1972

mercoledì, aprile 30, 2003
Litanie/2. Ossessioni. L'ultimo mantra in ordine di tempo che sia riuscito a riunire in sé entrambe le tendenze sottolineate nel post precedente (antisemitismo e antiamericanismo) è quello che accusa i neoconservatori americani di essere autori di una cospirazione a livello mondiale per favorire gli interessi di Israele. Questa ossessione sta unendo come spesso accade sinistra radicale e destra vetero-conservatrice.
Robert J. Lieber su Frontpage Magazine ne analizza le caratteristiche e ne dimostra l'inconsistenza. L'articolo è esauriente e assai utile per chi (anche e soprattutto i non esperti di questioni internazionali) voglia provare a capire quel che sta succedendo (il brano è segnalato da HispaLibertas, nuovo blog che arriva dalla Spagna e che ci sembra assai promettente).
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L'ombra sulla memoria. E' quella del nuovo antisemitismo che (gemello dell'antiamericanismo) si esprime così:

«Vede - dice Dina Porat dell’Università di Tel Aviv - negli ultimi tempi è nato nella fantasia antisemita un nuovo asse del male, quello fra Israele, gli ebrei e gli Stati Uniti: circola dal tempo dell’undici settembre la ripugnante leggenda che gli ebrei sono in realtà coloro che hanno tirato i fili dell’attacco alle Twin Towers, onde suscitare la rappresaglia americana contro l’Iraq. Da qui deriva una teoria anch’essa molto in voga, ovvero che gli ebrei sono i veri ispiratori della guerra americana in Medio Oriente, e che ne progettano altre, così da essere sotto l’ala protettiva del loro amico americano, o peggio ancora, di utilizzarlo per un disegno di dominazione anche economico, con le mega compagnie ebraico-americane in marcia per occupare l’economia mondiale. Questo è il nuovo antisemitismo, e ripercorre identicamente la strada dei Protocolli dei Savi di Sion, uno dei libri base del nazismo, oggi best seller in quasi tutti i Paesi arabi, che spiega come gli ebrei congiurino per la conquista del mondo».

Fiamma Nirenstein su La Stampa.



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Fidel? Che c’entra Fidel? La repressione a Cuba secondo il quotidiano della sinistra radicale americana The Nation.
Provate a indovinare di chi è la colpa? Ma di Bush! Di chi se no? Il cattivone ha osato mandare James Cason ad incontrare i dissidenti (orrore!) e ha perfino fatto la guerra all’Iraq dando così ai cubani l’impressione che loro sarebbero stati i prossimi (in realtà la popolazione la pensava un po' diversamente ma per The Nation è un dettaglio trascurabile). Insomma, l’imperialista ha provocato! Quindi per Wayne Smith (autore dell’articolo) è comprensibile che Castro si innervosica un po’, condanni una settantina di cittadini cubani a venticinque anni di prigione e ne fucili tre seduta stante (continuando peraltro a fare quello a cui ci ha abituato da 44 anni a questa parte). Ma che bella spiegazione. Sembra scritta da Gianni Minà.
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Paul Wolfowitz sul Washington Times. Due punti su tutti: l’Iran ha le potenzialità per una rivoluzione democratica dall’interno;  il rapporto con l'Arabia Saudita è definitivamente cambiato. E le truppe se ne vanno in Qatar.
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Litanie. Piccolo bestiario dal nostro confuso pianeta. Purtroppo ben noto a chi vive nella vecchia Europa.
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Nemmeno adesso gli danno retta! L’ex ministro dell’Informazione iracheno al-Sahhaf da giorni sta disperatamente tentando di consegnarsi alle truppe americane. Ma queste non ci pensano proprio a farsene carico anche perchè non rientra nel mazzo dei 55. Ora però sembra che qualcosa si muova...
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Caratteri difficili. Ai belgi non piace Pialuisa Bianco come direttrice dell'Istituto di Cultura Italiana a Bruxelles perchè... in Italia c'è un brutto regime. A Baghdad no, a Roma sì. Intanto ieri si sono riuniti con francesi, tedeschi e lussemburghesi per discutere una alternativa alla NATO (e agli Stati Uniti). Non ci sono parole.
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martedì, aprile 29, 2003
Sette cose da fare prima di votare. Come costruire in Iraq una vera democrazia liberale, uno stato rappresentativo che garantisca il primato della legalità ed i diritti fondamentali dei suoi cittadini? Senza fretta, suggerisce in questo articolo David Plotz. E seguendo possibilmente questo percorso: 1) Ritardare le elezioni e favorire nel frattempo la rinascita di componenti essenziali di una società civile (gruppi politici, associazioni, strumenti di partecipazione); 2) Stabilire un potere giudiziario indipendente; 3) Creare commissioni indipendenti come embrioni di un sistema di checks and balances; 4) Favorire il ritorno degli esuli; 5) Usare le nuove tecnologie come veicolo di libertà di espressione; 6) Mantenere il controllo sostanziale dell’ordine pubblico e della ricostruzione economica lasciando alle Nazioni Unite il ruolo di legittimazione formale del processo politico; 7) Infine organizzare elezioni in presenza di osservatori internazionali.
Interessanti al proposito anche le osservazioni di questo signore. Noah Feldman collaborerà nella stesura della nuova Costituzione irachena. In questo libro il suo pensiero su democrazia e Islam: un connubio niente affatto impossibile in grado di isolare l’integralismo.
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La strada per la democrazia. Fra un mese una conferenza delle diverse fazioni politiche sceglierà il primo governo ad interim del nuovo Iraq. Così si è stabilito oggi nel secondo incontro tra i rappresentanti delle opposizioni ritornate sulla scena nel dopo-Saddam. L’incontro si è svolto a Baghdad in un giorno in cui fino ad una anno fa si celebrava il compleanno del dittatore. Sul ruolo che Washington dovrà assumere nel corso di questo processo di ricostruzione civile e politica gli esponenti dell’esilio sono più tiepidi mentre chi ha vissuto gli anni del Baath reclama una forte presenza americana per stabilizzare il paese. Anche il principale gruppo sciita (SCIRI) ha partecipato all’incontro a differenza di due settimane fa. Possiamo scommettere che in Iran la cosa non sarà piaciuta molto. In definitiva una gran bella giornata per chi crede che la democrazia sia un diritto di tutti.
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lunedì, aprile 28, 2003
Pubblicità regresso. I bloggers che si parlano addosso a vicenda ci provocano un po' di fastidio sinceramente. Quando poi si parlano addosso da soli è il massimo. Siccome evidentemente non ci sono argomenti da trattare qualcuno pensa bene di creare un blog che raccoglie frasette decontestualizzate dei colleghi. Per prenderli un po' in giro. Fin qui nulla di male. Siccome però poi nessuno se ne accorge l'autore ci fa un post nel suo sito principale in cui annuncia la chiusura dell'esperimento come se si trattasse dell'evento dell'anno. Il pubblico stupito pensa di essersi perso qualcosa di grosso. Entra nel blog abortito e si accorge che la sua vita può continuare senza affanni. Impossibile però trattenere una domanda: siamo sicuri che il blog da chiudere non fosse l'altro?
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Barricate. In Cina si stanno improvvisando soluzioni piuttosto allarmanti per contenere la diffusione della SARS. E già che ci sono le autorità chiudono pure qualche altro Internet-cafè.
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Allora è un vizio... Pare che Galloway, il parlamentare laburista che prendeva soldi da Saddam, fosse anche molto amico di Fidel. Insomma, non se ne perdeva uno. La storia ha un sapore un po' scandalistico ma dal buon George ci aspettiamo ormai questo ed altro.
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Oh, la France. Parigi passava a Baghdad informazioni sui piani statunitensi. Lo riporta il Sunday Times. Ora, se questo fosse confermato, forse sarebbe il caso di ripensare davvero la politica delle alleanze in seno all’Occidente. Siamo curiosi di vedere che risalto verrà dato sui quotidiani europei di oggi a questa notizia (e a quella delle prove dei legami tra Iraq e Al-Qaeda).
Nota a margine: ci chiediamo però anche come sia possibile che i giornalisti possano accedere a questo genere di informazioni prima dei diretti interessati.
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Intervista. Lunga ed interessante conversazione di Fox News con Chalabi. Temi principali: Saddam e i suoi figli, armi di distruzione di massa, legami con Al-Qaeda, ricostruzione del paese. Da leggere.
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Tanti auguri. Oggi sarebbe il compleanno di Saddam. Dovrebbe spegnere 66 candeline. L’anno scorso l’aveva festeggiato così. Per fortuna nel frattempo un po’ di cose sono cambiate.
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Cose così... Uday Hussein si svagava anche con questi curiosi aggeggi. Non passa giorno senza che emergano conferme di quanto odioso fosse questo regime.
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domenica, aprile 27, 2003
Iraq e Al-Qaeda. Il Daily Telegraph scopre a Baghdad documenti di intelligence che confermerebbero il legame tra il deposto regime di Saddam e il network del terrore di Osama:

Papers found yesterday in the bombed headquarters of the Mukhabarat, Iraq's intelligence service, reveal that an al-Qa'eda envoy was invited clandestinely to Baghdad in March 1998. The documents show that the purpose of the meeting was to establish a relationship between Baghdad and al-Qa'eda based on their mutual hatred of America and Saudi Arabia. The meeting apparently went so well that it was extended by a week and ended with arrangements being discussed for bin Laden to visit Baghdad.

To be continued...



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sabato, aprile 26, 2003
Sotto la cenere. In Iran sta covando una rivoluzione (sì, rivoluzione, non controrivoluzione) silenziosa. Ogni giorno che passa il fondamentalismo conservatore al potere deve fare i conti con l'insofferenza di una società civile che, nonostante tutto, dimostra di aver conservato una capacità di resistenza all'oscurantismo cui gli ayatollah l'hanno condannata. La scorsa settimana era stato arrestato un giornalista per quanto aveva scritto su un blog come questo. Qui si riportano le reazioni che il fatto ha provocato in alcuni suoi colleghi iraniani. Bisogna assolutamente favorire queste spinte. L'effetto Saddam sta producendo notevoli fermenti anche a Teheran. Il lavoro non è finito.
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«Quando venite a liberare anche noi?». Lo Zimbabwe non ce la fa più. Il regime di Mugabe lo ha affamato e ridotto ad una delle più tristi retroguardie del dispotismo africano. Il processo di democratizzazione del pianeta dovrà necessariamente fare tappa quanto prima ad Harare.
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United Nations, United Nations, United Nations... Ma all'Onu hanno capito che a Baghdad c'era un regime criminale? Pare di no. Il Palazzo di Vetro continua nel suo splendido isolamento. La cronaca e la storia non ne intaccano i consolidati meccanismi di (non) intervento sulla realtà del mondo.
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Fidel, Fidel, Fidel... Castro pronuncia un discorso di tre ore e mezza sui recenti avvenimenti nell'isola. Spiega arresti di dissidenti e fucilazioni come prevenzione per evitare una guerra degli Stati Uniti contro Cuba. Probabilmente i cubani sentendo queste parole si saranno scambiati sguardi interdetti. Probabilmente invece in Occidente qualcuno gli crederà anche. Il dittatore aggiunge che lo rifarebbe. Ne siamo certi.
Oggi comunque in Spagna c'è una manifestazione contro la politica castrista. Si tratta di quel genere di eventi che nobilitano una società civile. I partiti di governo e di opposizione hanno dato la loro adesione. Mancano però Izquierda Unida (che ha detto di non aver capito bene per cosa si protesta), e i sindacati CCOO e UGT (che hanno detto che è una strumentalizzazione del Partito Popolare). Nelle manifestazioni contro la guerra erano sempre in prima fila. Saranno stanchi.


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venerdì, aprile 25, 2003
Uno di meno (un altro). Aveva stretto un buon numero di mani nel suo ultimo viaggio in Italia. Era andato da pellegrino ad Assisi dove i frati lo avevano accolto come un cristiano qualsiasi. Aveva portato al Papa un messaggio del suo Raíss. Ieri Tareq Aziz ha compiuto la migliore azione della sua vita: si è consegnato agli americani. Quello che alcuni amavano descrivere come "la faccia presentabile del regime" ma che in realtà nel suo curriculum politico poteva vantare un ruolo di primo piano nelle purghe baathiste era uno dei ricercati del mazzo dei 55. Ciò che più conta a questo punto è che Tareq Aziz potrà raccontare molte cose sull'ex dittatore di Baghdad di cui è stato delfino ed ambasciatore per anni. E' solo questione di tempo, anche qui.
Sul Times un suo ritratto.
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giovedì, aprile 24, 2003
C'era davvero il profumo delle viole? Come andò a Waterloo. Di John Keegan (Archivio La Stampa Cultura n. 1).
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Incredibile. Il Manifesto dice che gli americani hanno attaccato la Cina con il virus della polmonite atipica. Lo scopo? Evitare che i film asiatici vincano premi a Cannes. Forse è la cosa più pazzesca che abbiamo mai letto.
Segnalato da Camillo.
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Impeccabile. Paolo Mieli su fascismo, comunismo e libertà.
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Epidemie cinesi. Non c'è solo la SARS. Il problema della Cina è l'HIV. La malattia è diventata endemica in alcune zone del paese a causa delle politiche e dei silenzi della classe dirigente al potere. Ormai in Cina ci sono centinaia di «villaggi dell'AIDS». Impressionante reportage da Asia Times.
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Quelli che… Garner è già spacciato. Dopo aver sostenuto che la guerra in Iraq sarebbe durata all’infinito, che gli iracheni avrebbero fatto quadrato intorno a Saddam, che gli americani sparavano sui giornalisti, che i saccheggi erano peggio di 24 anni di terrore e così via, per gli esperti dell’American-bashing adesso sembra essere giunto il momento di dichiarare impossibile la ricostruzione dell’Iraq ancora prima che questa cominci. Giornali e telegiornali abbondano di folle di Sciiti inferociti descritti come la prossima tomba della nuova amministrazione del paese. Speriamo che gli esperti continuino su questa strada. Finora ha portato piuttosto bene.
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Iran 2003. Settantaquattro frustate all’attrice che baciò in pubblico il compagno di scena.
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Cuba 2003. Questa è la lista dei giornalisti e dei dissidenti che Castro ha fatto imprigionare nella recente campagna di repressione. A fianco di ogni condannato c’è la pena comminata. Leggete i nomi a voce alta uno dietro l’altro. Poi quest’estate prima di prendere un aereo per L’Avana rileggeteli bene. Loro saranno ancora dentro. Per i prossimi decenni.
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mercoledì, aprile 23, 2003
Il venticinque aprile antiamericano. Sarebbe uno dei più sconcertanti paradossi storici che si possano concepire. Tra tutti quelli che scenderanno in piazza per l'anniversario della Liberazione del nostro paese ce ne saranno moltissimi che si sono opposti alla Liberazione dell'Iraq. E che manifesteranno contro quegli stessi angloamericani che hanno reso possibile questo giorno. Ecco perchè forse sarebbe meglio che stavolta restassero a casa: «... l’antifascismo non democratico compirebbe un atto di impostura se celebrasse il 25 aprile della Liberazione dopo aver vissuto nelle cantine in cui si era imboscato il 9 aprile della Liberazione di Baghdad»; «Troppo facile incamerare e tenere per sé il mito dell’antifascismo come religione civile, staccandone per decenni la cedola politica, e dimenticarsi dell’unico atto concreto di antifascismo del nostro tempo, la cacciata dal potere del fascismo baathista di Saddam. Quel tipo di antifascisti stavolta dovrebbe starsene a casa». Questione di decenza. Do you know this word?
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martedì, aprile 22, 2003
Risveglio. Insieme a Saddam sono crollati anche i tanti palazzi dei sogni nei quali il mondo arabo, molti europei, la sinistra ideologica, il pacifismo stavano comodamente vivendo. E si è aperta una fase storica in cui anche i concetti di progressista, conservatore, reazionario cominciano ad assumere un significato diverso da quello finora comunemente inteso. Joey osserva tutto questo e ci pensa su. Chi è Joey lo racconta in questo brillante articolo il Weekly Standard.
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I buoni auspici. Kanan Makiya ha partecipato alla prima riunione del dopo-Saddam.
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A new debate. La guerra del XXI secolo è diversa dalle precedenti. Anche il dibattito sulla guerra deve cambiare, scrive Andrew Sullivan. Aggiungiamo noi: il conflitto in Iraq era in questo senso un’occasione da non perdere. In troppi l’hanno sprecata. Invece di pensare la realtà, ne sono fuggiti. Peccato.
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Palestina. Ad Arafat non piace il lavoro di Abu Mazen e sta pensando di sostituirlo. Ancora una volta la dirigenza palestinese gioca la sua partita sulla testa della popolazione. Gli Stati arabi terrorizzati dalla prospettiva di un reale cambiamento alle loro porte premono per il mantenimento dello status-quo. Ma sembrano una diga abbastanza usurata dopo lo scossone Iraq. E’ chiaro che la fine politica di Arafat rappresenta il prossimo traguardo verso la democratizzazione dell’area. Lo sanno tutti. Quindi c’è chi spera e chi ne ha paura.
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Nella terra degli ayatollah. Hanno arrestato un giornalista/blogger iraniano. Castro fa scuola. A Teheran comunque non han bisogno di ripetizioni.
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Un profondo malessere. Nel mondo arabo l’autocritica è già in atto. Old Europe ancora silente.
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Reporting crimes. Ovvero: quando l’onestà intellettuale e il giornalismo non si incontrano. La copertura informativa di questa guerra ce ne ha fornito innumerevoli esempi. SMH ne sceglie alcuni. Nell’attesa che qualcuno cominci anche a risponderne. Chiediamo troppo?
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Tutti insieme appassionatamente. Il mese prossimo perfino la Corea del Nord potrebbe entrare nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Altri aspiranti: Iran ed Egitto. In corsa per la rielezione: Arabia Saudita e Cuba.
Presiede la Libia. Viva l’ONU.


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lunedì, aprile 21, 2003
Sviluppi del dopoguerra. Senza l'incubo Saddam gli scienziati iracheni cominciano a fare ciò che prima sarebbe stato per loro piuttosto rischioso. Parlano. E dicono per esempio che pochi giorni prima dell'inizio della guerra il regime era impegnato a distruggere le tracce del suo programma biologico e chimico; che la Siria da anni è deposito per le armi non convenzionali irachene; che l'Iraq stava attivamente cooperando con Al-Qaeda. I riscontri sul campo hanno portato ai primi ritrovamenti. E' solo questione di tempo.
Intanto a Baghdad il lungo inverno è finito.
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Ancora su MJ. Riceviamo e pubblichiamo il racconto di un amico che conosce bene questa storia (grazie a Claudio).

Il 6 Ottobre 1993 in una conferenza straripante di giornalisti con al fianco il proprietario dei Chicago Bulls Jerry Reinsdorf e il commissioner NBA David Stern, Jordan annuncia il suo ritiro al basket.
Nel 1995 quando si allena per due giorni di fila con i Bulls le illazioni e i primi sospetti iniziano a diventare qualcosa di più serio. La rete televisiva ESPN interrompe i programmi per dare la notizia di un suo possibile ritorno. La Nike invia 40 paia di scarpe ai Bulls, quelle di Jordan. Ormai è fatta, manca poco.
Sabato 18 Marzo alle 11.40 del mattino i Bulls emanano un breve comunicato: "Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà Domenica a Indianapolis contro i Pacers". Per molti americani è come aver vinto alla lotteria, molti piangono dall'emozione, altri corrono nei bar dove non si parla d'altro e brindano felici. Manca solo la sua conferma, che arriva poco dopo. Jordan, si presenta a una conferenza stampa affollata come non accade nemmeno per il presidente Clinton. Air spreca poche parole, ma che entreranno nella storia: "I'm back". Sono tornato!.
Le azioni della Nike registrarono un +14%, e l'intero indice azionario americano venne trascinato ad un +5%... MJ decide di giocare la prima partita in trasferta per non essere sotto ulteriore pressione. Al momento della presentazione ufficiale, I tifosi di Indiana fischiano sonoramente tutti gli avversari di Chicago. Ma quando lo speaker esclama concentratissimo ed emozionato: "And now...Michael Air Jordan", l'ovazione è assordante. Tutti i 16.694 spettatori scattano in piedi per urlare la loro gioia, Il più grande è tornato. Michael, però, apporta una clamorosa sorpresa alla propria immagine: non indossa più il numero 23 ma il 45 dei Bulls! Anche per una divinità del suo calibro l'inizio non è facile: conclude la gara con 19 punti e 7/28 al tiro. L'incontro viene trasmesso in diretta TV in tutti gli Stati Uniti e l'audience dice 50.000.000 di spettatori. Un'evento unico, mondiale. "E' come se fosse venuto a cena il messia", dichiara un dirigente della NBC.
Poi, arrivano immediatamente le gare più emozionanti: ad Atlanta MJ segna il canestro decisivo a 5.9 secondi dalla fine e mette 32 punti. Successivamente, i Bulls vanno a New York per sfidare i Knicks. L'attesa è elettrizzante, i biglietti hanno prezzo da capogiro. Alcuni genitori vendono la macchina pur di non perdersi coi figli l'evento dell'anno, rigorosamente dal vivo allo stadio.
L'aria del Madison Square Garden giova a Jordan che, giocando alla grande, firma 55 punti.
In tribuna persino Spike Lee, accanito tifoso dei Knicks, dichiara "Non ho mai visto nulla del genere!". Il giorno successivo il "New York Times", invece di occuparsi della sconfitta dalla propria squadra, titola "Miracolo Michael". Il giornale lo definisce un evento storico, come quello di "Mosè che riceve i 10 comandamenti e porta il suo popolo verso la terra promessa". All'inizio della post-season, i Bulls sconfiggono gli Charlotte Hornets per 3-1, con MJ che segna 48 punti in gara 1. Poi Chicago incontra sulla propria strada Orlando e Shaq. L'ala dei Magic Nick Anderson, dopo aver giocato contro un Jordan spento in gara 1 (19 punti), dichiara: "E' più facile marcare il numero 45 del numero 23". Non l'avesse mai detto! Jordan si presenta in gara 2 indossando di nuovo il mitico 23, gia ritirato dai Bulls e un fantastico modello di Nike bianche, mentre i compagni giocano con le scarpe nere regolamentari. Risponde segnando 38 punti in faccia a Nick "The brick" Anderson. Verrà anche poi multato per le trasgressioni alle regole NBA. I Bulls cedono però per 4-2 nella serie con i Magic. Non importa, perchè l'anno successivo sarà di nuovo vittoria. Ogni anno, alla presentazione delle nuove Air Jordan, migliaia di bambini marinano la scuola per presentarsi in tempo davanti alle vetrine dei negozi per acquistarle...








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giovedì, aprile 17, 2003
L'ultimo volo del più grande di tutti. Michael Jordan lascia. Quando era a Chicago sembrava che compagni ed avversari giocassero a un altro gioco. Perchè il basket era lui. Qui i suoi numeri. Qui l'articolo del WP e quello del NYT. Infine Sports Illustrated e i 40 migliori momenti della sua carriera.
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Il Congo muore senza arcobaleni. Nei luoghi in cui non arriva l'onda lunga del pacifismo ci sono guerre che, direttamente o indirettamente, stanno provocando la morte di milioni (milioni) di persone. E' il caso del Congo dove si sta ripetendo nel silenzio della famosa comunità internazionale e di fronte alla cronica inadeguatezza delle Nazioni Unite (che hanno mandato 5.000 osservatori: ad osservare, appunto) un nuovo Ruanda. Il Washington Post chiede all'amministrazione americana un coinvolgimento diretto per cercare di fermare il massacro. Probabilmente quello sarà il momento in cui le piazze si mobiliteranno per il Congo.
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I terroristi ai tempi di Saddam. Abu Abbas viveva in un quartiere residenziale di Baghdad, scortato ventiquattro ore al giorno, trattato dal regime come un piccolo principe. Nella sua casa marmi pregiati, libri e una cartina del medioriente. Ovviamente senza Israele.
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mercoledì, aprile 16, 2003
Philosophes. Più di un mese fa avevano scritto questo. Oggi - a guerra conclusa - Glucksmann, Bruckner e Goupil tracciano un bilancio impietoso della classe politica e della società francese di fronte alla guerra contro Saddam. L'articolo è memorabile. Citiamo alcuni brani su tutti: «Il faudra raconter un jour l'hystérie, l'intoxication collective qui ont frappé l'Hexagone depuis des mois, l'angoisse de l'Apocalypse qui a saisi nos meilleurs esprits, l'ambiance quasi soviétique qui a soudé 90 % de la popula- tion dans le triomphe d'une pensée monolithique, allergique à la moindre contestation. Il faudra étudier la couverture partisane de la guerre par les médias – lesquels, à de rares exceptions près, furent moins objectifs que militants, minimisant les horreurs de la tyrannie baasiste pour mieux accabler l'expédition anglo-américaine, coupable de tous les crimes, toutes les fautes, tous les malheurs de la région».
E poi: «Force est de constater que l'antiaméricanisme n'est pas un accident de l'actualité ou la simple réticence face à l'administration de Washington, mais le credo d'une politique qui soude les uns avec les autres, en dépit de leurs divergences, le Front national et les Verts, les socialistes et les conservateurs, les communistes, les souverainistes... A droite comme à gauche, ils sont rares ceux qui n'ont pas cédé à ce "nationalisme des imbéciles" qui est toujours un symptôme de ressentiment et de déclin».
E ancora: «La deuxième guerre du Golfe est un formidable révélateur. Recrudescence de l'antisémitisme et de la haine ethnique, crise économique et sociale, profanation d'un cimetière militaire britannique, passage à tabac des Juifs et des opposants irakiens lors des grandes marches "pacifistes", alliance à revers avec le peu ragoûtant Vladimir Poutine massacreur de Tchétchènes, réception du despote africain Robert Mugabe à Paris, insultes publiques adressées aux pays d'Europe de l'Est coupables de ne pas nous obéir au doigt et à l'œil, notre grande nation n'est pas en train d'écrire une de ses pages les plus glorieuses». Un manifesto. Che in Europa tanti dovrebbero leggersi con attenzione. (Segnalato da Capperi).

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L'ultima denuncia. Nei giorni precedenti all'arresto lo scrittore cubano Marcelo Lopez Bañobre testimoniava così ciò che stava succedendo nel suo paese. Ora è in carcere con una condanna a 15 anni.  Dall'articolo veniamo anche a sapere che, mentre il regime la avversava, i cubani sostenevano la guerra a Saddam. Non è difficile capire il perchè.
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Diciotto anni dopo. Gli americani hanno catturato in Iraq Abu Abbas, organizzatore del dirottamento dell'Achille Lauro che culminò con l'uccisione di Leon Klinghoffer. E con Sigonella. Qui in italiano. Bel colpo ragazzi.
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La prima volta. Ieri si è riunita l'opposizione irachena. Questo il documento approvato: si parla di democrazia, federalismo, stato di diritto. Un embrione da cui si svilupperà il nuovo Iraq. Auguri.
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Effetto dimostrazione. Come la caduta di Saddam è stata percepita a Damasco, Pyongyang e Teheran.  Qui uno sguardo ravvicinato a quest’ultima realtà dove Khamenei fa il duro ma Rafsanjani dice che «l’ideologia è flessibile» e si può perfino parlare con gli americani. Venti di novità? Per ora una brezza che fa ben sperare. Arriverà anche in Europa?
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CNN sotto tiro. Questo articolo-confessione di Eason Jordan sul NYT ha provocato alcune reazioni non proprio benevole nei confronti del più celebre network americano. Cominciava il WSJ che ricordava che se il regime iracheno minacciava ritorsioni, nulla obbligava la CNN a sottostarvi rimanendo in Iraq. Poi il Weekly Standard si metteva alla parte degli azionisti per rivolgere alcune domande a Mr. Jordan. Infine il Washington Times pubblicava un pezzo di Peter Collins (che per la CNN lavorò) che gettava benzina sul fuoco. La questione è tutt'altro che banale e va oltre il caso-CNN. Riguarda il ruolo dei media occidentali all'interno dei paesi retti da dittature. La domanda è: fino a che punto i regimi usano i mezzi di comunicazione occidentali come veicolo della loro propaganda? O, peggio: fino a che punto i media occidentali si fanno coscientemente strumento dei despoti locali? Dobbiamo dire che alcune corrispondenze di inviati europei a Baghdad lette ed ascoltate nelle ultime settimane qualche dubbio lo potevano far sorgere effettivamente... Stasera ci piacciono gli eufemismi.
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Accidenti. Pare che a Yale non l’abbiano presa benissimo. La caduta del regime di Baghdad e i festeggiamenti che ne sono seguiti sembrano aver provocato qualche risentimento. Così nella prima riunione dei professori pacifisti dopo la fine delle ostilità sono rispuntate le teorie cospiratorie. Insomma, la guerra è stata voluta dagli ebrei. Ancora una volta il mantra di certa sinistra assomigliava parecchio a quello dell’estrema destra. L’ombra di Chomsky aleggiava. Derive nichiliste.
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Cominciamo bene... Jacques, quante volte te lo dobbiamo dire di non uscire da solo? Potresti fare brutti incontri.
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Muraglia cinese. Secondo abitudini consolidate da Pechino non filtrano notizie. Quel che rischia di filtrare è però il virus della SARS sul quale le autorità hanno mantenuto un silenzio che potrebbe rivelarsi fatale. Time pubblica un reportage rubato alla segretezza degli ospedali cinesi dove sono ricoverate centinaia di persone.
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martedì, aprile 15, 2003
Condoleeza. Oggi su La Stampa la Rice (la più brava di tutte) è intervistata da Maurizio Molinari (il più bravo di tutti). L'articolo incredibilmente non è on-line. Condi dimostra una chiarezza di idee per la quale non riceverà forse mai il Nobel per la Pace (destinato normalmente agli Arafat e ai Kofi Annan). Ma che ne fa la nostra candidata ideale alle presidenziali americane del 2008.
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Ahmed Chalabi al di là dei luoghi comuni. L'uomo che potrebbe avere un ruolo di primo piano nel nuovo Iraq non è una invenzione dei neoconservatori. Ha profonde radici dentro il paese ed è una figura rispettata dai diversi gruppi etnici. E' il dirigente che può davvero veicolare i valori democratici all'interno della società irachena. Ed è per questo che spaventa tanto i vicini di casa. Insomma, per National Review è l'uomo giusto al posto giusto.
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Fine dell'esilio. Kanan Makiya rimette piede in Iraq dopo 32 anni. Tutta l’emozione dell’esule in questa pagina di diario. Oggi ci sarà il primo incontro degli iracheni con Jay Garner che sarà Governatore ad interim.
Il brano si chiude con questa annotazione che non ci è sembrato di aver sentito altrove: «One friend told me that the looting of the National Museum--something that cut deeply into me--was the work of newly deposed Baathist officials, who had been selling off our patrimony as they saw their days were numbered. As the regime fell, these (ex-)Baathists went back for one last swindle, and took with them treasures that dated back 9,000 years, to the Sumerians and the Babylonians. One final crime perpetrated by Saddam's thugs». Per la cronaca.


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«E’ dura chiamarsi Hussein. La gente ci vuole uccidere». Così Uday Hussein, figlio maggiore del Raìss, descriveva nel 1990 la situazione della sua famiglia in Iraq. Time entra in una delle sue residenze, quella riservata agli incontri amorosi. E scopre il lato malinconico di chi era temuto ed odiato.
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Dedicato ad un amico.  Il sito ufficiale di Vince Lombardi, una leggenda americana.
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lunedì, aprile 14, 2003
La guerra di Fidel. A Cuba è in corso da 44 anni una guerra. Quella di Fidel Castro contro il suo popolo imprigionato nell'isola dei dépliants turistici dalla dittatura del Partito Comunista Cubano. Questa guerra continua subisce a volte delle accelerazioni particolarmente clamorose che, quando accadono, sembrano risvegliare l'attenzione di un mondo generalmente assopito quando non soggiogato (fatte salve alcune lodevoli eccezioni) di fronte al carisma rivoluzionario di una delle ultime cariatidi dell'ideologia: il criminale Fidel Castro. Stavolta il dittatore pare averla fatta un po' grossa: forse troppo sicuro di sè, come spesso capita ai tiranni, ha approfittato di un momento storico delicato per arrestare e condannare 74 esponenti della società civile cubana (tra scrittori, giornalisti, intellettuali, ex prigionieri politici) per delitti contro lo stato e condotta controrivoluzionaria (le formule più usuali con cui nei regimi comunisti veniva e viene condannata la dissidenza). Castro e Cuba sono icone ancora assai in voga nei cortei di mezzo mondo. E anche molti politicanti sembrano nonostante tutto ancora poco propensi ad aprire gli occhi sulla realtá che si nasconde dietro al paradiso dei turisti e al bordello degli europei in vacanza (ricordate quando della Cuba di Batista si diceva che fosse il bordello degli americani?). Oggi sul tema c'è una bella lettera di Emma Bonino pubblicata da La Stampa. Se questo grottesco episodio di repressione otterrà il risultato di rivelare una volta per tutte la natura del regime cubano si potrà almeno dire che sarà servito a qualcosa. Se al contrario, come spesso è successo, all'indignazione momentanea seguirà l'oblio e le icone castriste seguiteranno a sventolare tra le mani di chi si riempie la bocca di pace e tolleranza ad ogni fine settimana avremo la conferma di quanto l'onda lunga dell'ideologia continui ad influenzare comportamenti e politica all'interno delle nostre società.
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Qui viveva Saddam. I giornalisti entrano dopo i soldati (e gli iracheni) nei palazzi presidenziali. Qui sono nel Consiglio del Popolo, l'edificio principale del Palazzo della Repubblica. Vale la pena dare un'occhiata.
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«Al amanecer de hoy, las sanciones fueron aplicadas». Così recita il comunicato ufficiale del Governo cubano riportato sul quotidiano ufficiale Granma a proposito della fucilazione di Lorenzo Enrique Copello Castillo, Bárbaro Leodán Sevilla García y Jorge Luis Martínez Isaac.  I tre stavano tentando la fuga dall’isola su una imbarcazione con altre persone a bordo. Il processo è durato tre giorni. Altre otto persone sono state condannate a pene detentive (quattro all’ergastolo). Il comunicato riporta che «El Tribunal aplicó el procedimiento de juicio sumarísimo previsto en los Artículos 479 y 480 de la Ley de Procedimiento Penal, con pleno respeto de las garantías y derechos fundamentales de los acusados». E conclude: «... un plan siniestro de provocaciones fraguado por los sectores más extremistas del Gobierno de Estados Unidos y sus aliados de la mafia terrorista de Miami con el único propósito de crear condiciones y pretextos para agredir a nuestra Patria». Fucilati in 72 ore. Giustizia rivoluzionaria.
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Sharon senza Saddam. L’intervista pubblicata su Haaretz in cui il Primo Ministro israeliano ripete ciò che ha sempre detto: cessazione del terrorismo come condizione per concessioni politiche (ritiro dagli insediamenti) e due Stati per due popoli. Se non fosse che il pensiero di Sharon è costantemente stravolto dalla stampa europea le sue parole non dovrebbero suscitare particolare scalpore. In realtà però il senso di questa intervista un mese fa sarebbe stato diverso. Qualcosa di concreto è nel frattempo avvenuto: la caduta di Saddam apre le porte ad un cambiamento reale all’interno della leadership palestinese.  Sharon ne è convinto. Ed anche Arafat lo sa.
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Sulle origini dell’antiamericanismo. Breve analisi storica e sociale di James Bennet il cui merito a nostro avviso è soprattutto uno: quello di considerare l’antiamericanismo e l’antisemitismo come strettamente correlati in quanto prodotti da una comune base ideologica. La storia dell’estremismo politico nelle sue varie manifestazioni (dai totalitarismi novecenteschi al fondamentalismo islamico) confermerebbe d’altronde questo elemento. La velenosa eredità delle esperienze totalitarie soprattutto nella loro componente antimoderna contribuirebbe a rendere entrambi i fenomeni così evidenti ancora oggi nell’Europa continentale.
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domenica, aprile 13, 2003
Lettera ai pacifisti sconfitti. Editoriale dal Foglio di oggi (è il terzo della pagina). Qui ne scrivemmo noi tre giorni fa.
Il secondo editoriale della pagina è invece su Castro (di quel che sta succedendo a Cuba riparleremo).
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Dalla Russia con amore. Guardian e Telegraph vengono in possesso di interessanti documenti a proposito dei rapporti tra Mosca e gli agenti di Baghdad. Dall'abbandonato quartier generale del servizio segreto di Saddam emergono istruzioni per l'occultamento delle prove delle armi di distruzione di massa prima dell'arrivo degli ispettori, informazioni date dai russi all'Iraq a proposito delle conversazioni di Blair con capi di Stato e di Governo (tra cui Berlusconi), scambi di notizie tra i due paesi su Osama Bin Laden, liste di «assassini disponibili per grossi colpi in Occidente» e molto altro. Ne sentiremo parlare.
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Grida. Così nei centri di detenzione di Saddam si veniva torturati. Qui si parla di Nasiriyah ma ogni comunità aveva la sua prigione segreta cui nessuno si poteva avvicinare.
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Per 24 anni. Il Daily Telegraph sui veri saccheggiatori dell'Iraq. Saddam e la sua banda di torturatori.
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sabato, aprile 12, 2003
Per la serie... «Che bell'ordine regnava sotto Saddam». A partire da questo incredibile editoriale del NYT, una breve (ma potrebbe essere lunga) rassegna stampa degli specialisti del lamento. Siccome di questi tempi per molti è vietato celebrare la fine di un tiranno i soliti noti (qui Igor Man su La Stampa non più on-line) non si fanno scappare l'occasione di descrivere a tinte fosche il disordine che si sta vivendo in Iraq. Questo disordine si chiama anche uscita da un incubo. Ma è troppo difficile per i rancorosi e noiosi esperti che non ci vogliono proprio stare.
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Dedicato a quelli che... «è una guerra contro i musulmani». Le testimonianze degli Sciiti in Bassora. Venerdì hanno pregato per la prima volta senza la paura di essere ascoltati.
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I racconti nella bottiglia. Eason Jordan (CNN) scrive sul NYT del clima di terrore che anche per i giornalisti stranieri vigeva in Iraq: «I felt awful having these stories bottled up inside me. Now that Saddam Hussein's regime is gone, I suspect we will hear many, many more gut-wrenching tales from Iraqis about the decades of torment. At last, these stories can be told freely».
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E' avvenuto qualcosa di buono. L'Economist fa la solita impeccabile analisi degli eventi e delle prospettive che si aprono. La liberazione degli iracheni è un fatto la cui importanza anche i più accesi critici dell'intervento militare dovrebbero cominciare a riconoscere. Tra inevitabili difficoltà l'Iraq ha di fronte a sè una nuova storia. La caduta del regime è l'avvenimento che può davvero cambiare comportamenti e modi di pensare nel mondo arabo e da come si costruirà e governerà la pace dipenderà il futuro non solo del medioriente. Chi ha voluto fortemente la caduta del regime deve guidare la ricostruzione del paese. Se possibile con l'ausilio delle istituzioni internazionali, ma non a qualunque prezzo e soprattutto non dimenticando mai le reali intenzioni di chi non c'era. Da leggere.
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venerdì, aprile 11, 2003
E adesso, che facciamo? (o anche Questa proprio non ci voleva!). Imperdibile pagina delle Lettere de Il Foglio sullo smarrimento dei pacifisti alla caduta di Baghdad.
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Altre immagini. Bellissime.
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Per non dimenticare. Perfavore leggete la serie di “Avevano detto...” pubblicata qui nei Von Hoffman Awards.
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Dal mondo arabo. Le reazioni alla fine del regime. C’è di tutto, dal rancore alla speranza. Quindi c’è speranza.
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Quattro giorni fa. Anche questa è una bella storia che abbiamo voglia di raccontare. Khuder al-Emiri torna al suo villaggio dopo dodici anni. Lo accompagnano i marines.
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Dubbi. Solo perchè nessuno l’ha detto... e anche perchè ne abbiamo sentite davvero troppe.
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Pensa un po’ alle volte... In Iraq i marines hanno trovato un missile in uno stadio. Pensate che a Blix piacesse il calcio?
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Proprio non si danno pace. I palestinesi non nascondono la loro delusione per la caduta di Saddam: «Non può essere vero, dove sono i terroristi suicidi, dove sono i fedayeen di Saddam, dov’è l’eroica Guardia Repubblicana?». Temiamo che le stesse domande se le sia poste con la stessa angoscia anche qualcuno dalle nostre parti. Ma forse siamo malpensanti. Ce n'è anche qui.
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Hanno la faccia come il c... Se questa cosa non vi provoca un sussulto di indignazione cominciate a preoccuparvi. Pensate al mondo ventuno giorni fa. E pensate al mondo oggi. Provate a trarre qualche conclusione, s’il vous plait.
Ci domandiamo: prima o poi questi eleganti signori che vestono Old Europe saranno messi di fronte alle proprie responsabilità, no?


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giovedì, aprile 10, 2003
Come l'hanno raccontata. Hanno scritto sulla caduta di Baghdad:

BAGHDAD, April 9 -- A scene erupted on a street in Baghdad today that many residents had not seen in their lifetimes. People debated. "Believe me, I have waited for this moment for 35 years," said Majid Mohammed, an electrical engineer. "You must bring these words to the American people. Thank you, thank you very, very much." Zuheir Girgis hesitated, then said he
would wait and see. "Nobody hates freedom, and if they bring freedom, nobody will hate them," he insisted.

From the crowd went up a chant familiar to everyone in Hussein's Iraq as a pledge of loyalty and love to the man who ruled them. But this chant was different, the object of praise a country, not a man. And for the first time in 30 years, people seemed to mean it. "With our spirit, with our blood," they shouted, "we sacrifice for you, Iraq."
- Washington Post -

BAGHDAD -- When U.S. Marines drove into downtown Wednesday, the Republic of Fear began to crumble. Iraqis who had spent their lives under the brooding shadow of Saddam Hussein - afraid that even a whisper to the wrong person could land them in prison or worse - suddenly were not only talking, they were shouting. "Victory!" yelled a man in a long white shirt, as if he had won a war. And perhaps he had. Now, the people of Baghdad could state openly what frequent visitors to Iraq had always assumed - that they detested the regime, that they were forced to lie and that they felt that they had wasted their lives because of the megalomaniacal whims of Saddam Hussein.

"It was dangerous, it was impossible, to say, 'Down with Saddam.' But we have lived 35 years with the Baath Party. Today I am very free and I can talk. And I say, 'Thank you, Mr. Bush.' "

Those were words I had never expected to hear in Baghdad. So for me too, Wednesday was a day of awe.

My friend, who is still afraid to be quoted by name, conceded that Iraq had been humiliated. "On the other side it is a salvation," he said, "because I
can say it freely. I can even criticize [the Americans] if I want to, I can even insult them.... They cannot provide us free food, but they can provide us free speech."
- Los Angeles Times -

US soldiers patrolling another part of the capital broke open a children's prison, sending more than 100 bedraggled boys and girls into the arms of weeping parents. Baghdad's streets filled with people carrying loads of loot -- furniture, computers, appliances -- in cars, wheelbarrows, and on their backs.

Iraqi Information Minister Mohammed Saeed Sahhaf, who insisted as recently as Tuesday that Hussein's regime would triumph, was nowhere to be seen yesterday. The government minders that have followed journalists around did not show up for work. Meanwhile, hundreds of Baghdad residents swarmed into government buildings where, for decades, decisions governing their lives were made in secret.

- Boston Globe -

Try telling them this war was ill-conceived and that it would have been better all round if they could have put up with Saddam for a few more years.

This week, I visited a dusty jail in Basra, where young men took me on a tour of the torture chamber, gallows and cells. There were the usual thoughts about the banality of evil, the way the ledger books logged punishments with the same indifference as they recorded the guards' shift rotas.

Since Saddam, on coming to power, ordered the execution of 400 of its leading members, the Ba'ath party has ceased to have any independent function. Most Iraqis of outstanding ability have been co-opted by the system, gone into exile or been killed. The result of the long dark trauma is that the normal bonds of trust between people have dissolved. A fortnight after the appearance of coalition forces, most people were still anxious not to give their names when talking, for fear of reprisals.

The restoration of democracy will be good not only for Iraq, but also for America. Despite the warnings of pessimists that going to war would lead to an explosion of hate and rage on Arab streets, reactions have been muted. Some of the "martyrs" who turned up to fight to the death for Saddam were yesterday reported to be meekly sitting in the car park of the main media hotel in Baghdad, seeking the protection of journalists.

Letting it be known that what is good enough for Iraq is good enough for the rest of the Middle East could provoke a revolution in attitudes. The strong men, the fathers of nations, whose portraits look down over square and schoolroom all over the region, will sleep a little less easily tonight. Freedom is contagious.

- Daily Telegraph -

... the message for the Arab world could not have been clearer: you do not have to live under tyrannies - all your dictators should despair.

Although the campaign is not quite complete, it can already be said that this three-week war is a military triumph.

Using half the number of troops deployed in the 1991 Gulf war, the coalition swept deep into Iraq in days. Instead of flattening Iraq with overwhelming force, it hit, for the most part, precise targets. Horrible though all civilian casualties are, the predictions that there would be hundreds of thousands of them have been proved absolutely wild, as have the notions of long drawn out and hideous street-fighting in the cities.

No one should persuade themselves that all Iraqis love Britain and America, but all should recognise that these two nations have given the Iraqi people an opportunity that they want and that has until now been denied them - the chance, at least, of living in a free country.

It means also a resolute refusal to make compromises with the remnants of the Ba'ath Party and an equally great determination to exclude the UN from any of the political aspects of post-war reconstruction. As for friends of Saddam Hussein such as Jacques Chirac and the Russians, how dare they even venture an opinion about the future of the free Iraq that they have so resolutely opposed?
What is so exciting about the victory in Iraq is that it proves that Western leaders who act with imagination and courage can achieve much. George W Bush is constantly attacked in Europe for being stupid and narrow, but it was he, confronted by the huge shock of September 11, who was the first Western leader to understand how the world has changed.

Tony Blair, too, deserves much credit. Coming from a party largely devoted to the illusions of internationalism in foreign policy, he has had much more to learn than a Republican president, and he has been brave and bold in embracing the new thinking. He has also taken a huge political risk for a cause in which he believes. As a result, he has restored Britain's standing in the world to a position that it has not held since the Berlin Wall came down, and he has won the right, which should be denied to all other major European leaders except for José María Aznar of Spain, to help create the new world order that George Bush senior promised, but that George Bush junior is delivering.
- Daily Telegraph -

A city that went to sleep under a tottering regime awoke in a power vacuum. And the people knew it. No one lives under the arbitrary imposition of power for four decades without developing acutely honed antennae for authority, and when it disappears the oppressed need no news bulletin or headline to tell them. The absence of burning oil fires, of checkpoints, of Republican Guard; the field artillery pieces abandoned under flyovers, the empty sandbag positions all told the tale.

The Baath party headquarters of Saddam City - a prime candidate for the likely rash of renamings over the coming days - had been ransacked and other buildings torched.

"If they just came to liberate us, then a thousand thanks. But if they are coming for something else, well, we are a Muslim country . . . " he tailed off. All agreed.

"This flag was given to me on September 11. Now it is in Baghdad and now I am happy."
- The Times -

THE GLORIOUS IMAGES of Iraqis and U.S. Marines joining to topple a statue of Saddam Hussein in Baghdad yesterday came just three weeks after those first scenes of billowing black smoke from the war's opening bombing -- yet for many Iraqis the celebration was long overdue. With an explosion of pent-up emotion, people in Iraq's capital yesterday displayed the relief and jubilation of liberation not just from 21 days of bombing, but from decades of brutal tyranny.

Yesterday's scenes of celebration were an answer to skeptics who doubted that Iraqis wished to be liberated from Saddam Hussein by American troops, just as the collapse of resistance in the capital silenced critics, including several senior field commanders, who questioned whether the Pentagon's war plan was too ambitious or relied on too few troops.

Success will require more flexibility, patience and willingness to work with allies than were present in the administration's prewar diplomacy or than it has so far shown in its postwar planning.
- Editoriale Washington Post -

Gulf War II, the Three Week War (or possibly Four), is a monumental event: the first war ever aimed at destroying a totalitarian regime -- and sparing the invaded country. Surgically removing a one-party police state while trying to leave the civilians and the infrastructure as untouched as possible is an operation of unusual difficulty. Yet the pictures from the opening nights of the war told the story: plumes of smoke from precision strikes on Saddam Hussein's instruments of power while the city lights remained on and cars casually traversed the streets.
- Washington Post -

The successes in the capital after three weeks of war are a tribute to the generals who planned the campaign and the sergeants who executed it.
Administration officials and military commanders cautioned that tough fighting may be ahead, in parts of Baghdad and especially to the north, near Hussein's hometown of Tikrit. But whatever coming days bring, there is much to cheer about in what did not happen during days past.
Iraq did not fire a single missile at Israel, thanks to quick military occupation of the western desert. Turkey has not moved great numbers of soldiers into the Kurdish area of Iraq, heeding repeated warnings from the United States. British and U.S. troops seized southern oil fields before they could be set afire. Iraq's Republican Guard, which analysts said fought hard but not well in the 1991 Persian Gulf War, did not do even that.

The diplomatic struggles ahead over Iraq's rebuilding may be hellishly complicated, possibly alienating to both the Arab world and once-fast U.S. allies. But Wednesday was a historic day in the land often considered the cradle of civilization. It was a day that, if things go even half-right in the months ahead, may be celebrated for years in Iraq as the end of a dictator who gassed his own people, invaded his neighbors, tortured and killed his enemies and for three decades kept millions of Iraqis in fear.
- Editoriale Los Angeles Times -

War is a sordid business, made necessary by human imperfection. We ask our finest citizens to go forth and soil themselves in the killing of other humans, for our nation's sake. We ask these young men and women to perform a profoundly personal act — to be the agency of death and destruction. We owe them a profoundly personal moment of public honor, even if they say they just want to go home. (One of the great open wounds of our country is the feeling of many of our Vietnam vets, who were not honored on their return).
And we — the non-warriors — need that moment, too. This is neither jingoism, nor triumphalism. It is not even, particularly, joy of victory — although victory was necessary and is gratifying. Rather, it is a quiet pride in these remarkable young men and women who have grown up in our communities. It would seem that the greatest generation's genes skipped a generation, and have blossomed anew in their grandchildren. We must catch and preserve this perishable, noble moment. We mean to offend no one, but we mean to honor our own.
- Editoriale Washington Times -

If Iraqis are able to adopt a system of free enterprise and representative government, they will become the center of an arc of freedom from Turkey in the north to Israel in the south (with Lebanon freed from Syrian occupation, if France will liberate the state it created). Egypt, the largest Arab nation, could not long resist such a tidal wave of liberty.
- The New York Times -

Nel mondo segnato da una sola grande potenza, e nei dodici anni che ci separano dal ‘91, Bush padre, Clinton e Bush figlio hanno in comune, oltre alla lotta al terrorismo e ai suoi alleati, l’aver combattuto a favore di popolazioni musulmane (e contro i regimi che le opprimevano) in Kuwait, Somalia, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq. L’attentato dell’11 settembre non poteva che rafforzare una politica estera, come quella americana, fondata su una difesa attiva della sicurezza, sull’etica dell’esportazione della democrazia, e naturalmente su forti interessi economici, che come tutto vanno ridiscussi.
- La Stampa - usando parole che fino ad una settimana fa nessuno dei maggiori quotidiani italiani avrebbe pronunciato.

L'obiettivo è trasformare il Medio Oriente, un luogo del pianeta dove gli americani sanno d'aver sbagliato. Pensavano d'avere amici (e petrolio) sicuri, e hanno raccolto fallimenti e odio (su di sé e l'alleata Israele). Ora provano in altro modo. Vogliono agire, non reagire. Non necessariamente con altre guerre. A Riad, Damasco e Teheran hanno la TV. Dovrebbero aver capito.
Queste idee circolano da anni, a Washington. Dopo l'11 settembre 2001, i neoconservatori ("neocons") hanno trovato un'amministrazione che li sta a sentire. Alcuni li conosco. Ne ho incontrati anche in dicembre all'American Enterprise Institute, il loro santuario. Siamo in disaccordo su molte cose. Ma so che vogliono un mondo più sicuro. Non un campo di concentramento dove sventola la bandiera a stelle e strisce. Questa, più o meno, è la strategia dell'America. Sarebbe interessante conoscere quella dell'Europa, ammesso che ne abbiamo una.
- Il Corriere della Sera - Idem come sopra.

Hanno preso un rischio, i quieti americani, anche in relazione alla nostra sicurezza, e non è la prima volta negli ultimi cent’anni. Hanno osato l’inosabile politico, e sono stati premiati. Ne avranno un ritorno di potere, certo, e sapranno come usarlo. La battaglia carri armati contro sondaggi si è chiusa due a zero. La volubilità egoista e bonacciona del pacifismo plebiscitario è ora sottomessa al giubilo degli iracheni liberati. Perfino qualche ora di anarchia e saccheggio è preferibile ai rigori dello Stato di polizia. Quelli che hanno detto “no” alla liberazione dell’Iraq ora si sentono rispondere “sì” dagli straccioni di Baghdad in nome dei quali pretendevano di parlare. Visto che a questi cenciosi “inadatti alla democrazia” l’Europa di Chirac non poteva né voleva dare la parola, e il grido di esultanza, ci hanno pensato gli angloamericani. Lo hanno fatto anche in nostro nome. Grazie.
- Editoriale de Il Foglio -

Bush y Blair han frustrado la oportunidad de vencer pacíficamente a Sadam Husein, cuya estatua ha aguantado más de lo que se esperaba, y de avanzar hacia un mundo en el que se impusiera la ley para todos, y no la voluntad de quien es el más fuerte en términos militares, aunque no en términos diplomáticos. En la hora de la victoria no se puede olvidar que Bush no consiguió en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas los votos que necesitaba para legalizar esta guerra que nunca debió producirse.
- El Paìs - in rappresentanza di tutti coloro che hanno di nuovo perso un'occasione.



























































































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Quelli che non sanno gioire. I pacifisti dicevano di non volere questa guerra. Oggi quindi dovrebbero coerentemente festeggiare nelle loro manifestazioni di piazza. E allora perchè non c'è sollievo, allegria, sorriso sui loro volti?
Il fronte del no aveva programmato da tempo le iniziative di protesta previste nei prossimi giorni. Però ieri è successo qualcosa. Un qualcosa che avrebbe dovuto consigliare l'inizio di una riflessione almeno a quelli il cui buon senso non era stato completamente soppiantato dalle sirene della propaganda. Che avrebbe dovuto imporre loro di fermarsi un momento per rivolgere a se stessi qualche domanda e soprattutto cercare qualche risposta seria. Inutile dire che questo non è successo. D'altronde cosa volete che sia un regime che crolla con tutti i suoi simboli tra il giubilo della popolazione. C'è chi ha certezze troppo radicate per essere scalfite da simili dettagli. E così il fronte pacifista ha visto come tutto il mondo le immagini del 9 aprile 2003 di Baghdad. Ma le ha prontamente rimosse, perchè oggi c'era da rispettare il programma. E il programma prevedeva per esempio in Spagna due ore di sciopero generale «contro l'aggressione imperialista» e manifestazioni studentesche nel centro delle principali città. Per chi passava di lì la scena aveva un qualcosa di surreale. Da una parte le prime pagine dei giornali annunciavano la fine di una dittatura e l'inizio di una nuova vita per gli iracheni che si liberavano da un incubo e lo gridavano finalmente senza paura. Dall'altra migliaia di ragazzi ed adulti dell'Occidente democratico che ancora una volta non avevano saputo nè voluto pensare la realtà. Contro che cosa protestavano oggi? Contro una guerra che non c'è più? Contro la liberazione di un paese da una tirannia? Sembra incredibile ma la risposta è sì.
Fuori dallo spazio, fuori dal tempo, fuori dalla storia. Ancora una volta, più che mai. Oggi (e, immaginiamo, nei prossimi giorni nel resto d'Europa) abbiamo assistito alla rappresentazione visiva di una dissociazione dalla realtà di dimensioni colossali. Colossali quanto quelle della statua in bronzo del Raìss che da ieri fa parte del museo degli orrori della storia. Quello che qualcuno non visiterà mai.

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Il significato di questo giorno. Il primo commento spetta a lui. Andrew Sullivan descrive con queste parole la vittoria alleata. «Celebrate it. Don't let the whiners take this away from you or from the people of Iraq». Celebriamola.
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mercoledì, aprile 09, 2003
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Cade un altro muro. Lo vogliamo dire così con parole semplici. Scene di giubilo accolgono a Baghdad gli alleati come liberatori. C'è in giro quella splendida confusione dei momenti che fanno la storia. E che solo gli eterni profeti di sventura non potranno mai capire. Forza ragazzi, sta finendo. Anzi, sta finalmente cominciando.
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L'intervista che a sinistra dovrebbero imparare a memoria. Soprattutto qui: «Le stesse caratteristiche della minaccia terroristica sono state dimenticate, quando quel pacifismo estremo addirittura nega in assoluto che possano esserci interventi militari preventivi, usando categorie che avevano un senso quando la minaccia poteva venire soltanto da o tra Stati. Ma il terrorismo è tutt'altra cosa. E lo si può anche prevenire, senza che questo significhi giustificare la guerra in Iraq. Tra l'altro la Carta Onu prevede all'articolo 39 che la forza militare può essere usata non solo contro aggressioni ma anche contro minacce alla pace. E all'articolo 50 prevede anche l'uso di misure preventive. Non ci si può chiudere in assoluti che finiscono per diventare sofismi davanti alla realtà. C'è stata una fuga nell'estremismo, che è diventata ideologica, e ha impedito alla sinistra di mantenere una connessione con i fatti e un'incidenza sui fatti». E qui: «Naturalmente una democrazia nel Sub-Sahara non avrà le caratteristiche di Westminster, perché per esserci nascerà dalla coscienza di chi ci vive, non da quella di chi è nato ad Oxford. Ma mi chiedo: l'idea di un'Europa antagonista degli Usa può migliorare il mondo? Aiuta l'idea di un'Europa potenza civile dove quel che conta è solo l'aggettivo ma non il sostantivo? E' utile l'idea di un Medioriente in cui non abbiamo il coraggio di riconoscere, con tutta la simpatia per i palestinesi, che Israele è una parte di noi? E comunque, visto che le simpatie prevalenti in Europa vanno oggettivamente alla Palestina, possiamo contribuire alla pace in quell'area senza metterci insieme agli Usa, che per converso hanno un rapporto privilegiato con gli israeliani?».
Giuliano Amato su Repubblica parla del rapporto tra sinistra e Occidente e non è tenero. Nel nostro piccolo avevamo giorni fa notato che nel mondo scaturito dall'11 settembre questa relazione conflittuale era emersa in modo drammatico dopo gli anni di nascondimento successivi al crollo del comunismo. E che su di essa si sarebbe giocato il futuro della sinistra stretta fra ricerca di una definitiva e irreversibile modernità e avvitamento ideologico suicida. Sono soddisfazioni, se permettete.
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martedì, aprile 08, 2003
What went wrong. Strepitoso John Keegan nell'analisi degli errori nella strategia bellica di Saddam e di quelli dei commentatori nei nostri mezzi di comunicazione. Si può ragionare sulla guerra. Eccome. Peccato che in troppi non l'abbiano fatto.
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Quando due più due non fa quattro. Daniel Drezner parla dell’Iraq body counter, il pallottoliere dei morti civili iracheni al quale qualche blogger di casa nostra si è tanto affezionato da inserirlo con entusiasmo nel proprio sito. Uno degli autori di questa trovata è Marc Herold, famoso per aver clamorosamente sovrastimato le vittime della guerra in Afghanistan a causa proprio del fallimentare metodo di calcolo da lui stesso ideato. Sull’Iraq body counter la BBC si è basata nel dare le sue stime. Ma pare che «... Iraq Body Count Project's minimum count of Iraqi civilian deaths is higher than what the Iraqi government itself claims!» . Già.
Sinceramente non ci voleva Einstein per capire anche da soli che era una sciocchezza.
Intanto il National Post si sofferma sulle previsioni catastrofiche che hanno sempre preceduto gli ultimi conflitti per poi essere clamorosamente smentite.

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Va tutto bene. Mentre i tanks alleati erano a un chilometro da lui il Ministro dell'Informazione iracheno assicurava che Baghdad era al sicuro e che l'esercito stava ricacciando indietro gli «invasori». Scene dalla fine di un regime.
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Kanan Makiya. Ottava puntata del diario dell'esule iracheno che ripropone l’idea di un assetto federale per il nuovo Iraq. Dove magari un giorno un curdo potrà essere primo ministro.

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Uno di cui non sentiremo la mancanza. Alì il Chimico. Cugino di Saddam, era così chiamato perchè fu ai suoi ordini che si compì la strage di Halabja in cui 5.000 persone vennero gassate senza nemmeno potersene rendere conto un mattino di primavera di 15 anni fa. Fu l’uomo che guidò personalmente la repressione e il genocidio dei curdi. Sembra che un raid aereo lo abbia ucciso sabato. Poi qualcuno dice che le guerre non servono.
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E’ uscito in America «Gulag: a history». Lo ha scritto Anne Applebaum del Washington Post. Lo recensisce The New Yorker in un lungo e interessante articolo. Il libro è forse la più completa storia del sistema concentrazionario sovietico mai scritta. Nascita, evoluzione, funzioni dei campi di lavoro, di prigionia e di morte sorti con Lenin e il Terrore Rosso, diventati con Stalin il marchio di fabbrica dell’Unione Sovietica e aboliti solo con la fine dell’era comunista (dopo Stalin il sistema dei campi subì un ridimensionamento drastico ma non cessò mai). Dall’antico monastero delle isole Solovky alla Kolyma dei cento campi, da Salamov a Solgenitsin a tutti quelli che non tornarono, questa storia ci ricorda che il Gulag era dappertutto e in fondo tutto era Gulag. I Gulag fecero più vittime dei lager nazisti. Di questi ultimi tutti sanno tutto per fortuna. Dei primi disgraziatamente non si può dire lo stesso.
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lunedì, aprile 07, 2003
Come tutti i tiranni quando il loro mondo crolla. Tra immaginazione e realtà Magdi Allam prova a descrivere gli ultimi passi di Saddam verso l'uscita di scena. Solitaria.
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In diretta. Alleati nel centro di Baghdad.
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Ancora sulla ricreazione. Anche Julie Burchill sul Guardian fa notare che forse è ora di tornare in classe. Pungente.
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Com'è fatta Baghdad. Uno sguardo alle aree urbane della capitale ora che gli alleati ci sono dentro. Intanto gli inglesi stanno prendendo il controllo di Bassora.
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In copertina. «Jessica Lynch,» he called, «we’re United States soldiers and we’re here to protect you and take you home». The American approached the bed and took his helmet off and she looked up at him and replied: «I’m an American soldier, too». Così finisce l’incubo di Jessica. Newsweek racconta la storia completa della sua liberazione ad opera delle forze speciali e di... Mohammed.
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Verso il nuovo Iraq. Perchè in Iraq non sarà necessario starci molto. Perchè le masse arabe non stanno esplodendo. Perchè la ricostruzione del paese sarà una occasione irripetibile per la democratizzazione del medioriente. Con una domanda finale: sapranno gli arabi stessi cogliere questa opportunità? Dall’Economist.
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Quando tutto questo sará finito. Il dibattito sul dopoguerra è ufficialmente aperto. Ancora una volta ci si divide sul ruolo dell’Onu. Chi si è opposto alla guerra ora vorrebbe rientrare in gioco tramite il coinvolgimento delle Nazioni Unite. Chi la guerra l’ha fatta ritiene di avere la legittimazione per impostare direttamente la transizione in Iraq. La posizione di Blair attualmente sembra non escludere un ruolo politico dell’Onu ma sarà più chiara probabilmente dopo il vertice di Belfast. Sul peso da attribuire agli oppositori di Saddam in esilio rispetto a componenti interne irachene si confrontano Pentagono e Dipartimento di Stato. Il Washington Post illustra piuttosto chiaramente la situazione al momento. Wolfowitz in un’intervista parla di un'amministrazione provvisoria di sei mesi prima della formazione di un governo iracheno. Il Weekly Standard fa chiaramente capire cosa pensa di un ritorno delle Nazioni Unite sulla scena e cita esempi di ricostruzione sotto egida Onu non proprio confortanti. Qui infine la lettura di Debka.
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domenica, aprile 06, 2003
Flashback. Nel 1917 gli inglesi presero Bassora e Baghdad. Ecco come.
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In diretta. Greg Kelly (corrispondente della Fox News) entra in Baghdad con gli alleati. Questo il suo racconto. «Now that we're here there's a sense that things are kind of culminating and people think it could be over relatively soon. That's just the opinion on the front line, but there is a sense that things could be wrapping up and that things are going exceedingly well. We cut through a significant portion of the city. Once again, this fight has been taken into the heart of Baghdad. We're not on the outskirts, we're not in greater Baghdad - this is it. This is Baghdad. This is what these guys came here for - and we'll be here for a while».
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Scoperte. E mentre in Europa ci si dibatte tra marce del fine settimana ed analisi giornalistiche un po' azzardate (vedi post precedente), in Iraq cominciano ad affiorare realtà che dimostrano una volta di più che cosa si sta combattendo in questa guerra. I britannici hanno trovato i resti di centinaia di corpi mutilati in quello che sembra un luogo di tortura del regime. To be continued, purtroppo. Update: la metà dei corpi sono di soldati iraniani uccisi durante la guerra Iran-Iraq.
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Spinelli e destra religiosa. Ormai sembra diventata una questione di principio per lei visto che ci dedica un editoriale su due. La destra cristiana americana la pensa così. Ed è piuttosto noto peraltro. Ma la Spinelli continua a dire che la pensa così. Qualcosa non torna. E l'articolo di oggi appare francamente sopra le righe nel suo tentativo di demonizzazione. Forse è solo che la guerra si avvicina all'esito previsto e gli intellettuali anti-Bush (anche quelli bravi) non ci stanno ad ammettere di avere sbagliato qualche previsione. E reagiscono così, un po' emotivamente. Ne vedremo delle belle. O tempora, o mores!
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sabato, aprile 05, 2003
La ricreazione sta finendo. In questi giorni più volte abbiamo pensato a due immagini contrapposte: da una parte ventenni che in Iraq stavano mettendo alla prova la loro professionalità ed il loro senso di responsabilità rischiando la loro stessa esistenza per rendere un servizio al mondo libero; dall'altra, nelle strade del mondo libero, ventenni che lanciavano i più improbabili slogan contro il senso stesso dell'azione dei loro coetanei in quella che appariva una interminabile ora di ricreazione rispetto al dovere di pensare la realtà e di provare a capirla. Uno sguardo acuto su questo giardino d'infanzia lo getta Daniel Henninger sul WSJ trattando quella che chiama l'anti-Woodstock. Il Foglio oggi ci fa un commento. Passare dalla fase in cui gli adulti sono eternamente giovani a quella in cui i giovani diventano finalmente adulti.
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Diario. Dentro Baghdad. La passeggiata. La strategia Rumsfeld. Michael Kelly. Dopo la conquista dell'aeroporto gli alleati sono entrati in Baghdad nelle prime ore di questa mattina. Sul perchè di questa accelerazione le opinioni degli analisti. Sono passate meno di tre settimane dall'inizio di questa guerra. John Keegan (ieri su La Stampa non on-line) faceva notare che gli iracheni non l'hanno combattuta e che gli errori strategici di Saddam sono stati enormi (non minare i ponti , mandare allo sbaraglio divisioni della Guardia Repubblicana ad esempio). Due le possibili spiegazioni: o un'effettiva disfatta nella conduzione della guerra o una sorpresa finale che il regime starebbe preparando. Le prossime ore ce lo diranno anche se la sensazione di mancanza di una guida è forte. Nè valgono a confutarla le immagini della passeggiata di Saddam trasmesse ieri dalla televisione irachena. Una messinscena con tutta probabilità, secondo Magdi Allam. Intanto il NYT "scopre" che forse la strategia Rumsfeld non era poi così male. Scommettiamo che nei prossimi giorni assisteremo a qualche altra marcia indietro da parte delle onnipresenti cassandre delle prime due settimane?
Ieri è morto in Iraq Michael Kelly, giornalista del WP, National Journal, Atlantic Monthly. Il ricordo di Peggy Noonan.
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Hasta siempre Comandante. Oggi cominciamo così. Perchè siamo un po' stanchi di sentirci dare lezioni dall'intellighentsia (è personale non vi preoccupate). Se ne parlava qui: il rapporto tra la sinistra e l'Occidente, il riformismo, Blair e così via. Di seguito un esempio dello stato attuale del dibattito all'interno della sinistra italiana che si candida a governare il paese. Lo ammettiamo, come direbbe qualcuno è sparare sulla Croce Rossa. Ma è uno spaccato interessante per capire che forse c'è ancora un po' di strada da fare. Parla degli stessi che (spesso a sproposito) non perdono occasione per denunciare Guantanamo. Ma per loro Cuba si ferma lì. Il resto è mitologia.
Il brano è tratto dalla cronaca regionale de La Stampa, è un po' lungo ma vale la pena riportarlo per intero. (Grazie a Fabrizio).

Lo strappo da Fidel divide la sinistra Attacchi al segretario Ds Marcenaro anche dal suo partito
4/4/2003
LA protagonista indiretta della nuova frattura nella sinistra italiana si chiama Maria de Los Angeles Flores Prida. L´Ambasciatrice di Cuba a Roma è l´ospite d´onore della manifestazione organizzata dall´Università di Torino e dalla Regione Piemonte per celebrare il ruolo delle donne nelle lotte di liberazione. Il convegno si svolgerà l´11 di aprile ma il segretario regionale dei Ds, Pietro Marcenaro, d´accordo con la responsabile della politica estera della segreteria nazionale della Quercia, Marina Sereni, ha deciso di non parteciparvi come «piccolissimo segno di protesta contro l´arresto di 78 persone la cui unica colpa è quella di avere delle opinioni diverse da quelle della Signora Ambasciatrice e dal governo de l´Avana». La conseguenza dello strappo dei Ds da Fidel è l'acuirsi dei problemi all´interno della sinistra. «L'agitarsi di Pietro Marcenaro contro Cuba con argomenti presi a prestito dalla peggiore e volgare propaganda anticastrista, è segno di livore politico contro la rivoluzione che ha dato dignità ad un popolo straordinario come quello cubano», scrivono i consiglieri regionali Enrico Moriconi (Verdi), Pino Chiezzi (Comunisti Italiani), Marisa Suino (esponente di Aprile, la componente ds guidata da Cofferati e Giovanni Berlinguer), Rocco Papandrea e Mario Contu (Rifondazione). I cinque consiglieri difendono a spada tratta Cuba dove «tutti mangiano, studiano gratuitamente, e vengono curati gratis da un sistema sanitario considerato tra i migliori al mondo» e sostengono che «questo può dare fastidio a chi pensa ad un mondo dominato dalla fame, dalle malattie e dalla disperazione per la povertà e per le inumane condizioni di vita». Ma non basta: «Contro le conquiste di Cuba - ricordano i partecipanti al Laboratorio della Sinistra - ottenute a caro prezzo visto l'embargo economico in atto, svolgono azioni criminali gruppi di fuoriusciti di stanza a Miami. Agenti terroristici ed anticastristi compiono attentati cruenti contro civili a Cuba. In uno di questi ha perso la vita un ragazzo italiano, Fabio Dicelmo, morto in un attentato nell'albergo nel quale alloggiava nel 1999». E il j´accuse prosegue: «Ci chiediamo perché analoga agitazione non sia stata manifestata in occasione della visita dell'ex ministro argentino Cavallo, corresponsabile dei massacri dei desaparecidos durante il governo dei militari». E Marcenaro? Il segretario dei Ds, che ha gennaio ha rappresentato il partito al primo congresso della Corriente Socialista Democratica Cubana, replica stupito: «Ho semplicemente manifestato la mia indignazione perché il governo cubano ha arrestato 78 persone, che adesso rischiano durissime condanne, solo perché hanno cercato di manifestare opinioni diverse da quelle del regime». Aggiunge: «Non capisco di che cosa mi si accusi. Ho detto una bugia? Me lo dicano. Purtroppo ho detto solo la verità. Una verità che evidentemente non piace. Io non ho detto che i cubani non mangiano, anzi credo che anche nelle prigioni gli diano da mangiare ma questa non è una buona ragione per tenerceli dentro». Ma gli argomenti di Marcenaro non scalfiscono il muro innalzato in difesa di Fidel Castro. Anzi. Ecco la posizione di Luca Robotti e Vincenzo Chieppa, segretari regionale e provinciale dei Comunisti Italiani: «Cuba non è una democrazia, così come oggi comunemente la intendiamo, e allora? Vogliamo paragonarla al Cile di Pinochet, all'Argentina dei colonnelli, al Salvador degli squadroni della morte? Come si fa, anche solo a pensare, di liquidare l'esperienza del socialismo cubano con una accusa di autoritarismo del suo governo? Perché non chiedere la fine immediata dell'embargo, che provoca tante sofferenze a quel popolo, soprattutto ai bambini?». Ed Elena Ferro, assessore provinciale alle Risorse Idriche, ricordando che «la Provincia di Torino ha stipulato ben due accordi di cooperazione con le Province dell'Habana e di Ciego de Avila di cui sono stata promotrice in prima persona perché convinta della necessità di dialogo e di cooperazione tra popoli anche molto diversi» annuncia la partecipazione «in prima fila per ascoltare il racconto di quelle donne straordinarie a cui va la mia più profonda stima». Per la controreplica Marcenaro si affida ad un testo firmato con la Sereni disponibile sul sito web del partito: «I Ds si sono sempre schierati a favore di una piena ed effettiva democratizzazione di Cuba e, parallelamente, non abbiamo smesso di condannare tutte le politiche di embargo economico poste in essere dagli Stati Uniti». E ancora: «Pensiamo che, come dicono molti democratici cubani, devono finire i due "embarghi": quello economico degli Stati Uniti contro Cuba e quello democratico del regime autoritario contro il popolo cubano».


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venerdì, aprile 04, 2003
Per Giulietto e i quaquaraquá. Ultimo sondaggio Post-Abc News.
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Il giulivo Giulietto. Ci eravamo ripromessi di non parlarne mai. Ma il suo Diario pacifista di oggi è troppo succoso per non tuffarcisi. Dopo aver gareggiato nei mesi scorsi con Gino Strada a chi lanciva più invettive contro tutto quello che fosse a stelle e strisce oggi Giulietto Chiesa tenta di spiegarci che, caspiterina, non avevamo capito niente come al solito. E lo fa usando il comodo espediente con cui molti antiamericani provano a mascherare le loro vere intenzioni: prendiamocela con Bush e diciamo che non rappresenta l'America. Il che riferito ad una democrazia già è un bel paradosso. Detto poi dai pacifisti ideologici alla Giulietto Chiesa suona veramente come un insulto all'intelligenza di chi legge. Anche per fare i furbi peraltro occorre una certa eleganza. Giulietto si muove invece come un elefante in cristalleria. Vediamo qualche esempio: «...come qualcuno ha scritto, molto saggiamente, George Bush sta all’America (intendendosi con ciò gli Stati Uniti) come Silvio Berlusconi sta a questa Italia pacifista». Il dettaglio che il 75 % degli americani appoggino il Presidente sembra non scalfire le certezze del nostro. «...Io sono dalla stessa parte dell’americano Michael Moore e di tantissimi altri americani, con i quali ho condiviso e condivido i valori fondamentali di democrazia che hanno nutrito gli Stati Uniti per decenni, ma che ora sono schiacciati dalla propaganda di guerra di Fox Tv». Il che scritto da un apparatchik coi baffi fa una certa impressione. Poi il clou: i pacifisti come lui antiamericani? Ma quando mai, ma a chi sarà venuto in mente, attenti a cosa dite, guerrafondai, reazionari al servizio dell'Impero. Finale stellare: «Che c’entra dunque l’antiamericanismo? Niente, naturalmente. E’ solo un mito artificiale, un lenzuolo da sepolcri imbiancati, da mercanti nel tempio, la cui temperie morale è descritta efficacemente dall’impresa - in cui sono impegnati allo spasimo - senza gloria e senza rischio, di difendere il più forte. Che non significa affatto che sia il più saggio». Mito artificiale, sepolcri imbiancati, mercanti nel tempio senza morale. Come osate. Ma non è finita: «Impresa molto simile, per coraggio e dignità, a quella di bombardare dall’alto popolazioni innocenti. Vittime. Come vittime sono quegli americani che, a milioni, sono privati di una informazione corretta sullo stato del mondo». Che sia perchè non hanno Giulietto? O Lietta?
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Per chi ama ragionare in termini di costi e benefici. Uno studio dell'Università di Chicago dimostra che sia dal punto di vista economico che da quello della salvaguardia di vite umane la guerra contro Saddam è meglio del contenimento.
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Barenghi d’Australia. Altro caso di tanto peggio tanto meglio. E’ quasi con rammarico che Guy Rundle scrive su The Age: «Arab and Muslim anger across the world is growing, but it has not yet reached the point where cautious Arab regimes feel threatened, or see the need to adopt a more aggressive policy. The atrocities against civilians are growing, but they are not yet at the level of the first Gulf War». E’ con speranza che aggiunge: «It is not impossible that substantial sections of Iran and Syria - with or without their governments - will join the fight. Bloody as such a result may be, it may be for the best in the long run, because it is the only result that would set limits to future adventures».
Certa sinistra si sta infilando in un baratro da cui non vediamo come possa uscire. Ci sembra coerente affermare che in questo momento storico, nel contesto della lotta al terrorismo e ai regimi criminali, sia in gioco tra le altre cose la compatibilità della sinistra europea con l’Occidente ed i suoi valori liberaldemocratici. Il dopo 11 settembre ha acuito le differenze tra le sue diverse componenti. La sinistra moderna (di ispirazione blairiana o riformista per intenderci) ha davanti a sé un’occasione forse irripetibile per affrancarsi definitivamente da chi, orfano dei suoi riferimenti terreni ed in balia dei fantasmi del suo passato, non ha potuto far altro che collocarsi fuori dalla storia e sta facendo di tutto per trascinare con sè quanti più candidati al suicidio gli risulti possibile. Molti si stanno perdendo. Speriamo che dalla tempesta almeno riesca ad uscire anche a sinistra una generazione politica in grado di parlare e di situarsi senza ambiguità, consapevole, responsabile e che perfavore non appaia già vecchia prima di cominciare. E' chiedere troppo? Gli esempi ci sono già. Basta saperli seguire. Torna in mente un articolo di François Furet (quante volte torna in mente Furet) intitolato Le foglie morte dell’utopia e pubblicato all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Anche di questo riparleremo perchè ne vale sinceramente la pena.
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Amnes(t)y International. Sulle ONG si potrebbe parlare a lungo. Lo faremo. Per ora accontentatevi di questo assaggio che sa di dejà vu.
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E poi si critica chi vuole esportare la democrazia... Bernard Lewis sulle origini del partito-Stato in Iraq. Un’idea tutta europea (i modelli: nazismo e comunismo) e assai poco islamica. Dal National Post.
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giovedì, aprile 03, 2003
Diario. La strada per Baghdad. La fase decisiva. Jessica Lynch. L'avanzata di questi giorni è arrivata alle porte di Baghdad. Gli alleati ora si trovano all'aeroporto della capitale. Il passaggio dell'Eufrate (La Stampa archivio Esteri n. 1) e la conquista del canale Saddam sul Tigri. Le Divisioni "Medina" e "Baghdad" della Guardia Repubblicana non hanno retto all'urto di fanteria, aviazione e marines. Nei prossimi giorni (o ore) comincerá la battaglia della capitale.
Come ogni momento drammatico anche la guerra ha in fondo una sua bellezza. Il racconto del salvataggio di Jessica (La Stampa archivio Esteri n. 2), la maestra che voleva essere soldato, è splendido. E' anche qui.
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Hanno rotto gli argini. Passo dopo passo ci siamo arrivati. Dopo le mezze frasi, le allusioni di circostanza, ci aveva pensato Il Manifesto a far capire chiaramente che c'era chi sperava che per gli alleati andasse male. Oggi un comunista storico non ce l'ha più fatta a tenersi dentro quel che da tempo covava. E lo ha detto: «Io sto con l'Iraq di Saddam». Pietro Ingrao ha il dono della chiarezza. Avanti ragazzi, chi è il prossimo? Secondo noi sono in parecchi. Non immaginate quanti.
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Non l'hanno colpito. Dal Guardian: « However the British Red Cross denied an earlier report that a Red Crescent maternity hospital had been bombed and at least three doctors and nurses had been wounded. He said: "A missile struck the building opposite and the blast was so strong that the windows and roof of the hospital were damaged. But no one inside the hospital was injured - the building was evacuated three days ago». Vedremo i giornali domani.
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Come 133 anni fa. Curioso parallelo tra la guerra in corso ed il conflitto franco-prussiano. Secondo voi chi fa la parte degli iracheni?
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Ma non erano tutti pronti a morire per lui? Intervista a un disertore dell’esercito di Saddam rifugiato in territorio curdo. Il ragazzo racconta cosa significa essere soldato in Iraq: «All of us, as soldiers, wanted to be free," he said. "We like freedom. We were forced to serve as soldiers. The soldiers want to desert and go back to their families, but they are frightened to desert because their families will be arrested. Since we were children we hoped to travel to other countries, to have a life like people in other countries have. In Iraq you are always controlled. Twenty-four hours, monitored, observed in your quarters, in your alleys». Il ragazzo viene da Najaf, la città liberata ieri: «In Najaf people are only worried about how to get food, and if they will have enough food. They were worried how long the war would last and what would come after it. I only talked to my family. You can't talk about these things outside of your house. But in my family we were happy about the Americans coming. We knew war was coming and we talked about, insh'allah, getting rid of this government». Il ragazzo non scherzava. Ieri gli alleati sono stati accolti così nella sua città. Il ragazzo ci fa capire quanto profonda sia la voglia di libertà nel suo paese: «I can understand that they want to liberate Iraq, free the people of Iraq, create a better life in Iraq. I am very comfortable about the fighting in Iraq because I can see they want to free Iraq». Il ragazzo merita un futuro migliore. Arriverà.
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Se li fanno parlare... Questo articolo (da Newsrack Blog) è apparso in settimana sulla rivista tedesca Die Zeit.
E’ un’intervista ad alcuni ispettori della missione di Hans Blix in Iraq. Ecco cosa pensano davvero (liberi da dichiarazioni ufficiali) del comportamento di Francia Germania e Russia nella crisi.
La guerra si poteva evitare? «Yes, say some [inspectors]. But with a surprising argument: Germany, France and Russia made war unavoidable with their purported peace politics. Gerhard Schroeder's categorical 'no' to military deployment was simply "crazy." "We might have been able to fulfill our mandate," one hears in the hotel lobby».
Prego? "We were dependent on military pressure", an inspector emphasizes. They made no progress without the US aircraft carriers in the Persian Gulf and without the troop deployments to Kuwait. They experienced the diplomatic tug-of-war between Washington and the European peace axis as a historical irony: from their point of view, every demand for a peaceful solution reduced the pressure on Iraq and made peace more unlikely. Success was less a question of time than one of the credible threat of the use of force. "Where," the inspectors ask today, "were the teeth?" More time, the demand of Germany and France for inspections, would have been well and good. But: "They should have sent their own troops and ships".
Volete dire che… «a united Security Council might have forced a peaceful disarmament. But even then an ambivalent thought that sounds surprisingly hard coming from an inspector: "How does one best handle a tumor -- with a quick surgical procedure or with long, difficult chemotherapy whose success is doubtful?». Capito bene?
Qui la versione originale per chi legge il tedesco.




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mercoledì, aprile 02, 2003
Differenze. Mentre l'America investe in pensiero e conoscenza l'Europa è ancora ferma ai fantasmi di Srebrenica. I due editoriali del Foglio di oggi sono imperdibili.
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A Wittgenstein. Caro Luca, crediamo che la tua riflessione di oggi su quanti morti civili potrebbero essere ritenuti "tollerabili" per l'abbattimento di Saddam non sia pertinente. Innanzitutto assomiglia troppo al contatore delle vittime piazzato con estremo cattivo gusto su qualche sito di tua conoscenza e troppo facilmente "perdonato" dalla comunitá dei bloggers (almeno quelli anti-guerra). Poi denota un'ansia di giudicare questa guerra non per i risultati che otterrá rispetto agli obiettivi prefissati ma in base a quei criteri emozionali che l'opinione pubblica sembra fino ad oggi aver avuto come unico riferimento. Non è così. Troppo facile e decisamente strumentale. In Afghanistan si calcola vi siano state 1800-1900 vittime tra i non combattenti. Nessuno se ne rallegra, certo. Ma questo significa forse che quell'intervento non andasse fatto? Credo che nessuna persona dotata di buon senso politico potrebbe giungere a questa conclusione. E' innegabile poi che la guerra contro il regime di Saddam sia stata caratterizzata fin dall'inizio dall'intenzione di limitare al minimo i morti civili, tanto che proprio per la modalità "light" con cui è stata condotta nelle prime due settimane sono piovute critiche contro i vertici del Pentagono. Il tuo argomento ci sembra quindi un po' pretestuoso perchè non tiene conto della realtà della guerra e soprattutto per un dato di fatto non trascurabile: finita questa guerra, così come in Afghanistan, i civili cesseranno finalmente di essere le vittime designate del loro regime e la vita potrá - immagino sia la speranza di tutti - ricominciare su nuovi presupposti. Detto questo ti assicuro che anche chi, come noi, appoggia l'azione militare desidera che la popolazione ne subisca il minor numero possibile di conseguenze. E crediamo di non sbagliare dicendo che questo è anche l'obiettivo delle forze alleate. Dubitiamo invece che sia quello di Saddam al quale troppo spesso sono state risparmiate osservazioni di questo genere. Detto altrimenti: di quanti morti avevamo bisogno prima di arrivare alla conclusione che questo regime dovesse essere abbattuto? Questa sarebbe semmai la domanda cui il fronte anti-guerra non ha mai trovato una risposta.
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Eppur si muove. Pare che negli ultimi giorni la France abbia cominciato a farsi qualche domanda. Jacques il principe della Pace non si tocca, beninteso. Ma la minoranza finora silenziosa prova a farsi sentire.
Poi c'è qualcuno della maggioranza che si fa sentire in altro modo.
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Saddam non c’è più? Ieri sera i telegiornali aprivano con il messaggio televisivo del regime iracheno che incitava alla guerra santa. Ma la notizia era un’altra: che in video non era comparso nè Saddam nè alcuno dei suoi sosia. Ultimi rantoli di una tirannia? Ancora presto per dirlo, però...
Intanto qui Saletan riflette su come il regime abbia ormai apertamente manifestato la sua natura terrorista. Mentre in territorio iracheno continuano i ritrovamenti in attesa che la caduta di Saddam permetta di portare alla luce tutto il resto.

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Quell’angolo di Iraq dove le bandiere americane sventolano e questa guerra è benedetta. Viaggio tra i peshmerga del Kurdistan iracheno che combattono con gli alleati. Sognando Kirkuk, ricordando il presidente Wilson e aspettando con trepidazione il momento in cui del regime genocida di Baghdad non si dovrà più avere paura. E’ questo l’articolo della settimana sul New Yorker.
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martedì, aprile 01, 2003
Non notiziabile. Continuiamo a seguire noi questa storia, visto che i media sembrano un po' distratti.
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Peter, ancora tu! Per questa intervista, decisamente inopportuna, Peter Arnett è uscito nuovamente di scena in maniera poco gloriosa. Non si può dire che alcuni colleghi se ne dispiacciano.

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Antisemitismo e codardia. In Francia di questi tempi c’è un bell’ambientino... Una manifestazione “pacifista” si trasforma in un corteo antisemita in cui i musulmani sfilano gridando cose così: «Vive Chirac! Stop the Jews!» o «Siamo tutti kamikaze!». In Parlamento il Ministro dell’Interno non trova di meglio che invitare alla calma dicendo: «Non è la nostra guerra». Ce n’eravamo accorti. Ma anche sul coraggio e la dignità di certa classe politica avremmo qualcosa da dire.
Poi c’è anche questa che non è male... un quarto dei francesi la pensa come Barenghi e De Genova.
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The New Yorker vs. Rumsfeld. Dopo aver dato il via alla campagna che ha portato Richard Perle alle dimissioni (qui la sua difesa), in questo articolo (già famoso ancor prima della pubblicazione) il settimanale attacca il Segretario alla Difesa e la sua strategia di “guerra leggera”. Non entriamo nel merito in quanto non siamo esperti militari. Ci limitiamo a due considerazioni per così dire “politiche”. La prima. Come tutte le critiche che in questi giorni stanno montando sui mezzi di informazione, anche questa ci sembra assai prematura: ricordiamo solo che sia la Prima Guerra del Golfo, sia l’intervento in Kosovo, sia quello in Afghanistan richiesero diverse settimane prima di raggiungere l’esito prefissato. La seconda. L’articolo sembra dettato dagli avversari politici di Rumsfeld e dice esattamente ciò che tutti i suoi oppositori vorrebbero sentire: errori di valutazione, arroganza, incompetenza militare. Troppo facile per essere vero. Sa di preconfezionato, conservato e tirato fuori alla prima occasione. Ma forse un po’ troppo presto.
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Pro memoria per il futuro. Ci troviamo in una fase in cui l'informazione schierata contro la guerra - vale a dire la stragrande maggioranza in Europa con bloggers pacifisti al seguito con body-counters o senza - si manifesta secondo queste due tendenze: da una parte un catastrofismo a tratti grottesco secondo il quale per gli alleati - o invasori come molti preferiscono chiamarli - tutto sta andando male, i piani sono clamorosamente sbagliati, gli strateghi americani sono in balia dell'astuto e indomabile nemico; dall'altra una fiducia pressochè acritica nei confronti di qualunque comunicato provenga dalla propaganda del regime di Saddam accompagnata da una diffidenza quasi assoluta verso le informazioni che fornisce la controparte alleata. La prima tendenza sa molto di segreta e inconfessabile speranza. La seconda di stolta e rivelatrice malafede. Nulla di serio in ogni caso.
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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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