1972

lunedì, giugno 30, 2003
Noi non abbiamo capito. Forse saremo «ipocapenti» (che bellezza!) però il senso di certi attacchi proprio ci sfugge. Per quale ragione Luca Sofri - che sarà pure il padre di tutti noi però qualche volta può sbagliare anche lui - scrive un post per ironizzare su un collega (sì, un collega) che altra colpa non ha che quella di trattare con passione i temi legati al mondo dell'editoria? Per quale ragione (ma qui forse siamo un po' meno stupiti) Brodoprimordiale si prende la briga di definire «pittoresco» (ci è andato leggero stavolta) il lavoro di Giorgio Levi (che non conosciamo personalmente ma che leggiamo quotidianamente) solo perchè sa che nessuno oserà contestargli questa definizione idiota e gratuita? Ci sembra che l'universo blog italiano assomigli sempre di più al nostro paese: un po' omertoso e un po' corporativo, abituato a parlarsi addosso e a promuovere «quelli del giro». Poco propenso a rispettare gli altri soprattutto se al conformismo imperante rifiutano di partecipare. Forse Luca Sofri nemmeno leggerà questo commento o semplicemente deciderà di ignorarlo. Forse Carlo di Brodoprimordiale se la caverà con una delle sue famose definizioni che riscuoteranno l'applauso dei fans (così tanto per non pensare). Però non andrebbe mai dimenticata una cosa: Andrew Sullivan in America fa centomila contatti al giorno (senza insultare nessuno). In Italia la stragrande maggioranza dei blog più seguiti può vantare dai cento ai trecento visitatori quotidiani. Alcuni (pochi) arrivano a cinquecento o giù di lì. Le eccezioni (che si contano sulle dita di una mano) registrano duemila click giornalieri. Ecco, cerchiamo di rimanere con i piedi per terra e soprattutto di considerare gli altri almeno quanto noi stessi. Vale per tutti.
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Il regime risponde. Non c’è futuro per quelli che si oppongono alla Rivoluzione Islamica del 1979 e Bush sta appoggiando un gruppo di hooligans. Parola di Rafsanjani.
Qui la protesta di quattro membri del Parlamento iraniano.
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Per un domani diverso. Lettera aperta di un iraniano emigrato negli Usa ai leader dell’opposizione del suo paese. Considerazioni sulla classe politica del futuro e sui rapporti con gli alleati occidentali. Interessanti le riflessioni sul differente approccio di europei ed americani alla vicenda Iran. Un estratto:

America's desire to eliminate the theocracy in Iran is based on much more fundamental motivations than money and financial rewards, and therefore, makes a much more dependable ally for our democratic forces than the European Union. Where Europeans are our tactical allies, the Americans can be considered our strategic allies in establishing a secular democracy in our country and propagating it throughout the region.

Da leggere tutta. (Via Buzzmachine).



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Tregue.  Scusate se non festeggiamo. Ma a noi i terroristi che fanno concessioni e pongono condizioni provocano un certo malessere. Speriamo almeno che tutto questo indichi difficoltà reali all’interno delle organizzazioni fondamentaliste. Ultimora: anche Al Fatah (Arafat) ha aderito alla tregua. Appunto. Ma non dicevano che Arafat non c’entrava nulla e gli attentati li condannava? Mah.
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Conservatori innovatori. Considerata per l’attuale composizione una delle più conservatrici di sempre la Corte Suprema si è espressa a favore di istanze tipicamente liberal nei casi più importanti decisi nella settimana appena conclusasi. Protagonisti principali i giudici O’Connor e Kennedy, entrambi nominati durante l’amministrazione Reagan. Ne parla il Washington Post.
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Giudicate voi. Terrorista venezuelano, ex-comunista, convertitosi all’Islam, attualmente in carcere in Francia, ha scritto un libro in cui esalta il terrore e loda Bin Laden per gli attentati dell’11 settembre. Un giornalista francese gli ha dato una mano nell’impresa. Fra pochi giorni il pamphlet sarà in vendita. Non ci facciamo mancare nulla.
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E tu sei ebreo, che cosa ci vuoi far... A Oxford è successo questo. Ne parlava oggi anche Camillo con un altro link. Per la serie: in Europa non c’è l’antisemitismo.
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Che figata! Fra poco uscirà un film del regista Renzo Martinelli sul delitto Moro. Sarà una produzione italo-franco-britannico-tedesca. La tesi: dietro al rapimento e all’uccisione dello statista ci fu la partecipazione congiunta della CIA e del KGB che volevano impedire il compromesso storico. Ma è fortissimo! Come abbiamo fatto a non pensarci fino ad oggi! Neri: c’è materiale per te dopo la giornatona che ci hai regalato ieri. (Segnalato da Power Line: ci facciamo riconoscere ovunque).
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Remember. Anche oggi ricordate di mandare questo.
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domenica, giugno 29, 2003
Uno dei più intelligenti articoli mai scritti sulle armi di distruzione di massa irachene. L'autore è Rolf Ekeus, svedese (come Blix), ex presidente esecutivo dell'UNSCOM in Iraq, ex ambasciatore negli Usa, attualmente a capo dello Stockholm International Peace Research Institute. Dice che il punto non è trovare ingenti quantità di armi chimiche o biologiche ammassate da qualche parte (gli iracheni sapevano che in poche settimane sarebbero state soggette a deterioramento): quel che conta è che il regime avesse (come aveva) un programma per la produzione di queste armi pronto per essere attivato al momento opportuno. Quel che conta, aggiunge, è che l'insieme di conoscenze, tecniche, agenti chimici e biologici pronti per essere trasformati in armi non finissero nelle mani dei gruppi terroristi in guerra con l'Occidente. Insomma: l'arma di distruzione di massa per eccellenza era il regime di Saddam. E bisognava disinnescarla al più presto.

Thus the Iraqi policy after the Gulf War was to halt all production of warfare agents and to focus on design and engineering, with the purpose of activating production and shipping of warfare agents and munitions directly to the battlefield in the event of war. Many hundreds of chemical engineers and production and process engineers worked to develop nerve agents, especially VX, with the primary task being to stabilize the warfare agents in order to optimize a lasting lethal property. Such work could be blended into ordinary civilian production facilities and activities, e.g., for agricultural purposes, where batches of nerve agents could be produced during short interruptions of the production of ordinary chemicals.
This combination of researchers, engineers, know-how, precursors, batch production techniques and testing is what constituted Iraq's chemical threat -- its chemical weapon. The rather bizarre political focus on the search for rusting drums and pieces of munitions containing low-quality chemicals has tended to distort the important question of WMD in Iraq and exposed the American and British administrations to unjustified criticism.

The chemical and biological warfare structures in Iraq constitute formidable international threats through potential links to international terrorism. Before the war these structures were also major threats against Iran and internally against Iraq's own Kurdish and Shiite populations, as well as Israel.

Conclusione.

The door is now open for diplomatic initiatives to remake the region into a WMD-free area and to shape a structure in the Persian Gulf of stability and security. Moreover, the defeat of the Hussein regime, a deadly opponent to peace between Israelis and Palestinians, has opened the door to a realistic and re-energized peace process in the Middle East.
This is enough to justify the international military intervention undertaken by the United States and Britain. To accept the alternative -- letting Hussein remain in power with his chemical and biological weapons capability -- would have been to tolerate a continuing destabilizing arms race in the gulf, including future nuclearization of the region, threats to the world's energy supplies, leakage of WMD technology and expertise to terrorist networks, systematic sabotage of efforts to create and sustain a process of peace between the Israelis and the Palestinians and the continued terrorizing of the Iraqi people.


Tutte le altre sono chiacchiere da salotto.











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sabato, giugno 28, 2003
In America è tutto grande. In un giorno qualsiasi di una settimana qualsiasi Andrew Sullivan ha avuto sul suo sito più di centomila visitatori. Ops.
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Iran. I punti di vista. L'evoluzione della questione iraniana sotto la lente degli esperti. Frontpage Magazine riunisce un ex ministro dell'informazione (Homayoun), il direttore di un quotidiano iraniano (Ehsani), un analista delle vicende politiche del paese (Bayegan), un professore alla Georgetown University (Brumberg) e un giornalista del Los Angeles Times (Heilbrunn). Ne scaturisce un dibattito che sarebbe bene seguire. Per chi non avesse la pazienza di leggerselo per intero pubblichiamo di seguito alcuni estratti che ci sembrano illustrare abbastanza bene le diverse posizioni.

E' in atto una rivoluzione?

The success of the freedom movement in Iran will not only serve to save the Iranian nation from a repressive regime, but needs full international support to put an end to a major menace facing the whole world and endangering the cause of freedom and democracy. (Bayegan)

All of us who want to see democracy proceed and succeed in Iran need to keep our head, and avoid emotionalism, and analyze the political situation for what it is. The adoption of disciplined and appropriate tactics by the democratic movement are vital now. (Ehsani)

If the slogans are more radicalized it is because the situation has become increasingly desperate and radicalized. Ayatollah Khamenei has been more clearly identified as the enemy of freedom and democracy and President Khatami has demonstrated that when the chips are down he will side with the supreme leader rather than stick his neck out for the political aspirations of those who have elected him to office. (Bayegan)

Part of the problem that we now face is that these regimes--by that, I mean Iran, China, and so forth--have an object lesson in what not to do, that is, they've seen what happened in 1989 in Eastern Europe. And they have no intention of going down that road. (Heilbrunn)

What we should keep in mind is the importance of outside pressure and the will of the international community to take the regime to task for its terrible human rights record, its shady nuclear program and its support for global terrorism. Every time any world power decides to close its eyes to these and do business with the mullahs, the regime feels confirmed in its behavior and the opposition suffers a setback. The message the international community sends to the Iranian people is of major importance. If the population feels it is left on its own, of course it will lose heart and will find it more difficult to challenge the regime. (Bayegan)

But what on earth prompts Mr. Bayegan to believe that, given the manifest tensions roiling Iranian society, it's going to become a flourishing democracy overnight? (Heilbrunn)

A Tiananmen square is the last thing the ruling clerics want. They simply do not have the guns. Iran today has no resemblance to the China of 15 years ago. It has no leadership comparable to Deng Shiao Peng and his group and can show not a single achievement in any respect. And China was not so vulnerable to American pressure. The situation in Iran seems beyond control in the sense that even if the government can contain this wave of demonstrations, it could not prevent its re-emergence. (Homayoun)

The notion that the Islamic Republic is on the verge of collapse is erroneous. There is a cottage industry of intellectuals, political activists and Iranian monarchists in Washington and Tehran that seizes upon every protest movement to argue that there is some kind of popular rebellion under way. Some even argue, quite erroneously, that the recent protests are on a par with those that brought down the Shah in 1978/79. This is a deliberate distortion of the facts, an unfortunate confusion of policy advocacy with political analysis. (Brumberg)

Come dovrebbero agire gli Stati Uniti?

What better way of copping out from providing support to the freedom movement in Iran, than fatalistically sitting down and saying: nothing doing. I think the mullahs would just love to hear that their regime is immovable and that they can count on 'years if not decades' of delaying political change. But they are far from being that optimistic. (Bayegan)

The U.S. is supporting a process of change in Arab mixed autocracies, a process that may in some cases yield positive results, but rushing the process would be dangerous. In the long run the Islamic Republic of Iran has mechanisms and institutions that are vulnerable from decay and redefinition. This will happen, but it simply won't happen on Washington's time scale. (Brumberg)

The condescending view that democracy is not for a people like Iranians and the most permissible for them is a more liberal Islamic regime perhaps under the former president, a previous idol of the progressive establishment, ignores the fact that Iranian society under the mullahs is already the most secular in the Islamic world and whatever form of "liberal autocracy" is prescribed for the middle eastern countries, the Iranian people are fast distancing themselves from Islamic, middle eastern and third worlds. (Homayoun)

If the monarchists are willing to follow this South African inspired formula of truth and national reconciliation, and do not actively advocate violence and radical regime overthrow as the only viable political solution, they can contribute to the democratic process. But I am afraid thus far their words and deeds have only contributed to heightening the danger of a bloody crackdown and wholesale repression in Iran. (Ehsani)

Minacce alla sicurezza e regime change

At the moment the clerics do not pose a vital threat to our security. Iran is a nuisance in many ways, but not a vital threat. In the wake of the Iraq situation, and in particular, given the clear efforts to shape intelligence to fit and legitimate a preconceived policy, one has to be careful about exaggerating "vital" dangers etc… Indeed, what is really reprehensible is the politicization of this issue, and in particular the incessant and constant effort to shape intelligence about Iran to legitimate the administration's burning desire to topple the regime in Tehran. The more we engage in this kind of activity, the more we do damage to our credibility, and credibility will, for example, play an important role in galvanizing international support on the Iran nuclear issue. (Brumberg)

The priority of the US, and anyone committed to a stable and peaceful Middle East should be to support the growth and consolidation of democracy in Iran, not a half thought-out and reckless notion like 'regime change' through popular uprisings. (Ehsani)

What the US administration should do to pursue its national interest is to balance it with the need to maintain the Iranian people’s goodwill. Iran's independence and integrity should be preserved in all circumstances. As for Iran’s nuclear ambitions, the mullahs hopefully could be persuaded under intense and unified pressure from the US, Russia and Europe. In a word, you should advocate regime change through popular demonstrations, strikes and other forms of disobedience, and nuclear disarmament by diplomatic means backed by the threat of serious consequences. (Homayoun)

President Bush should not let up the pressure on the Islamic Republic. So far his approach to the Iranian situation has displayed moral clarity and political acumen. President Bush has drawn a clear and distinct line between this incorrigible system which he has correctly identified as the enemy of peace and freedom, and the genuine aspirations of the Iranian people to bring about democratic change.

There is a consolidation of democratic forces around the idea of a referendum to determine the political future of the country which is rapidly gaining strength.

For its noncompliance with the Nuclear Nonproliferation Treaty , its terrible human rights record and its support for international terrorism, further economic sanctions should be imposed against the Islamic Republic. Governments and international companies should be discouraged from doing business with the clerical regime. Bringing about a regime change in Iran should be done through ostracizing the whole system, supporting the democratic opposition and imposing further economic sanctions. (Bayegan)

The Bush doctrine makes far more sense than the Reagan doctrine. Reagan did not attempt to pressure the mullahs; he coddled them to the extent of delivering a birthday cake. Bush is reserving the right to launch an air-strike if he deems it necessary to decapitate the Iranian nuclear program. But for now, he's managed to pull the European Union on board in threatening economic consequences should Iran continue to go full speed ahead. Bush has it right: with demonstrations inside Iran and increased pressure from abroad, time is on our side. (Heilbrunn)













































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venerdì, giugno 27, 2003
Good morning Iran. Da Los Angeles a Teheran via satellite.
Secondo il SISMI a maggio Osama si trovava in Iran.
Secondo Il Riformista in Italia ci sarà una mobilitazione il 9 luglio.  Vorremmo poterci credere. Ma evidentemente oggi siamo in giornata negativa.

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Forse non è importante, però... Pur considerando abbastanza sciocco il gioco del «le abbiamo trovate, non le troverete mai» resta il fatto che, siccome la versione recente dell’american-bashing si chiama «non avete ancora trovato nulla» e siccome chi la pratica finge di non ricordare tra l’altro che tutti (tutti!) erano consapevoli della presenza di armi di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam prima dell’intervento armato, potrebbe essere utile ogni tanto divulgare anche notizie come quelle del ritrovamento di componenti essenziali per la fabbricazione di tecnologia nucleare nei giardini delle case degli scienziati iracheni. Così, tanto per non perdere completamente di vista la realtà.

Obeidi told CNN the parts of a gas centrifuge system for enriching uranium were part of a highly sophisticated system he was ordered to hide to be ready to rebuild the bomb program. "I have very important things at my disposal that I have been ordered to have, to keep, and I've kept them, and I don't want this to proliferate, because of its potential consequences if it falls in the hands of tyrants, in the hands of dictators or of terrorists," said Obeidi, who has been taken out of Iraq with the help of the U.S. government.

Nei giardini, capite? Quanti giardini, orti, cantine, doppi muri, magazzini potranno esserci in un paese come l’Iraq? Ne parla anche il Washington Post ma comunque sicuramente non è importante. Qui invece si dà conto della scoperta di milioni di documenti relazionati con la produzione di armi chimiche e biologiche. Ma forse ci sbagliamo anche stavolta e nemmeno questo è importante. Intanto però Byron York risponde al lungo articolo accusatorio di The New Republic (che comunque negli editoriali conferma costantemente il suo appoggio all’intervento armato contro Saddam) facendone vacillare più di una premessa e più di una conclusione. Sarà importante?



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Dedicato al primo ministro che vorremmo avere.
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Sodomy laws, a mai più. La legge texana risalente al 1860 sui rapporti omosessuali in favore della quale si scatenò il senatore Santorum è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema in quanto lesiva della privacy dei cittadini. Ovviamente. Con essa cadono altre tredici legislazioni similari ancora formalmente in vigore anche se sostanzialmente inapplicate.
Aperta parentesi. Per i meno attenti si sta facendo riferimento a quella vicenda che nella sfavillante blogosfera italiana alcuni (gay compresi purtroppo) dicevano non essere una questione importante di cui valesse la pena discutere. Soprattutto perchè a parlarne non erano stati loro. Quindi non contava. Forse allora non conta nemmeno adesso. E va be’. Chiusa parentesi.
Update. Riaperta parentesi. Eravamo stati troppo pessimisti. Stavolta sono sul pezzo. Solo che ci sono andati così. Con le loro clave e i loro paraocchi. E va be'. Richiusa parentesi.

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giovedì, giugno 26, 2003
Non solo una questione lessicale. Sull'uso disinvolto del termine «resistenza».
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Appello. Quello che segue è il testo dell’appello per Sofri che a partire da stanotte trenta (finora) bloggers italiani invieranno al Presidente della Repubblica.

Signor presidente - Adriano Sofri è in galera da quasi sei anni per l' omicidio del Commissario Luigi Calabresi. E' stato condannato e assolto e poi ancora condannato da una serie infinita e contradditoria di sentenze. Per la legge ora è colpevole, nonostante lui abbia sempre detto il contrario. C' è chi non gli crede, e chi gli crede. E' la sua parola contro quella di un altro imputato, Leonardo Marino, che lo ha accusato sedici anni dopo il vergognoso delitto di Milano. Sofri non è stato condannato né per aver sparato né per aver ordinato l' omicidio né per averlo organizzato, ma per non essersi opposto a una decisione già presa da altri. Sofri rifiuta con sdegno anche questa ricostruzione. E ha tentato di provarlo. Alcuni giudici gli hanno creduto, mentre l' ultima sentenza ha dato ragione a Marino. Una parola contro l' altra. L' imputato Marino non è in carcere, nemmeno gli imputati Bompressi e Pietrostefani sono in carcere. L' unico in carcere è Adriano Sofri. Che ci resta, dopo essersi difeso confidando nella giustizia e non avendo mai chiesto né la Grazia né i permessi né gli affidamenti ai servizi sociali né di scontare la pena al domicilio. Sono cose che se chiedesse gli sarebbero concesse. Sofri non lo fa, perché dice di essere innocente. E' prigioniero a Pisa. Un prigioniero a cui decine di giornali italiani e stranieri chiedono l' opinione, a cui le case editrici e i saggisti mandano i libri nella speranza che li legga e li consigli ai lettori, a cui le televisioni chiedono interviste e commenti. Non è una cosa normale, nonostante Sofri faccia finta di vivere una vita normale. Non è normale neanche che il nostro sistema mandi in galera qualcuno al di là di ogni ragionevole dubbio. E quale dubbio più ragionevole ci può essere oltre a una sentenza di assoluzione? Il governo, cioè Silvio Berlusconi, ha scritto che è giunto il momento di procedere alla Grazia. L' opposizione è largamente d'accordo. La famiglia Calabresi ha detto che non si opporrebbe. I passaggi burocratici al ministero della Giustizia sono quisquilie. Signor presidente spetta a Lei decidere. In un modo o in un altro. L' unica cosa che non può fare è girarsi dall' altra parte.

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Verso il 9 luglio. In Iran il regime ha proibito le manifestazioni per quella data simbolica. Ma i dimostranti hanno deciso di scendere in strada lo stesso anche per i loro compagni che si trovano da giorni in carcere. Intanto il ministro degli esteri di Teheran si è ufficialmente lamentato con l'ambasciatore britannico per le parole di sostegno ai manifestanti pronunciate ieri dal primo ministro Blair (notare il titolo della BBC che - non virgolettato - sembra sposare la posizione iraniana). 
Intanto David Warren (via Buzzmachine) sulle conseguenze che la caduta del regime degli ayatollah potrebbe provocare. Niente male.
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Affirmative action e scivoloni. Che l'argomento sia particolarmente insidioso è testimoniato da infortuni come quello che segue. Maureen Dowd sul NYT scrive un pezzo piuttosto sconcertante sul giudice supremo Clarence Thomas. In sostanza lo accusa di ingratitudine in quanto lui, nero, non avrebbe supportato la decisione sull’affirmative action. Ingratitudine? Andrew Sullivan le risponde per le rime. Eppure leggere Maureen Dowd sembra che faccia molto chic.
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Ancora sulla affirmative action. Anche se il tema può risultare un po’ tecnico per alcuni, noi non molliamo. Il dibattito in corso in America sulle azioni positive è appassionante. Ed è il concetto stesso di affirmative action a renderlo tale. L’affirmative action ha come obiettivo quello di promuovere una effettiva uguaglianza di opportunità tra i cittadini. Infatti è destinata a favorire le aspirazioni di quegli individui che, per l’appartenza a minoranze etniche o a determinati gruppi sociali, vengono considerati meno tutelati degli altri nell’esercizio dei loro diritti. La funzione dell’azione positiva è quindi quella di eliminare le discriminazioni di fatto all’interno della società. Allo stesso tempo però l’affirmative action contiene il suo contrario. Infatti la sua applicazione determina una discriminazione in positivo – l’espressione non piacerà a Maureen Dowd ma di questo si tratta – a favore di determinati soggetti in base alle caratteristiche che vengano di volta in volta considerate determinanti (nel caso specifico la razza). La discriminazione è duplice in quanto: da una parte colpisce coloro che non appartengono alle minoranze o ai gruppi tutelati; dall’altra si manifesta attraverso la sanzione legale di quella disuguaglianza che in principio l'azione positiva si propone di combattere. Per farla breve: se io favorisco il tuo accesso all’università in quanto nero stabilisco che tu sei diverso dagli altri e quindi necessiti di un livello di tutela superiore. Un bel paradosso giuridico e concettuale. Si capisce allora come le posizioni al riguardo possano essere di segno totalmente opposto pur richiamandosi tutte in linea di principio alla protezione dell’uguaglianza tra i cittadini sancita dalla Costituzione.
Negli scorsi giorni abbiamo dato conto di alcune reazioni alla sentenza della Corte Suprema. Oggi ne riportiamo altre. Michael Kinsley su Slate si lamenta del fatto che la decisione non risolva nulla: in particolare dichiarando incostituzionale il meccanismo automatico di assegnazione di un punteggio ed affidando la valutazione ad un criterio flessibile ed individualizzato la sentenza avrebbe dato un colpo al cerchio ed uno alla botte che non garantirebbe in realtà nessuno; Michelle Malkin su Townhall nota come alcune minoranze siano più uguali delle altre: infatti gli americani di origine asiatica non dovrebbero festeggiare più di tanto in quanto, avendo raggiunto per meriti propri posizioni numericamente e qualitativamente rilevanti all’interno delle università, avrebbero già superato quella barriera al di sotto della quale sarebbe richiesta la tutela speciale (in una parola: sarebbero diventati già troppo «bianchi»); Terry Eastland sul Weekly Standard ironizza sul termine di «25 anni» che il giudice O’Connor, relatrice della opinione di maggioranza, avrebbe indicato come limite per l’applicazione delle racial preferences: come se la Costituzione oggi avesse un significato che non avrà più nel 2028; sul New York Times, prima ancora di conoscere la sentenza, Orlando Patterson si lanciava invece in un’appassionata difesa (peraltro in diversi punti assai poco convincente) dell’affirmative action pur criticando l’impostazione che nel caso specifico ne era stata data dai suoi sostenitori: quella basata sul concetto di promozione della diversità nelle istituzioni universitarie (poi accolta dalla Corte) che lederebbe precisamente alcune delle prerogative essenziali dell’azione positiva.
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Beccato. L’ex presidente sudcoreano avrebbe pagato 100 milioni di dollari a Kim Jong Il perchè accettasse di partecipare al famoso summit tra le due Coree del 2000 che valse al primo il Nobel per la pace.
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Gliele hanno suonate. 11-0. Così è finita la partita tra una selezione irachena e i militari USA. In tribuna non c’era Uday. Aveva altri impegni.
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mercoledì, giugno 25, 2003
Noi ci siamo. Con un pensiero a tutti quelli che si sono trovati, si trovano e si troveranno nel posto sbagliato.
P.S. Nella colonna a destra c'è il tema sull'acqua (musica e parole ideali, secondo noi, per accompagnare questa iniziativa).
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A people tired of being bullied. Da The Iranian altre osservazioni sulla natura della protesta in atto e su quali fattori potrebbero determinarne il successo.

Tired of theocratic hard-line rule, the people are happy to get whatever help they can from abroad. The opposition radio and satellite television are widely used even in the poorer sections of Tehran. Accusations of American backing actually have given courage to the demonstrators. Unlike the streets of Paris, Berlin or Berkeley, anti-Americanism is not fashionable in Tehran. The regime, having adopted it for the past twenty-five years since the Islamic Revolution, has beaten the life out of it.
People are encouraged by the presence of U.S. in both the East (Afghanistan) and the West (Iraq) of Iran. The influence of opposition media from abroad cannot be under-estimated. But the accusations of American meddling are exaggerated and betray a certain helplessness on the part of the rulers in the face of their mounting unpopularity. This is a spontaneous uprising coming from the university and spreading out. It is an uprising that is unorganized, without leadership or ideology. A massive protest that comes from the deep discontent and frustration of a people tired of being bullied.




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National Iranian Television. Contro la censura dell’informazione in Iran.
P.S. Nella sezione News interessanti le ultime sugli esponenti di Al Qaeda che l’Iran si appresterebbe ad estradare dopo averli tenuti «in custodia».
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Monsieur Chirac, ancora Lei... L’Economist impietoso sull’opposizione francese alla riforma della politica agricola comunitaria. In difesa dei sussidi fino all’ultimo respiro.

The fact that France opposes these reforms gives the lie to its government's argument that its support for the CAP is all about a principled desire to defend the unique lifestyle of la France profonde. The fact is that France is extremely proficient at intensive farming and it is intensive farmers who stand to lose most from Mr Fischler's reforms. This concern, added to the French government's fear of enraging its notoriously irascible farmers, is the real motivation behind France's refusal to contemplate real reform of the CAP.
A lesser man than Mr Chirac might blush to pursue such a venal policy, while protesting his desire to help the world's most impoverished people. But, as his grocery bills (among other things) delightfully illustrate, France's president is not a man who is easily embarrassed.



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Paradossi. Perchè l’affirmative action universitaria sancita dalla Corte Suprema potrebbe non applicarsi in uno degli stati più multietnici degli Stati Uniti: la California. Contraddizioni delle azioni positive.
Intanto sulla sentenza è dibattito a tutto campo: Peter Kirsanow su National Review non sembra particolarmente entusiasta (eufemismo) della decisione. Lee Bollinger sul Washington Post invece sì. Continua...


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martedì, giugno 24, 2003
Idee confuse. Il candidato democratico alla Presidenza Dick Gephardt ne ha sparata una piuttosto grossa. Nel corso di un forum cui partecipava insieme agli altri aspiranti alla Casa Bianca ha dichiarato:

«When I'm president, we'll do executive orders to overcome any wrong thing the Supreme Court does tomorrow or any other day».

I bloggers americani – a cominciare da Volokh - si sono scatenati sulla gaffe. Drezner, Instapundit, Sullivan solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. Ma non c'è che l’imbarazzo della scelta. Immancabile la rettifica di Gephardt che fa esplicito riferimento a quanto pubblicato nei weblogs. Ormai non si scappa più.



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Ringraziamenti. Qui non ci hanno invitato (azz... non sanno cosa si sono persi!). Invece qui 1972 è entrato nel servizio di Mimmo Lombezzi sull'Iran (insieme a Camillo, Sinistro e Gnueconomy). Grazie ad entrambi.
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University of Michigan Law School admissions program. Comunque la pensiate sulle azioni positive (affirmative actions) la storia della giurisprudenza statunitense è una delle più affascinanti che si possano raccontare. Con questa sentenza della Corte Suprema il fattore razziale entra ufficialmente nei criteri di selezione per l'ammissione nelle università americane. L'appartenenza ad un gruppo etnico minoritario potrà quindi essere uno degli elementi che influenzeranno la decisione nel processo di selezione al pari dei criteri abituali come i risultati scolastici, i test di ingresso, il parere dei professori, i lavori di ricerca compiuti e così via. L'interesse della nazione alla diversità culturale è alla base di una sentenza che è stata salutata con favore negli ambienti liberal degli Stati Uniti. L'applicazione di questo principio avrà carattere strettamente individuale ed in ogni caso non sarà destinata ad introdurre quote per le minoranze nè rappresenterà una garanzia di accesso per i soggetti che ne beneficeranno. Il risultato del voto (5-4) dimostra le divisioni all'interno del supremo organo giurisdizionale: il giudice Rehnquist ha redatto la principale dissenting opinion che è stata appoggiata dai colleghi Kennedy, Scalia e Thomas. A livello politico vale la pena di ricordare come il Presidente Bush avesse espresso il suo parere contrario all'applicazione del principio di discriminazione in positivo basato sul fattore razziale (considerando preferibili race-neutral alternatives) dentro le università («I look forward to the day when America will truly be a color-blind society», ha dichiarato a commento della decisione) mentre Condoleeza Rice si era dichiarata a favore dell'affirmative action. Peraltro, come spiega il Washington Post, la Corte ha trovato un equilibrio tra le diverse istanze tale da soddisfare un po' tutti. Il dibattito sulla legittimità delle azioni positive e sulla loro effettiva compatibilità con i principi sanciti dalla Costituzione è da molti anni uno dei più controversi all'interno degli Stati Uniti. Qui trovate anche tutti i documenti correlati alla decisione.
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It's mullah time? Per Mark Steyn ci sono buone probabilità che il regime degli ayatollah non sopravviva all'estate. Forse Steyn è un po' troppo ottimista. Ma perchè non crederci?
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lunedì, giugno 23, 2003
Forza ragazzi. Michael Ledeen (non su National Review stavolta ma sul Washington Post) critica coloro che suggeriscono all'amministrazione americana di tenere un basso profilo sulla vicenda iraniana e chiede a Bush di continuare a supportare esplicitamente la rivolta contro i mullah.

We were told that it would be counterproductive to denounce the gulag system and support the Soviet dissidents, that the Jackson-Vanik law (linking trade with the Soviet Union to freedom to emigrate for Soviet Jews) would be counterproductive, and that we must at all costs refrain from calling for greater human rights in the People's Republic of China. Yet every time another tyrant falls, his surviving victims invariably tell us that our words of support gave hope and strength to the freedom fighters and weakened the resolve of their oppressors. Bukovsky, Sharansky, Ginsburg, Walesa and Havel know the power of American support, as do Gorbachev, Jaruzelski, Milosevic and Marcos.

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Non brucerete più questi libri. Azar Nafisi sulla ribellione culturale delle nuove generazioni in Iran.
Le ultime da Teheran. Qui si può sottoscrivere un appello a Kofi Annan perchè condanni il regime degli ayatollah e supporti le manifestazioni per la libertà. Lo pubblichiamo anche se crediamo che rimarrà senza risposta.
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Iran chiama Iraq. Thomas Friedman sottolinea ancora una volta come la democratizzazione dell’Iraq possa favorire quella dell’Iran e come dopo la caduta di Saddam ogni passo compiuto nella direzione della ricostruzione civile dell’ex feudo baathista sia destinato ad avere effetti a catena nell’area mediorientale. Secondo Friedman la cosa migliore che l’America può fare per favorire tutto questo è puntare sulla maggioranza sciita presente in Iraq: in quel caso il messaggio per Teheran non potrebbe essere più chiaro.

... there is one huge tool we do control that will certainly have an impact on Iran: It's called Iraq. Iraq, like Iran, is a majority Shiite country, with myriad religious links with Iran. If the Bush team could make a psychological and political breakthrough with Iraqi Shiites, and be seen as helping them build a progressive, pluralistic state in Iraq, it would have a big impact on Iran — much bigger than anything America alone could say or do. No one should have any illusions that Iran's Islamic theocracy is about to fold tomorrow. Iran's clerical rulers are tough and ruthless and have a monopoly of power. But many of their people detest them. And while Iran will play out by its own logic, there is no question that if the other big, predominantly Shiite state in the region, the one right next door, the one called Iraq, were to become a reasonably decent, democratizing polity of the sort Iranians are demanding for themselves, it would pressure Iran's clerics to open up.

We do not want the story in Iran to be America versus the Ayatollahs. We want the story to be the Iranian people versus the Ayatollahs, and the best way to foster that is by showing Iranians that there is another way and it's happening right next door. In short, America's intervention in Iraq is a two-for-one sale: improve Iraq, improve Iran. Buy one, get one free. Mess up one, mess up the other.

Degli sciiti iracheni parla anche Foreign Affairs con una analisi sulla storia e sulle prospettive del loro ruolo nel paese. Vi sono ragioni concrete per credere che le posizioni più radicali non prevarranno e che la costituzione di uno stato pluralista potrà contare sul loro appoggio:

Nevertheless, the large majority of Iraqi Shi'ites probably have no desire to mimic the Islamic Republic of Iran. They are aware of the situation there and do not want to move from a secular totalitarian system to an overbearing theocracy. Iraq's political culture and social makeup, moreover, are very different from those of Iran. Quite apart from the existence of Sunnis, Kurds, Chaldeans, and Turkmen in the country, the Iraqi Shi'ite community is itself diverse. There are secularists (including liberals and communists) and various religious groups, urban and rural dwellers, rich and poor, Shi'ites who have never left Iraq and those who have spent decades in exile. There is no single leader who can speak for all Iraqi Shi'ites, let alone oversee the transformation of postwar Iraq into an Iranian-style Islamic republic.

La conclusione di Foreign Affairs è la stessa di Friedman:

How the Bush administration handles the Iraqi Shi'ites, therefore, will be crucial not only for the future of Iraq but also for the future of the entire region.











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sabato, giugno 21, 2003
La Cina è lontana. Nella Repubblica Popolare Cinese è vigente dal 1949 un sistema di detenzione parallelo a quello ufficiale e fino ad oggi sostanzialmente occultato. Ai cittadini può succedere di essere sequestrati dalle autorità senza specifiche imputazioni a carico per venire rinchiusi in luoghi di sorveglianza speciale: questi sono chiamati eufemisticamente «centri di custodia e rimpatrio» ma sono in realtà la prosecuzione dei campi di lavoro per la «rieducazione» dei dissidenti. Si calcola che tre milioni di cinesi siano sottoposti a questo regime di detenzione extragiudiziale. Solo il recente caso di un ventisettenne arrestato ed ucciso dalle percosse in uno di questi centri ha fatto sì che si aprisse qualche crepa nel muro di silenzio creato attorno a questi abusi. Ne parla Time.
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Non poterne più e farlo sapere al mondo. "E mai poter bere/ alla coppa d'un fiato ma/ a piccoli sorsi interrotti"...

A visitor to a women-only section of a Tehran mosque found it had been turned into a sort of feminist refuge. All the women had removed their veils, the younger women were smoking cigarettes, and one mother was helping her teenage daughter wriggle into a new pair of jeans that were too tight. Last week Tehran's youth announced it was tired of enjoying freedoms only in secluded rooms.

Da Time.



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Da non confondere. Gli iraniani che si danno fuoco davanti alle ambasciate sono ancora un oggetto misterioso per buona parte della stampa italiana (salvo rare eccezioni) che spesso e volentieri li apparenta ai manifestanti nelle strade di Teheran. Chi siano in realtà è ben spiegato nel blog dell’iraniano Derakhshan.
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Parola di Rantisi. E' sempre utile sapere che cosa ne pensano di te. Che sia per idee come queste che gli israeliani sono un po' preoccupati per la loro sicurezza?
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Yankee, stay here! Hanno fatto il primo sondaggio di opinione nella storia dell'Iraq. Il sessantacinque per cento si è dichiarato a favore della presenza americana nel paese fino a che la situazione si sia stabilizzata. Solo il diciassette per cento vorrebbe che i soldati se ne andassero già adesso.
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Tema. Pensieri sull'acqua. Svolgimento nell'ultima colonna a destra. Risultato: un piccolo capolavoro.
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venerdì, giugno 20, 2003
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Voi che firmate tutto... Potreste farlo anche questa volta per dare il vostro appoggio agli studenti iraniani? Voi che non firmate mai niente... potreste farlo almeno questa volta per dare il vostro appoggio agli studenti iraniani?
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Cosa hanno in comune... Joe Lieberman, Dianne Feinstein, Barbara A. Milulski, Tom Daschle, John Kerry, Bob Graham, Madeline Albright, Barbara Boxer, Robert Byrd, Jacques Chirac, Bill Clinton, Hillary Clinton, William Cohen, Tom Daschle, John Edwards, Dick Gephardt, Al Gore, Ted Kennedy, Carl Levin, Patty Murray, Nancy Pelosi, Scott Ritter, John Rockefeller, Henry Waxman a parte il fatto di essere avversari politici di George Bush? Secondo il trend del momento sarebbero tutti dei gran bugiardi. Il perchè leggetelo qui.
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Nuova Europa. Il Parlamento rumeno ha approvato all’unanimità l’invio di 678 soldati in Iraq. Il paese che ha vissuto sotto Ceausescu (quello vero) oggi dimostra di non avere troppi dubbi sul da farsi.
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Giornalista chiama blogger. Mimmo Lombezzi di Studio Aperto scrive al blog Winds of Change per informazioni. Qualcuno adesso dirà che quelli di Mediaset sono ridotti male. A noi invece sembra un bell’esempio di interazione. A disposizione.
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Se ne va il primo ministro finlandese. Si era procurata documenti governativi coperti da segreto per dimostrare - in piena campagna elettorale - che il suo principale avversario politico rompeva la tradizionale neutralità del paese appoggiando in realtà gli Usa nella vicenda Iraq. Davanti al Parlamento aveva negato l’intenzionalità. Ma l’hanno beccata e siccome ha mentito deve lasciare. Ben le sta.
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Il bello del calcio. A Barcellona cercano di minimizzare ma il Real ha soffiato ai catalani un’altra stella. L’arrivo di David Beckham a Madrid è innanzitutto un’operazione di marketing e Florentino Perez (il presidente delle merengues) lo dice chiaramente. L’obiettivo è sfondare sul mercato asiatico dove il marchio Real è ancora poco apprezzato. Dal punto di vista calcistico forse c’è di meglio.  Se il Barcellona acquisterà Henry avrà fatto il vero colpo dell’anno. Intanto però nella capitale si apprestano a festeggiare la Liga (probabilmente domenica) e l’arrivo dell’inglese per il quale qui in terra iberica farà sicuramente un po’ caldo.
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giovedì, giugno 19, 2003
Veramente una pena. Non citiamo nulla e nessuno perchè ci viene la nausea. Chi ci conosce un po' sa di cosa stiamo parlando.
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Sono soddisfazioni (...continua). Anche Il Riformista ci dà ragione su Iran e silenzi.
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La catena della disinformazione/5. L’Herald Sun torna sulla vicenda dei bambini iracheni che – secondo la retorica imperante – sarebbero morti per le conseguenze dell’embargo. Ovviamente le cose non sono andate così. Come ammette lo stesso personale medico del paese la continua azione di propaganda del regime prevedeva il sacrificio di quegli innocenti per far ricadere la colpa sulle sanzioni Onu e sull’Occidente. Nessun giornalista presente in Iraq negli scorsi anni ha mai svelato i retroscena di questa storia. La parola di Saddam diventava la versione ufficiale consegnata al mondo. E’ successo altre volte. Una gigantesca operazione di autocensura viene alla luce solo oggi. Qualcuno forse dovrebbe dare qualche spiegazione.

Hear no evil, see no evil, speak no evil. I wonder if we even dare recognise true evil any more.

(segnalato da Tim Blair).



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WMD e ritorno alla vita. Nelle strade di Baghdad la vicenda delle armi di distruzione di massa non ancora ritrovate non scalda particolarmente gli animi. Ecco perchè. C’è anche questa.
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Credibilità. Gli americani non credono... ai detrattori di Bush. Il Washington Times pubblica i risultati dell’ultimo sondaggio Gallup e ricorda tra l’altro come tutti (ma proprio tutti) fossero prima della guerra perfettamente consapevoli dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq.
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Il pretesto e il diritto. Martin Wolf mette un po’ di cose a posto. Il diritto al ritorno invocato dalla dirigenza palestinese è solo un altro modo per decretare la fine dello Stato di Israele. Si può fare di tutto ma nulla si otterrà senza che sia definitivamente risolto quello che da sempre è il vero nodo della questione: il rifiuto dei vicini arabi di riconoscere ad Israele il diritto ad esistere in pace e sicurezza.
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Oltre il trentottesimo parallelo. L’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana conferma che il paese ha un programma nucleare attivo.  La comunità internazionale comincia a pensare seriamente a come contrastare il contrabbando internazionale del regime di Pyongyang. Che, tra una minaccia e una retromarcia, continua a regalare al mondo perle di saggezza: per chi ancora avesse dei dubbi ribadisce come l’ideologia sia importante per la costruzione del socialismo e spiega rassicurante quanto sia all'avanguardia il lavoro nelle fattorie del popolo visitate da Kim Jong Il: 

He expressed great expectation and belief that the officials and working people in the province would perform feats in the worthwhile drive for the progress and prosperity of the country with the same patriotic spirit and stamina with which they won a shining victory in the battle for defending socialism.

Sembra una commedia ma è una tragedia.



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mercoledì, giugno 18, 2003
Sono soddisfazioni. Un editoriale del Foglio di oggi (il terzo della pagina) ci dà ragione su Iran e silenzi.
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Finalmente. Un tema serio, non elusivo, sulle vicende fondamentali della nostra epoca. Una traccia che ci sarebbe piaciuto svolgere. Ma che nella scuola italiana del 1991 sarebbe stato difficile trovare così delineata. Speriamo che l'abbiano scelta in molti. In ogni caso complimenti a chi ha deciso di misurarsi con questo argomento.

Ambito storico politico
Argomento:
Il terrore e la repressione politica nei sistemi totalitari del Novecento.

Scheda:
1)
Il fascismo italiano fece centinaia di prigionieri politici e di confinati in domicilio coatto, migliaia di esiliati e fuoriusciti politici.
2) Il nazismo tedesco dal 1933 al 1939 ha eliminato circa 20.000 oppositori nei campi di concentramento e nelle prigioni; tra il 1939 e il 1941 ha sterminato nelle camere a gas 70.000 tedeschi vittime di un programma di eutanasia. Durante la guerra si calcola che siano stati uccisi circa 15 milioni di civili nei paesi occupati, circa 6 milioni di ebrei; 3.300.000 prigionieri di guerra sovietici, più di un milione di deportati e decine di migliaia di zingari sono morti nei campi di concentramento; più di 8 milioni sono stati inviati ai lavori forzati.
3) Nella Russia comunista la prima epurazione la pagarono gli iscritti al partito; tra il 1936 e il 38 furono eliminati 30.000 funzionari su 178.000; nell'Armata rossa in due anni furono giustiziati 271 tra generali, alti ufficiali e commissari dell'esercito. Nei regimi comunisti del mondo (URSS, Europa dell'Est, Cina, Corea del Nord, Vietnam, Cambogia, Cuba, ecc.) si calcola che sono stati eliminati circa 100 milioni di persone contrarie al regime.
4) Né bisogna dimenticare le "foibe" istriane e, più di recente, i crimini nei territori della ex Jugoslavia, in Algeria, in Iraq, ecc. Amnesty International ha segnalato 111 Paesi dove sono state applicate torture su persone per reati d'opinione.

Documenti
"Con il terrore si assiste a una doppia mutazione: l'avversario, prima nemico e poi criminale, viene trasformato in 'escluso'. Questa esclusione sfocia quasi automaticamente nell'idea di sterminio. Infatti la dialettica amico/nemico è ormai insufficiente a risolvere il problema fondamentale del totalitarismo: si tratta di costruire un'umanità riunificata e purificata, non antagonista [...]. Da una logica di lotta politica si scivola presto verso una logica di esclusione, quindi verso un'ideologia dell'eliminazione e, infine, dello sterminio di tutti gli elementi impuri".
S. COURTOIS, "Perché?", in Il libro nero del comunismo, Milano, Mondadori, 2000

"Per genocidio si intende uno qualunque dei seguenti atti, commessi con l'intenzione di distruggere completamente o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: a) assassinio di membri del gruppo; b) grave attentato all'incolumità fisica o mentale di membri del gruppo; c) imposizione intenzionale al gruppo di condizioni di vita destinate a provocarne la distruzione fisica totale o parziale; d) misure volte a ostacolare le nascite all'interno del gruppo; e) trasferimenti coatti dei figli di un gruppo a un altro".
Convenzione delle Nazioni Unite del 9/12/1948

"Dolore per la nostra patria [il Cile] soggiogata e convertita in un immenso carcere; per il nostro popolo martoriato dalla fame e dalla miseria; per i nostri compagni ed amici caduti nel combattimento, o assassinati, torturati o incarcerati dal fascismo. Speranza che questo incubo di orrore avrà una fine non lontana, e la certezza che i colpevoli riceveranno il castigo esemplare".
C. ALTAMIRANO, "Saluto di capodanno: I gennaio 1975", in Tutte le forme di lotta, Milano, 1975
(L'autore era segretario generale del Partito socialista cileno)

"I regimi totalitari del XX secolo hanno rivelato l'esistenza di un pericolo prima insospettato: quello di una manomissione completa della memoria".
T. TODOROV, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano, Garzanti, 2001























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Silenzi imbarazza(n)ti. L’avvenimento cruciale di questi giorni è rappresentato dalle manifestazioni di protesta in Iran. Un atto antitotalitario sta avvenendo nel cuore del medioriente. Ma molti sembrano distratti. Soprattutto colpisce ancora una volta il silenzio della sinistra intesa sia come insieme di forze politiche che come opinione pubblica. Salvo lodevoli eccezioni la lotta del popolo iraniano contro l’islamofascismo della teocrazia al potere non riscuote l’appoggio e la considerazione che gli aneliti di libertà dovrebbero sempre meritare. Eppure gli elementi per affascinare gli spiriti rivoluzionari ci sarebbero tutti: le grandi manifestazioni popolari, la generazione dei giovani studenti come protagonista principale, le violenze delle forze di polizia fedeli al regime (l’attacco al dormitorio potrebbe addirittura essere utilizzato da alcuni per rievocare – fatte le debite proporzioni - eventi recenti geograficamente più vicini a noi). Invece nulla o poco più di nulla. L’Iran non mobilita le coscienze, non suscita indignazione, non aggrega studenti e professori, artisti e scrittori in un unico dirompente grido di pace e di progresso. Si ha come l’impressione che le energie siano state spese ultimamente in qualcos’altro. Forse si sono sbagliati. Forse la libertà dei popoli sarebbe meglio appoggiarla sempre senza se né ma. Non marciarci contro. O tacere imbarazzati.
Ma ieri ricorreva l’anniversario di un altro atto antitotalitario. Il 17 giugno 1953 si produceva la rivolta di Berlino Est contro il regime comunista della DDR. L’intervento dell’Armata Rossa stroncò la protesta quello stesso giorno.
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Il sangue versato. La testimonianza di uno studente iraniano sulle vessazioni cui la popolazione nel suo paese è sottoposta quotidianamente e sull’attacco al dormitorio in cui si trovavano 700 studenti compiuto dalle guardie del regime pochi giorni fa.