1972

domenica, ottobre 05, 2008
Corea del Nord. La sceneggiata nucleare.
Articolo lungo
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Invece di dimettersi insieme alla sua squadra di collaboratori, Christopher Hill, rappresentante del Dipartimento di Stato americano per l'estremo oriente asiatico, è tornato in missione in Corea del Nord. Evidentemente fallimento chiama fallimento e la fine dell'illusione sull'accordo nucleare con Pyongyang, bruscamente interrotta dall'ennesima retromarcia di Kim Jong Il, o di chi per lui, ha generato una reazione disperata da parte di un'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli, formalmente e sostanzialmente. Il patto sulla denuclearizzazione della Corea del Nord è stato sbandierato per mesi come un obiettivo raggiungibile e infine raggiunto, nel corso dei negoziati a sei. Lo smantellamento del reattore di Yongbyon in diretta televisiva sembrava suggellare la nuova considerazione del regime affamatore di Pyongyang come partner, interlocutore riammesso nella comunità delle nazioni. Poi la doccia fredda ha riportato i "realisti" alla realtà: la Corea ha annunciato la ripresa dell'attività del reattore e ha imposto all'agenzia di controllo Onu la rimozione dei sigilli e delle telecamere di sorveglianza.
In questa circostanza, ancor più che nelle precedenti, gli Stati Uniti hanno commesso errori a ripetizione. Prima di tutto il peccato originale: nonostante le lezioni della storia recente, essersi nuovamente seduti al tavolo con lo stato-canaglia per eccellenza, non solo regalando a Kim Jong Il una parvenza di rispettabilità e una vetrina internazionale come se si strattasse di un interlocutore affidabile e di pari livello ma soprattutto esponendosi all'ennesima manipolazione da parte del dittatore. Il gioco di Kim è sempre lo stesso: fingere un accordo la sera prima e farne carta straccia la mattina dopo; usare il ricatto nucleare per alzare la posta delle concessioni o prendere tempo; illudere la diplomazia internazionale ben sapendo che le condizioni pattuite non lo vincoleranno. L'appeasement, ormai l'unica strategia delle diplomazie internazionali nel trattare con la Corea del Nord, ha insegnato al tiranno di Pyongyang che il mancato rispetto dei patti non comporta conseguenze. E' nella convinzione - a questo punto legittima - dell'impunità che il mondo paranoico di Kim Jong Il si muove costantemente. Il secondo errore è stato quello di aver permesso che il documento sottoscritto dalle parti nell’ottobre 2007, pur vincolando la Corea a presentare una dichiarazione dettagliata sulle sue attività in ambito nucleare, non contenesse nessun riferimento concreto ad una serie di questioni fondamentali: l’attuale esistenza di ordigni nucleari, il programma di arricchimento dell’uranio, la proliferazione nucleare con partners atomici come la Siria e l’Iran; ma soprattutto il documento lasciava totalmente aperte le interpretazioni sui meccanismi di verifica e monitoraggio degli impianti, volti a constatare l’adempimento del regime ai suoi impegni di smantellamento delle strutture nucleari. Questa omissione è alla base dell’attuale stallo e ha fornito a Pyongyang il pretesto per accusare Washington di non aver mantenuto la promessa di derubricare la Corea del Nord dalla lista degli stati terroristi; ma, quel che è peggio, ha esposto l’amministrazione Bush alle critiche feroci della stampa americana liberal che non ha perso occasione per prendere le parti del nemico pur di mettere in cattiva luce anche l’ultima delle iniziative del presidente uscente. Se è vero che al momento della dichiarazione nordcoreana gli Stati Uniti avevano chiaramento specificato in un documento del dipartimento di stato che la rimozione dalla lista terrorista era subordinata alla definizione dei criteri di verifica del disarmo, è altresì vero che nessun cenno a questa condizione era presente nell’accordo di ottobre. E se sembra del tutto ragionevole che la sostanziale riammissione nella comunità delle nazioni di uno stato pariah che ha più volte dimostrato la propria natura fraudolenta debba dipendere da riscontri effettivi, non sono evidentemente di questo avviso editorialisti e commentatori dei principali quotidiani della sinistra americana che hanno rispolverato le accuse ai “falchi” dell’amministrazione per ripetere sostanzialmente le tesi di Pyongyang: che le misure richieste da Washington sono inaccettabili e che di fatto hanno causato la rottura del negoziato. Il che è doppiamente paradossale se si pensa che i cosiddetti “falchi”, primo fra tutti John Bolton, sono stati chiaramente emarginati in questa fase dei negoziati per lasciare spazio al “realismo” dei moderati del dipartimento di stato; e che la Corea del Nord alla prima occasione ha minacciato di riprendere l’attività nucleare alla cui cessazione si era impegnata solo pochi mesi prima, dimostrando come nella psicologia di Pyongyang la trattativa sia solo un’arma di ricatto, una trappola nella quale immancabilmente cadono, per un ingenuo wishful thinking o per una di quelle profezie autorealizzanti che invece non si realizzano mai, le diplomazie delle nazioni coinvolte nei negoziati. L’attacco del NYT è frontale:

It has never been clear whether Pyongyang really meant to give up all of its weapons.
In this case, the Bush administration bears much of the blame.

Over the past two years, Secretary of State Condoleezza Rice and a competent team of diplomats have been running the show. But now it looks as if Mr. Cheney and Co. are back in charge. The administration is insisting that before it will remove North Korea from the terrorism list, Pyongyang must first accept a plan for verifying its nuclear programs that only a state vanquished in war might accept.

The North Koreans have cheated in the past and still are not answering key questions about their nuclear activities. We believe that a robust verification regime is absolutely essential. But the administration’s proposal has made any reasonable compromise impossible.


David Albright, esperto di proliferazione nucleare arriva a definire apertamente le richieste di verifica americani com "una licenzia di spionaggio". Ma cosa chiede Washington adesso (e si era dimenticata di specificare prima nell'ansia da prestazione che l'aveva portata alla conclusione di un accordo purché fosse)? Lo spiega bene il Washington Post:

Under the proposal, heavily influenced by the State Department’s arms control experts, the U.S. requested “full access to all materials” at sites that might have had a nuclear purpose in the past. It sought “full access to any site, facility or location” deemed relevant to the nuclear program, including military facilities, according to the four-page document, a copy of which was obtained by The Washington Post. Investigators would be able to take photographs and make videos, remain on site as long as necessary, make repeated visits and collect and remove samples.

Che Pyongyang abbia qualche freccia al proprio arco lo riconoscono anche alcuni funzionari del Dipartimento di Stato, secondo quanto riferisce Time:

The North is saying, in effect, what gives? And the fact is, they have a point, as even some U.S. State Department officials concede privately. U.S. President George W. Bush publicly held out the prospect of terror delisting as part of an "action for action" principle, the clear implication being that when Pyongyang turned over its declaration, delisting would follow.


Superficialità da parte statunitense, solita malafede da parte nordcoreana: una miscela esplosiva - è il caso di dirlo - che ha portato allo stallo attuale e ha aumentato in forma esponenziale quella tensione che i negoziati si proponevano di stemperare. La domanda che bisognerebbe porsi è: cosa ha spinto gli americani a consegnarsi nuovamente nelle mani di una controparte notoriamente inaffidabile e pericolosa? Cosa li spinga adesso a riprovarci è invece chiaro: la disperazione. In questo il NYT ha ragione e la scena non è confortante: Hill va rendere visita allo stato-gulag che graziosamente lo riceve dopo aver minacciato fuoco e fiamme.

The rapid decision to send Mr. Hill to the North Korean capital, days after North Korea broke the seals that United Nations inspectors placed on its equipment and said it was restarting a facility to manufacture bomb-grade plutonium, seemed to underscore the administration’s desperation to restore an accord that took most of President Bush’s second term to negotiate and implement. Mr. Hill, one administration official said, is “flying blind,” hoping to get a previous agreement back on track.

Gli Usa si ritrovano in una posizione di evidente debolezza, costretti in un certo senso a supplicare Pyongyang di ritornare al tavolo delle trattative, perché il fallimento sembri meno eclatante. In tutto questo suonano particolarmente fuori luogo le dichiarazioni di una Condoleeza Rice sempre più spaesata:

"We all are sending strong messages to the North Koreans that they should stop any reversals that they are carrying out," Rice told the Reuters news agency in an interview Friday.

Anche se i coreani hanno dichiarato ufficialmente per bocca dell'agenzia di stampa statale che non desiderano né si aspettano che l'America mantenga la sua promessa, l'eliminazione dalla lista di stati terroristi avrebbe per Pyongyang un doppio importante significato: primo un lavaggio di immagine almeno agli occhi della diplomazia internazionale. Il regime rimarrebbe terrorista (certamente lo è nei confronti dei propri citttadini) e minaccioso (nei confronti del resto del mondo) ma i documenti non lo attesterebbero più. Secondo, le istituzioni finanziarie potrebbero cominciare a pensare a promuovere qualche programma di sviluppo senza troppe preoccupazioni di carattere politico, visto che non è conveniente mettere i soldi in mano ad uno stato-canaglia, riconosciuto come tale. Insomma una grande immensa ipocrisia, una recita immorale sulle carne di ventitre milioni di disperati. E allo stesso tempo un inganno collettivo alimentato dall'illusione di poter mantenere separate la questione atomica, quella del natura del regime equella della violazione dei diritti umani. Quest'ultimo punto è stato completamente sacrificato sull'altare dell'appeasement. A ricordarsene somo ormai in pochi, tra loro i soliti Vaclav Havel e Elie Wiesel, principali firmatari di un appello in cui si denuncia che:

"The international community has far too long neglected the human rights situation in North Korea because of the nuclear threat".

Non ci vuole molto a capire, anche da segnali come questi, che la Corea del Nord non rinuncerà mai davvero alla tecnologia nucleare: la minaccia atomica è uno scudo contro gli attacchi esterni, non solo militari ma anche diplomatici; una leva, forse l'unica, per guadagnarsi un rispetto fondato sulla paura, che è quello che Kim esattamente cerca; per questo i nordcoreani non permetteranno mai un regime di ispezioni realmente effettivo; per questo hanno più volte ufficialmente fatto sapere che non rinunceranno mai al deterrente nucleare. Perché è questa la chiave della propria sopravvivenza e in un certo senso anche della propria legittimazione, all'interno come all'esterno. Qualcuno ha preso nota? Sembra di no.
Tenendo presente questo elemento - la priorità del regime comunista è garantire la propria sopravvivenza - diventa secondario anche chiedersi quale sia l'obiettivo a breve termine dell'ennesimo dietrofront di Kim Jong Il: se semplicemente prendere tempo in attesa che il Caro Leader si curi in salute, se ottenere realmente un regime di ispezioni meno stringente, se ottenere ulteriori concessioni in termini di aiuti alimentari ed economici. Tutto serve per cementare la roccaforte inespugnabile del regno eremita. La Corea del Nord semplicemente non vuole e non può disarmare.
Più che la riattivazione del reattore al plutonio di Yongbyon, la cui ripresa richiederà comunque tempo, sono altri elementi dell'arsenale nordcoreano che dovrebbero preoccupare analisti e politici. In fondo Yongbyon ha sempre rappresentato solo la punta dell'iceberg visibile di un complesso di armi e tecnologie per la maggior parte nascosto. Facilmente riconoscibile dai satelliti spia americani, è servito ad inscenare lo spettacolo della disattivazione in diretta televisiva e conseguentemente è stato merce di scambio al tavolo delle trattative. Ma c'è da scommettere che l'interesse nucleare di Kim Jong Il risieda altrove. Per esempio nel programma parallelo di arricchimento dell'uranio di cui nessuno sa praticamente nulla e sul quale i diplomatici si guardano bene dall'insistere (non fosse mai che Kim si arrabbiasse). O nel nuovo sito per il lancio di missili di Tongchang-ri, ancora in costruzione e il cui completamento si prevede per il prossimo anno, nel quale si stanno già testando i processi di combustioni per ordigni di lunga gittata, l'incubo per eccellenza di ogni amministrazione americana che si rispetti. Gli Stati Uniti considerano che attualmente il regime sia in possesso di 50 kg. di plutonio, potenziali per la fabbricazione di una decina di testate nucleari. Sul fronte internazionale si sta muovendo anche il Giappone che ha stretto il patto di reciproca assistenza con gli americani e ha aperto il porto di Yokosuka ad una portaerei equipaggiata per un eventuale conflitto nucleare, ottenendo in cambio l'ok per effettuare altri test il prossimo novembre nei pressi delle Hawaii. Dalla parte opposta la Siria, dopo mesi di sconcerto seguiti alla distruzione del reattore nucleare di El Kibar da parte di Israele, sta gradualmente ricostruendo il suo arsenale con l'aiuto di tecnici nordcoreani mandati appositamente sul posto.
Cosa ha detto Christopher Hill al ministro degli esteri di Pyongyang? Finora non è dato sapere, dal momento che l’inviato ha riferito l’esito dei colloqui solo ai cinesi e al corpo diplomatico. Ma per capirlo basta pensare che la situazione ad oggi è quella di una parte non disposta a concedere nulla - Pyongyang - e di una disposta a concedere tutto - Washington -, non solo per salvare un accordo che in realtà mai è stato effettivo, ma soprattutto per continuare a dare un senso ad una strategia di appeasement che fin dall'inizio è stata una forzatura destinata all'insuccesso. Hill è tornato a Pyongyang perché non poteva più fare altro. La vittoria di Kim Jong Il è assoluta, grazi ai saggi consigli dei "moderati" del Dipartimento di Stato. Un lavoretto coi fiocchi. Stephen Hayes sul Weekly Standard:

Do you ever get the sense that if North Korea actually used a nuclear weapon in an offensive attack that Chris Hill and the State Department would still be trying to make a deal?

So they detonate a crude nuclear device in the fall of 2006 and the Bush administration offers a bilateral meeting. They ship nuclear technology to Syria, a leading terrorist state, and the Bush administration (after first trying to keep that worrisome development a secret) offers to take North Korea off the state sponsor of terror list and to lift some key sanctions. Now, after the North Koreans fail to deliver a verifiable accounting of its nuclear programs, as they had promised, and after the North Koreans refuse to submit to serious inspections of their nuclear facilities, as they had promised, and after the North Koreans break the IAEA seals on its nuclear facilities, a clear provocation, the Bush administration proposes that the North Koreans submit a list of its nuclear facilities to China rather than the US.


Il grande accordo prevederebbe infatti un ruolo della Cina come intermediario: Pyongyang consegnerebbe ai suoi protettori cinesi i documenti, i campioni e un elenco di siti da visitare richiesti da Washington che in cambio provvederebbe ad escludere provvisoriamente la Corea dalla lista degli stati terroristi in attesa che le verifiche abbiano inizio. Così i comunisti otterrebbero l'agognato riconoscimento internazionale prima della loro formale accettazione di un piano di verifica. Un artificio diplomatico da far rizzare i capelli ma l'unica via d'uscita per l'amministrazione Bush ormai in un vicolo cieco, dentro il quale si è infilata da sola.
Le parole definitive su questa sceneggiata le scrive il blog Freekorea:

Con il senno di poi, la ragione del fallimento ha più a che vedere con il quadro generale che con i suoi dettagli. Noi non possiamo presumere di operare con le stesse strutture morali, legali e diplomatiche di coloro per i quali gravi crimini contro l'umanità rappresentano soltanto il normale corso degli eventi. Se hai già lasciato le tue impronte sul collo di bambini razzialmente impuri, gasato ragazzi con le loro famiglie, e affamato milioni di persone, cosa vuoi che sia la rottura di un trattato stipulato con gli imperialisti? Se la perdita di alcuni milioni di vite nordcoreane significa così poco per Kim Jong Il, perché dovrebbe significare qualcosa la perdita di alcuni milioni di vite americane, sudcoreane o giapponesi? Il solo inferno di cui Kim Jong Il ha paura è una terra di cui lui non sia più il dio.
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sabato, ottobre 04, 2008
Contrordine, compagni. Alla fine qualcuno si accorge che in Cina non c'è il capitalismo.
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La storia ci mette un po'. E' triste vedere come sostenitori di Bush della prima ora nel campo liberal-conservatore stiano adesso dando addosso all'operato dell'amministrazione uscente, proprio quando il suo mandato sta per concludersi. Invece di concentrarsi sul sostanziale abbandono della dottrina di diffusione della democrazia che ha così chiaramente caratterizzato i primi quattro anni (il caso Corea del Nord è emblematico), le critiche vertono proprio sugli inerventi in Afghanistan e in Iraq, come se le difficoltà del dopo-guerra inficiassero le ragioni e le cause alla base degli stessi. Ma il primo Bush - e il tempo gli renderà giusticia - è stato uno dei presidenti più illuminati della storia americana, almeno di quella contemporanea. Il secondo ha battuto in ritirata ed è stato questo il suo errore. I critici endogeni di Bush farebbero meglio ad evitare facili retromarce anche perché la realtà sta cominciando a dare ragione all'azione presidenziale (vedasi la progressiva stabilizzazione della situazione irachena) e, quel che più dovrebbe far riflettere, perfino alcuni media che non hanno mai fatto mistero della loro pregiudiziale avversione nei confronti delle politiche neoconservatrici (ormai abbandonate). Dall'Associated Press: Stable Iraq could influence Mideast.

As violence in Iraq recedes, neighboring states are pondering how to deal with an unwieldy country that could re-emerge as a key player along with Saudi Arabia and Iran in one of the world's most strategic regions.
The role of regional power broker may seem far-fetched for Iraq — a devastated land best known for car bombs, death squads and suicide attackers.
Still, countries of the Middle East cannot ignore the potential role of a resurgent Iraq, a nation of 28 million people, bordering Iran to the east, Syria and Jordan to the west and sitting on one of the world's major pools of oil.
For those reasons, the United States cannot afford to lose focus on Iraq, which will remain a strategic and important country even after the last of the 140,000 American soldiers have gone home.
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Poi dicono che i miracoli non esistono. E' resuscitato Kim Jong Il.
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venerdì, ottobre 03, 2008
Il povero Dimitri. Le ultime demenziali mosse russe lette in chiave politica interna.
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giovedì, ottobre 02, 2008
Fa già meno paura. Questa dell'AIDS del 1908 è fantastica.
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E non sanno nemmeno scrivere. Sono varie le forme in cui si manifesta lo snobismo intellettuale in Europa: una di queste è ovviamente l'antiamericanismo. Quando l'antiamericanismo è culturale, poi, il cerchio si chiude:

As the Swedish Academy enters final deliberations for this year's award, permanent secretary Horace Engdahl said it's no coincidence that most winners are European.
"Of course there is powerful literature in all big cultures, but you can't get away from the fact that Europe still is the center of the literary world . . . not the United States," he said yesterday. "The U.S. is too isolated, too insular. They don't translate enough and don't really participate in the big dialogue of literature. That ignorance is restraining."
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Speciale elezioni. USA 2008. Molto ben fatto.
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mercoledì, ottobre 01, 2008
Birmania. Un anno dopo/7. Primo ottobre, il villaggio Potemkin.
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Nonsolocina/9. La puntata di venerdì scorso, versione parlata dell'articolo qui sotto.
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Una Corea del Nord senza Kim? Articolo lungo.
Invece di preoccuparsi della salute di 23 milioni di nordcoreani, il mondo è in apprensione per quella del loro torturatore, Kim Jong Il, il Caro Leader, il capo supremo di tutto, il taglio di capelli più ardito dell’est, il tiranno affamatore. Kim non era alla parata militare per i 60 anni del regno comunista che fu di suo padre e poi suo per successione ereditaria. Ha avuto un infarto, no un ictus, no è malato di diabete ed è collassato per il caldo, è morto e un sosia lo sostituisce da anni: se ne sono dette di tutti i colori in queste ultime settimane, il che tra l'altro dà la cifra di come lavorino gli apparati di spionaggio sudcoreani o americani. Brancolando nel buio. Forse come sta Kim lo sanno solo i medici cinesi che, pare, sono stati chiamati al suo capezzale proprio mentre la folla festante si apprestava a celebrare il sol dell’avvenire. O forse quel gruppo di dottori tedeschi che, mesi fa, era stato invitato in fretta e furia per una consulenza sulla salute di un pezzo grosso del regime. Ma non si seppe mai se fosse il Caro Leader o la cara moglie o qualche altro funzionario di alto livello.
Mito e realtà si confondono quando si parla di Pyongyang, è vero. Ma le speculazioni sono un triste esercizio che serve a poco in assenza di una strategia chiara in caso di morte del dittatore, sul quale paradossalmente si sono invece concentrate le speranze della diplomazia mondiale per una stabilizzazione dell'area. Su Kim Jong Il hanno puntato un po’ tutti: dagli americani, ai cinesi, dai giapponesi ai sudcoreani. Comprensibile quindi lo sgomento che ha colto le cancellerie in seguito alle mezze notizie che giungevano dal Nord. Come gestire un eventuale collasso di un paese già allo stremo? Come controllare le armi nucleari in mano al regime? C’è già qualcuno che azzarda: peggio di una Corea del Nord con Kim c'è solo una Corea del Nord senza Kim. Ma è un ragionamento da salotti impauriti, da anime belle incapaci di imporre un principio di civiltà ad uno stato-gulag, da fine della storia al contrario, dove i democratici si ritirano chiudendo la porta piano, per non disturbare. E’ stato questo l’atteggiamento che ha portato all’ennesimo fallimento dei negoziati sul nucleare, caratterizzati da un ultimo inutile tentativo di appeasement. Come nel 1994, come nel 2002, anche nel 2008 il tonfo è stato fragoroso, umiliante. Kim Jong Il ha fatto saltare il tavolo, come era chiaro, prevedibile, scontato, anche se le nazioni coinvolte nella trattativa a sei giuravano e spergiuravano che era la volta buona. Al solito, troppa realpolitik acceca la vista e ti siedi a trattare con Kim Jong Il come se fosse Adenauer. Poi la natura dei regimi viene fuori e si mangia tutto, tavolo compreso.
La malattia presunta, ma a questo punto probabile, di Kim Jong Il lascia aperti due interrogativi. Il primo è chi sta reggendo le sorti del paese in questo momento, dando per scontato che il Generalissimo sia davvero inabilitato; il secondo è chi gli succederà in caso di morte. L'incognita della reggenza deve essere interpretata alla luce del sistema di potere caratteristico della Corea comunista, un paese in cui, a differenza delle dittature dell'est europeo, non esiste un ufficio politico onnipotente ma collegiale: al contrario la centralità del potere di Kim Jong Il è assoluta ed ogni deliberazione proviene direttamente da lui. E' lui che firma tutti i documenti, è a lui che vengono sottoposti tutti i problemi, è da lui che partono tutte le direttive. Se è vero, come riporta un quotidiano giapponese, che dall'aprile scorso il dittatore non è più in grado di svolgere le sue funzioni, chi sta in questo momento prendendo le decisioni a Pyongyang, comprese quelle sul nucleare? Un articolo pubblicato sul Daily NK, rivista online curata da esponenti dell'esilio nordcoreano, fornisce un quadro piuttosto completo del gruppo di "intimi" di Kim Jong Il. Il miglior piazzamento anche in prospettiva successione toccherebbe al cognato del Caro Leader - Jang Sung Taek -, attuale direttore dell'amministrazione centrale del Partito. Caduto in disgrazia per "scissionismo" e poi riabilitato, è oggi incaricato di controllare i principali organi di sicurezza dello stato, compresi alcuni uffici giudiziari. Alla sua figura sarebbe legata quella del primogenito di Kim Jong Il - Kim Jong Nam - che dopo aver tentato di entrare a Tokyo Disneyland con passaporto falso sembra oggi aver messo la testa a posto. Sarebbe lui, e non il giovane Kim Jong Chol, inesperto e troppo "occidentalizzante", a godere dell'appoggio cinese, un fattore che potrebbe rivelarsi determinante. Poi c'è Kim Ok, first lady in pectore dopo la morte della moglie ufficiale: su di lei puntano i servizi segreti sudcoreani che sono pronti a scommettere che sia sua attualmente la firma sui documenti di governo.
Nei ranghi dell'esercito spicca invece la figura del vice-presidente della Commissione Nazionale di Difesa (il presidente è ovviamente il Generalissimo) - Kim Young Choon - cui spetta tra l'altro la difesa personale del suo superiore, ma anche quella di Lee Myung Soo, oggi direttore del Comitato amministrativo di Difesa.
E' proprio l'ipotesi di un direttorio militare in stile birmano la più accreditata tra gli esperti,. Un regime assolutista senza il culto della personalità e senza un capo supremo, una soluzione che, c'è da giurarlo, farebbe gola ai vicini cinesi, gli attesi protagonisti del dopo-Kim. Sarà interessante seguire i movimenti di truppe al confine tra i due paesi nelle prossime settimane o mesi. E non perché questo significhi necessariamente che la Cina sia pronta ad invadere la Corea, un'eventualità comunque da non escludere in caso la situazione precipitasse, ma soprattutto perché Pechino ha necessità di dimostrare che nessun altro può farsi venire strane idee sulla sua area di influenza esclusiva.
Gli “altri” sono ovviamente gli americani, la cui alleanza con Seoul si farebbe estensiva al Nord in caso di una riunificazione del paese che i cinesi a questo punto devono evitare a tutti i costi. Ma oltre e forse più della carta della minaccia militare è il grimaldello della diplomazia quello che la Cina può usare a suo vantaggio in questa circostanza, considerata soprattutto l'attuale debolezza della posizione americana dopo il fallimento dei negoziati sul nucleare: l'appoggio ad una giunta militare che mantenga il controllo politico del paese potrebbe arrivare a cambio di una seria politica di denuclearizzazione che Hu Jintao tenterebbe di imporre ai nuovi inquilini dei palazzi del potere di Pyongyang. A quel punto gli Stati Uniti sarebbero tentati di fare un passo indietro, accontentandosi di una dignitosa via d'uscita, con buona pace dei diritti e del posizionamento strategico nella zona. Ma l'obiettivo degli americani al momento è la denuclearizzazione e non il cambio di regime: è questo il vizio di origine che di fatto emargina Washington, esalta il ruolo cinese ed apre le porte ad una cinesizzazione della Corea del Nord. Uno scenario che potrebbe andare bene anche a Seoul, che guarda con orrore all'arrivo di milioni di profughi disperati.
Nonostante Kim non abbia indicato un successore chiaro (forse non ha troppa fiducia nelle capacità dei suoi pargoli), ciò che tutti cercheranno di evitare è la possibilità di un collasso, di una implosione-esplosione dalle conseguenze imprevedibili dal punto di vista delle relazioni internazionali, anche se sul piano umanitario e morale sarebbe forse l'unica vera opzione di riscatto per un popolo umiliato e avvilito da decenni di terrore di stato. Quella del crollo è comunque un'ipotesi abbastanza improbabile se si considera che sia il Partito sia l'esercito sono organizzazioni estremamente disciplinate, in cui nessuno spazio è mai stato lasciato al dissenso o alle fazioni: date queste premesse, una lotta interna con ricadute da guerra civile sarebbe un'eventualità decisamente sorprendente. Poi c'è la questione dei privilegi acquisiti in una nazione che si trova di nuovo sull'orlo di una crisi alimentare, privilegi che la casta di potere che gira intorno al "sole" di Kim Jong Il potrebbe perdere nel caso l'apparato statale si dissolvesse. Un terzo punto: la Cina è pronta ad iniettare nel sistema economico nordcoreano ormai fallito ingenti quantità di denaro per evitare l'afflusso incontrollato di profughi. Questa prospettiva del tutto nuova per le classi dirigenti nordocoreane, ovvero la possibilità di gestire la ricostruzione del paese con tutte le conseguenze del caso, fa ovviamente gola a chi già adesso si trova al vertice dello stato senza però possibilità di assumere iniziative autonome. Ciò ovviamente non implicherebbe necessariamente l'adozione di un modello di sviluppo in stile cinese, ma piuttosto una lenta transizione verso un'altra forma di stato fortemente autoritario, in cui anche il controllo dell'economia resterebbe nelle mani dello stato, o meglio delle sue élites.
Rimane comunque l'incognita dell’impatto che la fine del culto della personalità produrrebbe sulla forzata coesione sociale che il regime ha costruito in questi decenni: se il sole scompare e il cielo si rabbuia, la notte nordcoreana può rivelarsi agitata e quelle tensioni sociali cui oggi è messa la sordina troverebbero forse una valvola di sfogo. Barbara Demick, sul Los Angeles Times, riferisce che la malattia di Kim Jong è tabù in Corea del Nord, dove l'informazione di stato continua a fornire alla popolazione regolari bollettini sulle attività quotidiane del Caro Leader. "Cospirazioni dell'occidente", recita la linea ufficiale del regime. "Il nostro leader sta benissimo". Ma la guida che l'accompagna, dopo aver recitato la formula di rito sull'imprescindibilità del "più grande di tutti, più di Washington, Lincoln e Jefferson messi insieme" non riesce a prevenire la domanda che una donna rivolge di nascosto alla giornalista: "Ha sentito dei nostri problemi?".
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martedì, settembre 30, 2008
Per la gioia del meccanico di Minsk. Domenica si è votato in Bielorussia: l'opposizione non ha ottenuto nemmeno un seggio. Ci sono casi in cui la prudenza è sempre troppa.
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Se ne sentiva il bisogno.

Former Soviet leader Mikhail Gorbachev will join forces with Russian tycoon Alexander Lebedev to launch a new political party independent of the Kremlin, the billionaire businessman said on Tuesday.

A parte che prenderà di nuovo lo 0,5 ma è esattamente il tipo di opposizione che fa gola a uno come Putin. Irrilevante. Che la Russia oggi non riesca a proporre nient'altro che una cariatide apprezzata ormai solo nei salotti snob dell'occidente è un fatto decisamente allarmante.
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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi





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