po' meno stupiti) Brodoprimordiale si prende la briga di definire «pittoresco» (ci è andato leggero stavolta) il lavoro di Giorgio Levi (che non conosciamo personalmente ma che leggiamo quotidianamente) solo perchè sa che nessuno oserà contestargli questa definizione idiota e gratuita? Ci sembra che l'universo blog italiano assomigli sempre di più al nostro paese: un po' omertoso e un po' corporativo, abituato a parlarsi addosso e a promuovere «quelli del giro». Poco propenso a rispettare gli altri soprattutto se al conformismo imperante rifiutano di partecipare. Forse Luca Sofri nemmeno leggerà questo commento o semplicemente deciderà di ignorarlo. Forse Carlo di Brodoprimordiale se la caverà con una delle sue famose definizioni che riscuoteranno l'applauso dei fans (così tanto per non pensare). Però non andrebbe mai dimenticata una cosa: Andrew Sullivan in America fa centomila contatti al giorno (senza insultare nessuno). In Italia la stragrande maggioranza dei blog più seguiti può vantare dai cento ai trecento visitatori quotidiani. Alcuni (pochi) arrivano a cinquecento o giù di lì. Le eccezioni (che si contano sulle dita di una mano) registrano duemila click giornalieri. Ecco, cerchiamo di rimanere con i piedi per terra e soprattutto di considerare gli altri almeno quanto noi stessi. Vale per tutti.
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Il regime risponde. Non c’è futuro per quelli che si oppongono alla Rivoluzione Islamica del 1979 e Bush sta appoggiando un gruppo di hooligans. Parola di Rafsanjani.
Qui la protesta di quattro membri del Parlamento iraniano.
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Per un domani diverso. Lettera aperta di un iraniano emigrato negli Usa ai leader dell’opposizione del suo paese. Considerazioni sulla classe politica del futuro e sui rapporti con gli alleati occidentali. Interessanti le riflessioni sul differente approccio di europei ed americani alla vicenda Iran. Un estratto:

America's desire to eliminate the theocracy in Iran is based on much more fundamental motivations than money and financial rewards, and therefore, makes a much more dependable ally for our democratic forces than the European Union. Where Europeans are our tactical allies, the Americans can be considered our strategic allies in establishing a secular democracy in our country and propagating it throughout the region.

Da leggere tutta. (Via Buzzmachine).



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Tregue.  Scusate se non festeggiamo. Ma a noi i terroristi che fanno concessioni e pongono condizioni provocano un certo malessere. Speriamo almeno che tutto questo indichi difficoltà reali all’interno delle organizzazioni fondamentaliste. Ultimora: anche Al Fatah (Arafat) ha aderito alla tregua. Appunto. Ma non dicevano che Arafat non c’entrava nulla e gli attentati li condannava? Mah.
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Conservatori innovatori. Considerata per l’attuale composizione una delle più conservatrici di sempre la Corte Suprema si è espressa a favore di istanze tipicamente liberal nei casi più importanti decisi nella settimana appena conclusasi. Protagonisti principali i giudici O’Connor e Kennedy, entrambi nominati durante l’amministrazione Reagan. Ne parla il Washington Post.
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Giudicate voi. Terrorista venezuelano, ex-comunista, convertitosi all’Islam, attualmente in carcere in Francia, ha scritto un libro in cui esalta il terrore e loda Bin Laden per gli attentati dell’11 settembre. Un giornalista francese gli ha dato una mano nell’impresa. Fra pochi giorni il pamphlet sarà in vendita. Non ci facciamo mancare nulla.
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E tu sei ebreo, che cosa ci vuoi far... A Oxford è successo questo. Ne parlava oggi anche Camillo con un altro link. Per la serie: in Europa non c’è l’antisemitismo.
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Che figata! Fra poco uscirà un film del regista Renzo Martinelli sul delitto Moro. Sarà una produzione italo-franco-britannico-tedesca. La tesi: dietro al rapimento e all’uccisione dello statista ci fu la partecipazione congiunta della CIA e del KGB che volevano impedire il compromesso storico. Ma è fortissimo! Come abbiamo fatto a non pensarci fino ad oggi! Neri: c’è materiale per te dopo la giornatona che ci hai regalato ieri. (Segnalato da Power Line: ci facciamo riconoscere ovunque).
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Remember. Anche oggi ricordate di mandare questo.
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domenica, giugno 29, 2003
Uno dei più intelligenti articoli mai scritti sulle armi di distruzione di massa irachene. L'autore è Rolf Ekeus, svedese (come Blix), ex presidente esecutivo dell'UNSCOM in Iraq, ex ambasciatore negli Usa, attualmente a capo dello Stockholm International Peace Research Institute. Dice che il punto non è trovare ingenti quantità di armi chimiche o biologiche ammassate da qualche parte (gli iracheni sapevano che in poche settimane sarebbero state soggette a deterioramento): quel che conta è che il regime avesse (come aveva) un programma per la produzione di queste armi pronto per essere attivato al momento opportuno. Quel che conta, aggiunge, è che l'insieme di conoscenze, tecniche, agenti chimici e biologici pronti per essere trasformati in armi non finissero nelle mani dei gruppi terroristi in guerra con l'Occidente. Insomma: l'arma di distruzione di massa per eccellenza era il regime di Saddam. E bisognava disinnescarla al più presto.

Thus the Iraqi policy after the Gulf War was to halt all production of warfare agents and to focus on design and engineering, with the purpose of activating production and shipping of warfare agents and munitions directly to the battlefield in the event of war. Many hundreds of chemical engineers and production and process engineers worked to develop nerve agents, especially VX, with the primary task being to stabilize the warfare agents in order to optimize a lasting lethal property. Such work could be blended into ordinary civilian production facilities and activities, e.g., for agricultural purposes, where batches of nerve agents could be produced during short interruptions of the production of ordinary chemicals.
This combination of researchers, engineers, know-how, precursors, batch production techniques and testing is what constituted Iraq's chemical threat -- its chemical weapon. The rather bizarre political focus on the search for rusting drums and pieces of munitions containing low-quality chemicals has tended to distort the important question of WMD in Iraq and exposed the American and British administrations to unjustified criticism.

The chemical and biological warfare structures in Iraq constitute formidable international threats through potential links to international terrorism. Before the war these structures were also major threats against Iran and internally against Iraq's own Kurdish and Shiite populations, as well as Israel.

Conclusione.

The door is now open for diplomatic initiatives to remake the region into a WMD-free area and to shape a structure in the Persian Gulf of stability and security. Moreover, the defeat of the Hussein regime, a deadly opponent to peace between Israelis and Palestinians, has opened the door to a realistic and re-energized peace process in the Middle East.
This is enough to justify the international military intervention undertaken by the United States and Britain. To accept the alternative -- letting Hussein remain in power with his chemical and biological weapons capability -- would have been to tolerate a continuing destabilizing arms race in the gulf, including future nuclearization of the region, threats to the world's energy supplies, leakage of WMD technology and expertise to terrorist networks, systematic sabotage of efforts to create and sustain a process of peace between the Israelis and the Palestinians and the continued terrorizing of the Iraqi people.


Tutte le altre sono chiacchiere da salotto.











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sabato, giugno 28, 2003
In America è tutto grande. In un giorno qualsiasi di una settimana qualsiasi Andrew Sullivan ha avuto sul suo sito più di centomila visitatori. Ops.
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Iran. I punti di vista. L'evoluzione della questione iraniana sotto la lente degli esperti. Frontpage Magazine riunisce un ex ministro dell'informazione (Homayoun), il direttore di un quotidiano iraniano (Ehsani), un analista delle vicende politiche del paese (Bayegan), un professore alla Georgetown University (Brumberg) e un giornalista del Los Angeles Times (Heilbrunn). Ne scaturisce un dibattito che sarebbe bene seguire. Per chi non avesse la pazienza di leggerselo per intero pubblichiamo di seguito alcuni estratti che ci sembrano illustrare abbastanza bene le diverse posizioni.

E' in atto una rivoluzione?

The success of the freedom movement in Iran will not only serve to save the Iranian nation from a repressive regime, but needs full international support to put an end to a major menace facing the whole world and endangering the cause of freedom and democracy. (Bayegan)

All of us who want to see democracy proceed and succeed in Iran need to keep our head, and avoid emotionalism, and analyze the political situation for what it is. The adoption of disciplined and appropriate tactics by the democratic movement are vital now. (Ehsani)

If the slogans are more radicalized it is because the situation has become increasingly desperate and radicalized. Ayatollah Khamenei has been more clearly identified as the enemy of freedom and democracy and President Khatami has demonstrated that when the chips are down he will side with the supreme leader rather than stick his neck out for the political aspirations of those who have elected him to office. (Bayegan)

Part of the problem that we now face is that these regimes--by that, I mean Iran, China, and so forth--have an object lesson in what not to do, that is, they've seen what happened in 1989 in Eastern Europe. And they have no intention of going down that road. (Heilbrunn)

What we should keep in mind is the importance of outside pressure and the will of the international community to take the regime to task for its terrible human rights record, its shady nuclear program and its support for global terrorism. Every time any world power decides to close its eyes to these and do business with the mullahs, the regime feels confirmed in its behavior and the opposition suffers a setback. The message the international community sends to the Iranian people is of major importance. If the population feels it is left on its own, of course it will lose heart and will find it more difficult to challenge the regime. (Bayegan)

But what on earth prompts Mr. Bayegan to believe that, given the manifest tensions roiling Iranian society, it's going to become a flourishing democracy overnight? (Heilbrunn)

A Tiananmen square is the last thing the ruling clerics want. They simply do not have the guns. Iran today has no resemblance to the China of 15 years ago. It has no leadership comparable to Deng Shiao Peng and his group and can show not a single achievement in any respect. And China was not so vulnerable to American pressure. The situation in Iran seems beyond control in the sense that even if the government can contain this wave of demonstrations, it could not prevent its re-emergence. (Homayoun)

The notion that the Islamic Republic is on the verge of collapse is erroneous. There is a cottage industry of intellectuals, political activists and Iranian monarchists in Washington and Tehran that seizes upon every protest movement to argue that there is some kind of popular rebellion under way. Some even argue, quite erroneously, that the recent protests are on a par with those that brought down the Shah in 1978/79. This is a deliberate distortion of the facts, an unfortunate confusion of policy advocacy with political analysis. (Brumberg)

Come dovrebbero agire gli Stati Uniti?

What better way of copping out from providing support to the freedom movement in Iran, than fatalistically sitting down and saying: nothing doing. I think the mullahs would just love to hear that their regime is immovable and that they can count on 'years if not decades' of delaying political change. But they are far from being that optimistic. (Bayegan)

The U.S. is supporting a process of change in Arab mixed autocracies, a process that may in some cases yield positive results, but rushing the process would be dangerous. In the long run the Islamic Republic of Iran has mechanisms and institutions that are vulnerable from decay and redefinition. This will happen, but it simply won't happen on Washington's time scale. (Brumberg)

The condescending view that democracy is not for a people like Iranians and the most permissible for them is a more liberal Islamic regime perhaps under the former president, a previous idol of the progressive establishment, ignores the fact that Iranian society under the mullahs is already the most secular in the Islamic world and whatever form of "liberal autocracy" is prescribed for the middle eastern countries, the Iranian people are fast distancing themselves from Islamic, middle eastern and third worlds. (Homayoun)

If the monarchists are willing to follow this South African inspired formula of truth and national reconciliation, and do not actively advocate violence and radical regime overthrow as the only viable political solution, they can contribute to the democratic process. But I am afraid thus far their words and deeds have only contributed to heightening the danger of a bloody crackdown and wholesale repression in Iran. (Ehsani)

Minacce alla sicurezza e regime change

At the moment the clerics do not pose a vital threat to our security. Iran is a nuisance in many ways, but not a vital threat. In the wake of the Iraq situation, and in particular, given the clear efforts to shape intelligence to fit and legitimate a preconceived policy, one has to be careful about exaggerating "vital" dangers etc… Indeed, what is really reprehensible is the politicization of this issue, and in particular the incessant and constant effort to shape intelligence about Iran to legitimate the administration's burning desire to topple the regime in Tehran. The more we engage in this kind of activity, the more we do damage to our credibility, and credibility will, for example, play an important role in galvanizing international support on the Iran nuclear issue. (Brumberg)

The priority of the US, and anyone committed to a stable and peaceful Middle East should be to support the growth and consolidation of democracy in Iran, not a half thought-out and reckless notion like 'regime change' through popular uprisings. (Ehsani)

What the US administration should do to pursue its national interest is to balance it with the need to maintain the Iranian people’s goodwill. Iran's independence and integrity should be preserved in all circumstances. As for Iran’s nuclear ambitions, the mullahs hopefully could be persuaded under intense and unified pressure from the US, Russia and Europe. In a word, you should advocate regime change through popular demonstrations, strikes and other forms of disobedience, and nuclear disarmament by diplomatic means backed by the threat of serious consequences. (Homayoun)

President Bush should not let up the pressure on the Islamic Republic. So far his approach to the Iranian situation has displayed moral clarity and political acumen. President Bush has drawn a clear and distinct line between this incorrigible system which he has correctly identified as the enemy of peace and freedom, and the genuine aspirations of the Iranian people to bring about democratic change.

There is a consolidation of democratic forces around the idea of a referendum to determine the political future of the country which is rapidly gaining strength.

For its noncompliance with the Nuclear Nonproliferation Treaty , its terrible human rights record and its support for international terrorism, further economic sanctions should be imposed against the Islamic Republic. Governments and international companies should be discouraged from doing business with the clerical regime. Bringing about a regime change in Iran should be done through ostracizing the whole system, supporting the democratic opposition and imposing further economic sanctions. (Bayegan)

The Bush doctrine makes far more sense than the Reagan doctrine. Reagan did not attempt to pressure the mullahs; he coddled them to the extent of delivering a birthday cake. Bush is reserving the right to launch an air-strike if he deems it necessary to decapitate the Iranian nuclear program. But for now, he's managed to pull the European Union on board in threatening economic consequences should Iran continue to go full speed ahead. Bush has it right: with demonstrations inside Iran and increased pressure from abroad, time is on our side. (Heilbrunn)













































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venerdì, giugno 27, 2003
Good morning Iran. Da Los Angeles a Teheran via satellite.
Secondo il SISMI a maggio Osama si trovava in Iran.
Secondo Il Riformista in Italia ci sarà una mobilitazione il 9 luglio.  Vorremmo poterci credere. Ma evidentemente oggi siamo in giornata negativa.

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Forse non è importante, però... Pur considerando abbastanza sciocco il gioco del «le abbiamo trovate, non le troverete mai» resta il fatto che, siccome la versione recente dell’american-bashing si chiama «non avete ancora trovato nulla» e siccome chi la pratica finge di non ricordare tra l’altro che tutti (tutti!) erano consapevoli della presenza di armi di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam prima dell’intervento armato, potrebbe essere utile ogni tanto divulgare anche notizie come quelle del ritrovamento di componenti essenziali per la fabbricazione di tecnologia nucleare nei giardini delle case degli scienziati iracheni. Così, tanto per non perdere completamente di vista la realtà.

Obeidi told CNN the parts of a gas centrifuge system for enriching uranium were part of a highly sophisticated system he was ordered to hide to be ready to rebuild the bomb program. "I have very important things at my disposal that I have been ordered to have, to keep, and I've kept them, and I don't want this to proliferate, because of its potential consequences if it falls in the hands of tyrants, in the hands of dictators or of terrorists," said Obeidi, who has been taken out of Iraq with the help of the U.S. government.

Nei giardini, capite? Quanti giardini, orti, cantine, doppi muri, magazzini potranno esserci in un paese come l’Iraq? Ne parla anche il Washington Post ma comunque sicuramente non è importante. Qui invece si dà conto della scoperta di milioni di documenti relazionati con la produzione di armi chimiche e biologiche. Ma forse ci sbagliamo anche stavolta e nemmeno questo è importante. Intanto però Byron York risponde al lungo articolo accusatorio di The New Republic (che comunque negli editoriali conferma costantemente il suo appoggio all’intervento armato contro Saddam) facendone vacillare più di una premessa e più di una conclusione. Sarà importante?



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Dedicato al primo ministro che vorremmo avere.
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Sodomy laws, a mai più. La legge texana risalente al 1860 sui rapporti omosessuali in favore della quale si scatenò il senatore Santorum è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema in quanto lesiva della privacy dei cittadini. Ovviamente. Con essa cadono altre tredici legislazioni similari ancora formalmente in vigore anche se sostanzialmente inapplicate.
Aperta parentesi. Per i meno attenti si sta facendo riferimento a quella vicenda che nella sfavillante blogosfera italiana alcuni (gay compresi purtroppo) dicevano non essere una questione importante di cui valesse la pena discutere. Soprattutto perchè a parlarne non erano stati loro. Quindi non contava. Forse allora non conta nemmeno adesso. E va be’. Chiusa parentesi.
Update. Riaperta parentesi. Eravamo stati troppo pessimisti. Stavolta sono sul pezzo. Solo che ci sono andati così. Con le loro clave e i loro paraocchi. E va be'. Richiusa parentesi.

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giovedì, giugno 26, 2003
Non solo una questione lessicale. Sull'uso disinvolto del termine «resistenza».
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Appello. Quello che segue è il testo dell’appello per Sofri che a partire da stanotte trenta (finora) bloggers italiani invieranno al Presidente della Repubblica.

Signor presidente - Adriano Sofri è in galera da quasi sei anni per l' omicidio del Commissario Luigi Calabresi. E' stato condannato e assolto e poi ancora condannato da una serie infinita e contradditoria di sentenze. Per la legge ora è colpevole, nonostante lui abbia sempre detto il contrario. C' è chi non gli crede, e chi gli crede. E' la sua parola contro quella di un altro imputato, Leonardo Marino, che lo ha accusato sedici anni dopo il vergognoso delitto di Milano. Sofri non è stato condannato né per aver sparato né per aver ordinato l' omicidio né per averlo organizzato, ma per non essersi opposto a una decisione già presa da altri. Sofri rifiuta con sdegno anche questa ricostruzione. E ha tentato di provarlo. Alcuni giudici gli hanno creduto, mentre l' ultima sentenza ha dato ragione a Marino. Una parola contro l' altra. L' imputato Marino non è in carcere, nemmeno gli imputati Bompressi e Pietrostefani sono in carcere. L' unico in carcere è Adriano Sofri. Che ci resta, dopo essersi difeso confidando nella giustizia e non avendo mai chiesto né la Grazia né i permessi né gli affidamenti ai servizi sociali né di scontare la pena al domicilio. Sono cose che se chiedesse gli sarebbero concesse. Sofri non lo fa, perché dice di essere innocente. E' prigioniero a Pisa. Un prigioniero a cui decine di giornali italiani e stranieri chiedono l' opinione, a cui le case editrici e i saggisti mandano i libri nella speranza che li legga e li consigli ai lettori, a cui le televisioni chiedono interviste e commenti. Non è una cosa normale, nonostante Sofri faccia finta di vivere una vita normale. Non è normale neanche che il nostro sistema mandi in galera qualcuno al di là di ogni ragionevole dubbio. E quale dubbio più ragionevole ci può essere oltre a una sentenza di assoluzione? Il governo, cioè Silvio Berlusconi, ha scritto che è giunto il momento di procedere alla Grazia. L' opposizione è largamente d'accordo. La famiglia Calabresi ha detto che non si opporrebbe. I passaggi burocratici al ministero della Giustizia sono quisquilie. Signor presidente spetta a Lei decidere. In un modo o in un altro. L' unica cosa che non può fare è girarsi dall' altra parte.

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Verso il 9 luglio. In Iran il regime ha proibito le manifestazioni per quella data simbolica. Ma i dimostranti hanno deciso di scendere in strada lo stesso anche per i loro compagni che si trovano da giorni in carcere. Intanto il ministro degli esteri di Teheran si è ufficialmente lamentato con l'ambasciatore britannico per le parole di sostegno ai manifestanti pronunciate ieri dal primo ministro Blair (notare il titolo della BBC che - non virgolettato - sembra sposare la posizione iraniana). 
Intanto David Warren (via Buzzmachine) sulle conseguenze che la caduta del regime degli ayatollah potrebbe provocare. Niente male.
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Affirmative action e scivoloni. Che l'argomento sia particolarmente insidioso è testimoniato da infortuni come quello che segue. Maureen Dowd sul NYT scrive un pezzo piuttosto sconcertante sul giudice supremo Clarence Thomas. In sostanza lo accusa di ingratitudine in quanto lui, nero, non avrebbe supportato la decisione sull’affirmative action. Ingratitudine? Andrew Sullivan le risponde per le rime. Eppure leggere Maureen Dowd sembra che faccia molto chic.
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Ancora sulla affirmative action. Anche se il tema può risultare un po’ tecnico per alcuni, noi non molliamo. Il dibattito in corso in America sulle azioni positive è appassionante. Ed è il concetto stesso di affirmative action a renderlo tale. L’affirmative action ha come obiettivo quello di promuovere una effettiva uguaglianza di opportunità tra i cittadini. Infatti è destinata a favorire le aspirazioni di quegli individui che, per l’appartenza a minoranze etniche o a determinati gruppi sociali, vengono considerati meno tutelati degli altri nell’esercizio dei loro diritti. La funzione dell’azione positiva è quindi quella di eliminare le discriminazioni di fatto all’interno della società. Allo stesso tempo però l’affirmative action contiene il suo contrario. Infatti la sua applicazione determina una discriminazione in positivo – l’espressione non piacerà a Maureen Dowd ma di questo si tratta – a favore di determinati soggetti in base alle caratteristiche che vengano di volta in volta considerate determinanti (nel caso specifico la razza). La discriminazione è duplice in quanto: da una parte colpisce coloro che non appartengono alle minoranze o ai gruppi tutelati; dall’altra si manifesta attraverso la sanzione legale di quella disuguaglianza che in principio l'azione positiva si propone di combattere. Per farla breve: se io favorisco il tuo accesso all’università in quanto nero stabilisco che tu sei diverso dagli altri e quindi necessiti di un livello di tutela superiore. Un bel paradosso giuridico e concettuale. Si capisce allora come le posizioni al riguardo possano essere di segno totalmente opposto pur richiamandosi tutte in linea di principio alla protezione dell’uguaglianza tra i cittadini sancita dalla Costituzione.
Negli scorsi giorni abbiamo dato conto di alcune reazioni alla sentenza della Corte Suprema. Oggi ne riportiamo altre. Michael Kinsley su Slate si lamenta del fatto che la decisione non risolva nulla: in particolare dichiarando incostituzionale il meccanismo automatico di assegnazione di un punteggio ed affidando la valutazione ad un criterio flessibile ed individualizzato la sentenza avrebbe dato un colpo al cerchio ed uno alla botte che non garantirebbe in realtà nessuno; Michelle Malkin su Townhall nota come alcune minoranze siano più uguali delle altre: infatti gli americani di origine asiatica non dovrebbero festeggiare più di tanto in quanto, avendo raggiunto per meriti propri posizioni numericamente e qualitativamente rilevanti all’interno delle università, avrebbero già superato quella barriera al di sotto della quale sarebbe richiesta la tutela speciale (in una parola: sarebbero diventati già troppo «bianchi»); Terry Eastland sul Weekly Standard ironizza sul termine di «25 anni» che il giudice O’Connor, relatrice della opinione di maggioranza, avrebbe indicato come limite per l’applicazione delle racial preferences: come se la Costituzione oggi avesse un significato che non avrà più nel 2028; sul New York Times, prima ancora di conoscere la sentenza, Orlando Patterson si lanciava invece in un’appassionata difesa (peraltro in diversi punti assai poco convincente) dell’affirmative action pur criticando l’impostazione che nel caso specifico ne era stata data dai suoi sostenitori: quella basata sul concetto di promozione della diversità nelle istituzioni universitarie (poi accolta dalla Corte) che lederebbe precisamente alcune delle prerogative essenziali dell’azione positiva.
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Beccato. L’ex presidente sudcoreano avrebbe pagato 100 milioni di dollari a Kim Jong Il perchè accettasse di partecipare al famoso summit tra le due Coree del 2000 che valse al primo il Nobel per la pace.
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Gliele hanno suonate. 11-0. Così è finita la partita tra una selezione irachena e i militari USA. In tribuna non c’era Uday. Aveva altri impegni.
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mercoledì, giugno 25, 2003
Noi ci siamo. Con un pensiero a tutti quelli che si sono trovati, si trovano e si troveranno nel posto sbagliato.
P.S. Nella colonna a destra c'è il tema sull'acqua (musica e parole ideali, secondo noi, per accompagnare questa iniziativa).
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A people tired of being bullied. Da The Iranian altre osservazioni sulla natura della protesta in atto e su quali fattori potrebbero determinarne il successo.

Tired of theocratic hard-line rule, the people are happy to get whatever help they can from abroad. The opposition radio and satellite television are widely used even in the poorer sections of Tehran. Accusations of American backing actually have given courage to the demonstrators. Unlike the streets of Paris, Berlin or Berkeley, anti-Americanism is not fashionable in Tehran. The regime, having adopted it for the past twenty-five years since the Islamic Revolution, has beaten the life out of it.
People are encouraged by the presence of U.S. in both the East (Afghanistan) and the West (Iraq) of Iran. The influence of opposition media from abroad cannot be under-estimated. But the accusations of American meddling are exaggerated and betray a certain helplessness on the part of the rulers in the face of their mounting unpopularity. This is a spontaneous uprising coming from the university and spreading out. It is an uprising that is unorganized, without leadership or ideology. A massive protest that comes from the deep discontent and frustration of a people tired of being bullied.




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National Iranian Television. Contro la censura dell’informazione in Iran.
P.S. Nella sezione News interessanti le ultime sugli esponenti di Al Qaeda che l’Iran si appresterebbe ad estradare dopo averli tenuti «in custodia».
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Monsieur Chirac, ancora Lei... L’Economist impietoso sull’opposizione francese alla riforma della politica agricola comunitaria. In difesa dei sussidi fino all’ultimo respiro.

The fact that France opposes these reforms gives the lie to its government's argument that its support for the CAP is all about a principled desire to defend the unique lifestyle of la France profonde. The fact is that France is extremely proficient at intensive farming and it is intensive farmers who stand to lose most from Mr Fischler's reforms. This concern, added to the French government's fear of enraging its notoriously irascible farmers, is the real motivation behind France's refusal to contemplate real reform of the CAP.
A lesser man than Mr Chirac might blush to pursue such a venal policy, while protesting his desire to help the world's most impoverished people. But, as his grocery bills (among other things) delightfully illustrate, France's president is not a man who is easily embarrassed.



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Paradossi. Perchè l’affirmative action universitaria sancita dalla Corte Suprema potrebbe non applicarsi in uno degli stati più multietnici degli Stati Uniti: la California. Contraddizioni delle azioni positive.
Intanto sulla sentenza è dibattito a tutto campo: Peter Kirsanow su National Review non sembra particolarmente entusiasta (eufemismo) della decisione. Lee Bollinger sul Washington Post invece sì. Continua...


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martedì, giugno 24, 2003
Idee confuse. Il candidato democratico alla Presidenza Dick Gephardt ne ha sparata una piuttosto grossa. Nel corso di un forum cui partecipava insieme agli altri aspiranti alla Casa Bianca ha dichiarato:

«When I'm president, we'll do executive orders to overcome any wrong thing the Supreme Court does tomorrow or any other day».

I bloggers americani – a cominciare da Volokh - si sono scatenati sulla gaffe. Drezner, Instapundit, Sullivan solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. Ma non c'è che l’imbarazzo della scelta. Immancabile la rettifica di Gephardt che fa esplicito riferimento a quanto pubblicato nei weblogs. Ormai non si scappa più.



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Ringraziamenti. Qui non ci hanno invitato (azz... non sanno cosa si sono persi!). Invece qui 1972 è entrato nel servizio di Mimmo Lombezzi sull'Iran (insieme a Camillo, Sinistro e Gnueconomy). Grazie ad entrambi.
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University of Michigan Law School admissions program. Comunque la pensiate sulle azioni positive (affirmative actions) la storia della giurisprudenza statunitense è una delle più affascinanti che si possano raccontare. Con questa sentenza della Corte Suprema il fattore razziale entra ufficialmente nei criteri di selezione per l'ammissione nelle università americane. L'appartenenza ad un gruppo etnico minoritario potrà quindi essere uno degli elementi che influenzeranno la decisione nel processo di selezione al pari dei criteri abituali come i risultati scolastici, i test di ingresso, il parere dei professori, i lavori di ricerca compiuti e così via. L'interesse della nazione alla diversità culturale è alla base di una sentenza che è stata salutata con favore negli ambienti liberal degli Stati Uniti. L'applicazione di questo principio avrà carattere strettamente individuale ed in ogni caso non sarà destinata ad introdurre quote per le minoranze nè rappresenterà una garanzia di accesso per i soggetti che ne beneficeranno. Il risultato del voto (5-4) dimostra le divisioni all'interno del supremo organo giurisdizionale: il giudice Rehnquist ha redatto la principale dissenting opinion che è stata appoggiata dai colleghi Kennedy, Scalia e Thomas. A livello politico vale la pena di ricordare come il Presidente Bush avesse espresso il suo parere contrario all'applicazione del principio di discriminazione in positivo basato sul fattore razziale (considerando preferibili race-neutral alternatives) dentro le università («I look forward to the day when America will truly be a color-blind society», ha dichiarato a commento della decisione) mentre Condoleeza Rice si era dichiarata a favore dell'affirmative action. Peraltro, come spiega il Washington Post, la Corte ha trovato un equilibrio tra le diverse istanze tale da soddisfare un po' tutti. Il dibattito sulla legittimità delle azioni positive e sulla loro effettiva compatibilità con i principi sanciti dalla Costituzione è da molti anni uno dei più controversi all'interno degli Stati Uniti. Qui trovate anche tutti i documenti correlati alla decisione.
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It's mullah time? Per Mark Steyn ci sono buone probabilità che il regime degli ayatollah non sopravviva all'estate. Forse Steyn è un po' troppo ottimista. Ma perchè non crederci?
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lunedì, giugno 23, 2003
Forza ragazzi. Michael Ledeen (non su National Review stavolta ma sul Washington Post) critica coloro che suggeriscono all'amministrazione americana di tenere un basso profilo sulla vicenda iraniana e chiede a Bush di continuare a supportare esplicitamente la rivolta contro i mullah.

We were told that it would be counterproductive to denounce the gulag system and support the Soviet dissidents, that the Jackson-Vanik law (linking trade with the Soviet Union to freedom to emigrate for Soviet Jews) would be counterproductive, and that we must at all costs refrain from calling for greater human rights in the People's Republic of China. Yet every time another tyrant falls, his surviving victims invariably tell us that our words of support gave hope and strength to the freedom fighters and weakened the resolve of their oppressors. Bukovsky, Sharansky, Ginsburg, Walesa and Havel know the power of American support, as do Gorbachev, Jaruzelski, Milosevic and Marcos.

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Non brucerete più questi libri. Azar Nafisi sulla ribellione culturale delle nuove generazioni in Iran.
Le ultime da Teheran. Qui si può sottoscrivere un appello a Kofi Annan perchè condanni il regime degli ayatollah e supporti le manifestazioni per la libertà. Lo pubblichiamo anche se crediamo che rimarrà senza risposta.
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Iran chiama Iraq. Thomas Friedman sottolinea ancora una volta come la democratizzazione dell’Iraq possa favorire quella dell’Iran e come dopo la caduta di Saddam ogni passo compiuto nella direzione della ricostruzione civile dell’ex feudo baathista sia destinato ad avere effetti a catena nell’area mediorientale. Secondo Friedman la cosa migliore che l’America può fare per favorire tutto questo è puntare sulla maggioranza sciita presente in Iraq: in quel caso il messaggio per Teheran non potrebbe essere più chiaro.

... there is one huge tool we do control that will certainly have an impact on Iran: It's called Iraq. Iraq, like Iran, is a majority Shiite country, with myriad religious links with Iran. If the Bush team could make a psychological and political breakthrough with Iraqi Shiites, and be seen as helping them build a progressive, pluralistic state in Iraq, it would have a big impact on Iran — much bigger than anything America alone could say or do. No one should have any illusions that Iran's Islamic theocracy is about to fold tomorrow. Iran's clerical rulers are tough and ruthless and have a monopoly of power. But many of their people detest them. And while Iran will play out by its own logic, there is no question that if the other big, predominantly Shiite state in the region, the one right next door, the one called Iraq, were to become a reasonably decent, democratizing polity of the sort Iranians are demanding for themselves, it would pressure Iran's clerics to open up.

We do not want the story in Iran to be America versus the Ayatollahs. We want the story to be the Iranian people versus the Ayatollahs, and the best way to foster that is by showing Iranians that there is another way and it's happening right next door. In short, America's intervention in Iraq is a two-for-one sale: improve Iraq, improve Iran. Buy one, get one free. Mess up one, mess up the other.

Degli sciiti iracheni parla anche Foreign Affairs con una analisi sulla storia e sulle prospettive del loro ruolo nel paese. Vi sono ragioni concrete per credere che le posizioni più radicali non prevarranno e che la costituzione di uno stato pluralista potrà contare sul loro appoggio:

Nevertheless, the large majority of Iraqi Shi'ites probably have no desire to mimic the Islamic Republic of Iran. They are aware of the situation there and do not want to move from a secular totalitarian system to an overbearing theocracy. Iraq's political culture and social makeup, moreover, are very different from those of Iran. Quite apart from the existence of Sunnis, Kurds, Chaldeans, and Turkmen in the country, the Iraqi Shi'ite community is itself diverse. There are secularists (including liberals and communists) and various religious groups, urban and rural dwellers, rich and poor, Shi'ites who have never left Iraq and those who have spent decades in exile. There is no single leader who can speak for all Iraqi Shi'ites, let alone oversee the transformation of postwar Iraq into an Iranian-style Islamic republic.

La conclusione di Foreign Affairs è la stessa di Friedman:

How the Bush administration handles the Iraqi Shi'ites, therefore, will be crucial not only for the future of Iraq but also for the future of the entire region.











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sabato, giugno 21, 2003
La Cina è lontana. Nella Repubblica Popolare Cinese è vigente dal 1949 un sistema di detenzione parallelo a quello ufficiale e fino ad oggi sostanzialmente occultato. Ai cittadini può succedere di essere sequestrati dalle autorità senza specifiche imputazioni a carico per venire rinchiusi in luoghi di sorveglianza speciale: questi sono chiamati eufemisticamente «centri di custodia e rimpatrio» ma sono in realtà la prosecuzione dei campi di lavoro per la «rieducazione» dei dissidenti. Si calcola che tre milioni di cinesi siano sottoposti a questo regime di detenzione extragiudiziale. Solo il recente caso di un ventisettenne arrestato ed ucciso dalle percosse in uno di questi centri ha fatto sì che si aprisse qualche crepa nel muro di silenzio creato attorno a questi abusi. Ne parla Time.
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Non poterne più e farlo sapere al mondo. "E mai poter bere/ alla coppa d'un fiato ma/ a piccoli sorsi interrotti"...

A visitor to a women-only section of a Tehran mosque found it had been turned into a sort of feminist refuge. All the women had removed their veils, the younger women were smoking cigarettes, and one mother was helping her teenage daughter wriggle into a new pair of jeans that were too tight. Last week Tehran's youth announced it was tired of enjoying freedoms only in secluded rooms.

Da Time.



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Da non confondere. Gli iraniani che si danno fuoco davanti alle ambasciate sono ancora un oggetto misterioso per buona parte della stampa italiana (salvo rare eccezioni) che spesso e volentieri li apparenta ai manifestanti nelle strade di Teheran. Chi siano in realtà è ben spiegato nel blog dell’iraniano Derakhshan.
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Parola di Rantisi. E' sempre utile sapere che cosa ne pensano di te. Che sia per idee come queste che gli israeliani sono un po' preoccupati per la loro sicurezza?
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Yankee, stay here! Hanno fatto il primo sondaggio di opinione nella storia dell'Iraq. Il sessantacinque per cento si è dichiarato a favore della presenza americana nel paese fino a che la situazione si sia stabilizzata. Solo il diciassette per cento vorrebbe che i soldati se ne andassero già adesso.
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Tema. Pensieri sull'acqua. Svolgimento nell'ultima colonna a destra. Risultato: un piccolo capolavoro.
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venerdì, giugno 20, 2003
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Voi che firmate tutto... Potreste farlo anche questa volta per dare il vostro appoggio agli studenti iraniani? Voi che non firmate mai niente... potreste farlo almeno questa volta per dare il vostro appoggio agli studenti iraniani?
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Cosa hanno in comune... Joe Lieberman, Dianne Feinstein, Barbara A. Milulski, Tom Daschle, John Kerry, Bob Graham, Madeline Albright, Barbara Boxer, Robert Byrd, Jacques Chirac, Bill Clinton, Hillary Clinton, William Cohen, Tom Daschle, John Edwards, Dick Gephardt, Al Gore, Ted Kennedy, Carl Levin, Patty Murray, Nancy Pelosi, Scott Ritter, John Rockefeller, Henry Waxman a parte il fatto di essere avversari politici di George Bush? Secondo il trend del momento sarebbero tutti dei gran bugiardi. Il perchè leggetelo qui.
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Nuova Europa. Il Parlamento rumeno ha approvato all’unanimità l’invio di 678 soldati in Iraq. Il paese che ha vissuto sotto Ceausescu (quello vero) oggi dimostra di non avere troppi dubbi sul da farsi.
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Giornalista chiama blogger. Mimmo Lombezzi di Studio Aperto scrive al blog Winds of Change per informazioni. Qualcuno adesso dirà che quelli di Mediaset sono ridotti male. A noi invece sembra un bell’esempio di interazione. A disposizione.
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Se ne va il primo ministro finlandese. Si era procurata documenti governativi coperti da segreto per dimostrare - in piena campagna elettorale - che il suo principale avversario politico rompeva la tradizionale neutralità del paese appoggiando in realtà gli Usa nella vicenda Iraq. Davanti al Parlamento aveva negato l’intenzionalità. Ma l’hanno beccata e siccome ha mentito deve lasciare. Ben le sta.
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Il bello del calcio. A Barcellona cercano di minimizzare ma il Real ha soffiato ai catalani un’altra stella. L’arrivo di David Beckham a Madrid è innanzitutto un’operazione di marketing e Florentino Perez (il presidente delle merengues) lo dice chiaramente. L’obiettivo è sfondare sul mercato asiatico dove il marchio Real è ancora poco apprezzato. Dal punto di vista calcistico forse c’è di meglio.  Se il Barcellona acquisterà Henry avrà fatto il vero colpo dell’anno. Intanto però nella capitale si apprestano a festeggiare la Liga (probabilmente domenica) e l’arrivo dell’inglese per il quale qui in terra iberica farà sicuramente un po’ caldo.
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giovedì, giugno 19, 2003
Veramente una pena. Non citiamo nulla e nessuno perchè ci viene la nausea. Chi ci conosce un po' sa di cosa stiamo parlando.
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Sono soddisfazioni (...continua). Anche Il Riformista ci dà ragione su Iran e silenzi.
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La catena della disinformazione/5. L’Herald Sun torna sulla vicenda dei bambini iracheni che – secondo la retorica imperante – sarebbero morti per le conseguenze dell’embargo. Ovviamente le cose non sono andate così. Come ammette lo stesso personale medico del paese la continua azione di propaganda del regime prevedeva il sacrificio di quegli innocenti per far ricadere la colpa sulle sanzioni Onu e sull’Occidente. Nessun giornalista presente in Iraq negli scorsi anni ha mai svelato i retroscena di questa storia. La parola di Saddam diventava la versione ufficiale consegnata al mondo. E’ successo altre volte. Una gigantesca operazione di autocensura viene alla luce solo oggi. Qualcuno forse dovrebbe dare qualche spiegazione.

Hear no evil, see no evil, speak no evil. I wonder if we even dare recognise true evil any more.

(segnalato da Tim Blair).



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WMD e ritorno alla vita. Nelle strade di Baghdad la vicenda delle armi di distruzione di massa non ancora ritrovate non scalda particolarmente gli animi. Ecco perchè. C’è anche questa.
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Credibilità. Gli americani non credono... ai detrattori di Bush. Il Washington Times pubblica i risultati dell’ultimo sondaggio Gallup e ricorda tra l’altro come tutti (ma proprio tutti) fossero prima della guerra perfettamente consapevoli dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq.
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Il pretesto e il diritto. Martin Wolf mette un po’ di cose a posto. Il diritto al ritorno invocato dalla dirigenza palestinese è solo un altro modo per decretare la fine dello Stato di Israele. Si può fare di tutto ma nulla si otterrà senza che sia definitivamente risolto quello che da sempre è il vero nodo della questione: il rifiuto dei vicini arabi di riconoscere ad Israele il diritto ad esistere in pace e sicurezza.
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Oltre il trentottesimo parallelo. L’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana conferma che il paese ha un programma nucleare attivo.  La comunità internazionale comincia a pensare seriamente a come contrastare il contrabbando internazionale del regime di Pyongyang. Che, tra una minaccia e una retromarcia, continua a regalare al mondo perle di saggezza: per chi ancora avesse dei dubbi ribadisce come l’ideologia sia importante per la costruzione del socialismo e spiega rassicurante quanto sia all'avanguardia il lavoro nelle fattorie del popolo visitate da Kim Jong Il: 

He expressed great expectation and belief that the officials and working people in the province would perform feats in the worthwhile drive for the progress and prosperity of the country with the same patriotic spirit and stamina with which they won a shining victory in the battle for defending socialism.

Sembra una commedia ma è una tragedia.



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mercoledì, giugno 18, 2003
Sono soddisfazioni. Un editoriale del Foglio di oggi (il terzo della pagina) ci dà ragione su Iran e silenzi.
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Finalmente. Un tema serio, non elusivo, sulle vicende fondamentali della nostra epoca. Una traccia che ci sarebbe piaciuto svolgere. Ma che nella scuola italiana del 1991 sarebbe stato difficile trovare così delineata. Speriamo che l'abbiano scelta in molti. In ogni caso complimenti a chi ha deciso di misurarsi con questo argomento.

Ambito storico politico
Argomento:
Il terrore e la repressione politica nei sistemi totalitari del Novecento.

Scheda:
1)
Il fascismo italiano fece centinaia di prigionieri politici e di confinati in domicilio coatto, migliaia di esiliati e fuoriusciti politici.
2) Il nazismo tedesco dal 1933 al 1939 ha eliminato circa 20.000 oppositori nei campi di concentramento e nelle prigioni; tra il 1939 e il 1941 ha sterminato nelle camere a gas 70.000 tedeschi vittime di un programma di eutanasia. Durante la guerra si calcola che siano stati uccisi circa 15 milioni di civili nei paesi occupati, circa 6 milioni di ebrei; 3.300.000 prigionieri di guerra sovietici, più di un milione di deportati e decine di migliaia di zingari sono morti nei campi di concentramento; più di 8 milioni sono stati inviati ai lavori forzati.
3) Nella Russia comunista la prima epurazione la pagarono gli iscritti al partito; tra il 1936 e il 38 furono eliminati 30.000 funzionari su 178.000; nell'Armata rossa in due anni furono giustiziati 271 tra generali, alti ufficiali e commissari dell'esercito. Nei regimi comunisti del mondo (URSS, Europa dell'Est, Cina, Corea del Nord, Vietnam, Cambogia, Cuba, ecc.) si calcola che sono stati eliminati circa 100 milioni di persone contrarie al regime.
4) Né bisogna dimenticare le "foibe" istriane e, più di recente, i crimini nei territori della ex Jugoslavia, in Algeria, in Iraq, ecc. Amnesty International ha segnalato 111 Paesi dove sono state applicate torture su persone per reati d'opinione.

Documenti
"Con il terrore si assiste a una doppia mutazione: l'avversario, prima nemico e poi criminale, viene trasformato in 'escluso'. Questa esclusione sfocia quasi automaticamente nell'idea di sterminio. Infatti la dialettica amico/nemico è ormai insufficiente a risolvere il problema fondamentale del totalitarismo: si tratta di costruire un'umanità riunificata e purificata, non antagonista [...]. Da una logica di lotta politica si scivola presto verso una logica di esclusione, quindi verso un'ideologia dell'eliminazione e, infine, dello sterminio di tutti gli elementi impuri".
S. COURTOIS, "Perché?", in Il libro nero del comunismo, Milano, Mondadori, 2000

"Per genocidio si intende uno qualunque dei seguenti atti, commessi con l'intenzione di distruggere completamente o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: a) assassinio di membri del gruppo; b) grave attentato all'incolumità fisica o mentale di membri del gruppo; c) imposizione intenzionale al gruppo di condizioni di vita destinate a provocarne la distruzione fisica totale o parziale; d) misure volte a ostacolare le nascite all'interno del gruppo; e) trasferimenti coatti dei figli di un gruppo a un altro".
Convenzione delle Nazioni Unite del 9/12/1948

"Dolore per la nostra patria [il Cile] soggiogata e convertita in un immenso carcere; per il nostro popolo martoriato dalla fame e dalla miseria; per i nostri compagni ed amici caduti nel combattimento, o assassinati, torturati o incarcerati dal fascismo. Speranza che questo incubo di orrore avrà una fine non lontana, e la certezza che i colpevoli riceveranno il castigo esemplare".
C. ALTAMIRANO, "Saluto di capodanno: I gennaio 1975", in Tutte le forme di lotta, Milano, 1975
(L'autore era segretario generale del Partito socialista cileno)

"I regimi totalitari del XX secolo hanno rivelato l'esistenza di un pericolo prima insospettato: quello di una manomissione completa della memoria".
T. TODOROV, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano, Garzanti, 2001























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Silenzi imbarazza(n)ti. L’avvenimento cruciale di questi giorni è rappresentato dalle manifestazioni di protesta in Iran. Un atto antitotalitario sta avvenendo nel cuore del medioriente. Ma molti sembrano distratti. Soprattutto colpisce ancora una volta il silenzio della sinistra intesa sia come insieme di forze politiche che come opinione pubblica. Salvo lodevoli eccezioni la lotta del popolo iraniano contro l’islamofascismo della teocrazia al potere non riscuote l’appoggio e la considerazione che gli aneliti di libertà dovrebbero sempre meritare. Eppure gli elementi per affascinare gli spiriti rivoluzionari ci sarebbero tutti: le grandi manifestazioni popolari, la generazione dei giovani studenti come protagonista principale, le violenze delle forze di polizia fedeli al regime (l’attacco al dormitorio potrebbe addirittura essere utilizzato da alcuni per rievocare – fatte le debite proporzioni - eventi recenti geograficamente più vicini a noi). Invece nulla o poco più di nulla. L’Iran non mobilita le coscienze, non suscita indignazione, non aggrega studenti e professori, artisti e scrittori in un unico dirompente grido di pace e di progresso. Si ha come l’impressione che le energie siano state spese ultimamente in qualcos’altro. Forse si sono sbagliati. Forse la libertà dei popoli sarebbe meglio appoggiarla sempre senza se né ma. Non marciarci contro. O tacere imbarazzati.
Ma ieri ricorreva l’anniversario di un altro atto antitotalitario. Il 17 giugno 1953 si produceva la rivolta di Berlino Est contro il regime comunista della DDR. L’intervento dell’Armata Rossa stroncò la protesta quello stesso giorno.
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Il sangue versato. La testimonianza di uno studente iraniano sulle vessazioni cui la popolazione nel suo paese è sottoposta quotidianamente e sull’attacco al dormitorio in cui si trovavano 700 studenti compiuto dalle guardie del regime pochi giorni fa.
Qui Andrew Sullivan propone una mobilitazione dei bloggers in favore dei dimostranti.
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Un nazionalismo privato e universale. Articolo di Foreign Policy sulle caratteristiche peculiari del patriottismo (o nazionalismo) americano e sulle sue ripercussioni nei rapporti con il resto del mondo. Basato su ideali politici e non su concetti di superiorità etnica o culturale, alimentato dalle vittorie e non da umiliazioni subite, dinamico e proiettato al futuro, il nazionalismo (o patriottismo) americano non si riconosce nelle diverse forme di nazionalismo che attecchiscono nel resto del mondo e per questo spesso ne sottovaluta il ruolo e la pericolosità. Da leggere.
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Il museo più pazzo del mondo. Non solo non era successo niente. Adesso i dipendenti del Museo di Baghdad hanno chiesto le dimissioni dei direttori e vogliono fare elezioni per eleggerne di nuovi. In particolare è sotto accusa quel Mr. George di cui si parlava abbondantemente qui: pare tra l’altro che abbia distribuito armi allo staff e abbia ordinato di sparare agli americani. Insomma una gran brutta storia. Mr. George era la fonte principale cui i media hanno attinto a piene mani per costruire i falsi scoop.
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martedì, giugno 17, 2003
Iran. Michael Ledeen sulle manifestazioni anti-regime che si stanno svolgendo in Iran. Gli elementi essenziali della protesta: 1) i dimostranti non sono soltanto studenti; anzi per il novanta per cento si tratta di non-studenti; ergo: siamo di fronte a manifestazioni di massa che coinvolgono individui di differenti ambiti sociali 2) il regime sta rispondendo in maniera disordinata 3) il regime non può contare sulla fedeltà di tutto il suo personale di sicurezza per reprimere le proteste 4) le dimostrazioni non si limitano alla capitale 5) i vari leader al potere si stanno muovendo senza coordinamento politico alcuno 6) il regime deve fronteggiare una rivolta che ha dimostrato di non subire passivamente la repressione. Per Ledeen i mullah sono consapevoli che il popolo li detesta. Per questo temono una insurrezione generalizzata cui sarebbe difficile far fronte.

In Iran today, the revolutionaries constitute the overwhelming majority of the population, while the tyrants only glean minimal support. Thus, the Iranian people hold their destiny in their own hands. They share a common dream of freedom, and need only transform it into a common mission to liberate themselves.

In conclusione: è il momento di supportare senza esitazioni la rivoluzione democratica iraniana.
Intanto anche gli intellettuali sembrano percepire il vento del cambiamento.




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Non più intoccabili. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalle possibili conseguenze del ritorno del petrolio iracheno sul mercato. I commentatori nazionali descrivono la prospettiva come una catastrofe. Il potere saudita fonda la sua sopravvivenza sul ricatto petrolifero. Gli effetti diretti ed indiretti del regime-change a Baghdad stanno emergendo in tutta la loro efficacia. Alle dittature dell’area sta cominciando a mancare la terra (o il petrolio) sotto i piedi. Anche sul fronte della lotta al terrorismo qualcosa sembra muoversi nella monarchia saudita: a La Mecca è successo questo due giorni fa.
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L'arbitro non fischia la fine. Il contingente internazionale inviato in Congo venerdì si è trovato di fronte al primo conflitto a fuoco della sua missione. I membri della forza Onu non hanno neppure il mandato di disarmare i combattenti. I locali già si domandano a cosa serva tutto questo. A settembre i francesi se ne andranno e subentrerà una forza del Bangladesh. La più pazzesca guerra tribale degli ultimi tempi continua ad essere trattata come uno scontro tra tifosi la domenica pomeriggio.
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Quelli che coi terroristi ci andrebbero a cena fuori. Come le improbabili teorie dell’appeasement e dell’equivalenza hanno rafforzato i terroristi colombiani delle FARC. Con il contributo delle ONG e di parte della sinistra internazionale tra equivoci e malafede. Già visto. Tratto da FrontPageMagazine di qualche tempo fa (e segnalato in rete da un collega straniero che non ricordiamo: ce ne scusiamo).
Sul concetto di equivalenza così caro ad alcuni e sul pudore espressivo dei mezzi di comunicazione ha qualche considerazione interessante anche Joel Mowbray su Townhall (qui però si parla di medioriente).
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lunedì, giugno 16, 2003
Toh, la guerra preventiva si può fare. Dopo mesi di retorica anti-Usa sembra ci siano arrivati anche i buoni e giusti (per chi non lo sapesse sono gli europei - usiamo sembra perchè magari domani smentiscono tutto -). I ministri degli Esteri dell'Unione hanno approvato un documento sulla proliferazione delle armi di distruzione di massa in cui si prevede che

When these measures (including political dialogue and diplomatic pressure) have failed, coercive measures under Chapter VII of the U.N. Charter and international law (sanctions, selective or global, interceptions of shipments and, as appropriate, the use of force) could be envisioned

Cosa è successo? Nulla. In Europa si sono solo letti il combinato disposto degli articoli del Capitolo VII Carta Onu nel quale si prevede appunto la possibilità dell'intervento militare per far fronte alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. Vale a dire la difesa preventiva nell'epoca delle armi di distruzione di massa in mano a stati-canaglia o a gruppi terroristi.



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Un'altra notte. Le ultime notizie da Teheran.
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venerdì, giugno 13, 2003
I più bassi istinti. Charles Krauthammer - bravissimo - sul WP di oggi.

The weapons-hyping charge is nothing more than the Iraqi museum story Part II: A way for opponents of the war -- deeply embarrassed by the mass graves, torture chambers and grotesque palaces discovered after the war -- to change the subject and relieve themselves of the shame of having opposed the liberation of 25 million people.

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La catena della disinformazione/4.

That vista on the lower left looks like Dresden, it looks like some of the firebombing of Japanese cities during World War II.  (Brian Williams, NBC/MSNBC)

Si ascoltarono anche parole come queste nei reportage dall’Iraq durante la guerra. Karina Rollins riassume in questo articolo le più evidenti distorsioni della realtà di cui parte dell’informazione si è resa protagonista durante e dopo il conflitto. Ne esce uno spaccato impietoso sulla disonestà intellettuale (a senso unico) di certo giornalismo. L’analisi prende in esame il comportamento dei media americani. Urge volontario per analoga operazione su quelli europei. Avrebbe solo l’imbarazzo della scelta. Concludendo con Mark Twain:

There are laws to protect the freedom of the press's speech, but none...to protect the people from the press.





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La catena della disinformazione/3 (un salto indietro nel tempo). A Walter Duranty, corrispondente del NYT da Mosca negli anni trenta, fu conferito il Pulitzer per i suoi reportage sull’Unione Sovietica immersa nello stalinismo. Curiosamente però Duranty non vide la carestia che stava provocando la morte di milioni di persone, diretta e deliberata conseguenza della politica del regime. O meglio, la vide ma non la raccontò come spiega in un passo di Reflections on a Ravaged Century (in italiano Il secolo delle idee assassine) lo storico Robert Conquest:

A Eugene Lyons e ad altri Duranty disse confidenzialmente che a suo avviso le vittime della carestia erano circa sette milioni. Ma una prova ancora più macroscopica della discrepanza esistente tra ciò che egli sapeva e ciò che riferiva si può trovare in un dispaccio scritto dall’incaricato d’affari britannico a Mosca il 30 settembre 1933: «Secondo Mr. Duranty l’anno scorso nel Caucaso settentrionale e nel basso Volga la popolazione è diminuita di tre milioni. L’Ucraina è stata dissanguata... Mr. Duranty ritiene verosimile che in Unione Sovietica nel corso dell’anno passato la penuria di cibo abbia causato, direttamente o indirettamente, la morte di ben dieci milioni di persone». All’opinione pubblica americana tuttavia non arrivarono questi secchi dati, bensì le seguenti conclusioni: «Qualsiasi voce circa una carestia è frutto di esagerazione o di sordida propaganda». L’influenza dei servizi di Duranty fu smisurata e duratura. Per le sue «cronache spassionate e chiarificatrici degli avvenimenti russi», il giornalista ricevette il Premio Pulitzer.

Parecchi reporter, come Malcolm Muggeridge, e altri occidentali avevano dato notizie di prima mano sul reale stato dei fatti. In realtà, dunque, il mondo occidentale aveva di fronte due versioni diverse sulla carestia (e su vari altri massacri di Stalin). Perchè la compagine degli intellettuali decise in stragrande maggioranza di dare credito a quella falsa?

Sembra che nella compagine degli intellettuali poco sia cambiato fino ad oggi. Intanto però a Duranty forse il Pulitzer verrà tolto.





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Avanti. Gli studenti iraniani non si fermano.
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Ma chi è davvero Mahmoud Abbas? Abu Mazen ce la può fare ad una condizione: che si liberi del fantasma di Arafat. Su Slate un ritratto dell’uomo che vorrebbe (forse) ma non può (ancora).
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giovedì, giugno 12, 2003
La sinistra è divisa. Castro fa sfilare centinaia di migliaia di cubani contro le sanzioni diplomatiche decise dall'Unione Europea dopo le recenti condanne dei dissidenti. Il dittatore in particolare attacca Berlusconi e Aznar definendoli «fascisti e banditi». Unanime indignazione almeno stavolta? Macchè.
La sinistra è divisa - ci informa Repubblica. In Italia per esempio i DS per bocca di Folena parlano chiaramente di «disprezzo per la democrazia» anche se ci tengono a sottolineare che neanche a loro sta simpatico Berlusconi (statisti!). Invece Rizzo dei Comunisti Italiani dice che dovremmo stare con la dittatura cubana «senza se né ma» (comunisti). Ma, si sa, Rizzo è un entusiasta. Ci vuole ben altro per impressionarlo. Magari un giorno ce lo troviamo al Governo. Così anche con Castro (che ci sarà ancora) non avremo più problemi. Compagni di merende.
P.S. Anche per una bella fetta di opinione pubblica di sinistra in Italia e in Spagna Berlusconi e Aznar sono «fascisti». L'han gridato per mesi nelle piazze. Complimenti. Da oggi non siete soli nella vostra lotta.

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Via tutto. Nella Costituzione non ci sarà il riferimento alle radici religiose. Non ci sarà nemmeno quello all'Illuminismo. La nuova Europa si costruisce in negativo. Anche nei suoi testi sacri (ehm... costitutivi). Ciampi lo ha definito «un testo coraggioso, lungimirante, unitario». E meno male.
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La catena della disinformazione/2. Altra curiosità: questa volta su quel che i giornalisti non dicono. Nelle vicinanze del mercato di Baghdad colpito durante la guerra c’erano missili Scud installati dagli iracheni. In sostanza batterie missilistiche erano state collocate in zone residenziali (come gli alleati avevano più volte sostenuto nel corso del conflitto). Lindsey Hilsum, corrispondente di Channel 4, era stata testimone diretta del fatto ma aveva preferito tacere per timore di essere cacciata dal paese. Quanti come lei?

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La catena della disinformazione. E’ solo una curiosità a questo punto ma è significativa. In un articolo di John Dean (ex consigliere legale di Richard Nixon) apparso su Findlaw a proposito delle conseguenze politiche cui Bush potrebbe andare incontro se non fossero trovate le armi di distruzione di massa in Iraq (l’autore scomoda addirittura il fantasma del Watergate: ma non è questo adesso il punto) si legge tra l’altro:

Recent statements by one of the high-level officials privy to the decisionmaking process that lead to the Iraqi war also strongly suggests manipulation, if not misuse of the intelligence agencies. Deputy Secretary of Defense Paul Wolfowitz, during an interview with Sam Tannenhaus of Vanity Fair magazine, said: "The truth is that for reasons that have a lot to do with the U.S. government bureaucracy we settled on the one issue that everyone could agree on which was weapons of mass destruction as the core reason." More recently, Wolfowitz added what most have believed all along, that the reason we went after Iraq is that "[t]he country swims on a sea of oil."

Dunque le parole di Wolfowitz continuano ad essere citate fuori dal contesto in modo da accreditare la versione della manipolazione delle informazioni e delle ragioni strettamente economiche della guerra. Eppure alla data di pubblicazione dell’articolo (il 6 giugno) già tutti avrebbero potuto (e dovuto) sapere che il senso di quelle affermazioni era ben altro. Infatti era già stata resa nota la trascrizione integrale dell’intervista a Vanity Fair e il Guardian aveva già pubblicato la rettifica al suo precedente articolo che conteneva il grossolano fraintendimento. Ma John Dean al fine di rafforzare le sue tesi ha preferito far finta di nulla. Quanti come lui?
(Segnalato da Spinsanity che aggiunge particolari).






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Errori. Possono capitare ma questo è grosso se se ne considera la paternità. Ieri il NYT nella sezione delle correzioni pubblicava quanto segue:

An article yesterday about the dismantling of a rusty tower by an Israeli settlement in the West Bank as a gesture of compliance with the American-led peace initiative misstated the origin of Israeli control of the territory. During the 1967 war, Israel seized the West Bank from Jordan and took Gaza from Egypt, not from the Palestinians.

Il problema è che molti pensano che la storia sia andata proprio come era stato scritto in precedenza.



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Hamas. Colpisce ancora e fa 16 morti su un autobus nel centro di Gerusalemme. Due giorni fa un missile israeliano diretto al numero due dell'organizzazione terrorista, Abdel Aziz Rantisi, aveva mancato l'obiettivo provocando la morte di tre persone. Il segnale era diretto anche ad Abu Mazen che aveva promesso di agire per combattere i gruppi armati palestinesi ma si era poi limitato a proporre un semplice cessate-il-fuoco subito rifiutato dagli estremisti. Se il nuovo primo ministro vuole davvero lottare contro il terrore può contare su Israele. Se no Israele conterà come sempre su se stessa. E' fondamentale che Abu Mazen capisca che indietro non si può tornare. Le condizioni nonostante tutto sono favorevoli ad una svolta. Hamas non può vincere.
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mercoledì, giugno 11, 2003
Enzo Tortora. Quattro pagine dedicate dal Foglio alla vittima di una vergogna italiana. Vent'anni dopo. Per non dimenticare.
(La prima, la seconda, la terza, la quarta).
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I buoni e giusti. Finora abbiamo parlato dei cattivi (anzi dei «Bastards») che come ci ha spiegato esaurientemente Blix, e come tutti sanno, sono gli americani (anche gli ebrei ma in questo caso sono stati risparmiati). Adesso invece veniamo ai buoni. Cioè a noi, gli europei, quelli del dialogo, del multilateralismo, della pazienza, della cultura, insomma di quelle cose lì che ci hanno spiegato così bene fin da quando eravamo bambini.
Ebbene: risulta che in Congo sia in corso una guerra spaventosa. Risulta altresì che l’Onu (quella di Blix), accortasene, abbia inviato qualche centinaio di caschi blu (uruguaiani pare) per mettere ordine. Però in Congo non ci hanno fatto molto caso. Così adesso entriamo in gioco noi (sotto l’egida delle Nazioni Unite ovviamente: noi senza un mandato non ci muoviamo nemmeno se ci invadono i marziani) . Ecco come il mini-contingente guidato dai francesi si prepara alla missione.

A European military planner who was issued a copy of the French document said: "This is the most cynical military briefing I've read in my entire life. Everybody is just laughing at it." François Grignon of the International Crisis Group writes in a forthcoming report on Congo: "This intervention is, on the face of it, totally insufficient to meet the needs of Ituri's pacification”.

Ma anche in Liberia si combatte. E anche qui noi europei abbiamo preso in mano la situazione.

"For the moment we don't foresee leaving our troops here," a French army spokesman said. "Our sole mission is to proceed with the evacuation of Europeans and other foreigners upon the demand of the French government".

E infatti qualcuno (certamente un folle) invoca addirittura l’intervento dei «Bastards»:

"There's no food anywhere," said Fanny, a Liberian refugee who had trudged for two days to reach the stadium. "People are dying. The Americans must come. We want peace."

Da non perdere.












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I «Bastards». Hans Blix, l’uomo che doveva essere ricordato come colui che avrebbe pacificamente indotto Saddam al disarmo e che invece è diventato solo il simbolo dell’impotenza delle Nazioni Unite di fronte ai dittatori, rilascia un’intervista al Guardian. Le solite cose da capo degli ispettori: le pressioni americane, gli iracheni che mentivano ma in fondo non si sa, il buon lavoro che stavano facendo i suoi e via così come ci si aspetta da un signore un po' deluso. Ma ad un certo punto la svolta. L’uomo che nel suo ufficio all’Onu tiene appeso

a cartoon depicting the balding Swede as a stick of dynamite with President George Bush demonically waving a match over his head

tira fuori una grinta insospettabile e prununcia le parole che lo consegnano finalmente alla storia:

I have my detractors in Washington. There are bastards who spread things around, of course, who planted nasty things in the media. Not that I cared very much. It was like a mosquito bite in the evening that is there in the morning, an irritant.

«Bastards»! Da oggi Blix è ufficialmente idolo delle masse dell’altro mondo possibile. Quello in cui «Bastards go home!» sarà il nuovo grido di battaglia.







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martedì, giugno 10, 2003
Più chiaro di così. Forse stavolta lo potranno capire anche i sassi. Non è successo niente. The Guardian mette la parola fine ad una delle più clamorose bufale della storia recente del giornalismo. E chiude con due considerazioni piuttosto significative:

The first is the credulousness of many western academics and others who cannot conceive that a plausible and intelligent fellow-professional might have been an apparatchiks of a fascist regime and a propagandist for his own past. The second is that - these days - you cannot say anything too bad about the Yanks and not be believed.

(Segnalato da Camillo).





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Che meraviglia. Quindi per ricapitolare: al Museo di Baghdad il drammatico saccheggio di reperti storici che aveva fatto inorridire il mondo non è in realtà mai avvenuto. Ormai è ufficiale (quasi tutti l'hanno capito). La stampa aveva urlato per settimane che il prezioso patrimonio archeologico iracheno era andato perduto e che gran parte di esso sarebbe stata di lì a poco rivenduta al mercato nero. C'è stato però chi (pochi) ha avuto la pazienza di seguire l'evoluzione della vicenda dall'inizio fino a denunciare che quella della stampa era stata una mistificazione in quanto appunto la realtà si stava rivelando completamente diversa. Altri hanno continuato a far finta di nulla e a ripetere che tesori di valore inestimabile erano davvero scomparsi. Ieri alcuni tra i più importanti organi di informazione del mondo hanno ammesso che la notizia del saccheggio era una non-notizia dando ragione a chi per primo lo aveva fatto notare. In un contesto normale quelli che avevano continuato a credere alla versione falsa riconoscerebbero di essersi fatti ingannare e renderebbero merito a chi se ne era accorto per tempo. Invece? Invece no. Scrivono un post dietro l'altro per dire che avevano ragione loro e che gli altri (quelli che avevano capito) manipolano le notizie. I lettori entusiasti dimostrano nei commenti la loro gratitudine per la maestria con la quale è stata smascherata la propaganda reazionaria dei soliti noti. Insomma alla fine il patrimonio archeologico iracheno è come se non esistesse davvero più. Anche se è praticamente intatto. Al posto del Museo allora tanto vale farci un parcheggio. Così quegli ignorantoni degli invasori potranno metterci a riposare le loro jeep. Un capolavoro. Complimenti sinceri. Non avevamo capito nulla.
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Dopo 55 anni di regime comunista. La Corea del Nord è un posto pazzesco. Questa notizia sembra esserne uno degli innumerevoli tragici esempi. Ne aveva parlato qualche giorno fa anche il Weekly Post in un impressionante resoconto.
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Gli scheletri sotto terra. Da MEMRI la solita interessante rassegna stampa dal mondo arabo. Questa volta il tema sono le fosse comuni che quell’arma di distruzione di massa che era il regime di Saddam Hussein ha consegnato al museo degli orrori della storia. Una lenta ma inesorabile presa di coscienza che non potrà non produrre effetti sensibili.
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WMD. Un tentativo di ragionare seriamente con dieci domande (e relative possibili risposte) sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Peraltro la migliore delle risposte ci sembra questa (se non riuscite ad aprirlo è il banner di The Dissident Frogman).
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lunedì, giugno 09, 2003
Guerra (in)civile. La guerra terrorista anti-israeliana condotta dai gruppi estremisti palestinesi è anche una guerra civile scatenata da chi ha assoluto bisogno (Arafat in testa) di altre vittime per continuarla il più a lungo possibile. William Safire ha le idee piuttosto chiare al proposito.
Abu Mazen e Sharon appaiono oggi di fatto alleati contro il terrore e contro la vecchia guardia interna all’Autorità Nazionale Palestinese. Può essere questo, nonostante tutte le difficoltà, il fattore davvero decisivo: se le intenzioni di Abu Mazen sono sincere, per la prima volta la società civile palestinese potrebbe avere la concreta opportunità di dimostrare la sua presa di distanza da coloro che in questi anni l’hanno ricattata con l’arma e la minaccia del terrore. L’isolamento di Arafat e la fine della protezione politica da lui accordata ai terroristi costringerebbero i gruppi armati in un angolo. I prevedibili e violenti colpi di coda contribuirebbero allora a svelarne definitivamente la natura anche agli occhi degli stessi palestinesi. Se anche l’Europa si decidesse a dare impulso al processo politico in atto promosso dall’amministrazione americana dimostrerebbe per una volta di aver abbandonato la vuota retorica che ne ha accompagnato l’inazione fino ad oggi. Se smettesse di considerare Arafat un interlocutore privilegiato ed appoggiasse i tentativi di riforma dell’ANP renderebbe alla popolazione palestinese il servizio che ci si attende da un consesso di nazioni democratiche. Ma questo con tutta probabilità è destinato a rimanere un sogno.
Qui il punto di vista di Cox and Forkum.

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Libertà di informazione vs. cattiva informazione. Se invece di pubblicare e commentare notizie che non esistono i nostri quotidiani (e i nostri bloggers) ogni tanto parlassero di qualcosa che sta accadendo davvero, forse potrebbero addirittura accorgersi che dal giorno della liberazione in Iraq sono comparse decine di nuovi giornali che rappresentano le più diverse credenze religiose e le più svariate idee politiche. Capite perchè alle volte si saluta con soddisfazione l’arrivo di certi «invasori»?
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La situazione a Rangoon. E’ incerta la sorte di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana, arrestata il 30 maggio in un agguato delle forze fedeli alla giunta militare al potere. Nessuno ha finora potuto incontrarla e sul luogo dell’aggressione sono rimasti segni evidenti della violenza dell’assalto. Gli Stati Uniti stanno aumentando direttamente ed indirettamente le pressioni contro Rangoon. Il caso sarà sottoposto all’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
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domenica, giugno 08, 2003
Giuramento di Ippocrate. Nell'Iraq di Saddam anche i medici erano arruolati nell'apparato di tortura predisposto dal regime. Se eri chirurgo dovevi praticare le mutilazioni. La galleria degli orrori continua.
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Ancora meno di quel che si pensava. Gli ultimi aggiornamenti sulla famosa (e smentita dai fatti) «perdita» del patrimonio archeologico iracheno.
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sabato, giugno 07, 2003
A scuola di odio. Nei sussidiari in Arabia Saudita si parla di crociate giudaico-cristiane per eliminare l'Islam dalla faccia della terra, dell'Occidente come di una società decadente, dei suoi popoli come di infedeli da combattere. Lo stesso, aggiungiamo noi, avviene ad esempio nei territori controllati dall'Autorità Nazionale Palestinese e in gran parte del mondo arabo. Dall'ideologia, dal pregiudizio, dal fanatismo totalitario nascono gli olocausti terroristi della nostra epoca. La riforma dell'educazione in quei paesi è parte della guerra al terrore.
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Globalizzazione al lavoro. I benefici che la Nike ha portato all'economia e alla popolazione vietnamita in un reportage di Johan Norberg (segnalato da Leibniz)

It would be extremely interesting to hear an antiglobalist explain to Tsi-Chi why it is important for Westerners to boycott Nike, so that she loses her job, and has to go back into farming, and has to send her son to work.
The European Left used to listen to the Vietnamese communists when they brought only misery and starvation to their population. Shouldn’t they listen to the Vietnamese now, when they have found a way to improve people’s lives? The party officials have been convinced by Nike that ruthless multinational capitalists are better than the state at providing workers with high wages and a good and healthy workplace. How long will it take for our own anticapitalists to learn that lesson?



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venerdì, giugno 06, 2003
6 giugno 1944. Sbarco in Normandia.
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La risposta dei terroristi. Le prospettive di dialogo disturbano Hamas che si dichiara contraria a qualsiasi trattativa con Abu Mazen. Non che sia esattamente una sorpresa. Ma vale sempre la pena sottolineare da dove provengano gli attentati alla pace e alla convivenza. Se no poi magari qualcuno si confonde e... va be' lasciamo stare.
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Son morto ch’ero bambino, son morto con altri cento... Una fossa comune contenente i resti di duecento bambini è stata rinvenuta in Iraq nella provincia di Kirkuk. Anche questo accadeva sotto la dittatura di Saddam. I quotidiani in questi giorni praticamente non ne danno notizia. Ieri il Foglio si chiedeva come fosse possibile che un fatto di questo genere non venisse considerato degno di nota. Un silenzio tanto più inconcepibile se si osserva che ormai l’informazione sembra essere diventata una vetrina dell’indignazione permanente e a tema: questa ad esempio è la settimana in cui si grida allo scandalo perchè non sono ancora state trovate le armi di distruzione di massa di Saddam. Quando invece lo scandalo era un regime genocida in azione, lo scandalo sono duecento scheletri alti un metro e dieci sepolti con i loro giocattoli.
Sveglia, signori. Il sonno della ragione ha già generato troppi mostri.
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Visti da vicino. Così il Washington Post commenta le dimissioni al vertice del NYT. In America il giornalismo discute di se stesso, si esamina, si critica. Lo fa senza remore corporative, senza comunicati ufficiali, senza infingimenti. Lo fa sulle pagine dei quotidiani cui tutti possono accedere, dimostrando che proprio perchè l'informazione è vitale per una società democratica chi se ne fa carico non può appartenere ad una casta intoccabile. Vi immaginate il Corriere pubblicare un pezzo come questo sulle dimissioni del direttore di Repubblica?
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Regime changes. Uno scienziato nordcoreano riesce a scappare dal suo paese e a rifugiarsi nel Sud. Avendo lavorato al programma di sviluppo di armi di distruzione di massa di Pyongyang avrebbe qualcosa da raccontare. Ma a Seul gli fanno capire che parlare significherebbe mettere a repentaglio la politica di distensione che in quel momento il Sud sta tentando di attuare nei confronti del Nord. Ci ricorda qualcosa. Attualmente negli Stati Uniti dove ha testimoniato di fronte al Senato, l’uomo racconta la sua storia e chiede che il popolo nordcoreano venga aiutato a liberarsi dall’incubo che Kim-Jong-Il e il suo regime rappresentano.
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giovedì, giugno 05, 2003
Se ne vanno. Travolti dal caso Jayson Blair - e non solo - lasciano la guida del New York Times Howell Raines e Gerald M. Boyd. Questo accade in un paese in cui il giornalismo è una cosa seria e chi sbaglia (gravemente) ne risponde.
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Chi fa la Storia. Per chi ragiona in una prospettiva storica e crede nei grandi progetti politici delle nazioni democratiche ciò che è avvenuto ieri ad Aqaba riveste una enorme importanza. Nell'incontro tra Sharon ed Abu Mazen propiziato e promosso da George W. Bush si sono ascoltate parole che sarebbero state impensabili fino a soltanto due mesi fa. Caduto Saddam Hussein, isolato Arafat, dato un segnale forte ad un mondo arabo che nel frattempo ha anche provato sulla propria pelle cosa significhi la follia terrorista, il processo verso la imprescindibile trasformazione del medioriente è in marcia. Che non sarà un cammino facile, che si sia solo all'inizio, che ci si troverà di fronte a grandi difficoltà e probabilmente ancora a grandi tragedie è praticamente certo. Ma che nulla sarà più come prima è altrettanto sicuro. Questa nuova speranza ha i nomi e i cognomi innanzitutto dei leaders democratici che ci hanno fortemente creduto ed hanno agito (e continueranno a farlo) in quella direzione. Per coloro che invece hanno preferito la contrapposizione preconcetta e rancorosa e si sono chiusi nella campana di vetro della fuga dalla realtà (e continuano a farlo) il minimo che si possa consigliare è un profondo esame di coscienza.
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mercoledì, giugno 04, 2003
Regime changes. In Birmania la repressione si intensifica. Spiace ripeterlo quasi ossessivamente ma a stento se ne parla sui nostri quotidiani. Le opinioni pubbliche in mobilitazione perpetua hanno altro a cui pensare. I severi censori di ogni mossa dell'Occidente democratico si distraggono quando la barbarie vera esplode altrove. Come per il Congo, per la Cecenia, per Sarajevo e per tutte le volte che è stato in gioco davvero il rispetto dei diritti e delle libertà dei popoli le piazze europee rimangono desolatamente vuote. Ad allargare i confini della democrazia ci penseranno altri, come sempre. Grazie a chi ci sta pensando.

The great lesson that ought to have been learned in the last century is that free democrats betray their unfree brothers and sisters when they seek to appease dictatorships.

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4 giugno 1989. Mentre quasi ovunque nel resto del mondo il comunismo si avviava a concludere la sua infelice parabola, a Pechino i dirigenti del Partito Comunista Cinese decidevano invece che era ora di porre fine all'avventura di migliaia di studenti che da oltre un mese si riunivano nella Piazza della Pace Celeste (quante volte la parola Pace viene detta e scritta a sproposito) per chiedere riforme democratiche nel loro paese. Fu la strage di Tienanmen. Era il 4 giugno di quattordici anni fa.
Così il regime sopravvisse alla storia che stava svoltando in una direzione non gradita. Un libro in particolare racconta nei dettagli - attraverso documenti d'archivio che avrebbero dovuto rimanere riservati - che cosa avvenne in quei giorni all'interno dell'apparato di potere cinese e come si giunse alla decisione di reprimere nel sangue la Primavera di Pechino. Il titolo è appunto Tienanmen. Ed è una delle poche ricostruzioni accurate attualmente disponibili di quella tragedia.
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martedì, giugno 03, 2003
Changing the facts on the ground. E' la filosofia alla base della politica mediorientale di Bush e della sua amministrazione. Per arrivare dove i suoi predecessori non avevano nemmeno osato. Come il NYT anche il Washington Post apprezza.
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Global? Si, grazie. Gianni Riotta riflette lucidamente sul vero problema della globalizzazione. Che ce n'è poca.
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Ignoratelo.  Fareed Zakaria su Arafat.

The only path to peace is one that sidelines Arafat. It would be best not to do so publicly, which would only brand him as the leader who defies the Israelis and Americans. Better to ignore him but systematically weaken his power.

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Cosa ha detto Wolfowitz. Lo aveva già spiegato Camillo. Lo chiariva lo stesso giorno anche il Weekly Standard. Poi c’è il transcript dell’intervista. Eppure qualcuno continua a fingere di non capire. Siamo alle solite (forse i più attenti ricorderanno Guantanamo, Santorum, Non è successo niente, elezioni spagnole, Guantanamo bis e ora Wolfowitz). Fenomeni. Ma non sono soli secondo quanto riporta dall’Australia Tim Blair. Fenomeni transcontinentali.
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lunedì, giugno 02, 2003
Sulla democrazia. Partendo dal progetto americano di democratizzazione del medioriente Policy Review pubblica un dettagliato ed importante studio sulla democrazia come valore universale. Qui la sua versione stampabile.

«Molti forse pensano - come certi etnologi relativisti che non sono ancora tornati a casa, come i leader cinesi, come i capi tribali patriarcali, come i fedeli della sharia - che la democrazia sia il pregio o il tic di un pezzetto di mondo, e sia fuori posto e disadatta a tanta altra parte del globo. Non riesco a capacitarmene, e mi spaventa».
(A. Sofri - Repubblica)




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Le cose vanno piuttosto bene. Reportage sull’Iraq dell’immediato dopoguerra scritto da uno che lo ha visitato. Dedicato ai profeti di sventura (in rotta perenne): se non vi piace non sappiamo che farci.
Ah, c'è anche questo. Il primo Internet-café ha aperto a Baghdad. In Cina e in Iran (e in altri luoghi della terra) normalmente li chiudono. Che sia successo qualcosa ultimamente in Iraq?
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Birmania. Giro di vite.
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Un altro mondo è possibile? Speriamo...
P.S. Una parola da quelli che si stracciavano le vesti per i disordini seguiti alla liberazione dell’Iraq la ascolteremo?
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Tardi e male. L’Onu si è accorta che in Congo c’è qualche problema. Però a quanto pare ancora una volta lo ha leggermente sottostimato.
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Sei domande sul caso Corriere. Arriviamo buoni ultimi ma saremmo grati se qualcuno potesse rispondere alle seguenti domande:
1) In che senso esattamente la sostituzione di De Bortoli con Folli alla direzione del Corriere rappresenterebbe un pericolo per la democrazia?
2) In che senso esattamente la direzione di Folli favorirebbe Silvio Berlusconi?
3) Da quando esattamente l'editore non può più permettersi di decidere a quale persona affidare la direzione del proprio giornale?
4) Da quando esattamente l'opposizione ha cominciato a considerare De Bortoli e Folli come marionette asservibili e asservite ai voleri dell'opposizione stessa o della maggioranza?
5) Se è davvero avvenuto un colpo di mano contro la libertà di informazione per quale motivo l'editore o le persone direttamente coinvolte non l'hanno denunciato?
6) Coloro che parteciperanno allo sciopero del 6 giugno quale diritto esattamente sentono oggi violato in seguito all'avvicendamento avvenuto alla direzione del Corriere che non lo fosse anche nei precedenti cambi al vertice?
Forse siamo un po' ritardati ma proprio non riusciamo a renderci conto dello scandalo rappresentato da quanto è successo.
(Astenersi perditempo e dispensatori di insulti. Grazie).







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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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