1972

venerdì, luglio 04, 2008
Americani.

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Nonsolocina.



Su il Velino radio parte oggi una trasmissione di approfondimento sulla realtà asiatica, curata dal sottoscritto. In questa puntata si parla di Birmania e Malesia. Per chi ne ha voglia, l'appuntamento è alle 16,30 per una ventina di minuti (poi ci sarà il podcast).
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martedì, luglio 01, 2008
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domenica, giugno 29, 2008
Zimbabwe. Vie d'uscita. Secondo me con un bel dossier di 60 pagine si potrebbe mettere tutto a posto.
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sabato, giugno 28, 2008
La vocina grossa. All'ONU sono "dispiaciuti", "profondamente dispiaciuti".
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Opinioni in libertà (Zimbabwe). Ennesimo dibattito di alto valore simbolico e nullo contenuto pratico che dimostra che senza il riconoscimento del diritto e dovere di intervento non c'è via d'uscita possibile.
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Tiranni perdonati e presidenti pentiti/2. La fine della dottrina Bush (decretata sotto) si compie proprio nel momento in cui più bisogno vi sarebbe di una sua applicazione. Lo Zimbabwe, il Darfur, la Birmania sono solo i casi più eclatanti dell'esigenza di istituzionalizzare quella che oggi va di moda ribattezzare come "responsabilità di proteggere". Bret Stephens, sul WSJ, spiega perché non è un buon momento per ritirarsi a vita privata:

Here's a prediction: Zimbabwe's Morgan Tsvangirai will win this year's Nobel Peace Prize.

Here's another prediction: Mr. Tsvangirai's Nobel will have about as much effect on the bloody course of Zimbabwe's politics as Aung San Suu Kyi's has had on Burma's. Effectively, zero.
Zimbabwe is now another spot on the map of the civilized world's troubled conscience. Burma is also there, along with Tibet and Darfur. (Question: When will "Free Zimbabwe" bumper stickers become ubiquitous?) These are uniquely nasty places, and not just because uniquely nasty things are happening. They're nasty because the dissonance between the wider world's professed concern and what it actually does is almost intolerable.

So let's by all means end the hand-wringing and embrace the responsibility to protect, wherever necessary and feasible. Let's spare the thousands of innocents, punish the wicked, oppose tyrants, and support democrats – both in places where it is now fashionable to do so (Burma) and in places where it is not (Iraq). If that turns out to be Mr. Obama's foreign policy, it will be a worthy one. It does come oddly close to the Bush Doctrine.
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Tiranni perdonati e presidenti pentiti. La dottrina Bush è morta sotto le macerie della torre di raffreddamento della centrale nucleare di Yongbyon, Corea del Nord. L'altro ieri Pyongyang ha consegnato 60 pagine di documenti sul suo programma atomico ma si è dimenticata di dire quante bombe sono stipate nei suoi arsenali, che ne è del progetto di arricchimento dell'uranio e che tipo di tecnologia ha venduto in questi anni agli amici dittatori, primi fra tutti i siriani. Eppure alla Casa Bianca hanno esultato quasi che avessero appena stanato Kim Jong Il da un cunicolo sotterraneo. Il premio per la nazione-gulag sarà l'alleggerimento di alcune sanzioni economiche e l'eliminazione dalla lista di stati terroristi. John Bolton, uno che ha l'abitudine di chiamare i tiranni col loro nome, l'ha definita senza mezzi termini "una vergogna". Come tutti i presidenti a cui manca poco, Bush si è fatto inghiottire dall'ossessione di portare a casa un risultato diplomatico ad ogni costo, poco importa che conseguenze possa avere per il futuro. Mentre il New York Times celebra la fine della democrazia da esportazione, chi ci ha creduto non può che augurarsi che presto un emendamento abolisca la possibilità di un secondo mandato per presidenti pentiti.
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martedì, giugno 24, 2008
Sotto il segno del silenzio. Su Liberal a pagina 9 articolo del sottoscritto su una storia vietnamita di giornalismo e corruzione. Appena è online (fra una quindicina di giorni) la metto. Per ora fidatevi.
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giovedì, giugno 19, 2008
Cento di questi giorni.



Oggi è il compleanno di ASSK. Il regime l'ha festeggiato così:

Pro-Junta thugs broke up a rally by supporters of Myanmar's democracy icon Aung San Suu Kyi on Thursday, detaining several people shouting slogans demanding her release on her 63rd birthday, witnesses said.
They said at least six truckloads of Swan-Arr-Shin, or 'Masters of Force", gang members waded into the crowd outside the dilapidated headquarters of Suu Kyi's National League for Democracy (NLD) in the former capital, Yangon.
'We saw some of them slapping and beating NLD members,' said one witness who saw several people taken away.


Qui altri dettagli dell'imboscata.
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mercoledì, giugno 18, 2008
Birmania. Uomini e no.



Al di là del tenore un po' superficiale dell'articolo (mancano cifre esatte, stime e verifiche concrete), è certamente vero che la mobilitazione dei privati e di piccoli gruppi di cittadini ha impedito che il disastro umanitario post-Nargis risultasse ancora più drammatico. La contrapposizione tra uno stato impegnato a ritardare il più possibile i soccorsi e una comunità che ha fatto delle poche risorse disponibili un tesoro inestimabile si rivela oggi in tutta la sua enormità. I cinici dicono che ogni popolo ha il governo che si merita ma questa facezia non è mai stata così fuori luogo come nel caso birmano. La speranza è che l'embrione di società civile nato dall'emergenza possa in un futuro non troppo lontano costituire la base per la rinascita del paese:

“Our group started with five people,” said a young Rangoon doctor. “We didn’t collect money, food and other supplies, but just told our relatives and friends that we would go to the Irrawaddy Delta to help people there. Then people who know us donated cash, rice and other relief items for the survivors.”
Some local relief initiatives grew to scores of volunteer workers.
“These civic groups born in the aftermath of Cyclone Nargis are unlike civil society in western countries,” said Khin Zaw Win, a Burmese researcher in Rangoon. “They are rooted in goodwill, replacing the irresponsible people.”


Ma in assenza di un consistente intervento esterno le cui forme restano da definire, questo ammirevole sforzo collettivo è destinato a perdersi come sempre nel labirinto della repressione e dell'indifferenza.
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giovedì, giugno 05, 2008
Birmania. L'avvertimento mafioso. L'attore e regista Zarganar era in prima fila nelle operazioni di soccorso alle vittime del Nargis. Aveva organizzato gruppi di assistenza, raccolto fondi, viaggiato nelle zone disastrate. Aveva anche spiegato cosa stava facendo ad alcuni mezzi di comunicazione. Pochi giorni fa la rivista dell'esilio Irrawaddy lo aveva intervistato sulla situazione. Zarganar, visto che il governo ostacolava i soccorsi, aveva agito di sua iniziativa, senza chiedere permessi che non sarebbero mai arrivati. Era stato fermato, interrogato e minacciato. Ieri la polizia si è presentata a casa sua, l'ha perquisita a fondo e se l'è portato via. Non è la prima volta che succede. Lui sapeva a cosa sarebbe andato incontro. In Birmania non perdonano chi aiuta la povera gente.

I am not happy with the UN. It doesn’t seem able to reach many of our people. The UN and NGO staff must work under the eye of the regime. That’s a problem. Why are they so concerned with the government's endorsement of their relief work? They should have taken more risks.
Even if they can't go without permission, they could assist volunteers like us who are willing to go to the villages. There are a lot of groups like us assisting refugees. Many people have received nothing from the UN and NGOs. The UN and a lot of professional organizations send their aid to the compounds of the local township authorities.


Oggi le Nazioni Unite hanno premiato la dittatura birmana con un seggio alla vicepresidenza della sessantatreesima sessione dell'Assemblea Generale.
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Metodo Mugabe/2. Domande retoriche.
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Corea del Nord, torna l'incubo della carestia. Non lontano dal teatro della disperazione birmana si sta materializzando silenziosamente un’altra tragedia umanitaria al momento quasi ignorata dai media. Dieci anni dopo l’ultima grande crisi alimentare, lo spettro della carestia aleggia nuovamente sulla Corea del Nord. Furono da uno a due milioni – in base a stime che variano a seconda delle fonti - le vittime della fame tra il 1996-1999, dopo che inondazioni di grande portata si abbatterono su una nazione già fortemente provata dal fallimento dell’economia pianificata: uno sterminio di massa che il regime non potè occultare a lungo. Il testo di riferimento su quella che la propaganda qualificò romanticamente come “L’Ardua Marcia” rimane The Great North Korean Famine di Andrew Natsios, ed è proprio dagli eventi di allora che conviene partire per capire che cosa sta succedendo oggi. (...)
Continua su Ideazione online.
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A Fabio. A Luisa.

Tocque Ville, la città dei liberi






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