1972

lunedì, marzo 31, 2003
Quelli che sperano che vada male/2. Anche l'America ha i suoi. Andrew Sullivan sui veri sentimenti di certo pacifismo e di certa sinistra analizzati attraverso il caso del Prof. Nicholas De Genova. Nota Sullivan: «The rhetoric of the "anti-war" movement has consistently argued that this is indeed a criminal war: that it is being conducted by an illegal president for nefarious ends - oil contracts, the Jews, world domination, etc etc. When you have used rhetoric of that sort, when you have described your own country as indistinguishable in legitimacy from a Stalinist dictatorship, when you have described the president as the equivalent of the Nazi SS, when you have carried posters with the words Bush = Terrorist and "We Support Our Troops When they Shoot Their Officers," then why shouldn't you support the enemy?». Effettivamente.
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Ancora sui missili al mercato. Questa storia è poco chiara. I giornali italiani glissano. Sabato riportavamo questa notizia che ieri anche Camillo riprendeva. Il punto è: non che non possa succedere che alcune incursioni alleate vadano fuori bersaglio. Purtroppo per quanto si cerchi di evitarlo è impossibile mantenere un controllo assoluto su questi eventi. Però, visto che su fatti di questo genere si esercita una forte pressione da parte dell’opinione pubblica, sarebbe il caso che le responsabilità fossero correttamente attribuite. Ci torniamo qui e qui. In attesa che il resto dell’informazione europea cominci a rendersi conto che prendere per buono tutto quel che dice il regime iracheno può non essere la migliore delle opzioni.
Update. Su questo blog (penultimo post Sunday, March 30, 2003) forse la possibile spiegazione. Si tratterebbe di un HARM (US High Speed Anti-Radiation Missile) che automaticamente si dirige verso obiettivi dai quali provengono radiazioni. Potrebbe essere stato attratto da un radar mobile iracheno piazzato nelle vicinanze del mercato. Questo spiegherebbe le caratteristiche peculiari dei segni lasciati sul luogo dell’esplosione che mal si adattano a un Tomahawk o a una bomba. Chi ne sapesse di più può scriverci.
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No pasarán. I terroristi armati sì, Bush Blair Rumsfeld e Straw no. Le nuove regole della Basilica della Natività.
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Non è un moderato. Il Boston Globe non è tenerissimo con Abu Mazen, il primo ministro dell’ANP nominato da Arafat. E si chiede: se Saddam cedesse a Tarek Aziz qualche incarico ci sentiremmo forse più sicuri? La risposta va da sé.
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Non sono belle cose. In Corea del Nord succede anche questo: quando ad una coppia nascono tre gemelli, per ordine di Kim-Jong-Il i piccoli vengono tolti alla famiglia e chiusi in un orfanotrofio. Il dittatore vuole controllarne la crescita perchè è convinto che minaccino il suo potere. Più di trecento casi all'anno.
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domenica, marzo 30, 2003
Quelli che chiamano falchi. Sul Foglio un breve ma efficace ritratto dei neoconservatori che lavorano con Bush. Quelli per i quali (geniale) «un altro mondo è possibile».
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Come le televisioni arabe raccontano la guerra. Tra imitazione dei modelli occidentali e retaggi ideologici sono i secondi a prevalere. Dal WP.
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Kanan Makiya. Sesta puntata. Parla dei Fedayeen di Saddam (speriamo lo legga anche Zaccaria - vedi post di sabato).
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Quelli che sperano che vada male. The Spectator analizza cosa sta accadendo in alcuni settori del giornalismo militante: «There is the war between the allies and Saddam Hussein, and there is the other, hidden war between the opponents of war in the media and those in the field who seem to be prosecuting it with remarkable success. A friend of mine said to me the other day that he hoped lots of Americans were killed because the United States would be brought down a peg or two. I suspect there are many people, otherwise decent and enlightened, who would like this war to be prolonged and bloody. They may even in a twisted sort of way want lots of Iraqi civilians to be killed because their deaths will vindicate the anti-war arguments». Ricorda qualcosa? Sì, evidentemente. Ricorda il memorabile editoriale apparso ieri sul Manifesto (e già citato da molti colleghi bloggers) e che è già storia grazie ad affermazioni di questo tenore: «Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua».
Capite bene? La prima reazione è di sgomento e stupore. Tra l'altro quell'accenno ai civili è un'aberrazione nell'aberrazione. Poi ci si riflette un momento: ed allora ci si ricorda che è dai tempi della Grande Madre Russia che questi signori il mondo lo vedono in questo modo. Si constata per l'ennesima volta che per loro nulla è cambiato nè cambierà mai. E mentre lo stupore svanisce, resta lo sgomento.
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Canadian week. In Canada hanno vissuto una settimana piuttosto intensa. Tra conferme e smentite, passi avanti e retromarce breve cronaca di un supporto "sofferto" all'azione militare contro Saddam (segnalato da Buzzmachine).
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Soft Power e Hard Power. Nel suo libro Maledetti Americani (un saggio sull'antiamericanismo in Italia che qualcuno dovrebbe leggersi) Massimo Teodori riporta un brano di un articolo di Mauro della Porta Raffo (pubblicato sul Foglio) a proposito della «...stranissima convinzione che si è sempre avuta nel nostro paese in base alla quale i democratici americani sono comunque per la pace e per i diritti civili, mentre i repubblicani sarebbero, in ogni caso, guerrafondai e forcaioli. Sarà bene, allora, ricordare che Abramo Lincoln era repubblicano e che in tutte le guerre di questo secolo alle quali gli Stati Uniti hanno partecipato, la decisione di entrare nel conflitto fu di presidenti democratici: W. Wilson (Prima mondiale), F.D. Roosvelt (Seconda mondiale), H. Truman (Corea), e J.F. Kennedy (Vietnam). Di più, le ultime guerre citate ebbero termine a opera di due repubblicani, Eisenhower e Nixon». Per la precisione. E per la storia.
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sabato, marzo 29, 2003
Che dire?!? Premesso tutto quello di prima, citiamo dalla rubrica delle Lettere de La Stampa di oggi (archivio Cultura n. 3). Scrive una lettrice: «...A me è venuto in mente Bush, che dalle sue stanze, magari mentre mastica patatine e hamburger, pigia i telecomandi che eliminano migliaia di piccoli fratelli. Jean Rostand diceva che se si uccide un uomo si diventa un assassino, se si ammazzano milioni di uomini si viene chiamati conquistatori». Le pubblicano pure.
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Iraq Daily? No, Zaccaria. Premesso che La Stampa ha la migliore pagina Esteri di tutti i giornali italiani. Premesso che ci scrive Maurizio Molinari che rispetto a tutti gli altri corrispondenti dagli Usa è sette spanne sopra. Premesso che dove non ha inviati compra dai giornali stranieri gli articoli più interessanti. Premesso tutto questo, il reportage di Giuseppe Zaccaria da Baghdad pubblicato oggi (archivio Esteri n. 5) potrebbe finire tranquillamente sull'Iraq Daily con i ringraziamenti del regime. Alcuni estratti: «La prima «guerra tecnologica» del terzo millennio si trasforma sempre più in macello, ieri sera a Baghdad si è verificato quel che tutti temevano: pezzi di carne sparsi per un raggio di centinaia di metri, corpi di donne e bambini ridotti a poveri ammassi, un bilancio catastrofico di perdite civili. Un mercato è stato bombardato...»; «Forse questo è l´episodio che cambierà la guerra»; «Nessuno, sia chiaro, si era mai fatto illusioni su presunte armi «intelligenti», interventi «umanitari» o guerre «di liberazione». Ma quello che comincia ad accadere a Baghdad assume ormai i connotati di un martellamento terribile e si intensifica ora dopo ora e continua a dirigersi verso obiettivi civili». Non si era fatto illusioni. «...di notte gli invasori bombardano di più il centro mentre le periferie vengono battute 24 ore su 24». Gli invasori. «Nella tecnica militare degli invasori (visto che parlare di strategia ormai sembra improprio) si sente riecheggiare una definizione che gli europei non si sentivano ripetere fin dai tempi del Vietnam: «escalation». Gli invasori. Senza strategia. «La metropoli è controllata in modo capillare, magari anche terrorizzata da «Fedayn» e attivisti del «Baath». Magari, non ne è sicuro. «...la violenza dei bombardamenti americani ha provocato una rinascita del patriottismo, o se non altro del senso di rivalsa anche fra coloro che appena due settimane fa avrebbero visto con estremo favore la caduta di Saddam. Ecco un altro enorme grande errore strategico degli invasori...». Tutti con Saddam. Gli invasori. «...sul Boulevard 14 Luglio un gruppetto di operai stava piazzando lampadine colorate intorno a uno dei tanti ritratti stradali di Saddam Hussein». Commovente. Sincero. Spontaneo. Non male no? Due considerazioni finali. Che Saddam chiami invasori gli alleati ci sembra comprensibile. Che lo faccia un inviato de La Stampa per ben tre volte con studiata ripetitività ci sembra più grave. Che stare a Baghdad in questi giorni non sia divertente lo possiamo capire. Che però questo giustifichi un articolo di propaganda di questo tipo ci lascia abbastanza perplessi. Tanto che ci viene il dubbio che questi articoli qualcuno li controlli prima che siano inviati. Ma forse siamo solo ingenui.
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Dubbi. Se la notizia fosse confermata si imporrebbero alcune riflessioni...
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Diario. Il fronte Nord. I dubbi sulle esplosioni nei mercati. Al-Qaeda. Bassora sequestrata dalle milizie di Saddam. Disfattismo. L'avanzata da Nord delle truppe americane e delle forze curde raccontata dal Boston Globe. Colpito il gruppo radicale Ansar al-Islam. Qui nella pagina dell'Unione Patriottica del Kurdistan. Intanto il New York Times solleva qualche dubbio sulle responsabilità effettive nelle due recenti esplosioni nei mercati di Baghdad. Al-Qaeda sta combattendo al fianco degli iracheni? I soldati catturati sembrano confermarlo. Come le milizie di Saddam mantengono il terrore a Bassora. L'assassinio del capo del principale gruppo sciita della città raccontato dal WP. L'editoriale del WT parla di quelli che già vedono un altro Vietnam (al decimo giorno di conflitto).
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Il sesso "debole" va alla guerra. Lungo ed interessante articolo sulle donne nell'esercito americano. Storia, ruolo attuale, prospettive. Dal Washington Monthly.
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Sorpresa. Ci sono anche i canadesi. Anglosfera praticamente al completo.
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venerdì, marzo 28, 2003
Diario. Le opzioni sul campo. Al Jazeera. La France. Interessante analisi del NYT sulle diverse opzioni che i generali americani si trovano di fronte in questo momento. L'articolo ha un merito: fa capire che anche dalla capacità di adeguare la strategia al mutare delle circostanze si misura l'abilità di chi guida un'azione bellica. La stampa in generale non ha finora sottolineato questo aspetto preferendo concentrarsi sui presunti errori di valutazione. Anche il Times prova ad andare un po' al di là del disfattismo di circostanza (al nono giorno di conflitto).
E mentre gli iracheni sparano sui civili in fuga, Al-Jazeera si difende e contrattacca. Sul Guardian il suo senior editor Faisal Bodi fa chiaramente capire da che parte sta l'emittente del Qatar. Accusa le tv occidentali di non saper fare il proprio lavoro e glissa elegantemente sulle immagini dei prigionieri e dei cadaveri trasmesse e ritrasmesse. Insomma un pamphlet dove ce n'è per tutti quelli che non si chiamano Al-Jazeera.
Intanto la sindrome del né né continua a mietere vittime: stavolta è De Villepin che, interrogato dai giornalisti, preferisce non pronunciarsi. In questo caso però è un passo avanti: fino ad oggi i francesi stavano con Saddam.

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I murales di Saddamland. Una volta era l'arte mesopotamica. Oggi è ...qualcosa di diverso.
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Kanan Makiya. Quinta puntata. Per vincere la paura gli iracheni hanno bisogno di capire che stavolta Saddam è davvero finito. Perchè l'Iraq ritorni definitivamente in mano al suo popolo le opposizioni irachene devono partecipare alla liberazione del paese.
Anche Opinion Journal parla dei timori e delle speranze degli iracheni: «If the U.S. and Britain have miscalculated in their war planning, it is only in underestimating how deep Saddam's terror runs in Iraq. It is so pervasive that many Iraqis won't believe liberation until they see the whites of American eyes».
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Aria. Sembra che in Spagna nove cittadini su dieci siano contro l’intervento per disarmare l’Iraq e deporre il suo despota. Una percentuale che persino El Caudillo Franco invidierebbe se fosse ancora vivo. I mezzi di comunicazione diffondono ogni mezzora questi sondaggi e nei telegiornali della sera vanno in onda senza commento i bollettini dei gerarchi di Hussein che fanno la conta dei morti e accusano gli alleati di crimini di guerra. Quasi ogni mattina ragazzi, che a malapena possono conoscere la storia del loro paese e certamente sanno ancor meno di quella del mondo, sfilano per le strade gridando contro Aznar, Bush e Blair "fascisti" e "terroristi". Gli stessi anatemi si ascoltano pronunciati dai loro maestri: quegli adulti che il fascismo lo hanno vissuto davvero e dovrebbero saperlo riconoscere. Le forze politiche che domani potrebbero trovarsi di fronte alle stesse scelte di chi oggi governa assecondano e promuovono questi riti collettivi di purificazione delle coscienze e di lavaggio dei cervelli. Una sorta di pensiero unico che pare inattaccabile si diffonde dalle televisioni, dalle radio, sui quotidiani ed inonda con la sua forza di omologazione strade, piazze, bar, luoghi di lavoro. Dappertutto lenzuoli, bandiere, poster, adesivi ripetono come un mantra il nuovo credo: no alla guerra. Persino le scuole e le università, luoghi normalmente deputati a fornire a chi le frequenta gli strumenti per leggere la realtà e non precisamente ad appropriarsene secondo schemi imposti e prefissati, espongono striscioni in cui la parola Pace è scritta a caratteri cubitali. La Pace come un esorcismo. I politici del Partito Popolare sono accolti con lanci di uova e con insulti praticamente in ogni appuntamento pubblico cui abbiano l’ardire di partecipare. Non si ascoltano voci di dissenso nell'opinione pubblica. Quei pochi che le vorrebbero esprimere se le tengono prudentemente nascoste. Ciò che la democrazia rifiuta, pena la propria scomparsa, il pacifismo cerca ed ottiene: l’unanimismo.
Nel resto d’Europa lo scenario è lo stesso. L’istinto e l’emotività di masse improvvisamente risvegliatesi dal loro torpore hanno la meglio sulla logica del ragionamento, senza dover neanche troppo combattere. Non sembra preoccupare nemmeno il ripetersi piuttosto frequente nelle città occidentali degli stessi atti e degli stessi slogan che sono di casa da sempre nelle capitali dell’estremismo e del fondamentalismo. Nè sembra turbare la constatazione che più o meno consapevolmente milioni di persone appoggino, quando si verificano, queste espressioni di intolleranza e di fanatismo come se fossero scontate e naturali. Le lezioni di storia addomesticata impartite dai nuovi padroni del pensiero, gli ideologi del mondo capovolto, della realtà in negativo, della filosofia "-anti", sembrano determinare il ritorno ad una fase pre-politica, in cui un rassicurante giardino d’infanzia si sostituisce ad una realtà che, richiedendo l’assunzione di responsabilità, rischia di far paura. Nelle nuove tempeste ideologiche che ne derivano, ancora una volta l’idea dell’Occidente, della democrazia liberale e delle sue forme di rappresentanza ne esce insultata, vilipesa, schernita. A cosa tutto questo possa portare non è difficile prevederlo.
In questo ambiente francamente irreale, dai tratti vagamente totalitari, confessiamo di provare un pesante senso di accerchiamento. Aria, necessitiamo aria. Quella che ci circonda si sta facendo davvero irrespirabile.
(Questo nostro intervento è ospitato anche da I Love America che ringraziamo).


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giovedì, marzo 27, 2003
Non è mai troppo tardi. Il Foglio su Daniel Pepper, che partí per fare lo scudo umano in Iraq e tornò un mese dopo con le idee un po' più chiare. Da leggere (è un PDF. Prima colonna a sinistra).
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Accecati dall'odio. Ormai sono tutti in libera uscita. Un membro del Labour Party esige che Blair sia processato come criminale di guerra. La prosa è adatta alle occasioni solenni: «As Napoleon and Hitler found with the snow at the gates of Moscow, so Blair and Bush might find that the biggest weapon of mass destruction they encounter, before the gates of Baghdad, is the sun». Bella, ce la ricorderemo. Poi: «...many in this country think the fundamentalists now running the White House are using Blair's support as a fig leaf against their critics». Ovviamente tutto questo dopo avere premesso serio: «I am not anti-American». Ma certo che no! Chi saranno mai quei malpensanti che...
Poi capita di girare pagina e sempre sul Guardian (ma potrebbe essere qualsiasi altro giornale europeo: il Guardian sta facendo anche un buon lavoro su questa guerra) trovi questo curioso pezzo. Il sottotitolo dell'articolo è: «Democracy is under threat in the United States; anyone who objects to the conflict in Iraq is not allowed to say so». Che già di per sé sembra un po' grossa. Poi leggi l'articolo ed infatti ti accorgi che non è vero. Ma intanto l'ambiente si carica. E poi ancora pensi per esempio a Chomsky, Vidal, Mailer: tutti notoriamente dietro le sbarre, no? O al povero Michael Moore, che come si sa è stato arrestato l'altra sera all'uscita dal teatro dopo la notte degli Oscar, no? E allora ti viene voglia di comprare un biglietto aereo, lasciare il continente pieno di storia e di tradizione che la sa tanto lunga, viaggiare per sette ore e sbarcare in quel continente di barbari senza passato e senza cultura che, ne siamo certi, accoglierà a braccia aperte come sempre ha fatto altri barbari come noi.
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Né né. Il Riformista spiega qualcosa alla sinistra. Troppo difficile?
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La psicologia di questa guerra. La tecnologia è dalla nostra parte ma la battaglia della comunicazione la stiamo regalando a Saddam. Questa la tesi di Caleb Carr, esperto di strategie militari e di terrorismo. Che critica la decisione di portare i giornalisti in battaglia. La pensa diversamente Robert Lane Green su TNR: sarà proprio la propaganda del regime ad accelerare la sua fine.
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Tra virgolette. Per l'agenzia Reuters Umm Qasr è stata liberata, ma non proprio. Non si capisce bene perchè ma «liberated» è tra virgolette.
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mercoledì, marzo 26, 2003
Mesdames et Messieurs, l'antiaméricainisme!
«Perchè gli americani sono così ignoranti?». Questo il livello del dibattito culturale nella Francia chiracchiana. Lo racconta Cesare Martinetti (archivio Interni n. 2) su La Stampa. Tempi cupi nel vecchio continente. Bravissimo sullo stesso giornale Fabrizio Rondolino che, invitando a manifestare pubblicamente la propria solidarietà agli Usa, scrive: «...sarebbe, più semplicemente, il segno che una parte dell'opinione pubblica italiana non si disinteressa alle sorti dei soldati americani, non considera ininfluenti la battaglia in corso e la posta in gioco, non assiste neutrale allo scontro, non è equidistante fra Bush e Saddam, ma, al contrario, si schiera - anche se è contraria alla guerra - dalla parte della democrazia e della libertà, contro il terrorismo e contro la dittatura». Per contrastare «l'antiamericanismo, residuo velenoso della guerra fredda e snobistico contrassegno di una presunta e indimostrata superiorità europea».
Meglio non si può dire.
Intanto, per non smentirsi, Epifani dichiara di non stare né con Saddam né con Bush (archivio Interni n. 5). Che volete farci, sono i nostri sindacati. Sempre in prima fila nelle mobilitazioni "pacifiste". Non a caso. Tristezza.


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Comunicazione di servizio. Da oggi chi volesse mettersi in contatto con 1972 lo potrà fare al seguente indirizzo di posta elettronica pubblicato anche nella colonna di destra: enzreale@hotmail.com. Grazie.
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L'«arabo pazzo». Tranquilli, non è Osama. E' John Abizaid, il braccio destro del generale Franks. A nostro modesto avviso converrà familiarizzare con questo nome. Nonostante il soprannome.
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Kanan Makiya. Camillo ha passato le prime due puntate del diario dell'esule iracheno. Noi ci incarichiamo della terza. «If you want to understand the perceptual chasm that separates how Iraqis view this second Gulf war from how the rest of the Arab-Muslim world views it--or from how these antiwar elites here in Cambridge or, dare I say, in Turtle Bay or Paris or Berlin view it--then you must begin with the war that has already been waged on the people of Iraq by their own regime. Then you will know, horribly, how the explosion of a JDAM can sound beautiful. For Iraqis, the absence of this new American-led war is not the presence of peace». Amici arcobaleni ...vi basta o proseguiamo?
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Strategia. Ci chiedevamo ieri sera perchè la Tv irachena non fosse stata ancora obiettivo dei raid alleati. Qui si tenta una spiegazione insieme ad altre osservazioni di un certo interesse su quel che potrà accadere nelle prossime ore. Per la verità sembra che fossimo stati buoni profeti.
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Che succede a Bassora? Forse fra qualche ora avremo notizie più precise ma sembra proprio che...
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martedì, marzo 25, 2003
Si può ragionare sulla guerra. La strategia di «guerra leggera» adottata dagli alleati si sta delineando in questi termini: bombardamenti intensi ma limitati ad obiettivi chiave in modo da ridurre al minimo le vittime civili e contemporaneamente indurre il nemico alla resa; regole di ingaggio ferree per le proprie truppe (ovvero colpire solo quando si è sicuri della belligeranza del nemico); evitare per quanto possibile di trovarsi intrappolati all’interno delle città periferiche cercando di mantenerne un "controllo allargato" almeno fino a quando non vi sia la sicurezza di poter entrare senza troppi rischi per i soldati ed i civili; impegnare la resistenza nemica favorendo l’avanzata verso Baghdad, vero obiettivo strategico e probabile scenario dello scontro decisivo.
I rischi sono insiti nell’esposizione diretta delle truppe alle azioni di difesa irachena, condotte finora con tattiche di guerriglia da gruppi scelti (militanti Baath, Fedayeen) in grado di tenere in ostaggio la popolazione delle città e di usarla all’occorrenza come scudo umano. Crediamo che, a grandi linee, il quadro sia questo.
Maurizio Molinari su La Stampa lo descrive perfettamente.
Ne discutono ovviamente i giornali americani. Il WP sottolinea che: «The best-case scenario, of an immediate collapse of Iraqi resistance, has been ruled out, but some of the worst cases so far have been avoided, too -- oil fields have been spared from destruction, Israel has been kept out of the war, and no weapons of mass destruction have been used on allied troops or Iraqi civilians. Much may depend on the engagement now beginning between U.S. forces and elite Republican Guard divisions around Baghdad; if they can be swiftly defeated and prevented from withdrawing into the capital, the bold U.S. strategy may pay off». Il NYT finge di non capirlo e preferisce sottolineare il fatto che: «But reports from Basra, Nasiriya, Umm Qasr and other towns suggest there are few signs so far that the population is cheering the invasion», trascurando il significativo particolare che in quelle città i gruppi armati iracheni continuano a combattere e a disporre della popolazione civile. E il dibattito prosegue sul resto dell'informazione.
Due elementi sono da sottolineare: a dispetto di quanto continuino a sostenere alcuni, questa è la guerra più "trasparente" (per quanto una guerra possa esserlo) della storia. Condotta sotto gli occhi dei giornalisti (alcuni dei quali saranno pure "embedded" ma ci sono e vedono e scrivono), attraverso i mezzi di comunicazione, sulle pagine Internet. E' un dato innegabile. Secondo: nel bel mezzo di un conflitto che vede l'America impegnata al fronte con trecentomila uomini un regista sale sul palco di Hollywood a gridare a Bush: «Vergognati». Al di là di che cosa ognuno possa pensare del personaggio Moore e delle sue parole (e noi ne pensiamo molto male), vorremmo che i professionisti della critica antiamericana ci spiegassero in quale altro paese questo potrebbe accadere con altrettanta libertà e naturalezza. Grazie.




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Verso Baghdad. Ora, la vulgata qui da noi dice che le cose vanno male, c'è resistenza, bisogna anche combattere (è una guerra, sarebbe piuttosto strano il contrario), gli iracheni sono tutti stretti intorno al loro Saddam. Poi c'è la cronaca che racconta invece che Baghdad è circondata, ponti strategici, aeroporti e pozzi di petrolio sono sotto controllo, le infrastrutture di potere e i simboli del regime sono fuori uso, le perdite fra i soldati contenute e il numero di morti civili al di sotto delle più ottimistiche previsioni della vigilia. Tutto questo al quinto (quinto!) giorno di conflitto. Il che non esclude che si vada incontro a grossi rischi soprattutto nella presa di Baghdad. Ma certamente smonta le versioni apocalittiche che qualcuno (che in guerra non c'è andato) sta cercando di accreditare.
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Shame on Moore. Ha preso l'Oscar e ha detto questo. E' riuscito a farsi fischiare persino dal mondo ultraliberal delle stars di Hollywood. Qui un sito che ne parla.
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Pronto mamma? Figliolo, non ne possiamo più. Pare che gli iracheni stiano prendendo coraggio. Nelle conversazioni telefoniche con i famigliari emigrati cominciano a denunciare Saddam. Lo diciamo ai notiziari europei (vedi sotto) che c'è qualcuno un po' meno «ansioso» di combattere per i suoi torturatori?
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La consegna del regime: usare la popolazione civile. Slate sulle tattiche di guerriglia e sull'uso terroristico degli scudi umani da parte irachena.
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Ma l'Europa con chi sta davvero? Non che che un certo choc non si sia registrato, beninteso: il problema però è che qualsiasi pesona normale nel vedere quelle immagini ne avrebbe tratto la conferma della barbarie del regime iracheno e ne avrebbe fatto derivare un moto di solidarietà verso chi ne era vittima. Non una parola su questo nell’informazione televisiva. Pochissime in quella scritta. Oggi il messaggio da far passare era: Che colpo per gli alleati! Adesso sì che avranno dei problemi Bush e Blair!
Almeno questa è la nostra impressione. Sono in tanti, qui in Europa, che sperano che le cose vadano male. E’ triste, ma è la realtà. Basta leggere qualche blog (che non citeremo) e se ne avrà una conferma.
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European watch (2). Oggi (ieri in realtà) è stato tutto uno strepitare su quanto le notizie dei prigionieri e dei morti avessero indebolito il supporto dell’America a questa guerra. I giornalisti europei forse hanno dell’America la stessa idea che aveva Bin Laden: un popolo viziato e poco propenso al sacrificio. Ovviamente l’America è altra cosa come la sua storia insegna. Ma in Europa sono troppo furbi. Loro sì che la sanno lunga. Qui il sondaggio pubblicato sul WP che misura le reazioni alle immagini trasmesse da Al-Jazeera e dalla Tv irachena e alle notizie delle prime vittime. Come sempre la realtà smentisce i luoghi comuni.
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European watch. Non sappiamo cosa stia succedendo in Italia ma stasera i TG spagnoli così raccontavano il conflitto:
«Saddam ha il pieno controllo del paese»
«Gli abitanti di Baghdad sono ansiosi di imbracciare le armi per combattere contro l’invasore»
«La resistenza irachena impedisce l’avanzata delle truppe anglo-nordamericane che sono attaccate anche dalle retrovie»
«Le immagini dei prigionieri scuotono l’America».
Insomma, il Vietnam in confronto era una passeggiata. E siamo solo al quinto giorno. Bel clima nella vecchia Europa, no? Facciamoci del male: ecco come raccontano la guerra i notiziari francesi e tedeschi. Qui un commento da Lileks.com sulla copertura del conflitto dell’immancabile BBC.




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lunedì, marzo 24, 2003
Come on, Tony! Te lo sei guadagnato.
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E poi si dice ...l'odio da dove nasce. Ecco a cosa porta il sonno della ragione. Una musulmana britannica può scrivere su un rispettabile quotidiano londinese quanto segue: «If they elected a monkey as US president, our leader would ingratiate himself and do its bidding. Using discredited evidence, lies and criminal thoughtlessness we have been made the second most-hated nation in the world». Il tono dell’articolo segue per tutta la sua durata questa brillante oratoria. Provate a chiedervi se qualcuno pubblicherebbe invettive di questo genere rivolte ad uno qualsiasi dei satrapi mediorientali che opprimono le loro genti. Poi ci stupiamo che in Europa Saddam abbia i suoi supporters.
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Perchè non si può dire «la guerra di Bush». La lunga vicenda irachena secondo Andrew Sullivan. Imperdibile come sempre.
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Diario. Guerriglia. I nemici morti offerti al gentile pubblico. Torna uno dei Saddam. Gli iracheni lasciano avanzare e si asserragliano dentro le aree residenziali. I loro obiettivi: massimizzare le vittime civili, tendere imboscate ai militari e creare sconcerto nelle opinioni pubbliche alleate. Una mano gliela dà anche Al-Jazeera che ieri ha trasmesso in continuazione le immagini dei prigionieri e dei morti americani. Gruppi di Fedayeen in abiti civili e agli ordini di Uday creano il disordine organizzato che serve a Saddam. Il dittatore (o chi per lui) intanto parla alla televisione e galvanizza le truppe.
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Una cosa penosa. Purtroppo ce l'aspettavamo. Ma forse non da uno dei weblogs più seguiti e più citati della rete. GNUeconomy inserisce nel sito nientemeno che il contatore dei morti civili della guerra in Iraq. E con entusiasmo invita tutti a seguire l'edificante esempio. Non dubitiamo che farà proseliti.
A parte che non se ne deduce la fonte, ma in ogni caso l'operazione di sciacallaggio si definisce da sola per quel che è: una caduta di stile fragorosa o, per essere più chiari, una porcata.
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domenica, marzo 23, 2003
Per vostra informazione. Dal Jerusalem Post. Update: lunedì mattina Fox News dà questa notizia ripresa da tutti i notiziari del mondo.
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Il nostro NYT (3). Oggi la Palma d'Oro del Corriere "senza se né ma" la merita il buon Gianni Riotta il quale, pur vivendo in America, fa finta di non accorgersi dei sondaggi che indicano una costante crescita del supporto degli americani alla politica del Presidente (più del 70 % secondo tutte le rilevazioni). Scrive un articolo in cui spiega che negli States rimpiangono i tempi della Lewinsky ed il cui titolo suona così: «Americani contro americani: "Come ai tempi del Vietnam"». Forse è la più grossa balla che abbiamo letto dall'inizio della guerra. Ma chi se ne frega, staranno pensando al Corriere: il popolo della pace vuole questo, e noi glielo diamo. 1972 invita i bloggers pacifisti (per la verità un po' catatonici in questi primi giorni di conflitto), sempre pronti a denunciare la "propaganda" alleata, ad occuparsi anche di questa contro-propaganda che sta rendendo irrespirabile il clima nelle nostre "sicure" e "sagge" contrade europee.
Immancabile intervista all'intellettuale radicale di turno: stavolta è Gore Vidal a ribadire la sua teoria secondo la quale Bush e Cheney sapevano in anticipo degli attentati dell'11 settembre ma chiusero gli occhi «per poter avere poi la giustificazione per scatenare la guerra globale al terrorismo. Una scusa per impossessarsi delle riserve di petrolio irachene e mediorientali, dopo aver spianato la strada agli oleodotti che gli Usa costruiranno in Afghanistan». Straordinario. Insomma, per le anime belle del mondo Bush è all'occorrenza uno stupido o un genio del male.
Ottimo ed onesto come sempre invece il pezzo di Francesco Merlo sulla nuova copertina del disco di Paul McCartney in uscita in Europa (la potete vedere su 4Banalitaten). Nella versione europea è sparito il polsino a stelle e strisce che il cantante indossava nella foto originale ed è scomparso anche il riferimento a U.S. Riportiamo il passo finale: «In quel polsino sparito c'è dunque una verità che si nasconde, ma c'è pure una identità, quella occidentale, che si vergogna di se stessa, della sua energia nordamericana, del suo cuore e dei suoi eccessi, c'è l'Europa sorella dell'America che si inabissa e vive rintanata in un Yellow Submarine». Perfetto. Da oggi questo sarà anche il contenuto di "Due parole", nella colonna di destra di questa pagina.
Per un Merlo che dimostra di avere piuttosto chiaro cosa sta accadendo c'è uno Scalfari (e qui cambiamo testata ma restiamo in tema) che il 23 marzo 2003 scopre che in Europa c'è giusto un filino di antiamericanismo. Ovviamente ne attribuisce la colpa ai perfidi yankees. Come ovviamente l'antisemitismo è colpa degli ebrei. Lo sanno tutti, no?


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Il mondo capovolto (3). Vedendo che le cose non stanno andando nella direzione catastrofica che alcuni avevano pronosticato (o sperato?), i profeti di sventura cominciano a coprirsi le spalle pronti peraltro a rientrare in azione appena l'occasione si presenterà. Ci dispiace includere in questa categoria Barbara Spinelli. Ma come definire altrimenti chi prima dell'inizio delle operazioni descriveva (elegantemente, s'intende) l'amministrazione Bush come un gruppo di fanatici a caccia di petrolio e di dominio ed incuranti delle sofferenze umane ed ora, di fronte alle modalità con cui si sta svolgendo la guerra, attribuisce nientemeno che ai movimenti pacifisti il merito della selettività e dell'attenzione con cui gli alleati scelgono i loro obiettivi? Insomma, il ragionamento è: la piazza non ha fermato la guerra ma ne sta scrivendo le strategie. Al Pentagono stanno prendendo appunti. Sulla stessa linea The Guardian. E ne verranno altri, statene certi.
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Uno strano pianeta. Questo intanto il contributo che parte del pianeta (Europa in testa come sempre) sta dando alla liberazione dell'Iraq e alla eliminazione delle armi di distruzione di massa del regime. Quella libertà di espressione che il tanto detestato Occidente garantisce ai manifestanti è la stessa che consente a noi di definire quanto sta accadendo una pena. Crediamo che quando tutto questo finirà non dovrà essere dimenticato che, mentre ragazzi che parlavano inglese e non solo stavano in trincea ancora una volta anche per tutti quelli che li coprivano di disprezzo, nelle strade delle principali città occidentali altri ragazzi bruciavano bandiere americane e britanniche, gridavano agli "assassini" Blair, Bush e Aznar, garantivano al regime di Baghdad tutto quel supporto morale che nello stesso Iraq Saddam e la sua cupola mafiosa non trovavano. Il nostro pensiero sulla guerra lo abbiamo già espresso più volte. La retorica bellicista non è nelle nostre corde come non è nelle corde delle nazioni democratiche per le quali la guerra è e sarà sempre una tragedia con la quale però a volte è necessario misurarsi. Ma la fuga dalla realtà, l'ipocrisia e l'ingratitudine lo sono ancora meno. Lo spettacolo cui stiamo assistendo (non per la prima volta ma in questo caso con un impatto mediatico fuori dal comune) ci fa pensare che i principi sui quali si fondano le democrazie occidentali rappresentino ben poco per intere generazioni dominate dal relativismo etico e culturale e dall'odio verso i loro padri. Chi è per la pace, la libertà, la sconfitta dell'intolleranza e del fanatismo non può approvare le montagne di cervelli portati all'ammasso che con incontenibile carica di entusiasmo la stampa europea (con poche eccezioni) sta accompagnando nel loro conformismo.
Con tutto il rispetto dovuto. Ma non una goccia di più. Come in questo editoriale del Foglio di oggi.
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Diario. Verso Baghdad. Bassora sotto controllo. Buio su Saddam. Scontri al Sud. L'editoriale del WP sull'evoluzione delle operazioni militari. Pare che reparti speciali si trovino già a Baghdad per azioni coperte e per negoziare la resa di divisioni della Guardia Repubblicana. Il WT spiega perchè gli alleati non sono entrati in forze a Bassora: gli ordini sono di evitare lo scontro finchè possibile. Le ipotesi sulla sorte di Saddam: questa sembra una fonte attendibile anche se continuano le sue apparizioni televisive. Al-Quds, giornale arabo con sede a Londra, prevede che il Raìss si giocherà tutto nella battaglia di Baghdad: armi chimiche comprese. L'approccio bellico cui stiamo assistendo è frutto della dottrina Rumsfeld: guerra «sofisticata» e tecnologica contro la preponderanza di forze teorizzata da Powell. Questa è diversa dalle altre guerre per nove ragioni essenziali: le spiega il Weekly Standard. A Umm Qasr, sbocco al mare dell'Iraq, in questo momento c'è ancora battaglia.
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sabato, marzo 22, 2003
Più di mille parole. Una foto che spiega molto.
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Il nostro NYT (2). Oggi il Corriere (che non linkiamo perchè tanto fra poco sparirebbe) affida il suo "no alla guerra" a Claudio Magris. Il quale partendo dall'Imperatore Francesco Giuseppe giunge alla conclusione che i pacifisti sono dei campioni di realismo (osservazione quantomeno singolare). Poi spiega che la guerra è sbagliata perchè non si va a bombardare Palermo per prendere i mafiosi. Sommessamente ci chiediamo: ma come è possibile che un fine intellettuale possa scrivere queste sciocchezze e soprattutto che un grande giornale continui a pubblicarle? Poco dopo suggella che la guerra provocherà «reazioni a catena, pericolose per l'attuale equilibrio del nostro mondo». Insomma, per Magris il mondo è un'oasi di serenità che gli americani vanno a turbare. Pare che non sia successo nulla nell'ultimo anno e mezzo. Cancellati nell'ordine: 11 settembre; attentati contro cristiani in Pakistan; attentati contro francesi in Pakistan; attentato a Djerba contro tedeschi; attentati in Kashmir; attentato contro la petroliera francese nello Yemen; attacchi in Kuwait contro militari americani; attentato in Giordania contro ambasciatore Usa; strage di Bali; sequestro teatro di Mosca; attentati in Kenya contro israeliani; attentati antiamericani nello Yemen;  e dulcis in fundo terrorismo palestinese in Israele. Potremmo continuare. L'idea che Magris ha dell'equilibrio del mondo ci lascia un po' perplessi.
Massimo Nava ci regala un pezzo sui fedelissimi di Saddam e i loro sogni di gloria. Lo chiude con queste parole: «Il settimo Cavalleggeri avanza, come quando liberava per l'uomo bianco le verdi pianure dagli indiani e le rotte dell'oro. Saddam per difendere il suo oro nero ha soltanto le frecce. E tutti sperano che gli indiani del terzo millennio non le abbiano avvelenate». A parte che il paragone è aberrante. Ma quelle frecce in mano del povero Saddam ci ricordano tanto le famose pietre dell'Intifada palestinese. Quelle che si tirano così forte che possono persino far scoppiare gli autobus a Gerusalemme.
Goffredo Buccini inizia invece sobriamente il suo pezzo sui bombardamenti: «No, Armageddon non è un videogioco...Dodici anni dopo, al tempo della prima Guerra Digitale, la morte sporca è tra noi, l'orrore va in diretta, in mondovisione ed entra nelle case, nelle famiglie, osceno davanti agli occhi dei bambini e degli indifesi: sono le nove di sera in Iraq, l'una del pomeriggio a New York, quando quest'orrore, che sembra Dresda e Coventry moltiplicato da decenni di bombe raffinate e «intelligenti», passa su CNN e Fox, su CBS e ABC News, e attraverso i network arabi ed europei». Basta leggere qualsiasi altro giornale per sapere che Dresda e Coventry non c'entrano proprio nulla, ma a Buccini l'idea piace tanto. Tanto che poi si scaglia contro la decisione del Pentagono di permettere ai giornalisti di seguire le operazioni perchè l'informazione sarebbe condizionata. Lui che invece è rimasto a New York, in piena libertà, scrive queste cose.
Bello invece il ritratto di Rumsfeld ad opera di Gianni Riotta.


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Diario. Baghdad, Alleati, iracheni, Europa. La campagna aerea di ieri notte raccontata dal WP. La precisione nel colpire obiettivi strategici sembra dare i risultati sperati. A Baghdad si comincia a capire che la guerra è diretta solo contro il tiranno mentre si assiste alla fine di un regime e dei suoi simboli. Nelle prime città liberate gli iracheni parlano delle loro sofferenze e chiedono di non essere lasciati soli (nemmeno il tono ingessato del NYT riesce a nascondere la forza del momento). Quelli che i pacifisti occidentali chiamano "invasori" sono accolti così. La stessa storia anche sul Guardian: «Perchè ci avete messo tanto?». Sullo sfondo le trattative per la resa riportate da LAT. I movimenti delle truppe turche nel Nord dell'Iraq: una mina vagante. Sulla sorte di Saddam dopo l'attacco ancora incertezze. Ma qualcuno dice di averlo visto portare via ferito dopo il first strike di giovedì. La guerra (come la rivoluzione) non è un pranzo di gala: si sta combattendo alle porte di Bassora. Mentre questo sta avvenendo, in Europa tutto continua come in un'altra dimensione. Oggi sono previste altre ore di ricreazione nelle piazze e Chirac, che lo sa, continua a dire di no a tutto.
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venerdì, marzo 21, 2003
Il nostro NYT. Gli equilibrismi del Corriere sono straordinari. Chiamato in causa da Ferrara oggi De Bortoli dice la guerra è sbagliata ma in fondo è meglio che la vincano gli americani che però sono governati da John Wayne mentre ci vorrebbe un John Kennedy (che di guerre preventive ne fece una e ne minacciò un'altra peraltro). Insomma la solita fuffa. Ma tant'è. E' lo stile New York Times dell'ultimo periodo. In linea il commento di Massimo Nava (pur bravo di solito) che ci regala perle come la seguente «...due ragazzi con la maglia del Milan e del Barcellona, simboli di paesi amati e sognati che oggi hanno voltato le spalle all'Iraq». Voltato le spalle? Perchè Nava non gliene regala una del Paris-Saint-Germain? Un'altra da paura sempre sul giornale di oggi: «Il patriottismo spinge sempre gli americani a fare quadrato attorno al Presidente, ma non li acceca al punto da renderli disumani». Disumani? Disumani. Ma cos'è questa roba?
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Non con questa Onu. Incisivo fondo di Charles Krauthammer sul WP. In breve: Presidente, non torni all'Onu dopo questa guerra. Approfittiamone per costruire nuove istituzioni in grado di affrontare con realismo le nuove sfide. Difficile dargli torto.
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Perchè Baghdad aspetta gli attacchi con le luci accese? Si azzarda una spiegazione su TNR.
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Il regime che fra poco qualcuno abbatterà. Inutile sottolineare che documenti come questi non vi saranno consegnati ai sit-in sotto le ambasciate Usa nè li troverete nei blogs anti-war. Noi - che delle guerre abbiamo come tutti una discreta paura ma che quelle guerre non abbiamo vergogna di appoggiare quando difendono principi di civiltà, quando sono l'alternativa a capitolazioni etiche dagli esiti drammatici e quando spazzano via tiranni - ve li proponiamo consapevoli di fare cosa buona e giusta.
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Diario. Alleati, Europa, Baghdad. Mentre parte del pianeta appare ancora in piena ricreazione e a Bruxelles fanno finta che la guerra non esista, gli alleati (quelli veri) entrano in Iraq. Forse è ancora presto per trarre bilanci ma una prima analisi della situazione indica che le cose stanno andando per il verso giusto. Dal Washington Post ci ricordano qual è la strategia preferita di Saddam e da Baghdad (se non è una bufala: speriamo di no) arriva la testimonianza di un blogger che agisce in clandestinità.
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giovedì, marzo 20, 2003
Come è nato il first strike di questa notte. Los Angeles Times e Boston Globe sulle inattese modalità con cui è stato dato inizio all'azione militare. Se l'operazione fosse andata a buon fine la guerra sarebbe finita ancor prima di cominciare. Intanto il NYT dà conto di una parallela operazione contro Al-Qaeda nell'Est dell'Afghanistan.
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Ore 3,33. Primo obiettivo: Saddam.
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God bless America, its allies and Iraqi people.
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La vigilia in Israele. Comunicazioni di servizio alla popolazione.
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La vigilia. Negli editoriali della stampa araba.
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Poesia.
Né mistero né dolore,
né volontà sapiente del destino:
sempre quell'incontrarci ci lasciava
l'impressione di una lotta.
Ed io, indovinato dal mattino
l'attimo del tuo arrivo,
percepivo nei palmi socchiusi
il morso leggero di un tremito.
Con dita arse gualcivo
la variopinta tovaglia del tavolo...
capivo fin da allora
quanto è angusta questa terra.
(Anna Achmatova)












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mercoledì, marzo 19, 2003
Left idiocy (3). Ma forse idiocy è poco. Segnalato da Klamm (che è educato e non commenta) Stefano Benni sul Manifesto scrive la lettera di Adolf Hitler (nientemeno) agli amici (nientemeno) Bush, Blair e Aznar (noti nazisti). Davvero siamo arrivati a un punto di non ritorno. Ci vergognamo anche un po' di farci veicolo di questa "cosa". Ma è importante capire perchè Saddam può contare su diversi sostenitori anche qui in Occidente. Confrontare il pezzo con quello di The Independent citato nel post precedente e farsi una ragione del perchè loro hanno avuto Churchill e noi Mussolini e i nipotini di Stalin.
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Ma la democrazia è una cosa seria. Come dimostra la stampa inglese. The Independent ha avversato per mesi le scelte politiche di Blair. Oggi commenta così la performance del Primo Ministro alla Camera dei Comuni. Un altro pianeta. Chapeau.
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La settimana della stupidità. Questa settimana i bloggers "pacifisti" hanno ripreso un vecchio mantra. Visto che il Bush "fondamentalista" sta per essere dichiarato fuori moda, torna alla ribalta il Bush "stupido". E' una gara a chi lo fa più stupido. E' straordinario che alla vigilia di una guerra ci si impegni in elaborazioni analitiche così complesse. Stanno finendo le munizioni. Tristezza.
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Quando l'Onu aveva altro da fare (e a nessuno interessava). Le lezioni del Ruanda e del Kosovo. Chi le ha vissute non sembra avere troppi dubbi nel decidere da che parte stare oggi.
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Come combatterà Saddam. Amir Taheri, giornalista iraniano, illustra le tattiche che sta preparando il Raìss. Tra queste anche il tentativo di provocare il maggior numero di vittime civili per presentarsi al mondo come vittima.
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Blair's speech. Ci siamo immersi nella lettura e ne siamo appena usciti. Ammirati. Da antologia della politica.
Blair ha ottenuto poco fa