1972

lunedì, marzo 31, 2003
Quelli che sperano che vada male/2. Anche l'America ha i suoi. Andrew Sullivan sui veri sentimenti di certo pacifismo e di certa sinistra analizzati attraverso il caso del Prof. Nicholas De Genova. Nota Sullivan: «The rhetoric of the "anti-war" movement has consistently argued that this is indeed a criminal war: that it is being conducted by an illegal president for nefarious ends - oil contracts, the Jews, world domination, etc etc. When you have used rhetoric of that sort, when you have described your own country as indistinguishable in legitimacy from a Stalinist dictatorship, when you have described the president as the equivalent of the Nazi SS, when you have carried posters with the words Bush = Terrorist and "We Support Our Troops When they Shoot Their Officers," then why shouldn't you support the enemy?». Effettivamente.
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Ancora sui missili al mercato. Questa storia è poco chiara. I giornali italiani glissano. Sabato riportavamo questa notizia che ieri anche Camillo riprendeva. Il punto è: non che non possa succedere che alcune incursioni alleate vadano fuori bersaglio. Purtroppo per quanto si cerchi di evitarlo è impossibile mantenere un controllo assoluto su questi eventi. Però, visto che su fatti di questo genere si esercita una forte pressione da parte dell’opinione pubblica, sarebbe il caso che le responsabilità fossero correttamente attribuite. Ci torniamo qui e qui. In attesa che il resto dell’informazione europea cominci a rendersi conto che prendere per buono tutto quel che dice il regime iracheno può non essere la migliore delle opzioni.
Update. Su questo blog (penultimo post Sunday, March 30, 2003) forse la possibile spiegazione. Si tratterebbe di un HARM (US High Speed Anti-Radiation Missile) che automaticamente si dirige verso obiettivi dai quali provengono radiazioni. Potrebbe essere stato attratto da un radar mobile iracheno piazzato nelle vicinanze del mercato. Questo spiegherebbe le caratteristiche peculiari dei segni lasciati sul luogo dell’esplosione che mal si adattano a un Tomahawk o a una bomba. Chi ne sapesse di più può scriverci.
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No pasarán. I terroristi armati sì, Bush Blair Rumsfeld e Straw no. Le nuove regole della Basilica della Natività.
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Non è un moderato. Il Boston Globe non è tenerissimo con Abu Mazen, il primo ministro dell’ANP nominato da Arafat. E si chiede: se Saddam cedesse a Tarek Aziz qualche incarico ci sentiremmo forse più sicuri? La risposta va da sé.
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Non sono belle cose. In Corea del Nord succede anche questo: quando ad una coppia nascono tre gemelli, per ordine di Kim-Jong-Il i piccoli vengono tolti alla famiglia e chiusi in un orfanotrofio. Il dittatore vuole controllarne la crescita perchè è convinto che minaccino il suo potere. Più di trecento casi all'anno.
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domenica, marzo 30, 2003
Quelli che chiamano falchi. Sul Foglio un breve ma efficace ritratto dei neoconservatori che lavorano con Bush. Quelli per i quali (geniale) «un altro mondo è possibile».
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Come le televisioni arabe raccontano la guerra. Tra imitazione dei modelli occidentali e retaggi ideologici sono i secondi a prevalere. Dal WP.
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Kanan Makiya. Sesta puntata. Parla dei Fedayeen di Saddam (speriamo lo legga anche Zaccaria - vedi post di sabato).
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Quelli che sperano che vada male. The Spectator analizza cosa sta accadendo in alcuni settori del giornalismo militante: «There is the war between the allies and Saddam Hussein, and there is the other, hidden war between the opponents of war in the media and those in the field who seem to be prosecuting it with remarkable success. A friend of mine said to me the other day that he hoped lots of Americans were killed because the United States would be brought down a peg or two. I suspect there are many people, otherwise decent and enlightened, who would like this war to be prolonged and bloody. They may even in a twisted sort of way want lots of Iraqi civilians to be killed because their deaths will vindicate the anti-war arguments». Ricorda qualcosa? Sì, evidentemente. Ricorda il memorabile editoriale apparso ieri sul Manifesto (e già citato da molti colleghi bloggers) e che è già storia grazie ad affermazioni di questo tenore: «Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua».
Capite bene? La prima reazione è di sgomento e stupore. Tra l'altro quell'accenno ai civili è un'aberrazione nell'aberrazione. Poi ci si riflette un momento: ed allora ci si ricorda che è dai tempi della Grande Madre Russia che questi signori il mondo lo vedono in questo modo. Si constata per l'ennesima volta che per loro nulla è cambiato nè cambierà mai. E mentre lo stupore svanisce, resta lo sgomento.
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Canadian week. In Canada hanno vissuto una settimana piuttosto intensa. Tra conferme e smentite, passi avanti e retromarce breve cronaca di un supporto "sofferto" all'azione militare contro Saddam (segnalato da Buzzmachine).
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Soft Power e Hard Power. Nel suo libro Maledetti Americani (un saggio sull'antiamericanismo in Italia che qualcuno dovrebbe leggersi) Massimo Teodori riporta un brano di un articolo di Mauro della Porta Raffo (pubblicato sul Foglio) a proposito della «...stranissima convinzione che si è sempre avuta nel nostro paese in base alla quale i democratici americani sono comunque per la pace e per i diritti civili, mentre i repubblicani sarebbero, in ogni caso, guerrafondai e forcaioli. Sarà bene, allora, ricordare che Abramo Lincoln era repubblicano e che in tutte le guerre di questo secolo alle quali gli Stati Uniti hanno partecipato, la decisione di entrare nel conflitto fu di presidenti democratici: W. Wilson (Prima mondiale), F.D. Roosvelt (Seconda mondiale), H. Truman (Corea), e J.F. Kennedy (Vietnam). Di più, le ultime guerre citate ebbero termine a opera di due repubblicani, Eisenhower e Nixon». Per la precisione. E per la storia.
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sabato, marzo 29, 2003
Che dire?!? Premesso tutto quello di prima, citiamo dalla rubrica delle Lettere de La Stampa di oggi (archivio Cultura n. 3). Scrive una lettrice: «...A me è venuto in mente Bush, che dalle sue stanze, magari mentre mastica patatine e hamburger, pigia i telecomandi che eliminano migliaia di piccoli fratelli. Jean Rostand diceva che se si uccide un uomo si diventa un assassino, se si ammazzano milioni di uomini si viene chiamati conquistatori». Le pubblicano pure.
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Iraq Daily? No, Zaccaria. Premesso che La Stampa ha la migliore pagina Esteri di tutti i giornali italiani. Premesso che ci scrive Maurizio Molinari che rispetto a tutti gli altri corrispondenti dagli Usa è sette spanne sopra. Premesso che dove non ha inviati compra dai giornali stranieri gli articoli più interessanti. Premesso tutto questo, il reportage di Giuseppe Zaccaria da Baghdad pubblicato oggi (archivio Esteri n. 5) potrebbe finire tranquillamente sull'Iraq Daily con i ringraziamenti del regime. Alcuni estratti: «La prima «guerra tecnologica» del terzo millennio si trasforma sempre più in macello, ieri sera a Baghdad si è verificato quel che tutti temevano: pezzi di carne sparsi per un raggio di centinaia di metri, corpi di donne e bambini ridotti a poveri ammassi, un bilancio catastrofico di perdite civili. Un mercato è stato bombardato...»; «Forse questo è l´episodio che cambierà la guerra»; «Nessuno, sia chiaro, si era mai fatto illusioni su presunte armi «intelligenti», interventi «umanitari» o guerre «di liberazione». Ma quello che comincia ad accadere a Baghdad assume ormai i connotati di un martellamento terribile e si intensifica ora dopo ora e continua a dirigersi verso obiettivi civili». Non si era fatto illusioni. «...di notte gli invasori bombardano di più il centro mentre le periferie vengono battute 24 ore su 24». Gli invasori. «Nella tecnica militare degli invasori (visto che parlare di strategia ormai sembra improprio) si sente riecheggiare una definizione che gli europei non si sentivano ripetere fin dai tempi del Vietnam: «escalation». Gli invasori. Senza strategia. «La metropoli è controllata in modo capillare, magari anche terrorizzata da «Fedayn» e attivisti del «Baath». Magari, non ne è sicuro. «...la violenza dei bombardamenti americani ha provocato una rinascita del patriottismo, o se non altro del senso di rivalsa anche fra coloro che appena due settimane fa avrebbero visto con estremo favore la caduta di Saddam. Ecco un altro enorme grande errore strategico degli invasori...». Tutti con Saddam. Gli invasori. «...sul Boulevard 14 Luglio un gruppetto di operai stava piazzando lampadine colorate intorno a uno dei tanti ritratti stradali di Saddam Hussein». Commovente. Sincero. Spontaneo. Non male no? Due considerazioni finali. Che Saddam chiami invasori gli alleati ci sembra comprensibile. Che lo faccia un inviato de La Stampa per ben tre volte con studiata ripetitività ci sembra più grave. Che stare a Baghdad in questi giorni non sia divertente lo possiamo capire. Che però questo giustifichi un articolo di propaganda di questo tipo ci lascia abbastanza perplessi. Tanto che ci viene il dubbio che questi articoli qualcuno li controlli prima che siano inviati. Ma forse siamo solo ingenui.
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Dubbi. Se la notizia fosse confermata si imporrebbero alcune riflessioni...
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Diario. Il fronte Nord. I dubbi sulle esplosioni nei mercati. Al-Qaeda. Bassora sequestrata dalle milizie di Saddam. Disfattismo. L'avanzata da Nord delle truppe americane e delle forze curde raccontata dal Boston Globe. Colpito il gruppo radicale Ansar al-Islam. Qui nella pagina dell'Unione Patriottica del Kurdistan. Intanto il New York Times solleva qualche dubbio sulle responsabilità effettive nelle due recenti esplosioni nei mercati di Baghdad. Al-Qaeda sta combattendo al fianco degli iracheni? I soldati catturati sembrano confermarlo. Come le milizie di Saddam mantengono il terrore a Bassora. L'assassinio del capo del principale gruppo sciita della città raccontato dal WP. L'editoriale del WT parla di quelli che già vedono un altro Vietnam (al decimo giorno di conflitto).
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Il sesso "debole" va alla guerra. Lungo ed interessante articolo sulle donne nell'esercito americano. Storia, ruolo attuale, prospettive. Dal Washington Monthly.
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Sorpresa. Ci sono anche i canadesi. Anglosfera praticamente al completo.
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venerdì, marzo 28, 2003
Diario. Le opzioni sul campo. Al Jazeera. La France. Interessante analisi del NYT sulle diverse opzioni che i generali americani si trovano di fronte in questo momento. L'articolo ha un merito: fa capire che anche dalla capacità di adeguare la strategia al mutare delle circostanze si misura l'abilità di chi guida un'azione bellica. La stampa in generale non ha finora sottolineato questo aspetto preferendo concentrarsi sui presunti errori di valutazione. Anche il Times prova ad andare un po' al di là del disfattismo di circostanza (al nono giorno di conflitto).
E mentre gli iracheni sparano sui civili in fuga, Al-Jazeera si difende e contrattacca. Sul Guardian il suo senior editor Faisal Bodi fa chiaramente capire da che parte sta l'emittente del Qatar. Accusa le tv occidentali di non saper fare il proprio lavoro e glissa elegantemente sulle immagini dei prigionieri e dei cadaveri trasmesse e ritrasmesse. Insomma un pamphlet dove ce n'è per tutti quelli che non si chiamano Al-Jazeera.
Intanto la sindrome del né né continua a mietere vittime: stavolta è De Villepin che, interrogato dai giornalisti, preferisce non pronunciarsi. In questo caso però è un passo avanti: fino ad oggi i francesi stavano con Saddam.

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I murales di Saddamland. Una volta era l'arte mesopotamica. Oggi è ...qualcosa di diverso.
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Kanan Makiya. Quinta puntata. Per vincere la paura gli iracheni hanno bisogno di capire che stavolta Saddam è davvero finito. Perchè l'Iraq ritorni definitivamente in mano al suo popolo le opposizioni irachene devono partecipare alla liberazione del paese.
Anche Opinion Journal parla dei timori e delle speranze degli iracheni: «If the U.S. and Britain have miscalculated in their war planning, it is only in underestimating how deep Saddam's terror runs in Iraq. It is so pervasive that many Iraqis won't believe liberation until they see the whites of American eyes».
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Aria. Sembra che in Spagna nove cittadini su dieci siano contro l’intervento per disarmare l’Iraq e deporre il suo despota. Una percentuale che persino El Caudillo Franco invidierebbe se fosse ancora vivo. I mezzi di comunicazione diffondono ogni mezzora questi sondaggi e nei telegiornali della sera vanno in onda senza commento i bollettini dei gerarchi di Hussein che fanno la conta dei morti e accusano gli alleati di crimini di guerra. Quasi ogni mattina ragazzi, che a malapena possono conoscere la storia del loro paese e certamente sanno ancor meno di quella del mondo, sfilano per le strade gridando contro Aznar, Bush e Blair "fascisti" e "terroristi". Gli stessi anatemi si ascoltano pronunciati dai loro maestri: quegli adulti che il fascismo lo hanno vissuto davvero e dovrebbero saperlo riconoscere. Le forze politiche che domani potrebbero trovarsi di fronte alle stesse scelte di chi oggi governa assecondano e promuovono questi riti collettivi di purificazione delle coscienze e di lavaggio dei cervelli. Una sorta di pensiero unico che pare inattaccabile si diffonde dalle televisioni, dalle radio, sui quotidiani ed inonda con la sua forza di omologazione strade, piazze, bar, luoghi di lavoro. Dappertutto lenzuoli, bandiere, poster, adesivi ripetono come un mantra il nuovo credo: no alla guerra. Persino le scuole e le università, luoghi normalmente deputati a fornire a chi le frequenta gli strumenti per leggere la realtà e non precisamente ad appropriarsene secondo schemi imposti e prefissati, espongono striscioni in cui la parola Pace è scritta a caratteri cubitali. La Pace come un esorcismo. I politici del Partito Popolare sono accolti con lanci di uova e con insulti praticamente in ogni appuntamento pubblico cui abbiano l’ardire di partecipare. Non si ascoltano voci di dissenso nell'opinione pubblica. Quei pochi che le vorrebbero esprimere se le tengono prudentemente nascoste. Ciò che la democrazia rifiuta, pena la propria scomparsa, il pacifismo cerca ed ottiene: l’unanimismo.
Nel resto d’Europa lo scenario è lo stesso. L’istinto e l’emotività di masse improvvisamente risvegliatesi dal loro torpore hanno la meglio sulla logica del ragionamento, senza dover neanche troppo combattere. Non sembra preoccupare nemmeno il ripetersi piuttosto frequente nelle città occidentali degli stessi atti e degli stessi slogan che sono di casa da sempre nelle capitali dell’estremismo e del fondamentalismo. Nè sembra turbare la constatazione che più o meno consapevolmente milioni di persone appoggino, quando si verificano, queste espressioni di intolleranza e di fanatismo come se fossero scontate e naturali. Le lezioni di storia addomesticata impartite dai nuovi padroni del pensiero, gli ideologi del mondo capovolto, della realtà in negativo, della filosofia "-anti", sembrano determinare il ritorno ad una fase pre-politica, in cui un rassicurante giardino d’infanzia si sostituisce ad una realtà che, richiedendo l’assunzione di responsabilità, rischia di far paura. Nelle nuove tempeste ideologiche che ne derivano, ancora una volta l’idea dell’Occidente, della democrazia liberale e delle sue forme di rappresentanza ne esce insultata, vilipesa, schernita. A cosa tutto questo possa portare non è difficile prevederlo.
In questo ambiente francamente irreale, dai tratti vagamente totalitari, confessiamo di provare un pesante senso di accerchiamento. Aria, necessitiamo aria. Quella che ci circonda si sta facendo davvero irrespirabile.
(Questo nostro intervento è ospitato anche da I Love America che ringraziamo).


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giovedì, marzo 27, 2003
Non è mai troppo tardi. Il Foglio su Daniel Pepper, che partí per fare lo scudo umano in Iraq e tornò un mese dopo con le idee un po' più chiare. Da leggere (è un PDF. Prima colonna a sinistra).
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Accecati dall'odio. Ormai sono tutti in libera uscita. Un membro del Labour Party esige che Blair sia processato come criminale di guerra. La prosa è adatta alle occasioni solenni: «As Napoleon and Hitler found with the snow at the gates of Moscow, so Blair and Bush might find that the biggest weapon of mass destruction they encounter, before the gates of Baghdad, is the sun». Bella, ce la ricorderemo. Poi: «...many in this country think the fundamentalists now running the White House are using Blair's support as a fig leaf against their critics». Ovviamente tutto questo dopo avere premesso serio: «I am not anti-American». Ma certo che no! Chi saranno mai quei malpensanti che...
Poi capita di girare pagina e sempre sul Guardian (ma potrebbe essere qualsiasi altro giornale europeo: il Guardian sta facendo anche un buon lavoro su questa guerra) trovi questo curioso pezzo. Il sottotitolo dell'articolo è: «Democracy is under threat in the United States; anyone who objects to the conflict in Iraq is not allowed to say so». Che già di per sé sembra un po' grossa. Poi leggi l'articolo ed infatti ti accorgi che non è vero. Ma intanto l'ambiente si carica. E poi ancora pensi per esempio a Chomsky, Vidal, Mailer: tutti notoriamente dietro le sbarre, no? O al povero Michael Moore, che come si sa è stato arrestato l'altra sera all'uscita dal teatro dopo la notte degli Oscar, no? E allora ti viene voglia di comprare un biglietto aereo, lasciare il continente pieno di storia e di tradizione che la sa tanto lunga, viaggiare per sette ore e sbarcare in quel continente di barbari senza passato e senza cultura che, ne siamo certi, accoglierà a braccia aperte come sempre ha fatto altri barbari come noi.
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Né né. Il Riformista spiega qualcosa alla sinistra. Troppo difficile?
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La psicologia di questa guerra. La tecnologia è dalla nostra parte ma la battaglia della comunicazione la stiamo regalando a Saddam. Questa la tesi di Caleb Carr, esperto di strategie militari e di terrorismo. Che critica la decisione di portare i giornalisti in battaglia. La pensa diversamente Robert Lane Green su TNR: sarà proprio la propaganda del regime ad accelerare la sua fine.
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Tra virgolette. Per l'agenzia Reuters Umm Qasr è stata liberata, ma non proprio. Non si capisce bene perchè ma «liberated» è tra virgolette.
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mercoledì, marzo 26, 2003
Mesdames et Messieurs, l'antiaméricainisme! «Perchè gli americani sono così ignoranti?». Questo il livello del dibattito culturale nella Francia chiracchiana. Lo racconta Cesare Martinetti (archivio Interni n. 2) su La Stampa. Tempi cupi nel vecchio continente. Bravissimo sullo stesso giornale Fabrizio Rondolino che, invitando a manifestare pubblicamente la propria solidarietà agli Usa, scrive: «...sarebbe, più semplicemente, il segno che una parte dell'opinione pubblica italiana non si disinteressa alle sorti dei soldati americani, non considera ininfluenti la battaglia in corso e la posta in gioco, non assiste neutrale allo scontro, non è equidistante fra Bush e Saddam, ma, al contrario, si schiera - anche se è contraria alla guerra - dalla parte della democrazia e della libertà, contro il terrorismo e contro la dittatura». Per contrastare «l'antiamericanismo, residuo velenoso della guerra fredda e snobistico contrassegno di una presunta e indimostrata superiorità europea».
Meglio non si può dire.
Intanto, per non smentirsi, Epifani dichiara di non stare né con Saddam né con Bush (archivio Interni n. 5). Che volete farci, sono i nostri sindacati. Sempre in prima fila nelle mobilitazioni "pacifiste". Non a caso. Tristezza.
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Comunicazione di servizio. Da oggi chi volesse mettersi in contatto con 1972 lo potrà fare al seguente indirizzo di posta elettronica pubblicato anche nella colonna di destra: enzreale@hotmail.com. Grazie.
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L'«arabo pazzo». Tranquilli, non è Osama. E' John Abizaid, il braccio destro del generale Franks. A nostro modesto avviso converrà familiarizzare con questo nome. Nonostante il soprannome.
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Kanan Makiya. Camillo ha passato le prime due puntate del diario dell'esule iracheno. Noi ci incarichiamo della terza. «If you want to understand the perceptual chasm that separates how Iraqis view this second Gulf war from how the rest of the Arab-Muslim world views it--or from how these antiwar elites here in Cambridge or, dare I say, in Turtle Bay or Paris or Berlin view it--then you must begin with the war that has already been waged on the people of Iraq by their own regime. Then you will know, horribly, how the explosion of a JDAM can sound beautiful. For Iraqis, the absence of this new American-led war is not the presence of peace». Amici arcobaleni ...vi basta o proseguiamo?
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Strategia. Ci chiedevamo ieri sera perchè la Tv irachena non fosse stata ancora obiettivo dei raid alleati. Qui si tenta una spiegazione insieme ad altre osservazioni di un certo interesse su quel che potrà accadere nelle prossime ore. Per la verità sembra che fossimo stati buoni profeti.
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Che succede a Bassora? Forse fra qualche ora avremo notizie più precise ma sembra proprio che...
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martedì, marzo 25, 2003
Si può ragionare sulla guerra. La strategia di «guerra leggera» adottata dagli alleati si sta delineando in questi termini: bombardamenti intensi ma limitati ad obiettivi chiave in modo da ridurre al minimo le vittime civili e contemporaneamente indurre il nemico alla resa; regole di ingaggio ferree per le proprie truppe (ovvero colpire solo quando si è sicuri della belligeranza del nemico); evitare per quanto possibile di trovarsi intrappolati all’interno delle città periferiche cercando di mantenerne un "controllo allargato" almeno fino a quando non vi sia la sicurezza di poter entrare senza troppi rischi per i soldati ed i civili; impegnare la resistenza nemica favorendo l’avanzata verso Baghdad, vero obiettivo strategico e probabile scenario dello scontro decisivo.
I rischi sono insiti nell’esposizione diretta delle truppe alle azioni di difesa irachena, condotte finora con tattiche di guerriglia da gruppi scelti (militanti Baath, Fedayeen) in grado di tenere in ostaggio la popolazione delle città e di usarla all’occorrenza come scudo umano. Crediamo che, a grandi linee, il quadro sia questo.
Maurizio Molinari su La Stampa lo descrive perfettamente.
Ne discutono ovviamente i giornali americani. Il WP sottolinea che: «The best-case scenario, of an immediate collapse of Iraqi resistance, has been ruled out, but some of the worst cases so far have been avoided, too -- oil fields have been spared from destruction, Israel has been kept out of the war, and no weapons of mass destruction have been used on allied troops or Iraqi civilians. Much may depend on the engagement now beginning between U.S. forces and elite Republican Guard divisions around Baghdad; if they can be swiftly defeated and prevented from withdrawing into the capital, the bold U.S. strategy may pay off». Il NYT finge di non capirlo e preferisce sottolineare il fatto che: «But reports from Basra, Nasiriya, Umm Qasr and other towns suggest there are few signs so far that the population is cheering the invasion», trascurando il significativo particolare che in quelle città i gruppi armati iracheni continuano a combattere e a disporre della popolazione civile. E il dibattito prosegue sul resto dell'informazione.
Due elementi sono da sottolineare: a dispetto di quanto continuino a sostenere alcuni, questa è la guerra più "trasparente" (per quanto una guerra possa esserlo) della storia. Condotta sotto gli occhi dei giornalisti (alcuni dei quali saranno pure "embedded" ma ci sono e vedono e scrivono), attraverso i mezzi di comunicazione, sulle pagine Internet. E' un dato innegabile. Secondo: nel bel mezzo di un conflitto che vede l'America impegnata al fronte con trecentomila uomini un regista sale sul palco di Hollywood a gridare a Bush: «Vergognati». Al di là di che cosa ognuno possa pensare del personaggio Moore e delle sue parole (e noi ne pensiamo molto male), vorremmo che i professionisti della critica antiamericana ci spiegassero in quale altro paese questo potrebbe accadere con altrettanta libertà e naturalezza. Grazie.
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Verso Baghdad. Ora, la vulgata qui da noi dice che le cose vanno male, c'è resistenza, bisogna anche combattere (è una guerra, sarebbe piuttosto strano il contrario), gli iracheni sono tutti stretti intorno al loro Saddam. Poi c'è la cronaca che racconta invece che Baghdad è circondata, ponti strategici, aeroporti e pozzi di petrolio sono sotto controllo, le infrastrutture di potere e i simboli del regime sono fuori uso, le perdite fra i soldati contenute e il numero di morti civili al di sotto delle più ottimistiche previsioni della vigilia. Tutto questo al quinto (quinto!) giorno di conflitto. Il che non esclude che si vada incontro a grossi rischi soprattutto nella presa di Baghdad. Ma certamente smonta le versioni apocalittiche che qualcuno (che in guerra non c'è andato) sta cercando di accreditare.
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Shame on Moore. Ha preso l'Oscar e ha detto questo. E' riuscito a farsi fischiare persino dal mondo ultraliberal delle stars di Hollywood. Qui un sito che ne parla.
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Pronto mamma? Figliolo, non ne possiamo più. Pare che gli iracheni stiano prendendo coraggio. Nelle conversazioni telefoniche con i famigliari emigrati cominciano a denunciare Saddam. Lo diciamo ai notiziari europei (vedi sotto) che c'è qualcuno un po' meno «ansioso» di combattere per i suoi torturatori?
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La consegna del regime: usare la popolazione civile. Slate sulle tattiche di guerriglia e sull'uso terroristico degli scudi umani da parte irachena.
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Ma l'Europa con chi sta davvero? Non che che un certo choc non si sia registrato, beninteso: il problema però è che qualsiasi pesona normale nel vedere quelle immagini ne avrebbe tratto la conferma della barbarie del regime iracheno e ne avrebbe fatto derivare un moto di solidarietà verso chi ne era vittima. Non una parola su questo nell’informazione televisiva. Pochissime in quella scritta. Oggi il messaggio da far passare era: Che colpo per gli alleati! Adesso sì che avranno dei problemi Bush e Blair!
Almeno questa è la nostra impressione. Sono in tanti, qui in Europa, che sperano che le cose vadano male. E’ triste, ma è la realtà. Basta leggere qualche blog (che non citeremo) e se ne avrà una conferma.
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European watch (2). Oggi (ieri in realtà) è stato tutto uno strepitare su quanto le notizie dei prigionieri e dei morti avessero indebolito il supporto dell’America a questa guerra. I giornalisti europei forse hanno dell’America la stessa idea che aveva Bin Laden: un popolo viziato e poco propenso al sacrificio. Ovviamente l’America è altra cosa come la sua storia insegna. Ma in Europa sono troppo furbi. Loro sì che la sanno lunga. Qui il sondaggio pubblicato sul WP che misura le reazioni alle immagini trasmesse da Al-Jazeera e dalla Tv irachena e alle notizie delle prime vittime. Come sempre la realtà smentisce i luoghi comuni.
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European watch. Non sappiamo cosa stia succedendo in Italia ma stasera i TG spagnoli così raccontavano il conflitto:
«Saddam ha il pieno controllo del paese»
«Gli abitanti di Baghdad sono ansiosi di imbracciare le armi per combattere contro l’invasore»
«La resistenza irachena impedisce l’avanzata delle truppe anglo-nordamericane che sono attaccate anche dalle retrovie»
«Le immagini dei prigionieri scuotono l’America».
Insomma, il Vietnam in confronto era una passeggiata. E siamo solo al quinto giorno. Bel clima nella vecchia Europa, no? Facciamoci del male: ecco come raccontano la guerra i notiziari francesi e tedeschi. Qui un commento da Lileks.com sulla copertura del conflitto dell’immancabile BBC.
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lunedì, marzo 24, 2003
Come on, Tony! Te lo sei guadagnato.
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E poi si dice ...l'odio da dove nasce. Ecco a cosa porta il sonno della ragione. Una musulmana britannica può scrivere su un rispettabile quotidiano londinese quanto segue: «If they elected a monkey as US president, our leader would ingratiate himself and do its bidding. Using discredited evidence, lies and criminal thoughtlessness we have been made the second most-hated nation in the world». Il tono dell’articolo segue per tutta la sua durata questa brillante oratoria. Provate a chiedervi se qualcuno pubblicherebbe invettive di questo genere rivolte ad uno qualsiasi dei satrapi mediorientali che opprimono le loro genti. Poi ci stupiamo che in Europa Saddam abbia i suoi supporters.
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Perchè non si può dire «la guerra di Bush». La lunga vicenda irachena secondo Andrew Sullivan. Imperdibile come sempre.
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Diario. Guerriglia. I nemici morti offerti al gentile pubblico. Torna uno dei Saddam. Gli iracheni lasciano avanzare e si asserragliano dentro le aree residenziali. I loro obiettivi: massimizzare le vittime civili, tendere imboscate ai militari e creare sconcerto nelle opinioni pubbliche alleate. Una mano gliela dà anche Al-Jazeera che ieri ha trasmesso in continuazione le immagini dei prigionieri e dei morti americani. Gruppi di Fedayeen in abiti civili e agli ordini di Uday creano il disordine organizzato che serve a Saddam. Il dittatore (o chi per lui) intanto parla alla televisione e galvanizza le truppe.
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Una cosa penosa. Purtroppo ce l'aspettavamo. Ma forse non da uno dei weblogs più seguiti e più citati della rete. GNUeconomy inserisce nel sito nientemeno che il contatore dei morti civili della guerra in Iraq. E con entusiasmo invita tutti a seguire l'edificante esempio. Non dubitiamo che farà proseliti.
A parte che non se ne deduce la fonte, ma in ogni caso l'operazione di sciacallaggio si definisce da sola per quel che è: una caduta di stile fragorosa o, per essere più chiari, una porcata.
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domenica, marzo 23, 2003
Per vostra informazione. Dal Jerusalem Post. Update: lunedì mattina Fox News dà questa notizia ripresa da tutti i notiziari del mondo.
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Il nostro NYT (3). Oggi la Palma d'Oro del Corriere "senza se né ma" la merita il buon Gianni Riotta il quale, pur vivendo in America, fa finta di non accorgersi dei sondaggi che indicano una costante crescita del supporto degli americani alla politica del Presidente (più del 70 % secondo tutte le rilevazioni). Scrive un articolo in cui spiega che negli States rimpiangono i tempi della Lewinsky ed il cui titolo suona così: «Americani contro americani: "Come ai tempi del Vietnam"». Forse è la più grossa balla che abbiamo letto dall'inizio della guerra. Ma chi se ne frega, staranno pensando al Corriere: il popolo della pace vuole questo, e noi glielo diamo. 1972 invita i bloggers pacifisti (per la verità un po' catatonici in questi primi giorni di conflitto), sempre pronti a denunciare la "propaganda" alleata, ad occuparsi anche di questa contro-propaganda che sta rendendo irrespirabile il clima nelle nostre "sicure" e "sagge" contrade europee.
Immancabile intervista all'intellettuale radicale di turno: stavolta è Gore Vidal a ribadire la sua teoria secondo la quale Bush e Cheney sapevano in anticipo degli attentati dell'11 settembre ma chiusero gli occhi «per poter avere poi la giustificazione per scatenare la guerra globale al terrorismo. Una scusa per impossessarsi delle riserve di petrolio irachene e mediorientali, dopo aver spianato la strada agli oleodotti che gli Usa costruiranno in Afghanistan». Straordinario. Insomma, per le anime belle del mondo Bush è all'occorrenza uno stupido o un genio del male.
Ottimo ed onesto come sempre invece il pezzo di Francesco Merlo sulla nuova copertina del disco di Paul McCartney in uscita in Europa (la potete vedere su 4Banalitaten). Nella versione europea è sparito il polsino a stelle e strisce che il cantante indossava nella foto originale ed è scomparso anche il riferimento a U.S. Riportiamo il passo finale: «In quel polsino sparito c'è dunque una verità che si nasconde, ma c'è pure una identità, quella occidentale, che si vergogna di se stessa, della sua energia nordamericana, del suo cuore e dei suoi eccessi, c'è l'Europa sorella dell'America che si inabissa e vive rintanata in un Yellow Submarine». Perfetto. Da oggi questo sarà anche il contenuto di "Due parole", nella colonna di destra di questa pagina.
Per un Merlo che dimostra di avere piuttosto chiaro cosa sta accadendo c'è uno Scalfari (e qui cambiamo testata ma restiamo in tema) che il 23 marzo 2003 scopre che in Europa c'è giusto un filino di antiamericanismo. Ovviamente ne attribuisce la colpa ai perfidi yankees. Come ovviamente l'antisemitismo è colpa degli ebrei. Lo sanno tutti, no?


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Il mondo capovolto (3). Vedendo che le cose non stanno andando nella direzione catastrofica che alcuni avevano pronosticato (o sperato?), i profeti di sventura cominciano a coprirsi le spalle pronti peraltro a rientrare in azione appena l'occasione si presenterà. Ci dispiace includere in questa categoria Barbara Spinelli. Ma come definire altrimenti chi prima dell'inizio delle operazioni descriveva (elegantemente, s'intende) l'amministrazione Bush come un gruppo di fanatici a caccia di petrolio e di dominio ed incuranti delle sofferenze umane ed ora, di fronte alle modalità con cui si sta svolgendo la guerra, attribuisce nientemeno che ai movimenti pacifisti il merito della selettività e dell'attenzione con cui gli alleati scelgono i loro obiettivi? Insomma, il ragionamento è: la piazza non ha fermato la guerra ma ne sta scrivendo le strategie. Al Pentagono stanno prendendo appunti. Sulla stessa linea The Guardian. E ne verranno altri, statene certi.
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Uno strano pianeta. Questo intanto il contributo che parte del pianeta (Europa in testa come sempre) sta dando alla liberazione dell'Iraq e alla eliminazione delle armi di distruzione di massa del regime. Quella libertà di espressione che il tanto detestato Occidente garantisce ai manifestanti è la stessa che consente a noi di definire quanto sta accadendo una pena. Crediamo che quando tutto questo finirà non dovrà essere dimenticato che, mentre ragazzi che parlavano inglese e non solo stavano in trincea ancora una volta anche per tutti quelli che li coprivano di disprezzo, nelle strade delle principali città occidentali altri ragazzi bruciavano bandiere americane e britanniche, gridavano agli "assassini" Blair, Bush e Aznar, garantivano al regime di Baghdad tutto quel supporto morale che nello stesso Iraq Saddam e la sua cupola mafiosa non trovavano. Il nostro pensiero sulla guerra lo abbiamo già espresso più volte. La retorica bellicista non è nelle nostre corde come non è nelle corde delle nazioni democratiche per le quali la guerra è e sarà sempre una tragedia con la quale però a volte è necessario misurarsi. Ma la fuga dalla realtà, l'ipocrisia e l'ingratitudine lo sono ancora meno. Lo spettacolo cui stiamo assistendo (non per la prima volta ma in questo caso con un impatto mediatico fuori dal comune) ci fa pensare che i principi sui quali si fondano le democrazie occidentali rappresentino ben poco per intere generazioni dominate dal relativismo etico e culturale e dall'odio verso i loro padri. Chi è per la pace, la libertà, la sconfitta dell'intolleranza e del fanatismo non può approvare le montagne di cervelli portati all'ammasso che con incontenibile carica di entusiasmo la stampa europea (con poche eccezioni) sta accompagnando nel loro conformismo.
Con tutto il rispetto dovuto. Ma non una goccia di più. Come in questo editoriale del Foglio di oggi.
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Diario. Verso Baghdad. Bassora sotto controllo. Buio su Saddam. Scontri al Sud. L'editoriale del WP sull'evoluzione delle operazioni militari. Pare che reparti speciali si trovino già a Baghdad per azioni coperte e per negoziare la resa di divisioni della Guardia Repubblicana. Il WT spiega perchè gli alleati non sono entrati in forze a Bassora: gli ordini sono di evitare lo scontro finchè possibile. Le ipotesi sulla sorte di Saddam: questa sembra una fonte attendibile anche se continuano le sue apparizioni televisive. Al-Quds, giornale arabo con sede a Londra, prevede che il Raìss si giocherà tutto nella battaglia di Baghdad: armi chimiche comprese. L'approccio bellico cui stiamo assistendo è frutto della dottrina Rumsfeld: guerra «sofisticata» e tecnologica contro la preponderanza di forze teorizzata da Powell. Questa è diversa dalle altre guerre per nove ragioni essenziali: le spiega il Weekly Standard. A Umm Qasr, sbocco al mare dell'Iraq, in questo momento c'è ancora battaglia.
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sabato, marzo 22, 2003
Più di mille parole. Una foto che spiega molto.
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Il nostro NYT (2). Oggi il Corriere (che non linkiamo perchè tanto fra poco sparirebbe) affida il suo "no alla guerra" a Claudio Magris. Il quale partendo dall'Imperatore Francesco Giuseppe giunge alla conclusione che i pacifisti sono dei campioni di realismo (osservazione quantomeno singolare). Poi spiega che la guerra è sbagliata perchè non si va a bombardare Palermo per prendere i mafiosi. Sommessamente ci chiediamo: ma come è possibile che un fine intellettuale possa scrivere queste sciocchezze e soprattutto che un grande giornale continui a pubblicarle? Poco dopo suggella che la guerra provocherà «reazioni a catena, pericolose per l'attuale equilibrio del nostro mondo». Insomma, per Magris il mondo è un'oasi di serenità che gli americani vanno a turbare. Pare che non sia successo nulla nell'ultimo anno e mezzo. Cancellati nell'ordine: 11 settembre; attentati contro cristiani in Pakistan; attentati contro francesi in Pakistan; attentato a Djerba contro tedeschi; attentati in Kashmir; attentato contro la petroliera francese nello Yemen; attacchi in Kuwait contro militari americani; attentato in Giordania contro ambasciatore Usa; strage di Bali; sequestro teatro di Mosca; attentati in Kenya contro israeliani; attentati antiamericani nello Yemen;  e dulcis in fundo terrorismo palestinese in Israele. Potremmo continuare. L'idea che Magris ha dell'equilibrio del mondo ci lascia un po' perplessi.
Massimo Nava ci regala un pezzo sui fedelissimi di Saddam e i loro sogni di gloria. Lo chiude con queste parole: «Il settimo Cavalleggeri avanza, come quando liberava per l'uomo bianco le verdi pianure dagli indiani e le rotte dell'oro. Saddam per difendere il suo oro nero ha soltanto le frecce. E tutti sperano che gli indiani del terzo millennio non le abbiano avvelenate». A parte che il paragone è aberrante. Ma quelle frecce in mano del povero Saddam ci ricordano tanto le famose pietre dell'Intifada palestinese. Quelle che si tirano così forte che possono persino far scoppiare gli autobus a Gerusalemme.
Goffredo Buccini inizia invece sobriamente il suo pezzo sui bombardamenti: «No, Armageddon non è un videogioco...Dodici anni dopo, al tempo della prima Guerra Digitale, la morte sporca è tra noi, l'orrore va in diretta, in mondovisione ed entra nelle case, nelle famiglie, osceno davanti agli occhi dei bambini e degli indifesi: sono le nove di sera in Iraq, l'una del pomeriggio a New York, quando quest'orrore, che sembra Dresda e Coventry moltiplicato da decenni di bombe raffinate e «intelligenti», passa su CNN e Fox, su CBS e ABC News, e attraverso i network arabi ed europei». Basta leggere qualsiasi altro giornale per sapere che Dresda e Coventry non c'entrano proprio nulla, ma a Buccini l'idea piace tanto. Tanto che poi si scaglia contro la decisione del Pentagono di permettere ai giornalisti di seguire le operazioni perchè l'informazione sarebbe condizionata. Lui che invece è rimasto a New York, in piena libertà, scrive queste cose.
Bello invece il ritratto di Rumsfeld ad opera di Gianni Riotta.


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Diario. Baghdad, Alleati, iracheni, Europa. La campagna aerea di ieri notte raccontata dal WP. La precisione nel colpire obiettivi strategici sembra dare i risultati sperati. A Baghdad si comincia a capire che la guerra è diretta solo contro il tiranno mentre si assiste alla fine di un regime e dei suoi simboli. Nelle prime città liberate gli iracheni parlano delle loro sofferenze e chiedono di non essere lasciati soli (nemmeno il tono ingessato del NYT riesce a nascondere la forza del momento). Quelli che i pacifisti occidentali chiamano "invasori" sono accolti così. La stessa storia anche sul Guardian: «Perchè ci avete messo tanto?». Sullo sfondo le trattative per la resa riportate da LAT. I movimenti delle truppe turche nel Nord dell'Iraq: una mina vagante. Sulla sorte di Saddam dopo l'attacco ancora incertezze. Ma qualcuno dice di averlo visto portare via ferito dopo il first strike di giovedì. La guerra (come la rivoluzione) non è un pranzo di gala: si sta combattendo alle porte di Bassora. Mentre questo sta avvenendo, in Europa tutto continua come in un'altra dimensione. Oggi sono previste altre ore di ricreazione nelle piazze e Chirac, che lo sa, continua a dire di no a tutto.
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venerdì, marzo 21, 2003
Il nostro NYT. Gli equilibrismi del Corriere sono straordinari. Chiamato in causa da Ferrara oggi De Bortoli dice la guerra è sbagliata ma in fondo è meglio che la vincano gli americani che però sono governati da John Wayne mentre ci vorrebbe un John Kennedy (che di guerre preventive ne fece una e ne minacciò un'altra peraltro). Insomma la solita fuffa. Ma tant'è. E' lo stile New York Times dell'ultimo periodo. In linea il commento di Massimo Nava (pur bravo di solito) che ci regala perle come la seguente «...due ragazzi con la maglia del Milan e del Barcellona, simboli di paesi amati e sognati che oggi hanno voltato le spalle all'Iraq». Voltato le spalle? Perchè Nava non gliene regala una del Paris-Saint-Germain? Un'altra da paura sempre sul giornale di oggi: «Il patriottismo spinge sempre gli americani a fare quadrato attorno al Presidente, ma non li acceca al punto da renderli disumani». Disumani? Disumani. Ma cos'è questa roba?
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Non con questa Onu. Incisivo fondo di Charles Krauthammer sul WP. In breve: Presidente, non torni all'Onu dopo questa guerra. Approfittiamone per costruire nuove istituzioni in grado di affrontare con realismo le nuove sfide. Difficile dargli torto.
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Perchè Baghdad aspetta gli attacchi con le luci accese? Si azzarda una spiegazione su TNR.
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Il regime che fra poco qualcuno abbatterà. Inutile sottolineare che documenti come questi non vi saranno consegnati ai sit-in sotto le ambasciate Usa nè li troverete nei blogs anti-war. Noi - che delle guerre abbiamo come tutti una discreta paura ma che quelle guerre non abbiamo vergogna di appoggiare quando difendono principi di civiltà, quando sono l'alternativa a capitolazioni etiche dagli esiti drammatici e quando spazzano via tiranni - ve li proponiamo consapevoli di fare cosa buona e giusta.
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Diario. Alleati, Europa, Baghdad. Mentre parte del pianeta appare ancora in piena ricreazione e a Bruxelles fanno finta che la guerra non esista, gli alleati (quelli veri) entrano in Iraq. Forse è ancora presto per trarre bilanci ma una prima analisi della situazione indica che le cose stanno andando per il verso giusto. Dal Washington Post ci ricordano qual è la strategia preferita di Saddam e da Baghdad (se non è una bufala: speriamo di no) arriva la testimonianza di un blogger che agisce in clandestinità.
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giovedì, marzo 20, 2003
Come è nato il first strike di questa notte. Los Angeles Times e Boston Globe sulle inattese modalità con cui è stato dato inizio all'azione militare. Se l'operazione fosse andata a buon fine la guerra sarebbe finita ancor prima di cominciare. Intanto il NYT dà conto di una parallela operazione contro Al-Qaeda nell'Est dell'Afghanistan.
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Ore 3,33. Primo obiettivo: Saddam.
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God bless America, its allies and Iraqi people.
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La vigilia in Israele. Comunicazioni di servizio alla popolazione.
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La vigilia. Negli editoriali della stampa araba.
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Poesia.

Né mistero né dolore,
né volontà sapiente del destino:
sempre quell'incontrarci ci lasciava
l'impressione di una lotta.
Ed io, indovinato dal mattino
l'attimo del tuo arrivo,
percepivo nei palmi socchiusi
il morso leggero di un tremito.
Con dita arse gualcivo
la variopinta tovaglia del tavolo...
capivo fin da allora
quanto è angusta questa terra.

(Anna Achmatova)
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mercoledì, marzo 19, 2003
Left idiocy (3). Ma forse idiocy è poco. Segnalato da Klamm (che è educato e non commenta) Stefano Benni sul Manifesto scrive la lettera di Adolf Hitler (nientemeno) agli amici (nientemeno) Bush, Blair e Aznar (noti nazisti). Davvero siamo arrivati a un punto di non ritorno. Ci vergognamo anche un po' di farci veicolo di questa "cosa". Ma è importante capire perchè Saddam può contare su diversi sostenitori anche qui in Occidente. Confrontare il pezzo con quello di The Independent citato nel post precedente e farsi una ragione del perchè loro hanno avuto Churchill e noi Mussolini e i nipotini di Stalin.
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Ma la democrazia è una cosa seria. Come dimostra la stampa inglese. The Independent ha avversato per mesi le scelte politiche di Blair. Oggi commenta così la performance del Primo Ministro alla Camera dei Comuni. Un altro pianeta. Chapeau.
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La settimana della stupidità. Questa settimana i bloggers "pacifisti" hanno ripreso un vecchio mantra. Visto che il Bush "fondamentalista" sta per essere dichiarato fuori moda, torna alla ribalta il Bush "stupido". E' una gara a chi lo fa più stupido. E' straordinario che alla vigilia di una guerra ci si impegni in elaborazioni analitiche così complesse. Stanno finendo le munizioni. Tristezza.
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Quando l'Onu aveva altro da fare (e a nessuno interessava). Le lezioni del Ruanda e del Kosovo. Chi le ha vissute non sembra avere troppi dubbi nel decidere da che parte stare oggi.
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Come combatterà Saddam. Amir Taheri, giornalista iraniano, illustra le tattiche che sta preparando il Raìss. Tra queste anche il tentativo di provocare il maggior numero di vittime civili per presentarsi al mondo come vittima.
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Blair's speech. Ci siamo immersi nella lettura e ne siamo appena usciti. Ammirati. Da antologia della politica.
Blair ha ottenuto poco fa il supporto della Camera dei Comuni seppur con l'opposizione di 139 dei suoi.
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martedì, marzo 18, 2003
Isolamento. Nota giustamente oggi Andrew Sullivan (nel post intitolato Europe's support) che al fianco degli Stati Uniti ci sono in Europa 21 Paesi (Gran Bretagna, Spagna, Danimarca, Italia, Olanda e tutto il blocco dell'Est); 6 Paesi non si sono pronunciati (Irlanda, Austria, Finlandia, Serbia, Svizzera e Norvegia); 6 si sono schierati contro (Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, Svezia e Grecia). Con Andrew Sullivan ci chiediamo: perchè si parla di isolamento americano e non franco-tedesco?
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Legalità. Per chi oltre alla legittimità politica ritiene indispensabile una copertura legale all'intervento contro il regime di Saddam Hussein, questo è il parere ufficiale dell'Attorney General del Regno Unito depositato in Parlamento. Qui le risoluzioni 678/90, 687/91 e 1441/02.
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La cattiva coscienza. Strepita la Francia per bocca del suo Presidente. Ma è dentro se stessa che dovrebbe guardare. Dalla Russia non ci si attendeva più di tanto in fondo, la Germania sotto Schroeder è diventata un nano politico (la Cina è ancora troppo impegnata nelle sue liturgie tardo-marxiste per occuparsi del mondo ed in ogni caso è altra questione). La Francia no.
La Francia è stata una grande nazione dal cui patrimonio storico e culturale l'Occidente democratico non può certo prescindere. Ma le grandi nazioni nei momenti cruciali non si possono permettere di stare dalla parte sbagliata della storia: ovvero al fianco dei terroristi e dei tiranni.
Il gioco a perdere cominciato da Chirac mesi fa e culminato con quella minaccia di veto su una decisione peraltro già adottata all'unanimità con la risoluzione 1441 ha prodotto non solo la spaccatura dell'Occidente ma il suicidio della residua autorevolezza delle Nazioni Unite. A meno che la ricerca dello strappo non fosse proprio l'obiettivo di Chirac (non vorremmo arrivare a pensarlo), davvero non si può capire il perchè di una così fragorosa assenza di politica, di una così miope condotta strategica, di un così grossolano tentativo di sfruttare una crisi internazionale per costruirsi un ruolo in chiave antiamericana. E' una strada su cui nessuno ragionevolmente potrà seguire Parigi. Chirac non è Saddam Hussein, ovviamente: su quest'ultimo ricade la responsabilità di quanto accadrà, sulla sua definitiva sfida alla comunità internazionale, sul suo mondo di tenebra con il quale ha pensato di ricattare tutti ancora una volta. Ma la Francia e la vecchia Europa che l'ha seguita nella sua strada di ipocrisie e di sabotaggi dovranno prima o poi essere chiamate a rispondere per la loro parte per quanto accaduto. Sarebbero bastati cinque minuti a Chirac per spiegare al suo popolo che tutte le energie erano state spese nella ricerca di una soluzione pacifica ma che le grandi democrazie a volte devono assumersi le proprie responsabilità e non mancare quando sono chiamate a difendere i propri valori. Ma non l'ha fatto. Si dice che il giudizio futuro su questa vicenda storica dipenderà dall'esito della guerra contro Saddam. Sbagliato. Indipendentemente da quanto accadrà non si potrà dimenticare che al momento di affrontare la minaccia posta dal terrorismo e dalle armi di distruzione di massa qualcuno non c'era. Il mondo civile che non accetta i ricatti del terrore e gli iracheni liberati da un tiranno sapranno chi non dovranno ringraziare. E a chi chiama oggi "eroi della pace" i fautori dello status-quo andrebbe ricordato che eroe non è chi non sbaglia mai, ma è chi non sbaglia nelle occasioni in cui non si può sbagliare.

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Il messaggio all'America e agli iracheni. Il testo del discorso di Bush. L'editoriale del Washington Times e l'analisi del NYT.
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lunedì, marzo 17, 2003
Lunedì, come annunciato. Stanotte messaggio alla nazione.
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La deterrenza non è più prevenzione ma la prevenzione può essere la nuova deterrenza. La difesa preventiva è necessaria quando il nemico è il terrorismo. Ma possiede anche un suo valore deterrente. Lo illustra bene The Times in questo commento.
Da tempo è chiara la divisione su cui si gioca il futuro dell'Occidente e della sicurezza mondiale: da una parte chi ha capito che le caratteristiche delle minacce sono cambiate e cerca di predisporre contromisure adeguate; dall'altra chi è rimasto ancorato ad una visione del mondo forse strategicamente più comoda e più facile da interpretare ma ormai inesistente. C'è un abisso concettuale, linguistico, politico tra le due parti. Le reazioni indispettite che le cancellerie europee hanno riservato al vertice delle Azzorre sono lo specchio di chi non si rassegna alla perdita di un passato rassicurante. Ma tutto è diverso oggi. E le regole non le abbiamo cambiate noi. Sarebbe meglio che tutti ne prendessero atto prima che sia tardi anche nella vecchia Europa.
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Le strane teorie dei Signori Gibson. Mel fa un film che accusa gli ebrei di deicidio. I suoi genitori dicono che l'Olocausto è tutta una invenzione. Non sarà la storia del giorno ma...
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Continuando a ricordare. Un dettagliato documento informativo dell'Universitá di Trieste e la pagina dell'Unione Patriottica del Kurdistan.
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domenica, marzo 16, 2003
Halabja. Oggi è l'anniversario di questa barbarie. Pare che ieri nessuno se ne sia ricordato.
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Oggi cronaca, domani storia. Dall'agenzia di stampa ufficiale cinese l'annuncio della designazione di Hu Jintao come Presidente della Repubblica Popolare e quello di Wen Jiabao come Premier. Qui e qui altre immagini delle più alte cariche. L'iconografia è sempre quella.
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sabato, marzo 15, 2003
Gli schiavi del Sudan. L'islamizzazione forzata attuata dal regime di Karthoum ed i suoi costi umani. Sullo sfondo alcune complicità eccellenti di cui in Europa si preferisce non parlare. Ecco perchè.
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Dagli archivi del Komintern. Quando Molotov considerava «criminale dichiarare che le idee del nazionalsocialismo sono una ragione della guerra».
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America, tu quoque? Seppur decisamente sfumata rispetto agli standard europei, sembra affacciarsi anche in certi ambienti politici Usa l'ossessione dell'ebreo al potere. Il caso Moran sta facendo discutere come e forse più delle invettive antisemite di Buchanan. Dall'Economist una breve storia delle teorie della cospirazione che hanno attecchito sul suolo americano. Dal Washington Post le preoccupazioni delle comunità ebraiche. Se sapessero cosa succede nel vecchio continente forse dormirebbero sonni più tranquilli.
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Parole in libertà (4). Prima dell'articolo pubblicato ieri dal Corriere l'ineffabile Paulo Coelho aveva già dato prova di sè due settimane fa sul Guardian. L'ironia dovrebbe far sorridere. L'odio e l'ignoranza mascherati da satira inducono solo una profonda tristezza. L'immagine che gran parte del mondo "intellettuale" sta offrendo in questo momento storico risulta troppo spesso sconfortante nella sua inadeguatezza e sconcertante nella sua banalità.
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Ancora su Chomsky. E' curiosa ed anche vagamente ricattatoria la definizione che si dà di Noam Chomsky su questo sito. Dissidente. In politica la parola dissidente si utilizza tradizionalmente in riferimento ad una dittatura. Forse Chomsky ed i chomskyani lo pensano, ma al resto degli umani francamente non risulta che negli Usa si sia mai verificata una condizione del genere. I dissidenti sono quelli che alle dittature si oppongono. Chomsky le dittature tende a sostenerle: dal Vietnam comunista, alla Serbia miloseviciana, all'Iraq di Saddam. Chomsky è la più solenne smentita delle sue stesse teorie. Per lui la colpa di tutto il male del mondo ricade sugli Stati Uniti e sull'Occidente. Ma è proprio negli Stati Uniti e in Occidente che Chomsky ha conosciuto fama, considerazione, denaro, potendo diventare punto di riferimento ideologico per tutti gli orfani delle rivoluzioni fallite. Ci sembra che ai dissidenti sia andata un po' peggio.
Ecco perchè ci teniamo stretti Vaclav Havel e tutti quelli come lui.
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venerdì, marzo 14, 2003
Il collega si è arrabbiato. Peccato. Oltre al Chomsky linguista c'è anche il Chomsky estremista (ed è opinione piuttosto diffusa). Basta riconoscerlo. Indymedia è no-global. Chomsky è icona no-global. Indymedia non c'entra nulla col collega. Anche arrabbiarsi non c'entra nulla però. Chiudiamo qui.
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Sei domande ai pacifisti.
1) La pace è importante, ma è accettabile la pace senza libertà?
2) Se pensate che la pace sia un valore assoluto, quali delle seguenti guerre non avreste combattuto? Prima guerra del Golfo, Seconda guerra mondiale, Rivoluzione americana, Guerra civile, Guerra di Corea, Guerra contro i talebani.
3) Perchè l'appeasement dovrebbe avere successo con Saddam quando ha fallito con così tanti altri dittatori?
4) Gli Stati Uniti possono agire per prevenire attacchi - prima che avvengano - sul proprio territorio o sulla propria popolazione?
5) Se non l'America, chi? Se non ora, quando?
6) Infine. Abramo Lincoln disse che non c'era una via di mezzo tra libertà e schiavitù. Ci può essere una via di mezzo tra libertà e terrorismo?
In attesa delle risposte qui l'articolo che le contiene tutte.
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Parole in libertà (3). Un "inestimabile" contributo di Paulo Coelho (non più in rete) che il Corriere non si lascia sfuggire. Ci asteniamo da ogni commento.
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Parole in libertà (2). Leggere Chomsky e scoprire... che chi difende gli Usa è un nazista.
A Chomsky la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze ha assegnato una laurea honoris causa (la terza ricevuta in Toscana) preferendolo a Vaclav Havel. La motivazione è che Chomsky rappresenterebbe il futuro, Havel il passato. Con Zinovev diremmo... il radioso avvenire. Ma l'icona Chomsky non smette di sprigionare il suo potenziale attrattivo per le giovani generazioni del confuso Occidente. Non bastando tutte le Indymedia del mondo oggi un collega che lo ammira molto blogga gli archivi di tutti (tutti!) gli scritti dell'uomo. Aggiungendo che è uno che pensa con la sua testa (per giustificare l'estremismo è un modo di dire elegante). Peraltro ci sforziamo di farlo anche noi ma forse non è la stessa testa.
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Parole in libertà. Tratto da Indymedia: «Lucia Annunziata è una figura al servizio del progetto imperiale in Italia. Il suo legame con massimo D'Alema e con gli anglosassoni ne fa un individuo spregevole quasi peggiore di Paolo Mieli». Bello il «quasi». Un conato di moderazione.
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Il gigante in movimento. La generazione di politici ascesa ai vertici delle istituzioni a Pechino è la prima tutta made in China. Tra pragmatismo e rigidezze il potere prova ad avvicinarsi alle masse proprio adesso che l'ideologia sembra definitivamente destinata ad essere sepolta. La democrazia è ancora un orizzonte lontano. Ma dopo tanto culto della personalità è comunque arrivata l'ora dei "leaders invisibili". Hanno anche proiettato al cinema "La fattoria degli animali". E fra poco suonano i Rolling Stones (censurati). Speriamo bene.
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Missione sfortunata. Sembra che un ispettore sia morto in Iraq investito da un camion.
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Poesia.

Il mondo che vi pare di catene
tutto è tessuto d'armonie profonde

(Sandro Penna - Moralisti)
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giovedì, marzo 13, 2003
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Disinformazione. Il Nuovo pubblica l'elenco dei paesi che violano risoluzioni dell'Onu (senza distinguere tra l'altro in base a quale articolo della Carta delle Nazioni Unite siano state deliberate). Il commento dedicato ad Israele comincia cosí: «Nel 1956, 1967, 1982 Israele ha attaccato Egitto, Giordania, Libano, Siria e Tunisia. Nel 1982 invase il Libano, uccidendo 17.500 civili. Israele ha ignorato finora 68 risoluzioni». Perle di informazione. Vedere come continua. Update: stasera hanno cambiato l'incipit. Ma è assurdo lo stesso.
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La solitudine dei grandi. Sta vivendo il momento più difficile della sua carriera politica. E ne sta venendo fuori da leone. Le parole di Rumsfeld volevano offrirgli una possibilitá di uscita? In ogni caso hanno dato fiato ai suoi avversari. Ieri doveva essere il giorno della sua crocifissione. E' stato quello della consacrazione di un leader. Tutta la stampa britannica (favorevole e contraria) non può fare altro che riconoscerlo. Restano solo i "progressisti" nostrani (quelli che fino a ieri lo osannavano) ad augurarsi una sua sconfitta. Che non ci sará. Comunque vadano le cose lui è il nostro uomo. I resoconti del giorno più lungo di Tony Blair da Guardian e Independent, Times e Telegraph.
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Democrazia in medioriente. Altri contributi sull'argomento. Per chi se la fosse persa da leggere questa intervista a Lawrence Kaplan (The New Republic) e Bill Kristol (The Weekly Standard); poi la seconda puntata dell'articolo di Christian Rocca che tra l'altro anticipa molte delle osservazioni di Daniel Drezner pubblicate ieri in risposta a certo diffuso e ostentato scetticismo. Insomma, è difficile ma si può fare. Nella storia è già successo e le condizioni non erano poi così diverse.
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La settimana a tema (2). Ecco cosa pensa la destra religiosa americana (quella vera) dell'intervento in Iraq, delle dottrine dell'amministrazione Bush, dei neoconservatori. Notare i numerosi punti in comune con le argomentazioni di certa sinistra. Sono proprio il Presidente, i suoi collaboratori, Israele i bersagli della propaganda a tinte fosche di Pat Buchanan. Analisti ed esperti stavolta sembrano essere andati decisamente fuori tema.
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mercoledì, marzo 12, 2003
Gianni e Furio... quando la coppia scoppia. Dal Riformista un divertente ritratto di casa Unitá.
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La settimana a tema. Questa è la settimana della religione. In questi sette giorni Bush viene attaccato perchè sarebbe un fondamentalista religioso. Sul piatto prelibato servito domenica da Barbara Spinelli (ahimé) si getta oggi come un avvoltoio il Corriere con ben tre articoli (ovviamente non più on-line) che toccano l'argomento (ripreso con entusiasmo anche nella rete da chi non vedeva l'ora di rivelarci tutti i retroscena dello spinoso caso). Hanno dimenticato tutti che in America di religione si può parlare perchè la distinzione fra Stato e Chiesa è talmente netta da non poter suscitare confusione alcuna. Hanno dimenticato anche che in Europa proprio perchè un po' di confusione esiste si stanno scannando sulla parola "Dio" da inserire nel testo della Costituzione. Hanno dimenticato che l'Italia è stata governata per cinquant'anni da un partito che si chiamava Democrazia Cristiana. Hanno dimenticato tutto. Ma si divertono tanto. Aperte le scommesse per il tema della prossima settimana (speriamo si torni al petrolio).
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Si sente davvero di tutto in questi tempi di confusione. Non chiedeteci di più.
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L'esame di maturitá. E' il momento più difficile per i leaders che coerentemente pensano che tra i loro compiti essenziali ci sia anche quello di assumere decisioni fortemente impopolari quando necessario. Ed è il momento della veritá anche per le nazioni democratiche chiamate ad una verifica impegnativa del loro grado di maturitá. Così mentre da una parte c'é chi (citando Solgenitsin) ricorda ai propri governanti che in momenti come questi occorre dimostrare di saper parlare ed agire con coraggio per la difesa dei propri principi, dall'altra c'é chi (citando De Villepin) invita apertamente i propri dirigenti alla diserzione dalle proprie responsabilitá in nome della popolaritá e del consenso. E' solo un esempio. Ma se questo è lo specchio di una realtá, noi sinceramente non abbiamo alcun dubbio su chi supererá l'esame e su chi sará destinato a ripetere in eterno.
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Sogno americano. Una piccola grande storia che non troverete sui quotidiani e nei siti dell'American-bashing e del Bush-bashing. Dai campi di schiavitú in Somalia agli States. Il grande viaggio di dodicimila Bantu sta per cominciare. Intanto vanno a scuola di american way of life.
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martedì, marzo 11, 2003
Auto-riconoscimento. Non lo sapevamo perchè qui dove siamo noi Libero non arriva ma Capperi (bel blog) ci informa che su quel quotidiano Iuri Maria Prado ha scritto più o meno le stesse cose che ieri (vedi ns. ultimo post del 10 marzo) avevamo pubblicato a proposito delle reazioni agli slogan antisemiti e anti-Mieli. Ne siamo contenti.
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Lo Schroeder di Corea. La sua campagna elettorale fu all'insegna del richiamo all'appeasement con la Corea del Nord e della denuncia dell'«invadenza» delle truppe statunitensi nel Sud. Ora, resosi conto che l'amico Kim-Jong-Il non vuole esattamente invitarlo a passare le vacanze nella sua residenza di Pyongyang, proclama davanti ai cadetti dell'Accademia Militare di Seul la necessitá di «una forte alleanza con gli Stati Uniti». E' Roo Moo-Hyun, il neo-presidente della Corea del Sud. Non è mai troppo tardi.
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Il teatro dell'assurdo. Che utilitá possa avere per Francia e Russia aver annunciato il loro veto in largo anticipo sulla votazione è materia che lasciamo agli esperti perchè davvero non riusciamo a scorgerne il senso profondo. Certamente il risultato di questi pronunciamenti è il rafforzamento della posizione di Saddam al quale le due potenze europee hanno sostanzialmente assicurato che può contare su di loro ancora una volta (c'è anche la Germania ma la sua posizione a questo punto è pura testimonianza). Ma l'obiettivo ultimo è rappresentato dall'evidente tentativo della Francia e dei suoi partners di umiliare gli Stati Uniti e di costruirsi una inesistente identitá politica giocando la partita rischiosa e moralmente condannabile dell'opposizione nei confronti dell'alleato storico. Ciò che più sconcerta a nostro avviso è che il fronte anti-Usa non si sia mai preoccupato di pensare e proporre un'alternativa seria, reale, ponderata per raggiungere il disarmo di Saddam senza il ricorso alla guerra. L'unitá del fronte democratico e la pressione politica e militare esercitata con costante ed implacabile energia nei confronti dell'Iraq avrebbero potuto rappresentare anche agli occhi di un despota come Saddam una concreta e credibile minaccia. Ma il lavoro di Francia, Germania e Russia è stato da subito quello di allentare qualsiasi tipo di tensione e di farsi garanti della sopravvivenza di un regime impresentabile. Al di lá del mantenimento dello status quo e della tattica dei rinvii non si è visto nulla: è stato il trionfo della non-politica della vecchia Europa. La stampella dell'Onu è stata fondamentale per far sì che il disegno anti-Usa si potesse compiere: la farsa delle ispezioni, la cui ripresa è stata ottenuta solo grazie alla pressione anglo-americana, ha finito per essere l'arma usata dal fronte del no contro chi aveva ridato vita e consistenza ai controlli. Ancora ieri De Villepin l'ha utilizzata per ribadire che «finchè gli ispettori sono al lavoro non c'è ragione per intervenire». Tutti sanno che Saddam non ha disarmato nè lo fará mai; tutti sanno che la risoluzione che gli concedeva l'ultima possibilitá è stata continuamente violata dal regime; la vecchia Europa mente sapendo di mentire quando chiede tempo per gli ispettori perchè la 1441 non assegna loro il compito di trovare qualcosa ma a Saddam l'onere della prova del disarmo e perchè senza la piena collaborazione irachena tutto diventa una tragica messinscena. Come nota in questo editoriale il Washington Post «Ogni discussione (sull'efficacia delle ispezioni) appare surreale perchè ignora il mastodontico dato di fatto che l'Iraq non ha ancora rivelato le sue armi».
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La "profezia" di Robert Conquest. «L'Unione Europea dunque è ancora lontana dal costituirsi come un gruppo di nazioni vincolate da un accordo generale e flessibile e capace di attuare politiche e programmi compatibili con quelli altrui, ma nel contempo adatti alle proprie contingenze e alla propria storia. [...] Ma ciò che più conta è che l'"Europa" crea una frattura in seno all'Occidente, ponendosi di fatto in contrasto con gli Stati Uniti. [...] Inoltre si è rivelata incapace di concertare una politica estera comune con il resto del mondo democratico, o anche solo di svilupparla in seno ai suoi organi. [...] ...la sua capacità di dividere l'Occidente e le sue incontrollabili scorrerie burocratiche devono essere osteggiate nel modo più risoluto... [...] Una maggiore unità della nostra cultura democratica e la definitiva dissoluzione dei dispotismi superstiti sono auspicabili non soltanto per il loro valore intrinseco, ma anche perchè offrono la migliore via di scampo dinanzi al duplice pericolo della barbarie e della guerra nucleare, che ha minacciato questa generazione e che non è ancora stato eliminato. [...] E' giunto, insomma, il momento di ricompattarsi. La disintegrazione stessa cui assistiamo sta facendo nascere il bisogno di procedere alla creazione di forme di alleanza più affidabili. [...] ...nell'ONU oggi si ravvisa tutt'al più uno spazio in seno al quale si conclude qualche accordo, una struttura che facilita a livello tecnico certi atti internazionali, nonchè un teatro di scontri e scaramucce politiche: una tribuna, più che un passo verso l'unità mondiale, almeno per ora. [...] ...l'Europa continentale non ha cessato di essere una fonte di burocrazia e burolatria, di protezionismo, di antiamericanismo e di ostilità al concetto anglo-americano di diritto e libertà».
(Robert Conquest, Reflections on a ravaged century, 1999 - in italiano pubblicato come Il secolo delle idee assassine, 2001). Più chiaro di così, impossibile. Più attuale di così, impossibile.
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lunedì, marzo 10, 2003
Antisemitismo e indignazioni. Alle nostre orecchie suona un po' stonato il coro unanime levatosi per condannare le scritte antisemite (e anti-Mieli) che un ignorante ha lasciato sul muro della sede Rai a Milano. E non certo perchè il fatto non lo meriti. Ma perchè tra gli indignati coristi ci sono anche tutti coloro che per esempio si dimostrano disposti a derubricare come mero fenomeno culturale l'incitamento all'odio antiebraico che è pane quotidiano nelle scuole e nei media dei regimi mediorientali o a considerare come legittima forma di protesta il rogo di bandiere israeliane in qualche manifestazione "pacifista" o in qualche corteo no-global. Sì, decisamente stonato. E anche un po' ipocrita.
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Da Clinton a Bush. Andrew Sullivan scrive un commento memorabile (stampare, ritagliare, appendere in camera) sulla politica estera dei due presidenti e sulle reazioni che ne sono seguite in Europa. Benevole e accomodanti per Clinton (che peraltro non aveva avuto a che fare con un 11 settembre), scomposte ed isteriche per Bush. Ancora una volta: realtá e ragionamento contro luoghi comuni e slogan. Troppo difficile?
P.S. Se quella di Andrew Sullivan non è attualmente per voi la prima lettura della mattina prima di cominciare il lavoro o l'ultima della sera prima di andare a dormire, allora dovreste cambiare abitudini.
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Marzo 2003. Rafah, territorio dell'Autoritá Nazionale Palestinese. Decine di bambini appartenenti al Parlamento dei Giovani Palestinesi "processano" e "condannano" il Presidente degli Stati Uniti per crimini di guerra ai danni dei bambini afghani, iracheni e palestinesi. Non è uno scherzo. E' l'uso propagandistico dell'infanzia di cui il regime di Arafat continua a dare prova. Nel silenzio (penoso) dei benpensanti.
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Agosto 1966. All'Universitá di Quinghua le Guardie Rosse di Mao entrano in azione in uno dei primi sanguinosi episodi di quella follia chiamata Rivoluzione Culturale. I professori vengono aggrediti, picchiati, umiliati, in molti casi uccisi dagli studenti. Hu Jintao e molti altri leader della "nuova" Cina presero parte a quegli avvenimenti.
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domenica, marzo 09, 2003
Confusione. Domanda: può una persona che ha scritto un saggio di questo valore firmare un editoriale così? Purtroppo sì. Intendiamoci: noi stimiamo, apprezziamo, leggiamo con devozione e ci inchiniamo di fronte alla sapienza di Barbara Spinelli. Ci sembra però che ultimamente il suo gusto per i massimi sistemi stia producendo qualche frutto avvelenato. Dimenticare l'11 settembre, i successivi attacchi del terrorismo, le armi di distruzione di massa in mano a regimi criminali in connessione con l'integralismo assassino, le esigenze di democratizzazione di aree-chiave del mondo, la tradizione ed il ruolo delle grandi nazioni per cercare di convincerci che Bush fa tutto quel che sta facendo in quanto si sente ispirato da Dio, francamente ci sembra un po' troppo. Crediamo che il ruolo di analisti così speciali come Barbara Spinelli sia quello di provare a fare chiarezza nelle congiunture storiche particolarmente difficili come la presente. Non certo quello di aumentare la confusione con editoriali leggermente (eufemismo dovuto all'ordine di grandezza con il quale ci stiamo misurando) fuori misura.
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Ritratto di famiglia. Chi sono i signori Hussein. Pare tra l'altro che Udai, uno dei figli del dittatore, avesse la curiosa abitudine di far torturare gli atleti quando era a capo del Comitato Olimpico del suo paese. Quando si dice lo "spirito olimpico".
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L'altro fronte della guerra al terrorismo. Come il cerchio intorno a Bin Laden si sta stringendo dopo la cattura di tre uomini-chiave. Ottimo reportage di The Observer sui luoghi, i tempi e i risultati della caccia ai leader di Al-Qaeda. Una risposta indiretta a chi afferma che l'intervento in Iraq toglierebbe risorse alla lotta contro l'estremismo islamico e a chi finge di ignorare che l'azione globale contro il terrorismo si svolge necessariamente su più di uno scenario.
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Dopo Saddam. Da Time la minaccia nucleare iraniana.
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sabato, marzo 08, 2003
Succede anche questo. In Botswana (dove la percentuale di sieropositivi sfiora il 40 %) una infermiera ha vaccinato 83 scolari con uno stesso ago. Interrogata sul perchè ha risposto che si era dimenticata di cambiarlo.
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Quel che le femministe (e non solo loro) non dicono. Nemmeno l'8 marzo.
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Sul possibile (e probabile) suicidio dell'Onu. Washington Times e The Times su quel che potrebbe accadere dopo la sessione di ieri. Dieci giorni di tempo che non valgono solo per Saddam. Slate sul gioco a perdere dell'asse franco-tedesco. The New Republic sulle contraddizioni di chi sa solo chiedere rinvii. Infine come la vede il NYT. In Italia la pagina Esteri de La Stampa (non più on-line) con la cronaca dell'ottimo (come sempre) Maurizio Molinari.
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Quel che Blix non ha detto. The Times ottiene copia di un report delle Nazioni Unite che confermerebbe ciò che tutti sanno e che molti si rifiutano di ammettere. Che Saddam sta ingannando il mondo. A Blix non era arrivato.
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Chi almeno prova a non nascondersi dietro una bandiera arcobaleno. Michael Walzer, che la guerra non la vuole, spiega dove sbaglia proprio chi la guerra dice di non volerla. Si può dissentire da molte sue osservazioni sulla possibilità di "contenere" Saddam (e noi modestamente dissentiamo) e sono molte le domande alle quali lo stesso Walzer non troverebbe una risposta (per esempio come fare a liberare da un tiranno sanguinario gli iracheni); ma è apprezzabile il tentativo di argomentare soluzioni alternative e soprattutto la consapevolezza che il problema non può semplicemente essere rimosso come se non esistesse. Insomma tutto quello che non troverete mai nelle manifestazioni "pacifiste" e nelle opinioni pubbliche che espongono bandiere e slogan alle finestre.
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venerdì, marzo 07, 2003
Prova.
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Parlano i dati. I risultati della risposta israeliana al terrorismo: diminuita drasticamente l'efficacia delle azioni kamikaze. Per chi crede ai numeri più che alla retorica.
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Gli estremi(smi) si toccano. Riceviamo nella nostra casella di posta e pubblichiamo: «11 settembre. Colpo di stato in Usa. Ognuno dei 4 aerei dirottati dai terroristi arabi l'11 settembre aveva due scatole nere. Sei non sono state trovate, due risultano mute; caso unico nella storia dei disastri aerei. I terroristi kamikaze hanno compiuto manovre arditissime, con grossi Boeing carichi di passeggeri. Eppure i loro istruttori di volo non si fidavano di farli decollare da soli alla guida di aeroplani da turismo. E ancora: la tragica fine dell'agente O'Neill numero due dell'FBI. Dimessosi ad Agosto per proteste per l'attuale "amministrazione che non ci lascia indagare sulle reti di Al-Qaeda", ha trovato la morte nel WTC dove era diventato capo della security. Chi è l'anima buona che gli aveva procurato quel posto? La strana storia soffocata dai media sulla rete di spie israeliane denunciate dalla DEA: centinaia di persone arrestate e poi misteriosamente rilasciate. E poi le lettere all'antrace (...) hanno letteralmente svuotato a causa della disinfestazione il Congresso: nei giorni seguenti all'attacco, il presidente ha agito senza il controllo democratico. E perchè Bush Jr. ha segregato (forse vogliono dire secretato) tutti gli atti presidenziali a cominciare da quelli dell'amministrazione Reagan quando era vicepresidente suo padre Bush Sr.? Perché? Interrogativi su cui stiamo lavorando...P.S. Non siamo di sinistra!!!». Sul web circolano queste cose. C'è gente che ci lavora. C'è qualcuno che le pensa. Notare il finale: Non siamo di sinistra. Non c'è problema. Saranno di destra. Estrema sinistra ed estrema destra unite da sempre nell'odio per le democrazie (preferibilmente per il modello anglosassone e per Israele), nella teoria del complotto imperialista, nel richiamo alla lotta contro l'ordine costituito in nome di una classe o di un modello sociale alternativo. Cose fuori dal tempo ma purtroppo vive ancora oggi come dimostrano per esempio i proclami di Desdemona Lioce, la brigatista arrestata tre giorni fa che avrebbe potuto tranquillamente sottoscrivere un brano come questo con tanto di richiami all'integralismo islamico. Fondamentalismi che si legano. Estremi(smi) che si toccano. Capite che è esattamente da questo che ancora una volta dobbiamo difenderci?
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Equilibrismi. Ovvero come essere d'accordo con il Presidente ma non volerlo ammettere. Slate parla di The Threatening Storm di Kenneth Pollack. Il libro (qui e qui recensito da Camillo) è un'analisi dettagliatissima della vicenda irachena la cui conclusione è che Saddam deve essere rimosso per il bene di tutti. In Italia non si trova ovviamente (d'altronde abbiamo giá Gino Strada che ci spiega tutto, perchè perdere tempo con Pollack) e bisogna farselo mandare da Amazon. Veniamo al punto. Chris Suellentrop nell'articolo si ingegna non poco per dimostrarci che non avevamo capito nulla. Che in realtá The case for invading Iraq (questo il sottotitolo) di Pollack non è lo stesso di Bush. E che Pollack sí che è bravo a convincere le élites liberal, non come quel rozzo cowboy che sta alla Casa Bianca. Sicuramente uno è un saggista, l'altro un politico. Quindi è evidente che uno prediliga l'analisi nel parlare al pubblico, l'altro la semplificazione. Ma purtroppo per Suellentrop alla fine i due dicono la stessa cosa. E per l'élite è dura da mandare giú. Élite prigioniera di se stessa in equilibrio su un filo sottile.
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Nuovi idoli a sinistra. La visita di Chirac in Algeria commentata da Libération (segnalata da Klamm).
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Bush parla, la sinistra liberal approva. Negli ultimi interventi la ricerca del consenso interno è stata uno degli obiettivi primari.  NYT e Washington Post sulla conferenza stampa di stanotte. Qui il testo.
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Dacci oggi il nostro dittatore quotidiano. Ancora lui. Sempre lui. Solo lui. E' un periodo di sovraesposizione.
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Riflessione breve. 1972 pensa che Sandro Penna sia il più grande poeta italiano. Se la gioca con Montale. Poi diremo perchè.
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giovedì, marzo 06, 2003
Uno si chiede: ma perchè un giornale che vende cinquecentomila copie... Recensione di Repubblica di ieri ad opera di Redazionalmente Corretto. Purtroppo la sinistra è anche questa.
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Left hope. C'è chi pubblica Castro e chi pubblica editoriali così. Per fortuna la sinistra è anche questa. Da Il Riformista.
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Ma Chirac lo sa? Gli scenari del dopo-Saddam. Si prepara anche l'Onu.
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Unilateralismo? Fred Kaplan capisce che il pasticcio sull'Iraq lo hanno fatto gli Europei ma siccome deve criticare Bush non puó dirlo chiaramente. Allora tira fuori la storia dell'unilateralismo tanto cara ai nostri editorialisti. Però se poi si legge bene viene fuori che il problema di Bush è quello di essere stato troppo multilateralista e di aver confidato ingenuamente nella buona fede di alleati che stavano solo aspettando il momento opportuno per far scattare la loro trappola. Davvero è curiosa l'accusa di unilateralismo. Può andare bene per riempire colonne su colonne o sfilare il sabato pomeriggio. Ma al confronto con la realtá proprio non regge. E poi, è lecito chiedersi, Francia Russia e Cina hanno chiesto forse il permesso all'Onu o agli Usa per andare in Costa d'Avorio, Cecenia e Tibet? Non ricordiamo manifestazioni o navi bloccate in partenza. E ancora, non ci sono già diciassette (diciassette!) risoluzioni che impongono a Saddam il disarmo? Se fosse vero che gli americani siano cosí ansiosi di iniziare questa guerra non avrebbero avuto giá le occasioni per farlo? E poi la 1441 se la sono dimenticata proprio tutti? Giá un mese fa Andrew Sullivan spiegava chi fossero e perché i veri cowboys.
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Hai capito, il Papa...! Unirsi in matrimonio vuol proprio dire...quello.
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Successi e fantasmi. Francesco Scisci ci presenta la Cina che cambia (in economia) e questa volta compie davvero un «grande balzo in avanti». Ma a Libération forse piaceva di piú quello originario. Fantasmi.
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Left-Idiocy (2). Ci eravamo ripromessi di non parlarne per un po' ma poi The Guardian pubblica senza commento un "editoriale" di Fidel Castro e non ce la facciamo proprio. «Nessuno lotterá per noi» - proclama il Líder Máximo - «Solo noi stessi potremo salvare l'umanitá». Per uno che ha affamato Cuba e l'ha riempita di prigioni politiche non c'è male. Per la sinistra europea che continua a correre dietro ai suoi fantasmi non ci sono parole.
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Successi e fantasmi. Francesco Scisci ci presenta la Cina che cambia (in economia) e questa volta compie davvero «il grande balzo in avanti». Ma a Libération forse piaceva piú quello originario. Fantasmi.
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prova
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mercoledì, marzo 05, 2003
Per chi avesse ancora le idee confuse. The Independent su Stalin, i suoi eredi e i suoi apologeti. Scrive l'autore: «Alcuni lettori troveranno il paragone con Hitler offensivo. Infatti Stalin fu peggio...le sue vittime in totale più di trenta milioni».
Da non perdere.
Piccola annotazione: Stalin e tutti quelli che si impegnarono ad emularne le gesta sotto le insegne del comunismo non furono dei mostri. Mostruosi furono quell'ideologia, quel sistema di potere, di sopraffazione e di menzogna da cui inevitabilmente scaturirono.

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Destra e sinistra in America. Ovvero come politiche conservatrici possano tendere ad obiettivi "liberal" e viceversa. Come la realtá si incarichi di smentire tanti luoghi comuni. Tra l'altro basta seguire il dibattito in corso sulla guerra per rendersene conto. Spiegazione non difficile. In America anche la sinistra è liberale per tradizione (insomma in genere non ha il problema di che farsene delle scorie ideologiche di qui sotto). Da Opinion Journal.
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Gli ultimi dinosauri. Per restare in tema. Il tour asiatico di Castro e il suo "interessamento" per la crisi nucleare nordcoreana suggeriscono ad Asia Times un parallelo tra i due ultimi esponenti dell'ortodossia comunista che ancora non sono usciti dalla foresta. Somiglianze (poche) e differenze (molte). Si scopre cosí che mentre Kim Il Sung era definito da Castro «un uomo calmo e gentile» (tra loro si riconoscono), con l'erede i rapporti sono più freddini. Si scopre anche che Cuba è, con la Siria, l'unico paese che ancora non ha riconosciuto la Corea del Sud. E si nota che in uno dei due «paradisi socialisti» rimasti almeno si può ballare la salsa. E, aggiungiamo noi, qualcuno riesce pure a scappare ogni tanto.
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Destra e sinistra in America. Come politiche conservatrici possano tendere ad obiettivi "liberal" e viceversa. Come la realtá si incarichi di smentire tanti luoghi comuni. Basta seguire il dibattito in corso sulla guerra per rendersene conto. Spiegazione non difficile: in America anche la sinistra è liberale (insomma non ha il problema di che farsene delle scorie ideologiche di qui sotto). Da Opinion Journal.

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Destra e sinistra in America. Come politiche conservatrici possano tendere ad obiettivi "liberal" e viceversa. Come la realtá si incarichi di smentire tanti luoghi comuni. Basta seguire il dibattito in corso sulla guerra per rendersene conto. Spiegazione non difficile: in America anche la sinistra è liberale (insomma non ha il problema di che farsene delle scorie ideologiche di qui sotto). Da Opinion Journal.

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Il mondo capovolto (2). Leggere l'ultima lettera di questa pagina (da La Stampa non piú on-line. Diceva: "5 marzo 1953 - 5 marzo 2003. Viva Stalin sempre". Seguivano tre firme) e pensare che probabilmente quelli che l'hanno scritta manifestano oggi contro Bush nelle brigate della pace. Ora 1972 ne scriverá una alla redazione de La Stampa: cambierá Stalin con Hitler, comunismo con nazismo. Vedremo domani se la troveremo pubblicata.
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Quelli che non si smentiscono mai. In Spagna ieri il Parlamento votava sulla politica del Governo nella crisi irachena. I socialisti hanno chiesto ed ottenuto il voto segreto convinti di spaccare il Partito Popolare. Risultato: tutti i deputati popolari nessuno eslcuso hanno votato compatti per la linea di Aznar. All'opposizione sono invece mancati tre voti. Per partecipare alle marce sono imbattibili. Qualche volta però dal populismo si dovrebbe passare alla politica. E c'é poco da dire: quella proprio non la sanno fare.
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martedì, marzo 04, 2003
Paradosso iraniano. Perchè la sconfitta dei "riformisti" alle elezioni amministrative segnala invece il desiderio degli iraniani di una democrazia senza se nè ma. Ledeen e Il Riformista.
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Altri sintomi della malattia. Da Usa Today.
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La malattia della vecchia Europa. Non vediamo come si possa chiamare diversamente un pregiudizio antiamericano che si esprima in queste forme (tratto da una lettera pubblicata oggi sul quotidiano La Vanguardia): «Michael Jackson...passa interi periodi da solo in un Hotel. Esce soltanto per comprare compulsivamente nei "malls" o giganteschi centri commerciali. E' la stessa solitudine di una gran parte di americani che, pistola alla fondina, morirebbero dalla voglia di spendere allo stesso modo. C'è una gran solitudine nel modello americano, probabilmente perchè è obsoleto. Non sará per questo che gli americani stanno solo chiedendo guerra?».
Notare il giudizio caricaturale (pistola alla fondina), il disprezzo ostentato, lo stereotipo dell'americano assetato di guerra e di dominio la cui unica (pre)occupazione sarebbe quella di rifugiarsi (compulsivamente) in un grande magazzino. Ci ricorda l'ebreo col naso adunco e le mani imbrattate di sangue descritto dalla propaganda ideologica di ieri e di oggi. E' solo un esempio, ma di lettere cosí ai giornali ne arrivano tante (anche in Italia). Ci chiediamo: immaginiamo che al posto della parola "americano" il lettore avesse scritto "africano" o "arabo". La lettera sarebbe stata pubblicata o l'espressione razzista sarebbe stata cestinata? Ma evidentemente il razzismo è meno censurabile se colpisce americani od ebrei. Se questa è l'Europa (certamente ne rappresenta una parte) vorremmo poterci non dire Europei. Decisamente stiamo vivendo tempi difficili.
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Antiamericanismo e media (2). Channel Four non è da meno. Ecco i contenuti di un processo televisivo all'America andato in onda sulla sue frequenze e brillantemente descritto da Charles Morrison in National Review. Grottesco.
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Antiamericanismo e media (1). Come la BBC sta raccontando i nostri tempi. Qualcuno l'ha ribattezzata Baghdad Broadcasting Corporation. Leggendo questo articolo si puó capire perché.
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Non di solo Chirac... vive la Francia. Non di sole bandiere arcobaleno vive l'Europa. Glucksmann, Bruckner e Goupil confermano che non tutto il mondo intellettuale è appiattito sulla retorica pacifista. Perchè, per quanto terribile, non è la guerra il male assoluto ma lo sono la schiavitú dell'oppressione, il ricatto dell'ideologia, la barbarie del totalitarismo. E' ora di svegliarsi, scrivono rivolgendosi ai cantori della "pace" eterna. Prima che sia di nuovo troppo tardi. Sacrosanto. Qui in versione originale, qui in italiano.
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lunedì, marzo 03, 2003
La questione turca. Il Parlamento turco vota a sorpresa contro il dispiegamento di truppe americane e la partecipazione all'intervento militare in Iraq. Una bella analisi del Weekly Standard rileva che ancora troppo poco si sa in America della nuova Turchia a guida islamica. Ma dalla Turchia c'è chi attribuisce il tutto agli errori di valutazione e di comunicazione del partito al potere. Insomma un misunderstanding generalizzato. E se alla fine questo non fosse poi così grave (vedi anche articolo precedente)?
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Quelli che non hanno fatto parlare alle marce della pace. Barham Salih, primo ministro dell'Unione Patriottica del Kurdistan, spiega come vede l'Iraq senza Saddam (ci vuole registrazione gratuita). «Non possiamo permetterci il lusso di essere contro la guerra», dice. Ecco perchè non l'hanno invitata.
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E' tragico, ma non è serio. Saddam Hussein fa il suo mestiere. Il suo obiettivo è il mantenimento del potere. Per questo non esita a continuare il suo terribile gioco con il mondo. Il problema è quel mondo che consapevole, consenziente e complice si lascia irretire ed offre al tiranno tutti gli strumenti di cui ha bisogno. Che le irresponsabili (letteralmente) opinioni pubbliche siano tanto propense a continuare nel loro giardino d'infanzia può sorprendere fino ad un certo punto. Ma che potenze democratiche si prestino a diventare marionette nelle mani di un satrapo mediorientale rivendicando con orgoglio la loro abdicazione di fronte alle responsabilitá è solo sconcertante. Dovremmo sentirci tutti offesi da un regime che dichiara di aver «scoperto» casualmente due siti di antrace e gas nervino. Dovremmo avere almeno uno scatto di dignità, se proprio ci è impossibile un sussulto di ragione. Invece c'è chi esulta qui in Europa per aver imbrigliato le strategie di quello che considera in realtà il vero nemico: gli Stati Uniti. Se il sonno della ragione delle masse è triste, l'asilo della politica in cui si crogiolano cancellerie e istituzioni che dovrebbero garantire pace e sicurezza è tragico. Ma certamente non serio.
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Cultura di pace? Cultura e basta. «Le scuole non esistono per promuovere la guerra, la pace o ogni altra iniziativa nazionale. Il loro primo obiettivo è aiutare gli americani ad analizzare in modo autonomo queste differenti opzioni». E gli italiani e i francesi e i tedeschi... Ma di questi tempi sembra essere più semplice far esporre una bandiera colorata che provare a spiegare la realtá o stimolare un ragionamento. I risultati si vedono.
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Compagni, ora potete cantare! Il 4 aprile i Rolling Stones suonano a Pechino. I cinesi potranno tornare a riunirsi in massa per qualcosa che non sia politica. L'ultima volta non andò benissimo. Era il 4 giugno 1989. Quella volta in Piazza Tienanmen suonò Cui Jian, il musicista più conosciuto in Cina. Inutile dirlo: da allora non ebbe più molte occasioni. Stavolta aprirá il concerto. Speriamo sia un segno dei tempi. In attesa di tempi migliori.
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Prova.
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domenica, marzo 02, 2003
...toujours la France. Questa volta è Vargas Llosa (è l'articolo n. 5) a spiegare che l'asse franco-tedesco in funzione anti-Usa non ha nulla a che vedere con la ricerca della pace e che la non-politica di Chirac (e compagni) sta di fatto avvicinando la guerra. Se non fosse per la solita retorica sull'unilateralismo americano (è smentita dai fatti e ne riparleremo) le sue riflessioni sarebbero ineccepibili.
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Ritratto di uno che non potrà più nuocere. Chi è Khalid Sheik Mohammed, da ieri il più importante membro di Al-Qaeda finora catturato.
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Fratelli musulmani. Che dopo la guerra si debba costruire la pace è un dato acquisito nelle analisi che in America si fanno sul dopo-Saddam. Asian Times mette in guardia chi dovrà ridare un assetto al paese sul rischio costituito da questo gruppo estremista. Intanto ieri un colpo pesante assestato ad Al-Qaeda.
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Cosa leggono gli italiani. Nella top-ten categoria "Saggistica" di questa settimana (fonte Tuttolibri) compaiono nell'ordine: 1) Gomez-Travaglio "Bravi ragazzi"; 3) Gino Strada "Buskashi"; 4) Thierry Meyssan "Pentagate"; 7) Gore Vidal "Le menzogne dell'Impero"; 8) Giulietto Chiesa "La guerra infinita"; 9) Asor Rosa "La guerra" più, al sesto posto, un sospetto 6) Sergio Romano "Il rischio americano". C'è una gran voglia di suicidio in Occidente.
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Indovinello terzomondista. Chi è quel personaggio che espropriò la terra ai perfidi proprietari terrieri per riconsegnarla al popolo, che rilascia interviste ai media internazionali dichiarandosi un eroe della lotta anticolonialista, che viene accolto con entusiasmo nella capitale di una importante nazione europea che comincia con effe? Mr. Mugabe, I suppose... Già, peccato che i perfidi proprietari terrieri (bianchi per di più) nutrissero tutto lo Zimbabwe, ora ridotto alla fame. Impressionante analisi di Domenico Quirico sugli effetti della riforma agraria in stile staliniano (è l'articolo n. 3) messa in atto dal dittatore africano, ovviamente assurto al ruolo di icona terzomondista agli occhi di folte schiere intellettuali del vecchio continente. Per Harare lo vogliamo fermare qualche treno? "Stunning", direbbero gli inglesi. I francesi direbbero...
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sabato, marzo 01, 2003
Mano nella mano. Dopo il telegramma, la dichiarazione. Yasser esce dall'ombra...
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Mano nella mano. Dopo il telegramma, la dichiarazione (non più on-line). Yasser esce dall'ombra...
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Non è la Rai. Come Udai controlla i media del papà. Girotondini, a Baghdad!
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La scommessa perdente (per tutti) di Chirac. The Economist analizza il comportamento della Francia nella crisi. Chirac può far perdere tutti (tranne Saddam ovviamente) perchè ha sbagliato premesse, azioni, conclusioni. Ma sarebbe ancora in tempo per tornare sui suoi passi. Lo sa anche il Raìss che, infatti, lancia all'amico francese il diversivo della distruzione di qualche missile che fino a tre giorni fa aveva negato di possedere (anche sull'Iraq Daily c'è l'intervista ma sono pubblicate solo le risposte). Grandeur? Giudicate voi. Time la vede così.
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Libri, corruttori della giovane e gloriosa Rivoluzione. Per cominciare bene il mese.
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A Fabio. A Luisa.

Scarica i podcast di Nonsolocina - L'Impero di mezzo e i suoi dintorni. Viaggio non convenzionale all'interno di un continente affascinante e drammatico - trasmissione a cura di Enzo Reale - 1972.splinder.com

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