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mercoledì, aprile 30, 2003
Litanie/2. Ossessioni. L'ultimo mantra in ordine di tempo che sia riuscito a riunire in sé entrambe le tendenze sottolineate nel post precedente (antisemitismo e antiamericanismo) è quello che accusa i neoconservatori americani di essere autori di una cospirazione a livello mondiale per favorire gli interessi di Israele. Questa ossessione sta unendo come spesso accade sinistra radicale e destra vetero-conservatrice.
Robert J. Lieber su Frontpage Magazine ne analizza le caratteristiche e ne dimostra l'inconsistenza. L'articolo è esauriente e assai utile per chi (anche e soprattutto i non esperti di questioni internazionali) voglia provare a capire quel che sta succedendo (il brano è segnalato da HispaLibertas, nuovo blog che arriva dalla Spagna e che ci sembra assai promettente).
L'ombra sulla memoria. E' quella del nuovo antisemitismo che (gemello dell'antiamericanismo) si esprime così:
«Vede - dice Dina Porat dell’Università di Tel Aviv - negli ultimi tempi è nato nella fantasia antisemita un nuovo asse del male, quello fra Israele, gli ebrei e gli Stati Uniti: circola dal tempo dell’undici settembre la ripugnante leggenda che gli ebrei sono in realtà coloro che hanno tirato i fili dell’attacco alle Twin Towers, onde suscitare la rappresaglia americana contro l’Iraq. Da qui deriva una teoria anch’essa molto in voga, ovvero che gli ebrei sono i veri ispiratori della guerra americana in Medio Oriente, e che ne progettano altre, così da essere sotto l’ala protettiva del loro amico americano, o peggio ancora, di utilizzarlo per un disegno di dominazione anche economico, con le mega compagnie ebraico-americane in marcia per occupare l’economia mondiale. Questo è il nuovo antisemitismo, e ripercorre identicamente la strada dei Protocolli dei Savi di Sion, uno dei libri base del nazismo, oggi best seller in quasi tutti i Paesi arabi, che spiega come gli ebrei congiurino per la conquista del mondo». Fiamma Nirenstein su La Stampa.
Fidel? Che c’entra Fidel? La repressione a Cuba secondo il quotidiano della sinistra radicale americana The Nation.
Provate a indovinare di chi è la colpa? Ma di Bush! Di chi se no? Il cattivone ha osato mandare James Cason ad incontrare i dissidenti (orrore!) e ha perfino fatto la guerra all’Iraq dando così ai cubani l’impressione che loro sarebbero stati i prossimi (in realtà la popolazione la pensava un po' diversamente ma per The Nation è un dettaglio trascurabile). Insomma, l’imperialista ha provocato! Quindi per Wayne Smith (autore dell’articolo) è comprensibile che Castro si innervosica un po’, condanni una settantina di cittadini cubani a venticinque anni di prigione e ne fucili tre seduta stante (continuando peraltro a fare quello a cui ci ha abituato da 44 anni a questa parte). Ma che bella spiegazione. Sembra scritta da Gianni Minà.
Paul Wolfowitz sul Washington Times. Due punti su tutti: l’Iran ha le potenzialità per una rivoluzione democratica dall’interno; il rapporto con l'Arabia Saudita è definitivamente cambiato. E le truppe se ne vanno in Qatar.
Litanie. Piccolo bestiario dal nostro confuso pianeta. Purtroppo ben noto a chi vive nella vecchia Europa.
Nemmeno adesso gli danno retta! L’ex ministro dell’Informazione iracheno al-Sahhaf da giorni sta disperatamente tentando di consegnarsi alle truppe americane. Ma queste non ci pensano proprio a farsene carico anche perchè non rientra nel mazzo dei 55. Ora però sembra che qualcosa si muova...
Caratteri difficili. Ai belgi non piace Pialuisa Bianco come direttrice dell'Istituto di Cultura Italiana a Bruxelles perchè... in Italia c'è un brutto regime. A Baghdad no, a Roma sì. Intanto ieri si sono riuniti con francesi, tedeschi e lussemburghesi per discutere una alternativa alla NATO (e agli Stati Uniti). Non ci sono parole.
martedì, aprile 29, 2003
Sette cose da fare prima di votare. Come costruire in Iraq una vera democrazia liberale, uno stato rappresentativo che garantisca il primato della legalità ed i diritti fondamentali dei suoi cittadini? Senza fretta, suggerisce in questo articolo David Plotz. E seguendo possibilmente questo percorso: 1) Ritardare le elezioni e favorire nel frattempo la rinascita di componenti essenziali di una società civile (gruppi politici, associazioni, strumenti di partecipazione); 2) Stabilire un potere giudiziario indipendente; 3) Creare commissioni indipendenti come embrioni di un sistema di checks and balances; 4) Favorire il ritorno degli esuli; 5) Usare le nuove tecnologie come veicolo di libertà di espressione; 6) Mantenere il controllo sostanziale dell’ordine pubblico e della ricostruzione economica lasciando alle Nazioni Unite il ruolo di legittimazione formale del processo politico; 7) Infine organizzare elezioni in presenza di osservatori internazionali.
Interessanti al proposito anche le osservazioni di questo signore. Noah Feldman collaborerà nella stesura della nuova Costituzione irachena. In questo libro il suo pensiero su democrazia e Islam: un connubio niente affatto impossibile in grado di isolare l’integralismo.
La strada per la democrazia. Fra un mese una conferenza delle diverse fazioni politiche sceglierà il primo governo ad interim del nuovo Iraq. Così si è stabilito oggi nel secondo incontro tra i rappresentanti delle opposizioni ritornate sulla scena nel dopo-Saddam. L’incontro si è svolto a Baghdad in un giorno in cui fino ad una anno fa si celebrava il compleanno del dittatore. Sul ruolo che Washington dovrà assumere nel corso di questo processo di ricostruzione civile e politica gli esponenti dell’esilio sono più tiepidi mentre chi ha vissuto gli anni del Baath reclama una forte presenza americana per stabilizzare il paese. Anche il principale gruppo sciita (SCIRI) ha partecipato all’incontro a differenza di due settimane fa. Possiamo scommettere che in Iran la cosa non sarà piaciuta molto. In definitiva una gran bella giornata per chi crede che la democrazia sia un diritto di tutti.
lunedì, aprile 28, 2003
Pubblicità regresso. I bloggers che si parlano addosso a vicenda ci provocano un po' di fastidio sinceramente. Quando poi si parlano addosso da soli è il massimo. Siccome evidentemente non ci sono argomenti da trattare qualcuno pensa bene di creare un blog che raccoglie frasette decontestualizzate dei colleghi. Per prenderli un po' in giro. Fin qui nulla di male. Siccome però poi nessuno se ne accorge l'autore ci fa un post nel suo sito principale in cui annuncia la chiusura dell'esperimento come se si trattasse dell'evento dell'anno. Il pubblico stupito pensa di essersi perso qualcosa di grosso. Entra nel blog abortito e si accorge che la sua vita può continuare senza affanni. Impossibile però trattenere una domanda: siamo sicuri che il blog da chiudere non fosse l'altro?
Barricate. In Cina si stanno improvvisando soluzioni piuttosto allarmanti per contenere la diffusione della SARS. E già che ci sono le autorità chiudono pure qualche altro Internet-cafè.
Allora è un vizio... Pare che Galloway, il parlamentare laburista che prendeva soldi da Saddam, fosse anche molto amico di Fidel. Insomma, non se ne perdeva uno. La storia ha un sapore un po' scandalistico ma dal buon George ci aspettiamo ormai questo ed altro.
Oh, la France. Parigi passava a Baghdad informazioni sui piani statunitensi. Lo riporta il Sunday Times. Ora, se questo fosse confermato, forse sarebbe il caso di ripensare davvero la politica delle alleanze in seno all’Occidente. Siamo curiosi di vedere che risalto verrà dato sui quotidiani europei di oggi a questa notizia (e a quella delle prove dei legami tra Iraq e Al-Qaeda).
Nota a margine: ci chiediamo però anche come sia possibile che i giornalisti possano accedere a questo genere di informazioni prima dei diretti interessati.
Intervista. Lunga ed interessante conversazione di Fox News con Chalabi. Temi principali: Saddam e i suoi figli, armi di distruzione di massa, legami con Al-Qaeda, ricostruzione del paese. Da leggere.
Tanti auguri. Oggi sarebbe il compleanno di Saddam. Dovrebbe spegnere 66 candeline. L’anno scorso l’aveva festeggiato così. Per fortuna nel frattempo un po’ di cose sono cambiate.
Cose così... Uday Hussein si svagava anche con questi curiosi aggeggi. Non passa giorno senza che emergano conferme di quanto odioso fosse questo regime.
domenica, aprile 27, 2003
Iraq e Al-Qaeda. Il Daily Telegraph scopre a Baghdad documenti di intelligence che confermerebbero il legame tra il deposto regime di Saddam e il network del terrore di Osama:
Papers found yesterday in the bombed headquarters of the Mukhabarat, Iraq's intelligence service, reveal that an al-Qa'eda envoy was invited clandestinely to Baghdad in March 1998. The documents show that the purpose of the meeting was to establish a relationship between Baghdad and al-Qa'eda based on their mutual hatred of America and Saudi Arabia. The meeting apparently went so well that it was extended by a week and ended with arrangements being discussed for bin Laden to visit Baghdad. To be continued... sabato, aprile 26, 2003
Sotto la cenere. In Iran sta covando una rivoluzione (sì, rivoluzione, non controrivoluzione) silenziosa. Ogni giorno che passa il fondamentalismo conservatore al potere deve fare i conti con l'insofferenza di una società civile che, nonostante tutto, dimostra di aver conservato una capacità di resistenza all'oscurantismo cui gli ayatollah l'hanno condannata. La scorsa settimana era stato arrestato un giornalista per quanto aveva scritto su un blog come questo. Qui si riportano le reazioni che il fatto ha provocato in alcuni suoi colleghi iraniani. Bisogna assolutamente favorire queste spinte. L'effetto Saddam sta producendo notevoli fermenti anche a Teheran. Il lavoro non è finito.
«Quando venite a liberare anche noi?». Lo Zimbabwe non ce la fa più. Il regime di Mugabe lo ha affamato e ridotto ad una delle più tristi retroguardie del dispotismo africano. Il processo di democratizzazione del pianeta dovrà necessariamente fare tappa quanto prima ad Harare.
United Nations, United Nations, United Nations... Ma all'Onu hanno capito che a Baghdad c'era un regime criminale? Pare di no. Il Palazzo di Vetro continua nel suo splendido isolamento. La cronaca e la storia non ne intaccano i consolidati meccanismi di (non) intervento sulla realtà del mondo.
Fidel, Fidel, Fidel... Castro pronuncia un discorso di tre ore e mezza sui recenti avvenimenti nell'isola. Spiega arresti di dissidenti e fucilazioni come prevenzione per evitare una guerra degli Stati Uniti contro Cuba. Probabilmente i cubani sentendo queste parole si saranno scambiati sguardi interdetti. Probabilmente invece in Occidente qualcuno gli crederà anche. Il dittatore aggiunge che lo rifarebbe. Ne siamo certi.
Oggi comunque in Spagna c'è una manifestazione contro la politica castrista. Si tratta di quel genere di eventi che nobilitano una società civile. I partiti di governo e di opposizione hanno dato la loro adesione. Mancano però Izquierda Unida (che ha detto di non aver capito bene per cosa si protesta), e i sindacati CCOO e UGT (che hanno detto che è una strumentalizzazione del Partito Popolare). Nelle manifestazioni contro la guerra erano sempre in prima fila. Saranno stanchi. venerdì, aprile 25, 2003
Uno di meno (un altro). Aveva stretto un buon numero di mani nel suo ultimo viaggio in Italia. Era andato da pellegrino ad Assisi dove i frati lo avevano accolto come un cristiano qualsiasi. Aveva portato al Papa un messaggio del suo Raíss. Ieri Tareq Aziz ha compiuto la migliore azione della sua vita: si è consegnato agli americani. Quello che alcuni amavano descrivere come "la faccia presentabile del regime" ma che in realtà nel suo curriculum politico poteva vantare un ruolo di primo piano nelle purghe baathiste era uno dei ricercati del mazzo dei 55. Ciò che più conta a questo punto è che Tareq Aziz potrà raccontare molte cose sull'ex dittatore di Baghdad di cui è stato delfino ed ambasciatore per anni. E' solo questione di tempo, anche qui.
Sul Times un suo ritratto. giovedì, aprile 24, 2003
C'era davvero il profumo delle viole? Come andò a Waterloo. Di John Keegan (Archivio La Stampa Cultura n. 1).
Incredibile. Il Manifesto dice che gli americani hanno attaccato la Cina con il virus della polmonite atipica. Lo scopo? Evitare che i film asiatici vincano premi a Cannes. Forse è la cosa più pazzesca che abbiamo mai letto.
Segnalato da Camillo.
Impeccabile. Paolo Mieli su fascismo, comunismo e libertà.
Epidemie cinesi. Non c'è solo la SARS. Il problema della Cina è l'HIV. La malattia è diventata endemica in alcune zone del paese a causa delle politiche e dei silenzi della classe dirigente al potere. Ormai in Cina ci sono centinaia di «villaggi dell'AIDS». Impressionante reportage da Asia Times.
Quelli che… Garner è già spacciato. Dopo aver sostenuto che la guerra in Iraq sarebbe durata all’infinito, che gli iracheni avrebbero fatto quadrato intorno a Saddam, che gli americani sparavano sui giornalisti, che i saccheggi erano peggio di 24 anni di terrore e così via, per gli esperti dell’American-bashing adesso sembra essere giunto il momento di dichiarare impossibile la ricostruzione dell’Iraq ancora prima che questa cominci. Giornali e telegiornali abbondano di folle di Sciiti inferociti descritti come la prossima tomba della nuova amministrazione del paese. Speriamo che gli esperti continuino su questa strada. Finora ha portato piuttosto bene.
Iran 2003. Settantaquattro frustate all’attrice che baciò in pubblico il compagno di scena.
Cuba 2003. Questa è la lista dei giornalisti e dei dissidenti che Castro ha fatto imprigionare nella recente campagna di repressione. A fianco di ogni condannato c’è la pena comminata. Leggete i nomi a voce alta uno dietro l’altro. Poi quest’estate prima di prendere un aereo per L’Avana rileggeteli bene. Loro saranno ancora dentro. Per i prossimi decenni.
mercoledì, aprile 23, 2003
Il venticinque aprile antiamericano. Sarebbe uno dei più sconcertanti paradossi storici che si possano concepire. Tra tutti quelli che scenderanno in piazza per l'anniversario della Liberazione del nostro paese ce ne saranno moltissimi che si sono opposti alla Liberazione dell'Iraq. E che manifesteranno contro quegli stessi angloamericani che hanno reso possibile questo giorno. Ecco perchè forse sarebbe meglio che stavolta restassero a casa: «... l’antifascismo non democratico compirebbe un atto di impostura se celebrasse il 25 aprile della Liberazione dopo aver vissuto nelle cantine in cui si era imboscato il 9 aprile della Liberazione di Baghdad»; «Troppo facile incamerare e tenere per sé il mito dell’antifascismo come religione civile, staccandone per decenni la cedola politica, e dimenticarsi dell’unico atto concreto di antifascismo del nostro tempo, la cacciata dal potere del fascismo baathista di Saddam. Quel tipo di antifascisti stavolta dovrebbe starsene a casa». Questione di decenza. Do you know this word?
martedì, aprile 22, 2003
Risveglio. Insieme a Saddam sono crollati anche i tanti palazzi dei sogni nei quali il mondo arabo, molti europei, la sinistra ideologica, il pacifismo stavano comodamente vivendo. E si è aperta una fase storica in cui anche i concetti di progressista, conservatore, reazionario cominciano ad assumere un significato diverso da quello finora comunemente inteso. Joey osserva tutto questo e ci pensa su. Chi è Joey lo racconta in questo brillante articolo il Weekly Standard.
I buoni auspici. Kanan Makiya ha partecipato alla prima riunione del dopo-Saddam.
A new debate. La guerra del XXI secolo è diversa dalle precedenti. Anche il dibattito sulla guerra deve cambiare, scrive Andrew Sullivan. Aggiungiamo noi: il conflitto in Iraq era in questo senso un’occasione da non perdere. In troppi l’hanno sprecata. Invece di pensare la realtà, ne sono fuggiti. Peccato.
Palestina. Ad Arafat non piace il lavoro di Abu Mazen e sta pensando di sostituirlo. Ancora una volta la dirigenza palestinese gioca la sua partita sulla testa della popolazione. Gli Stati arabi terrorizzati dalla prospettiva di un reale cambiamento alle loro porte premono per il mantenimento dello status-quo. Ma sembrano una diga abbastanza usurata dopo lo scossone Iraq. E’ chiaro che la fine politica di Arafat rappresenta il prossimo traguardo verso la democratizzazione dell’area. Lo sanno tutti. Quindi c’è chi spera e chi ne ha paura.
Nella terra degli ayatollah. Hanno arrestato un giornalista/blogger iraniano. Castro fa scuola. A Teheran comunque non han bisogno di ripetizioni.
Un profondo malessere. Nel mondo arabo l’autocritica è già in atto. Old Europe ancora silente.
Reporting crimes. Ovvero: quando l’onestà intellettuale e il giornalismo non si incontrano. La copertura informativa di questa guerra ce ne ha fornito innumerevoli esempi. SMH ne sceglie alcuni. Nell’attesa che qualcuno cominci anche a risponderne. Chiediamo troppo?
Tutti insieme appassionatamente. Il mese prossimo perfino la Corea del Nord potrebbe entrare nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Altri aspiranti: Iran ed Egitto. In corsa per la rielezione: Arabia Saudita e Cuba.
Presiede la Libia. Viva l’ONU. lunedì, aprile 21, 2003
Sviluppi del dopoguerra. Senza l'incubo Saddam gli scienziati iracheni cominciano a fare ciò che prima sarebbe stato per loro piuttosto rischioso. Parlano. E dicono per esempio che pochi giorni prima dell'inizio della guerra il regime era impegnato a distruggere le tracce del suo programma biologico e chimico; che la Siria da anni è deposito per le armi non convenzionali irachene; che l'Iraq stava attivamente cooperando con Al-Qaeda. I riscontri sul campo hanno portato ai primi ritrovamenti. E' solo questione di tempo.
Intanto a Baghdad il lungo inverno è finito.
Ancora su MJ. Riceviamo e pubblichiamo il racconto di un amico che conosce bene questa storia (grazie a Claudio).
Il 6 Ottobre 1993 in una conferenza straripante di giornalisti con al fianco il proprietario dei Chicago Bulls Jerry Reinsdorf e il commissioner NBA David Stern, Jordan annuncia il suo ritiro al basket. Nel 1995 quando si allena per due giorni di fila con i Bulls le illazioni e i primi sospetti iniziano a diventare qualcosa di più serio. La rete televisiva ESPN interrompe i programmi per dare la notizia di un suo possibile ritorno. La Nike invia 40 paia di scarpe ai Bulls, quelle di Jordan. Ormai è fatta, manca poco. Sabato 18 Marzo alle 11.40 del mattino i Bulls emanano un breve comunicato: "Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà Domenica a Indianapolis contro i Pacers". Per molti americani è come aver vinto alla lotteria, molti piangono dall'emozione, altri corrono nei bar dove non si parla d'altro e brindano felici. Manca solo la sua conferma, che arriva poco dopo. Jordan, si presenta a una conferenza stampa affollata come non accade nemmeno per il presidente Clinton. Air spreca poche parole, ma che entreranno nella storia: "I'm back". Sono tornato!. Le azioni della Nike registrarono un +14%, e l'intero indice azionario americano venne trascinato ad un +5%... MJ decide di giocare la prima partita in trasferta per non essere sotto ulteriore pressione. Al momento della presentazione ufficiale, I tifosi di Indiana fischiano sonoramente tutti gli avversari di Chicago. Ma quando lo speaker esclama concentratissimo ed emozionato: "And now...Michael Air Jordan", l'ovazione è assordante. Tutti i 16.694 spettatori scattano in piedi per urlare la loro gioia, Il più grande è tornato. Michael, però, apporta una clamorosa sorpresa alla propria immagine: non indossa più il numero 23 ma il 45 dei Bulls! Anche per una divinità del suo calibro l'inizio non è facile: conclude la gara con 19 punti e 7/28 al tiro. L'incontro viene trasmesso in diretta TV in tutti gli Stati Uniti e l'audience dice 50.000.000 di spettatori. Un'evento unico, mondiale. "E' come se fosse venuto a cena il messia", dichiara un dirigente della NBC. Poi, arrivano immediatamente le gare più emozionanti: ad Atlanta MJ segna il canestro decisivo a 5.9 secondi dalla fine e mette 32 punti. Successivamente, i Bulls vanno a New York per sfidare i Knicks. L'attesa è elettrizzante, i biglietti hanno prezzo da capogiro. Alcuni genitori vendono la macchina pur di non perdersi coi figli l'evento dell'anno, rigorosamente dal vivo allo stadio. L'aria del Madison Square Garden giova a Jordan che, giocando alla grande, firma 55 punti. In tribuna persino Spike Lee, accanito tifoso dei Knicks, dichiara "Non ho mai visto nulla del genere!". Il giorno successivo il "New York Times", invece di occuparsi della sconfitta dalla propria squadra, titola "Miracolo Michael". Il giornale lo definisce un evento storico, come quello di "Mosè che riceve i 10 comandamenti e porta il suo popolo verso la terra promessa". All'inizio della post-season, i Bulls sconfiggono gli Charlotte Hornets per 3-1, con MJ che segna 48 punti in gara 1. Poi Chicago incontra sulla propria strada Orlando e Shaq. L'ala dei Magic Nick Anderson, dopo aver giocato contro un Jordan spento in gara 1 (19 punti), dichiara: "E' più facile marcare il numero 45 del numero 23". Non l'avesse mai detto! Jordan si presenta in gara 2 indossando di nuovo il mitico 23, gia ritirato dai Bulls e un fantastico modello di Nike bianche, mentre i compagni giocano con le scarpe nere regolamentari. Risponde segnando 38 punti in faccia a Nick "The brick" Anderson. Verrà anche poi multato per le trasgressioni alle regole NBA. I Bulls cedono però per 4-2 nella serie con i Magic. Non importa, perchè l'anno successivo sarà di nuovo vittoria. Ogni anno, alla presentazione delle nuove Air Jordan, migliaia di bambini marinano la scuola per presentarsi in tempo davanti alle vetrine dei negozi per acquistarle... giovedì, aprile 17, 2003
L'ultimo volo del più grande di tutti. Michael Jordan lascia. Quando era a Chicago sembrava che compagni ed avversari giocassero a un altro gioco. Perchè il basket era lui. Qui i suoi numeri. Qui l'articolo del WP e quello del NYT. Infine Sports Illustrated e i 40 migliori momenti della sua carriera.
Il Congo muore senza arcobaleni. Nei luoghi in cui non arriva l'onda lunga del pacifismo ci sono guerre che, direttamente o indirettamente, stanno provocando la morte di milioni (milioni) di persone. E' il caso del Congo dove si sta ripetendo nel silenzio della famosa comunità internazionale e di fronte alla cronica inadeguatezza delle Nazioni Unite (che hanno mandato 5.000 osservatori: ad osservare, appunto) un nuovo Ruanda. Il Washington Post chiede all'amministrazione americana un coinvolgimento diretto per cercare di fermare il massacro. Probabilmente quello sarà il momento in cui le piazze si mobiliteranno per il Congo.
I terroristi ai tempi di Saddam. Abu Abbas viveva in un quartiere residenziale di Baghdad, scortato ventiquattro ore al giorno, trattato dal regime come un piccolo principe. Nella sua casa marmi pregiati, libri e una cartina del medioriente. Ovviamente senza Israele.
mercoledì, aprile 16, 2003
Philosophes. Più di un mese fa avevano scritto questo. Oggi - a guerra conclusa - Glucksmann, Bruckner e Goupil tracciano un bilancio impietoso della classe politica e della società francese di fronte alla guerra contro Saddam. L'articolo è memorabile. Citiamo alcuni brani su tutti: «Il faudra raconter un jour l'hystérie, l'intoxication collective qui ont frappé l'Hexagone depuis des mois, l'angoisse de l'Apocalypse qui a saisi nos meilleurs esprits, l'ambiance quasi soviétique qui a soudé 90 % de la popula- tion dans le triomphe d'une pensée monolithique, allergique à la moindre contestation. Il faudra étudier la couverture partisane de la guerre par les médias – lesquels, à de rares exceptions près, furent moins objectifs que militants, minimisant les horreurs de la tyrannie baasiste pour mieux accabler l'expédition anglo-américaine, coupable de tous les crimes, toutes les fautes, tous les malheurs de la région».
E poi: «Force est de constater que l'antiaméricanisme n'est pas un accident de l'actualité ou la simple réticence face à l'administration de Washington, mais le credo d'une politique qui soude les uns avec les autres, en dépit de leurs divergences, le Front national et les Verts, les socialistes et les conservateurs, les communistes, les souverainistes... A droite comme à gauche, ils sont rares ceux qui n'ont pas cédé à ce "nationalisme des imbéciles" qui est toujours un symptôme de ressentiment et de déclin». E ancora: «La deuxième guerre du Golfe est un formidable révélateur. Recrudescence de l'antisémitisme et de la haine ethnique, crise économique et sociale, profanation d'un cimetière militaire britannique, passage à tabac des Juifs et des opposants irakiens lors des grandes marches "pacifistes", alliance à revers avec le peu ragoûtant Vladimir Poutine massacreur de Tchétchènes, réception du despote africain Robert Mugabe à Paris, insultes publiques adressées aux pays d'Europe de l'Est coupables de ne pas nous obéir au doigt et à l'œil, notre grande nation n'est pas en train d'écrire une de ses pages les plus glorieuses». Un manifesto. Che in Europa tanti dovrebbero leggersi con attenzione. (Segnalato da Capperi).
L'ultima denuncia. Nei giorni precedenti all'arresto lo scrittore cubano Marcelo Lopez Bañobre testimoniava così ciò che stava succedendo nel suo paese. Ora è in carcere con una condanna a 15 anni. Dall'articolo veniamo anche a sapere che, mentre il regime la avversava, i cubani sostenevano la guerra a Saddam. Non è difficile capire il perchè.
Diciotto anni dopo. Gli americani hanno catturato in Iraq Abu Abbas, organizzatore del dirottamento dell'Achille Lauro che culminò con l'uccisione di Leon Klinghoffer. E con Sigonella. Qui in italiano. Bel colpo ragazzi.
La prima volta. Ieri si è riunita l'opposizione irachena. Questo il documento approvato: si parla di democrazia, federalismo, stato di diritto. Un embrione da cui si svilupperà il nuovo Iraq. Auguri.
Effetto dimostrazione. Come la caduta di Saddam è stata percepita a Damasco, Pyongyang e Teheran. Qui uno sguardo ravvicinato a quest’ultima realtà dove Khamenei fa il duro ma Rafsanjani dice che «l’ideologia è flessibile» e si può perfino parlare con gli americani. Venti di novità? Per ora una brezza che fa ben sperare. Arriverà anche in Europa?
CNN sotto tiro. Questo articolo-confessione di Eason Jordan sul NYT ha provocato alcune reazioni non proprio benevole nei confronti del più celebre network americano. Cominciava il WSJ che ricordava che se il regime iracheno minacciava ritorsioni, nulla obbligava la CNN a sottostarvi rimanendo in Iraq. Poi il Weekly Standard si metteva alla parte degli azionisti per rivolgere alcune domande a Mr. Jordan. Infine il Washington Times pubblicava un pezzo di Peter Collins (che per la CNN lavorò) che gettava benzina sul fuoco. La questione è tutt'altro che banale e va oltre il caso-CNN. Riguarda il ruolo dei media occidentali all'interno dei paesi retti da dittature. La domanda è: fino a che punto i regimi usano i mezzi di comunicazione occidentali come veicolo della loro propaganda? O, peggio: fino a che punto i media occidentali si fanno coscientemente strumento dei despoti locali? Dobbiamo dire che alcune corrispondenze di inviati europei a Baghdad lette ed ascoltate nelle ultime settimane qualche dubbio lo potevano far sorgere effettivamente... Stasera ci piacciono gli eufemismi.
Accidenti. Pare che a Yale non l’abbiano presa benissimo. La caduta del regime di Baghdad e i festeggiamenti che ne sono seguiti sembrano aver provocato qualche risentimento. Così nella prima riunione dei professori pacifisti dopo la fine delle ostilità sono rispuntate le teorie cospiratorie. Insomma, la guerra è stata voluta dagli ebrei. Ancora una volta il mantra di certa sinistra assomigliava parecchio a quello dell’estrema destra. L’ombra di Chomsky aleggiava. Derive nichiliste.
Cominciamo bene... Jacques, quante volte te lo dobbiamo dire di non uscire da solo? Potresti fare brutti incontri.
Muraglia cinese. Secondo abitudini consolidate da Pechino non filtrano notizie. Quel che rischia di filtrare è però il virus della SARS sul quale le autorità hanno mantenuto un silenzio che potrebbe rivelarsi fatale. Time pubblica un reportage rubato alla segretezza degli ospedali cinesi dove sono ricoverate centinaia di persone.
martedì, aprile 15, 2003
Condoleeza. Oggi su La Stampa la Rice (la più brava di tutte) è intervistata da Maurizio Molinari (il più bravo di tutti). L'articolo incredibilmente non è on-line. Condi dimostra una chiarezza di idee per la quale non riceverà forse mai il Nobel per la Pace (destinato normalmente agli Arafat e ai Kofi Annan). Ma che ne fa la nostra candidata ideale alle presidenziali americane del 2008.
Ahmed Chalabi al di là dei luoghi comuni. L'uomo che potrebbe avere un ruolo di primo piano nel nuovo Iraq non è una invenzione dei neoconservatori. Ha profonde radici dentro il paese ed è una figura rispettata dai diversi gruppi etnici. E' il dirigente che può davvero veicolare i valori democratici all'interno della società irachena. Ed è per questo che spaventa tanto i vicini di casa. Insomma, per National Review è l'uomo giusto al posto giusto.
Fine dell'esilio. Kanan Makiya rimette piede in Iraq dopo 32 anni. Tutta l’emozione dell’esule in questa pagina di diario. Oggi ci sarà il primo incontro degli iracheni con Jay Garner che sarà Governatore ad interim.
Il brano si chiude con questa annotazione che non ci è sembrato di aver sentito altrove: «One friend told me that the looting of the National Museum--something that cut deeply into me--was the work of newly deposed Baathist officials, who had been selling off our patrimony as they saw their days were numbered. As the regime fell, these (ex-)Baathists went back for one last swindle, and took with them treasures that dated back 9,000 years, to the Sumerians and the Babylonians. One final crime perpetrated by Saddam's thugs». Per la cronaca.
«E’ dura chiamarsi Hussein. La gente ci vuole uccidere». Così Uday Hussein, figlio maggiore del Raìss, descriveva nel 1990 la situazione della sua famiglia in Iraq. Time entra in una delle sue residenze, quella riservata agli incontri amorosi. E scopre il lato malinconico di chi era temuto ed odiato.
Dedicato ad un amico. Il sito ufficiale di Vince Lombardi, una leggenda americana.
lunedì, aprile 14, 2003
La guerra di Fidel. A Cuba è in corso da 44 anni una guerra. Quella di Fidel Castro contro il suo popolo imprigionato nell'isola dei dépliants turistici dalla dittatura del Partito Comunista Cubano. Questa guerra continua subisce a volte delle accelerazioni particolarmente clamorose che, quando accadono, sembrano risvegliare l'attenzione di un mondo generalmente assopito quando non soggiogato (fatte salve alcune lodevoli eccezioni) di fronte al carisma rivoluzionario di una delle ultime cariatidi dell'ideologia: il criminale Fidel Castro. Stavolta il dittatore pare averla fatta un po' grossa: forse troppo sicuro di sè, come spesso capita ai tiranni, ha approfittato di un momento storico delicato per arrestare e condannare 74 esponenti della società civile cubana (tra scrittori, giornalisti, intellettuali, ex prigionieri politici) per delitti contro lo stato e condotta controrivoluzionaria (le formule più usuali con cui nei regimi comunisti veniva e viene condannata la dissidenza). Castro e Cuba sono icone ancora assai in voga nei cortei di mezzo mondo. E anche molti politicanti sembrano nonostante tutto ancora poco propensi ad aprire gli occhi sulla realtá che si nasconde dietro al paradiso dei turisti e al bordello degli europei in vacanza (ricordate quando della Cuba di Batista si diceva che fosse il bordello degli americani?). Oggi sul tema c'è una bella lettera di Emma Bonino pubblicata da La Stampa. Se questo grottesco episodio di repressione otterrà il risultato di rivelare una volta per tutte la natura del regime cubano si potrà almeno dire che sarà servito a qualcosa. Se al contrario, come spesso è successo, all'indignazione momentanea seguirà l'oblio e le icone castriste seguiteranno a sventolare tra le mani di chi si riempie la bocca di pace e tolleranza ad ogni fine settimana avremo la conferma di quanto l'onda lunga dell'ideologia continui ad influenzare comportamenti e politica all'interno delle nostre società.
Qui viveva Saddam. I giornalisti entrano dopo i soldati (e gli iracheni) nei palazzi presidenziali. Qui sono nel Consiglio del Popolo, l'edificio principale del Palazzo della Repubblica. Vale la pena dare un'occhiata.
«Al amanecer de hoy, las sanciones fueron aplicadas». Così recita il comunicato ufficiale del Governo cubano riportato sul quotidiano ufficiale Granma a proposito della fucilazione di Lorenzo Enrique Copello Castillo, Bárbaro Leodán Sevilla García y Jorge Luis Martínez Isaac. I tre stavano tentando la fuga dall’isola su una imbarcazione con altre persone a bordo. Il processo è durato tre giorni. Altre otto persone sono state condannate a pene detentive (quattro all’ergastolo). Il comunicato riporta che «El Tribunal aplicó el procedimiento de juicio sumarísimo previsto en los Artículos 479 y 480 de la Ley de Procedimiento Penal, con pleno respeto de las garantías y derechos fundamentales de los acusados». E conclude: «... un plan siniestro de provocaciones fraguado por los sectores más extremistas del Gobierno de Estados Unidos y sus aliados de la mafia terrorista de Miami con el único propósito de crear condiciones y pretextos para agredir a nuestra Patria». Fucilati in 72 ore. Giustizia rivoluzionaria.
Sharon senza Saddam. L’intervista pubblicata su Haaretz in cui il Primo Ministro israeliano ripete ciò che ha sempre detto: cessazione del terrorismo come condizione per concessioni politiche (ritiro dagli insediamenti) e due Stati per due popoli. Se non fosse che il pensiero di Sharon è costantemente stravolto dalla stampa europea le sue parole non dovrebbero suscitare particolare scalpore. In realtà però il senso di questa intervista un mese fa sarebbe stato diverso. Qualcosa di concreto è nel frattempo avvenuto: la caduta di Saddam apre le porte ad un cambiamento reale all’interno della leadership palestinese. Sharon ne è convinto. Ed anche Arafat lo sa.
Sulle origini dell’antiamericanismo. Breve analisi storica e sociale di James Bennet il cui merito a nostro avviso è soprattutto uno: quello di considerare l’antiamericanismo e l’antisemitismo come strettamente correlati in quanto prodotti da una comune base ideologica. La storia dell’estremismo politico nelle sue varie manifestazioni (dai totalitarismi novecenteschi al fondamentalismo islamico) confermerebbe d’altronde questo elemento. La velenosa eredità delle esperienze totalitarie soprattutto nella loro componente antimoderna contribuirebbe a rendere entrambi i fenomeni così evidenti ancora oggi nell’Europa continentale.
domenica, aprile 13, 2003
Lettera ai pacifisti sconfitti. Editoriale dal Foglio di oggi (è il terzo della pagina). Qui ne scrivemmo noi tre giorni fa.
Il secondo editoriale della pagina è invece su Castro (di quel che sta succedendo a Cuba riparleremo).
Dalla Russia con amore. Guardian e Telegraph vengono in possesso di interessanti documenti a proposito dei rapporti tra Mosca e gli agenti di Baghdad. Dall'abbandonato quartier generale del servizio segreto di Saddam emergono istruzioni per l'occultamento delle prove delle armi di distruzione di massa prima dell'arrivo degli ispettori, informazioni date dai russi all'Iraq a proposito delle conversazioni di Blair con capi di Stato e di Governo (tra cui Berlusconi), scambi di notizie tra i due paesi su Osama Bin Laden, liste di «assassini disponibili per grossi colpi in Occidente» e molto altro. Ne sentiremo parlare.
Grida. Così nei centri di detenzione di Saddam si veniva torturati. Qui si parla di Nasiriyah ma ogni comunità aveva la sua prigione segreta cui nessuno si poteva avvicinare.
Per 24 anni. Il Daily Telegraph sui veri saccheggiatori dell'Iraq. Saddam e la sua banda di torturatori.
sabato, aprile 12, 2003
Per la serie... «Che bell'ordine regnava sotto Saddam». A partire da questo incredibile editoriale del NYT, una breve (ma potrebbe essere lunga) rassegna stampa degli specialisti del lamento. Siccome di questi tempi per molti è vietato celebrare la fine di un tiranno i soliti noti (qui Igor Man su La Stampa non più on-line) non si fanno scappare l'occasione di descrivere a tinte fosche il disordine che si sta vivendo in Iraq. Questo disordine si chiama anche uscita da un incubo. Ma è troppo difficile per i rancorosi e noiosi esperti che non ci vogliono proprio stare.
Dedicato a quelli che... «è una guerra contro i musulmani». Le testimonianze degli Sciiti in Bassora. Venerdì hanno pregato per la prima volta senza la paura di essere ascoltati.
I racconti nella bottiglia. Eason Jordan (CNN) scrive sul NYT del clima di terrore che anche per i giornalisti stranieri vigeva in Iraq: «I felt awful having these stories bottled up inside me. Now that Saddam Hussein's regime is gone, I suspect we will hear many, many more gut-wrenching tales from Iraqis about the decades of torment. At last, these stories can be told freely».
E' avvenuto qualcosa di buono. L'Economist fa la solita impeccabile analisi degli eventi e delle prospettive che si aprono. La liberazione degli iracheni è un fatto la cui importanza anche i più accesi critici dell'intervento militare dovrebbero cominciare a riconoscere. Tra inevitabili difficoltà l'Iraq ha di fronte a sè una nuova storia. La caduta del regime è l'avvenimento che può davvero cambiare comportamenti e modi di pensare nel mondo arabo e da come si costruirà e governerà la pace dipenderà il futuro non solo del medioriente. Chi ha voluto fortemente la caduta del regime deve guidare la ricostruzione del paese. Se possibile con l'ausilio delle istituzioni internazionali, ma non a qualunque prezzo e soprattutto non dimenticando mai le reali intenzioni di chi non c'era. Da leggere.
venerdì, aprile 11, 2003
E adesso, che facciamo? (o anche Questa proprio non ci voleva!). Imperdibile pagina delle Lettere de Il Foglio sullo smarrimento dei pacifisti alla caduta di Baghdad.
Altre immagini. Bellissime.
Per non dimenticare. Perfavore leggete la serie di “Avevano detto...” pubblicata qui nei Von Hoffman Awards.
Dal mondo arabo. Le reazioni alla fine del regime. C’è di tutto, dal rancore alla speranza. Quindi c’è speranza.
Quattro giorni fa. Anche questa è una bella storia che abbiamo voglia di raccontare. Khuder al-Emiri torna al suo villaggio dopo dodici anni. Lo accompagnano i marines.
Dubbi. Solo perchè nessuno l’ha detto... e anche perchè ne abbiamo sentite davvero troppe.
Pensa un po’ alle volte... In Iraq i marines hanno trovato un missile in uno stadio. Pensate che a Blix piacesse il calcio?
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